CENTO ANNI DI BALFOUR DECLARATION

di Gabriel Mileti*

Cento anni di Balfour Declaration:  strategie e conseguenze del documento coloniale più discusso dell’ultimo secolo

Le radici del conflitto Israelo-palestinese hanno origini remote; alcune correnti storiografiche contemporanee vorrebbero banalmente ricondurle al 1948 (anno della liberazione nazionale per Israele, e della Al Nakba, della tragedia per i Palestinesi) eludendo le responsabilità esterne. La situazione che, infatti, permise la crescita e lo sviluppo di tale conflitto, va ricercata a molti chilometri di distanza, lontano dai paesaggi desertici del Negev e dalla cittadella fortificata di Gerusalemme; in una ridente isola europea, tra i salotti della Camera dei Lords, un giovane e promettente nobile inglese, Lord J. Balfour, tenne il 2 novembre del 1917, un discorso che sarebbe passato alla storia come scintilla primordiale del secolare focolare bellico. Tale documento, che impegnava pubblicamente la corona britannica nella ricostruzione della casa nazionale ebraica in Palestina, lungi dal rappresentare un mero appoggio diplomatico, celava intenzioni e pratiche che avrebbero determinato, a distanza di un secolo, uno dei conflitti più controversi della storia contemporanea. A cento anni dalla Dichiarazione Balfour, una breve analisi delle sue ragioni ma sopratutto delle sue conseguenze, nella fetta di mondo più discussa del Mediterraneo, in cui si gioca oggi una delle ultime partite coloniali dell’Occidente. 

Affermare che tra Israele e Palestina vi sia una strategia coloniale, è impresa assai ardua e temeraria. Già, perchè se si dovessero analizzare i canoni strutturali dei fenomeni coloniali, applicandoli al conflitto che dal 1948 ad oggi non ha mai accennato a fermarsi, qualsiasi esperto tenderebbe a negarne la possibilità. Non vi sono, infatti, dinamiche di sfruttamento della manodopera e delle materie prime; non vi sono deportazioni di donne e schiavi; non vi sono tutta una serie di dinamiche che, nell’immaginario collettivo, possono essere ricondotte all’esperienza, ormai superata, del  “colonialismo”. Eppure, figure come l’intellettuale israeliano Michel Warchawski parlano senza alcun timore di progetto coloniale, affiancandoci però il suffisso  “d’espulsione” (1). Tale termine nasconde una peculiarità non indifferente: se, infatti, la Francia in Senegal o il Belgio in Rwanda perpetrarono politiche repressive ed espansionistiche a fini lucrativi (o nel caso Spagnolo, anche religiosi) nel lento processo di acquisizione dei territori Palestinesi,  vi fu la compresenza di tre fattori fondamentali: identità, diritto e terra. 

Il giornalista austriaco Theodor Herzl, padre intellettuale del sogno sionista, evidenziò la sua formazione occidentale in maniera palese quando, nel suo “Der Judenstaat” (“Lo stato ebraico”), pianificò la struttura del nuovo paese improntandola nei minimi dettagli sui canoni europei: dall’architettura delle case, ai mezzi di produzione, dal sistema scolastico alla divisione tra stato e religione, la visione Herzliana era tutto, fuorchè mediorientale. Alla stessa maniera Chaim Weizmann, l’uomo che mise in atto il piano migratorio degli ebrei in Palestina, applicando passo per passo le profetiche previsioni di Herzl, era persona ben nota nei salotti politici della Corona britannica; fu proprio lui l’autore della conversione del programma sionista da clandestino a legalmente valido, improntando l’Organizzazione Mondiale Sionista sulle Trading Corporations previste dal diritto Londinese. La questione identitaria, dunque, era di facile deduzione: basti pensare al fatto che tra 1917 e 1945 il 90% del totale degli ebrei che migrarono in Palestina erano provenienti dall’Europa centrale e dell’est. Si poneva però, il problema del diritto.

Non solo un diritto sovranazionale che regolasse permessi e divieti di insediamento in una terra al di fuori dei confini territoriali, ma anche e soprattutto un diritto per legittimare l’operato dell’Agenzia Ebraica e dell’Organizzazione Sionista Mondiale nelle terre di ex pertinenza dell’Impero Ottomano.

Ecco dunque che assunse rilevanza fondamentale l’appoggio politico e giuridico di Lord J. Arthur Balfour, un giovane e ambizioso aristocratico Inglese che, amico personale di Weizmann, dichiarò pubblicamente la necessità di un appoggio europeo alla costruzione di un focolare nazionale ebraico in Palestina; tale dichiarazione, nota appunto come dichiarazione Balfour, non solo impegnava la Gran Bretagna ad un intervento diretto in Palestina, aprendo le porte all’imperialismo Britannico che puntava al controllo sul Canale di Suez (uno dei principali canali commerciali), ma di fatto garantì una copertura diplomatica e giuridica ai dirigenti sionisti. La Balfour Declaration, difatti, era un documento dall’ambigua interpretazione: nonostante vi fosse un espresso riconoscimento della tutela delle minoranze etniche e religiose non ebraiche (paradossalmente la maggioranza degli abitanti fino al 1948) tale principio veniva a cozzare con il “diritto al ritorno” del popolo ebraico in secolare diaspora, e con l’impegno Britannico di facilitare e supportare “con ogni strumento possibile” la ricostruzione della casa ebraica nei territori Palestinesi. Non certo una novità, dunque, scoprire che si decise di dar priorità al progetto statale a discapito dei diritti naturali degli autoctoni. Ma ciononostante nessuno intervenne. Ottenuto, infatti, l’appoggio diplomatico al piano sionista, si impose una giustificazione internazionale per tutte le potenze che videro nell’interventismo britannico ben più di una gentile concessione al popolo ebraico. Si scelse, dunque, la ragione della civilizzazione dei popoli sottosviluppati: dapprima tramite l’apparato militare dell’Occupied Enemy Territorial Administration, ed in seguito tramite l’espresso riconoscimento della Balfour Declaration nel Mandato che la Società delle Nazioni (l’organo sovranazionale predecessore dell’ONU) affidò alla Gran Bretagna, si cercò di legittimare l’operato britannico alla luce della missione legale di riedificazione dello stato di Biblica memoria d’Israele, e alla luce della “missione civilizzatrice” nei confronti degli arabi risiedenti in quelle terre, con l’obiettivo di portarli, un giorno verso la totale indipendenza. 

La terra, infine, rappresentò uno dei punti fondamentali dell’operato congiunto di Gran Bretagna e Organizzazione Sionista: dalla creazione del Fondo Nazionale Ebraico ai sussidi diretti che Lord Balfour reiterò ai primi insediamenti agricoli, i Kibbutzim, si concretizzò lo slogan sionista per eccellenza, ovvero “Una terra senza popolo, per un popolo senza terra”. Ma non esistono terre senza popoli; sotto lo sguardo vigile di Balfour, si creò un vero e proprio diritto della terra. 

Venendosi a creare, ovviamente, una situazione di resistenza e insurrezione da parte degli indigeni arabi, i generali britannici cominciarono ad attuare misure straordinarie di emergenza, sospendendo le garanzie individuali e prevedendo come misure punitive la demolizione di case e lo spostamento e la riassegnazione di proprietà mobili ed immobili. Con la nascita dello Stato d’Israele, nel 1948, il numero di profughi palestinesi costretti all’esilio di massa, raggiunge numeri elevatissimi. 

Molti anni sono passati da quel lontano 2 novembre 1917, eppure la situazione non sembra cambiata di molto; dal 1948 i tre fattori direttamente riconducibili alla Dichiarazione Balfour (identità, diritto e terra) continuano a dettare le dinamiche con le quali il sionismo continua a scrivere il suo libro: lo scontro identitario è quanto mai evidente nel conflitto culturale tra zone israeliane (marcatamente europee) e zone palestinesi (volutamente mantenute in uno stato di abbandono e degrado), creando una barriera, un vero e proprio “muro della vergogna”, che divide non solo due popoli, ma anche e soprattutto due storie e due culture differenti; dal punto di vista giuridico e territoriale, invece, Israele ha recepito gran parte delle misure straordinarie previste dal diritto coloniale Britannico: la giurisprudenza Israeliana ha recepito nelle proprie leggi fondamentali il “Diritto al ritorno” (previsto dalla Dichiarazione Balfour  e “legalizzato” dalla Società delle Nazioni); tramite la lotta al terrorismo (giustificata dalla nascita del movimento radicale islamico Hamas), inoltre, si sono ricreate le sfere giuridiche dell’emergenza e dell’autodifesa, consentendo a Israele di recepire le Ordinanze di Britannica memoria, e di legittimare misure “eccezionali” di sospensione dei diritti umani, reintroducendo le pene di demolizione, espropriazione e riassegnazione delle proprietà.

Alla luce di tutti questi fattori, dunque, risulta meno arduo e temerario indicare il conflitto israelo-palestinese come “coloniale”. Differisce, certo, dai suoi parenti europei che nelle avventure oltremare ricercavano ricchezze e manodopera a basso costo, ma non presenta neanche le concessioni indipendentiste che tutti i popoli colonizzati hanno, infine, ottenuto, dando vita agli Stati del mondo moderno che oggi conosciamo. I tre fattori dell’esperienza coloniale Britannica, poc’anzi brevemente analizzati, hanno creato una complessa ed efficace macchina che, tramite l’operato diplomatico e giuridico europeo, hanno legalizzato un tipo di colonialismo differente, un tipo di colonialismo nel quale l’obiettivo primario è quello dell’espulsione del popolo autoctono al di fuori dei confini nazionali. 

Lord Balfour ed il suo establishment di sicuro non potevano prevedere tutto questo; non potevano prevedere che un giorno la stessa Organizzazione Sionista si sarebbe organizzata in maniera armata contro le truppe di Sua Maestà e di certo non avrebbero potuto prevedere che promesse diplomatiche, sete espansionistica ed ordinanze militari avrebbero costituito un giorno, a cento anni di distanza, validi strumenti per prorogare la fine di un conflitto sanguinario ed ingiusto; ma se le cose fossero andate diversamente, forse il mondo avrebbe oggi connotazione diversa. 

Resta, però, la responsabilità politica del diplomatico britannico che, con una semplice dichiarazione parlamentare, riuscì, a migliaia di chilometri di distanza, a determinare il futuro di un popolo costretto alla miseria e alla repressione, dapprima dall’Impero Ottomano, in seguito dalle truppe Inglesi ed oggi dall’Israeli Defense Force, il popolo Palestinese. Il 2 novembre scorso i due Stati hanno celebrato il centenario di tale dichiarazione con feste, tripudi di colori e dichiarazioni diplomatiche di stima e rispetto. Si vorrebbe, volutamente evitare di affrontare le responsabilità che tale Dichiarazione ha rappresentato per migliaia di Palestinesi che dal 1917 ad oggi hanno visto sistematicamente negati i propri diritti; ad ogni modo, secondo il giornalista Israeliano Gideon Levy, corrispondente del quotidiano Hareetz, il 2 novembre ha rappresentato comunque un giorno di festa: “ultranazionalisti e destra conservatrice dovrebbero chinare il capo di fronte a Balfour ed al suo genio” ha recentemente affermato “poiché senza la sua coraggiosa dichiarazione, nei modi e nelle pratiche con la quale venne attuata, probabilmente questo stato sarebbe diverso; probabilmente sarebbe giusto”. 

(1) Si veda in tale proposito www.frontierenews.it/2016/09/boicottare-disinvestire-sanzionare-per-il-bene-di-palestinesi-e-israeliani 

*Questo articolo, inizialmente pubblicato sul settimanale Frontiere News, è stato ripreso e riadattato dall’originale di G. Mileti “Sed Quid Ius? Herencia colonial, influencia occidental y fundamentos religiosos en la jurisprudencia territorial de Israel (1917-1967)”, ricerca tutorata dal dipartimento di Storia del Diritto de la Universidad Autonoma de Madrid, e presentata nell’ambito del concorso nazionale di ricerca scientifica indetto dalla “Revista Juridica UAM”

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