UN GROSSOLANO ORIENTALISMO

Quella che segue è una risposta di Gilbert Achcar ad una intervista a Georges Corm pubblicata il 25 febbraio scorso sulla rivista Contretemps* 

Redazione di Rproject

A proposito di un’intervista a Georges Corm

di Gilbert Achcar

L’intervista con Georges Corm dal titolo Le rivolte arabe del 2011 attraverso la storia, pubblicata sul sito di Contretemps il 25 febbraio scorso (1), sorprende non poco. Non per ciò che sostiene Corm: non ci si poteva aspettare di meglio da parte di un ex ministro di un governo libanese politicamente schierato nel campo pro-Assad, che ancora recentemente spiegava, in un’intervista pubblicata da Orient XXI (2) che “per recuperare il ritardo nello sviluppo, un Paese ha bisogno di un forte dirigismo e che nessuna teoria dei diritti umani può apportare nulla su questa questione. La Prussia, la Russia o Singapore, che sono modelli di industrializzazione tardiva sono là a ricordarcelo. La democrazia è la fine del processo di sviluppo, non il suo inizio…”. Coerentemente con questa visione delle cose, Corm aggiungeva: “L’urgenza oggi è di ristabilire l’unità della Siria e far cessare le ingerenze straniere, in particolare quella turca, americana e francese, che hanno provocato un caos senza pari, ma che l’esercito siriano con l’aiuto della Russia (come dell’Iran) riesce in questo momento a far arretrare rapidamente”.

Ciò che sorprende, per chi conosce la posizione sociale e politica di Corm, è piuttosto il fatto che Contretemps abbia giudicato bene di pubblicare un’intervista con lui. Quanto all’intervista è la logica conseguenza di quanto precede. Prendiamo la Siria che è stata appena citata. Interpellato sulle ripercussioni delle sollevazioni del 2011, Georges Corm inizia la sua risposta con questa affermazione: “Per ciò che riguarda la Siria, vorrei ricordare la dichiarazione dell’ex ministro degli esteri francese Laurent Fabius del 2012 ‘Al Nusra fa un buon lavoro in Siria’. Per almeno due anni, dal 2011 al 2013, con un gioco di prestigio semantico e ideologico sorprendente, i movimenti jihadisti terroristici erano diventati dei movimenti di liberazione nei grandi media occidentali”.

Oltre a ripetere una sciocchezza cara a Marine Le Pen (3), famosa per il suo appoggio a Bashar al Assad  (4) e pensare che il pubblico di Contretemps ignori ciò che “i grandi media occidentali  abbiano potuto dire della Siria a tal punto da credere che abbiano descritto “i movimenti jihadisti terroristici” come “dei movimenti di liberazione”, questo esordio è rivelatore dell’approccio tipico degli apologeti delle dittature simili al regime siriano, che giustificano la loro posizione con un presunto “anti-imperialismo” di queste dittature. Tuttavia, poco dopo Corm rimprovera al regime di Damasco di aver “commesso un errore importante negli anni 2000 avviando il Paese verso politiche neoliberistiche” (notiamo tuttavia che si tratta solo di un “errore”) e di aver adottato un “orientamento neoliberistico, pensando così di riavvicinarsi alle potenze occidentali”, senza rendersi conto della contraddizione tra queste affermazioni e quella successiva: “Quando le manifestazioni cominciano nel marzo 2011, il desiderio occidentale in favore di un cambiamento di regime in Siria si inscriveva nel quadro dell’offensiva imperialista; non si trattava assolutamente di sostenere i siriani nella loro richiesta di giustizia sociale e di una vita politica democratica”.

Poiché, infine, la suddetta “offensiva imperialista” non mirava a “sostenere i siriani nella loro richiesta di giustizia sociale e di una vita politica democratica”, a cosa poteva mirare riguardo un regime avviato sulla via del neoliberismo e del riavvicinamento con le potenze occidentali? La stessa incoerenza ha caratterizzato i sostenitori del regime di Gheddafi in Libia quando spiegavano che l’intervento occidentale a sostegno (apparente) degli insorti del 2011 era dovuto all’ “anti-imperialismo” di un regime che non ha smesso, dal 2003, di dare prove di buona condotta ai governi occidentali, compreso collaborando con questi negli aspetti più sordidi della “guerra contro il terrorismo” (5) e della “lotta contro l’immigrazione clandestina”. (6)

Certo, ammette ancora Corm, come il regime siriano, “il regime libico era anch’esso autoritario, quasi dittatoriale, da qui la rabbia popolare, ma la redistribuzione delle rendite derivanti dallo sfruttamento del petrolio permetteva un dignitoso livello di vita ai libici, come agli egiziani e ai tunisini che lavoravano in Libia”. Per ragioni di spazio, non descriveremo le ineguaglianze sociali e regionali che sono state all’origine della rabbia popolare in Libia in aggiunta alle pratiche tiranniche del regime, né la condizione dei migranti in Libia sotto Gheddafi. (7) Sarà sufficiente osservare che in base al criterio usato da Corm – l’innalzamento del livello di vita degli autoctoni grazie alla redistribuzione (di una parte) delle rendite degli idrocarburi – le monarchie petrolifere del Golfo potrebbero essere descritte come modelli di giustizia sociale.

L’intervista di Georges Corm pone un altro importante problema. Rispondendo alla domanda: “Mentre questa ondata di proteste sembrava unire le società arabe in un unico destino, in che modo la dinamica della divisione ha (ancora una volta) preso il sopravvento?”, pur avendo iniziato l’intervista lamentandosi del “perdurare in Occidente di una visione essenzialista del mondo arabo, questo malgrado l’esistenza di discipline universitarie postcoloniali o postmoderne” (sic), Corm risponde con uno slancio rivelatore del più grossolano “orientalismo”, nel senso saidiano del termine: “La dinamica della divisione fa parte di ogni raggruppamento umano, ma in quanto tematica è particolarmente presente nella cultura araba, con il termine ‘fitna’ che in francese si tradurrebbe contemporaneamente con disordine e antagonismo. La storia degli arabi è ritmata da questa dialettica costante tra il richiamo all’unità e quello alla dissidenza; dialettica che è iniziata molto presto come dimostra Hichem Djaït nel suo libro La Grande Discorde”. (8) Così, secondo Corm, i conflitti politici in corso nella regione sono il prodotto naturale di una “cultura araba” che risale al primo secolo dell’Islam e allo scisma tra sunnismo e sciismo. Questa spiegazione è uguale a quella usata tutti i giorni dai “grandi media occidentali”.

Ma Corm ci rassicura. Questo atavismo culturale di cui patisce la regione ha un antidoto che sostiene con nostalgia nella sua intervista: “il panarabismo”. Benché moribondo, questo panarabismo è fortemente radicato: “Capisce che comunque esiste un legame indistruttibile tra gli arabi: la loro lingua. Si può dividere, appoggiare le differenze comunitarie o religiose quanto si vuole, resta in ogni caso una lingua che unisce questi popoli. La lingua araba è la riserva della cultura collettiva […]. Gli intellettuali arabi si conoscono tutti, dall’Iraq al Marocco passando per il Libano; si leggono a vicenda e discutono dei loro lavori”. Tuttavia, ciò che sembra certo è che Corm, lui, legge molto selettivamente le produzioni intellettuali che provengono dal Maghreb, come dall’Iraq e dalla Siria, Paesi confinanti con il suo. Avrebbe potuto, almeno, rendersi conto del fatto che gli Amazighs dell’Algeria e del Marocco non si riconoscono in una identità araba che dovrebbe permettere di superare “le divisioni comunitarie o religiose” e che non è diverso, sicuramente, per le popolazioni curde dell’Iraq e della Siria, terribilmente oppresse dai regimi baatisti di cui Corm fa l’apologia. Come hanno dimostrato chiaramente le sollevazioni del 2019 in Iraq e in Libano, due Paesi segnati dagli antagonismi confessionali, il rifiuto comune della miseria sociale e dei dirigenti corrotti e l’aspirazione comune a una vera democrazia sono i soli (elementi, n.d.t) capaci di unire i popoli contro le “divisioni comunitarie o religiose”.

*https://www.contretemps.eu/revoltes-arabes-histoire-monde-arabe-entretien-corm/

1) https://www.contretemps.eu/revoltes-arabes-histoire-monde-arabe-entretien-corm/
2) https://orientxxi.info/magazine/georges-corm-itineraire-d-un-intellectuel-libanais,3287
3) https://www.lemonde.fr/les-decodeurs/article/2017/03/21/laurent-fabius-et-le-bon-boulot-du-
front-al-nosra-en-syrie-histoire-d-une-citation-devoyee_5098486_4355770.html
4) https://www.reuters.com/article/france-syrie-lepen-idFRKBN15Z1AF
5) https://abcnews.go.com/International/story?id=1965753
6) https://www.lemonde.fr/idees/article/2011/04/13/assez-de-collusions-avec-le-regime-de-
kadhafi_1507009_3232.html
7) https://journals.openedition.org/anneemaghreb/307 et
https://www.hrw.org/fr/news/2006/09/12/libye-les-migrants-sont-maltraites-leurope-ferme-les-yeux
8) Hichem Djaït, La Grande Discorde: Religion et politique dans l’Islam des origines, edizioni
Gallimard, Parigi 1990 [La Grande discordia: Religione e politica nell’Islam delle origini. Nota diCinzia Nachira]

Traduzione di Cinzia Nachira

Tutte le note sono dell’Autore, salvo la n°8

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