SIRIANI DEL MONDO E NEL MONDO

di Riccardo Cristiano

Certamente i siriani sono del mondo, ma oggi possiamo convenire che i siriani sono anche nel mondo. Un popolo che vive nella diaspora, imposta da uno sviluppo tragico che ha occupato gli ultimi dieci anni della loro storia. Certo la tragedia siriana è cominciata ben prima del 2011, volendo fissare una data si può dire, convenzionalmente, l’8 marzo 1963,  il giorno del golpe degli ufficiali dell’esercito siriano che facevano parte del “Consiglio Nazionale del Comando Rivoluzionario” guidati dai baathisti che poi presero le sembianze di nazionalisti “socialisti” e filo-sovietici e quindi della famiglia Assad. Dunque questo è il decennale di una tragedia umana, politica e culturale che è cominciata oltre mezzo secolo fa. Studiare questa tragedia “più grande” sarebbe importante per vedere come il rifiuto ideologico del “mondo corrotto” unisca da allora gli opposti estremismi arabi, panarabista e panislamista, nel nome di ideologie contro il mondo. E questo purtroppo è l’export politico  con cui il regime siriano ci sta conquistando, in campi diversi se non opposti.

Se i siriani oggi sono del mondo e nel mondo,  non sono però in Siria: ma in Siria c’è il mondo,  come osserva giustamente e da tempo Jassin al-Haj Saleh. Tutti i grandi eserciti sono lì, loro invece sono fuori, con noi. Non so quanti milioni di siriani vivano in Siria perché nessuno sa quanti milioni di siriani siano morti non di morte naturale dal marzo 2011. Il conto ufficiale dei morti è fermo da anni e viene ripetuto come se le morti successive non ci fossero state. Poi è giunto il Covid, con il suo ulteriore e sempre sconosciuto carico di morti non naturali. Muoiono a grappoli, ma il conto dei morti non per morte naturale rimane sempre lo stesso.  Anche queste sono morti “politiche”, volute o facilitate. Poi ci sono i siriani che vivono in Siria senza essere in Siria, ma assiepati ai suoi confini, alle estreme propaggini del loro paese, impossibilitati a fuggire o a tornare indietro, in una sorta di terra di nessuno nella quale sono intrappolati. Non sono in Siria, sono accatastati ai suoi bordi. Quanti milioni di siriani vivono in Siria non si sa… Si sa però che sono almeno 5 milioni quelli che sono riusciti a fuggire: in Turchia, in Libano, in Giordania, In Europa, o più lontano ancora. Poi sono cresciuti, di età e di numero. Significano qualcosa per noi?

Questa enorme diaspora siriana sarebbe, per noi e per paradosso, un’opportunità. Nonostante si possa temere una infiltrazione di elementi del regime, i siriani che vivono all’estero perché espulsi, scacciati dal regime perché non graditi dal potere costituito sono un’opportunità che nessuno considera, valuta, o riconosce tale. Sono un’opportunità di ricostruzione della Siria da fuori la Siria, da fuori la grande prigione. Perché non ci interessano? Sono qui…

I motivi di questo disinteresse sono ovviamente diversi. Ne vorrei trattare solo qualcuno. Il primo è quello che mi riguarda di più per formazione e storia personale. E’ quello ideologico di “sinistra”. I siriani per un certo mondo che ha questo rapporto ideologico con la realtà devono soffrire, non curarsi, non liberarsi, non riuscire a portarci una consapevolezza di cosa sia il “socialismo terzomondiale”, un altro socialismo “reale”, e arrivare a pensarne insieme un altro; no. Ecco il primo export siriano di socialismo “contro il mondo”: ha avuto successo convincendoci di quel che non riguardava la sinistra in passato: il mondo è corrotto, il mondo è malvagio, ordisce solo complotti! Fuori dai nostri ranghi ci sono solo traditori!

Dunque i siriani devono soffrire per consentirci di dire “guardate come li fanno soffrire… Quella sofferenza però deve essere causata da chi desideriamo sentire come comune nemico. Siccome le ideologie oggi (solo oggi?) non possono essere per, ma contro, occorre un nemico contro il quale usare sofferenze indicibili, per urlare “assassini”. Questo nemico è uno solo: l’impero del male, l’America. Il discorso è molto più complesso, purtroppo, ma da un po’ l’impero non si va ritirando? O si torna a quando Mosca con le sue invasioni militari aiutava “un paese fratello”? Ma la storia aiuta poco chi preferisce la forza dell’odio, del bianco e nero. Così nell’astrazione ideologica serve che i siriani soffrano per dire che l’impero del male americano perseguita i popoli. Non possono essere gli altri imperialismi, perché quelli sono “antagonisti”, nemici dell’impero del male e in quanto tali amici. Così se i siriani muoiono di Covid  interessa perché serve raccontare che sono le sanzioni dell’impero del male americano che li fanno morire, non un regime di ladri che ha intascato anche gli aiuti internazionali, che permangono nonostante le sanzioni. Se l’economia crolla è per le sanzioni americane, non perché gli “antagonisti”  hanno esportato all’estero cifre astronomiche. L’ideologia ha bisogno di buoni e cattivi. E i cattivi sono a stelle e strisce. A onor del vero guardando alla Siria si vedono maggiormente i nuovi imperialismi, quello russo, quelli iraniano e turco, un po’ anche quello cinese. Ma anche questo non interessa. Non interessa la realtà, ma l’ideologia del racconto, che non è finalizzata a trovare nuovi soggetti culturali per cominciare a costruire un mondo nuovo a partire da noi, ma nuove sofferenze per confermare il nostro impianto ideologico, la nostra “visione”. Che prevede un “male”, dal momento che nessuno a “sinistra” sa dire più quale sia il bene.

Questo tempo potrebbe essere speso meglio lavorando con i siriani, quelli che sono qui, tra noi, non per denunciare la cattiveria dei nostri partiti identitaristi, che è enorme, ma per costruire con loro un’altra cultura, la nostra cultura mediterranea. Questa sarebbe l’occasione incredibile che questa tragedia collettiva ci offre. Ma questo lavoro non  interessa, sarebbe un lavoro per, non contro. E siccome oggi l’ideologia ha bisogno di mantelli rossi contro cui lanciare le pulsioni, il lavoro interculturale non passa, non sfonda. Questo fiume di siriani arrivato in Europa è stato oggetto di un’attenzione dinamica? Di una richiesta di avvicinamento esistenziale di storie, esperienze, tradizioni, traumi, richieste, elaborazioni? No. Il distacco dalla diaspora siriana si è trasformato in una richiesta ai siriani rimasti in Siria: “continuate a soffrire per farci dire che sofferite di un solo male, e soffrite più forte in modo che più forte sia il nostro urlare per voi!”

Passiamo alla seconda ideologia. La stessa autoreferenzialità della “solidarietà” si ritrova in ambienti che hanno trasformato la fede in ideologia comunitaria. Il cristianesimo trasformato in ideologia non è cristianesimo ed ha ugualmente bisogno di un nemico da identificare con il male, l’unico male. E’ l’islam. Questa ideologizzazione della fede non richiede fede, ma solo uno steccato: l’Islam è il nemico dal quale difenderci.  Questa ideologia, mascherata qui da noi da esigenza difensiva, ovviamente ci spinge a chiuderci. E’ un meccanismo comunitario e identitario:  noi siamo cristiani anche se non crediamo,  siamo cristiani perché siamo italiani, o francesi o quello che sia. E’ questo un altro export siriano: come si spiega che in anni di orrore non si sia mai sentita dalla Siria una voce delle gerarchie ecclesiastiche sul sangue dei loro fratelli musulmani? Certo, un proverbio dice che chi ha le scarpe strette non può pensare a quanto stringano le scarpe del suo vicino. Lo capisco, ma non credo sia negli Atti degli Apostoli. È così che questo identitarismo dimentica anche le vittime del terrorismo islamico, che indubbiamente esiste, ma lui non le cerca, non le vede, non le vuole vedere: magari sono musulmane anche loro, le vittime. Queste vittime non servirebbero a una fede non vissuta ma trasformata in ideologia. Anche questa ideologia per esistere preferisce indicare la corruzione del mondo, moderno, rappresentato dall’America ovviamente. Ha bisogno di un riferimento contro cui riconoscersi. Per fortuna il pontificato di Francesco è stato ed è un argine contro questa ideologizzazione della religione.

C’è poi una terza ideologia che respinge i siriani: potremmo chiamarla pseudo-borghese. La possiamo cogliere in questa stagione di pandemia, nella quale si coglie che la rabbia dei poveri è molto diversa dalla rabbia degli impoveriti. In questa visione pseudo-borghese non c’è più consapevolezza di sé, piuttosto della propria paura, camuffata da immediato tornaconto. Anche qui la paura è ormai paura del mondo, inteso come futuro. Chi ha paura del futuro, non ha fiducia nel proprio domani, vive nella paura di ogni cambiamento. Quindi la sua è un’ideologia che vive nella paura dell’altro, non riconosce nell’altro un arricchimento della sua vita, ma vi scorge un problema di sicurezza, di lingua, di usi o costumi che spezza la rassicurante continuità del presente con il passato. Accogliere vuol dire aprirsi, non vuol dire integrare nel senso di assimilare al proprio ordine tradizionale. Se si accoglie un bambino dentro casa non si può più vivere come prima, bisogna cambiare. Questa ideologia pseudo-borghese non contempla il cambiamento perché teme che cambiare voglia dire perdere i privilegi acquisiti, le conquiste sudate, il livello ottenuto. Tutto deve restare immutabile, finché sarà possibile.

I siriani rappresentano dunque, oggettivamente parlando, il più concreto e numericamente significativo elemento di de-ideologizzazione della nostra vita sociale, o di incattivimento ideologico. Il prezzo che paghiamo rifiutandoli è enorme. Che sia un prezzo salato l’ho capito il giorno in cui padre Paolo Dall’Oglio mi disse che esiste un proverbio arabo che dice “una mano da sola non applaude”. Non è solo la traduzione sapienziale della terza legge della dinamica: “a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”, perché ogni volta che a un corpo viene applicata una forza, esiste un altro corpo che la esercita. È anche capire che i poli sono indispensabili, non si escludono, si completano. Il Mediterraneo è uno spazio, non mille spazi. La diaspora siriana sarebbe una risorsa incalcolabile per tornare a unirlo, nella diversità complementare dei suoi poli.

Riccardo Cristiano, a lungo inviato di politica internazionale della Rai. Coordinatore dell’informazione religiosa di Radio Rai fino al 2017, scrive per diverse testate. Fondatore dell’Associazione Giornalisti amici di padre Dall’oglio, ne ha curato un profilo collettivo per la casa Editrice San Paolo, “Paolo Dall’Oglio, la profezia messa a tacere”. Sulla Siria ha scritto diversi volumi per Castelvecchi, fino a “Siria l’ultimo genocidio”. Ha contribuito al volume curato da padre Antonio Spadaro (edizioni Ancora) “Essere Mediterranei”. Per le edizioni Studium è in uscita un suo saggio sulla Siria “volano della disumanizzazione dell’altro”.

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