LENIN, LA RIVOLUZIONE SOVIETICA E L’ECOLOGIA

Pubblichiamo due articoli di Tiziano Bagarolo,  il primo relativo alle politiche del Governo bolscevico durante i primi anni della Rivoluzione russa rispetto le questioni “ecologiche”, mentre il secondo  analizza i pensiero di Lenin sia nell’affrontare la problematica del rapporto “uomo-natura” sia rispetto la politica di protezione della natura che la Russia postrivoluzionaria avrebbe dovuto applicare.

LA RIVOLUZIONE SOVIETICA E L’ECOLOGIA

 di Tiziano Bagarolo

Un aspetto poco noto e sorprendente dei primi anni della rivoluzione russa è la politica “ecologica” condotta dal governo sovietico e, in questo ambito, il ruolo propulsivo svolto da Lenin in prima persona. Oggi, nel momento in cui l’ideologia dominante pretende di liquidare la vicenda storica del comunismo come un ininterrotto seguito di crimini e di errori, e il marxismo come una utopia velleitaria superata dalla storia, per tutti coloro che operano per la rifondazione comunista, cioè per ricostruire un partito, un pensiero e una prassi comuniste all’altezza dei problemi del presente, riveste un indubbio significato scoprire anche in questo campo, in precedenza poco studiato, l’insospettata vitalità e la bruciante attualità delle fonti originarie della propria ispirazione teorica e politica.In effetti, il senso di queste note (che anticipano alcuni risultati di uno studio più ampio che speriamo di pubblicare presto per esteso) vuol essere proprio questo: mostrare l’interesse anche in questo campo di un “ritorno alle origini”, di reinterrogare l’esperienza sovietica dei primi anni della rivoluzione. Vedremo qui come alcuni temi di grande importanza (il rapporto fra sviluppo e tutela dell’ambiente, fra socialismo ed ecologia, fra presente e futuro) che generalmente si crede siano stati posti e discussi per la prima volta in Occidente negli anni sessanta-settanta, fossero invece già venuti alla luce negli anni venti in Unione Sovietica, nel quadro del primo audace tentativo di tracciare una via non capitalistica di sviluppo, cioè non anarchica ed incontrollata, ma coscientemente gestita e razionalmente orientata.

Vedremo anche come molte delle prime intuizioni e delle prime realizzazioni positive del governo sovietico siano andate in seguito perdute (dagli anni trenta in poi), travolte nel più generale processo di involuzione del sistema sovietico costituito dall’affermazione dello stalinismo e dalle sue conseguenze in campo economico e scientifico. E’ questa involuzione che spiega, d’altra parte, perché il bilancio finale del cosiddetto “socialismo reale” sia, anche in questo campo, piuttosto negativo e non qualitativamente diverso da quello del capitalismo occidentale. Ma essa prova anche, per contro, che ben diverse erano state l’ispirazione originaria dell’Ottobre e di Lenin e la strada che era stata in un primo tempo tracciata. E’ a questa ispirazione e a questa strada che, a mio avviso, bisogna oggi rifarsi. La rivoluzione e l’ecologia Fino a pochi anni fa in Occidente si conosceva ben poco della politica di protezione della natura attuata nei primi anni del potere sovietico anche perché – come scrive Douglas Weiner, lo studioso americano a cui si deve il primo serio studio storico comparso in Occidente su questa materia (Douglas Robert Weiner, Models of Nature. Ecology, Conservation, and Cultural Revolution in Soviet Russia, Indiana University Press, Bloomington and Indianapolis, 1988) – gli studiosi occidentali ritenevano pura propaganda l’affermazione degli storici sovietici che attribuivano a Lenin l’ispirazione della politica sovietica di protezione della natura.

La ricerca di Weiner, condotta in buona parte negli archivi sovietici e sui materiali originali, dimostra invece che gli storici sovietici su questo punto avevano perfettamente ragione. Va detto che una fiorente scuola di ecologia forestale si era sviluppata in Russia già prima della rivoluzione. Essa aveva già condotto alla presa di coscienza (almeno negli ambienti scientifici) della necessità di un attivo intervento di protezione della natura, tant’è vero che le prime proposte di tutela e le prime realizzazioni, ispirate a quanto si faceva negli stessi anni nel resto del mondo e in particolare negli Stati Uniti e in Europa, risalgono a prima dell’Ottobre. D’altra parte, anche negli ambienti scientifici era diffusa la convinzione che per far uscire il paese dall’arretratezza e dall’oscurantismo zarista erano necessari cambiamenti politici e sociali radicali. Per queste regioni, il rovesciamento dello zar da parte della rivoluzione di febbraio viene salutato con favore dagli ecologi. Anche il movimento russo per la conservazione della natura, che aveva mosso i primi passi negli anni precedenti, si avvantaggia del nuovo clima sociale effervescente, moltiplica i suoi aderenti e comincia a discutere un ambizioso progetto di parchi nazionali da realizzare in tutto il paese. D’altra parte, le devastazioni provocate dalla guerra e dai conflitti sociali che la accompagnano (in questi anni vengono completamente sterminati l’uro e il bisonte europeo e molte foreste sono devastate) suscitano le preoccupazioni dei conservazionisti, ma non solo le loro. Nel suo libro Weiner ricorda un episodio molto significativo. Allarmato dalla notizia che la famosa riserva naturale di Askania-Nova, nell’Ucraina meridionale, rischia la distruzione a causa degli scontri di classe nelle campagne, il soviet di Kronstadt nell’estate del 1917 manda al governo provvisorio una risoluzione in cui chiede di intervenire prontamente per salvare l’importante complesso naturalistico.

Inizialmente, sono invece molto ristrette le simpatie raccolte fra gli ecologi dai bolscevichi e dalla rivoluzione d’Ottobre. Ma i più lucidi fra di essi, come Grigorij Aleksandrovic Kozhevnikov, animatore del movimento per la conservazione, coscienti della esigenza di cambiamenti politici e sociali radicali per avviare una politica razionale di conservazione in Russia, appoggiano senza riserve la modernizzazione delle strutture sociali ed economiche del paese. “Questo appoggio si trasforma più tardi in collaborazione col nuovo regime sovietico”, scrive Weiner. In effetti, soprattutto per merito di alcune lungimiranti iniziative dello stesso Lenin, le diffidenze vengono superate e i primi anni del potere sovietico – ancorché nell’immediato disastrosi per l’ambiente per le conseguenze della guerra civile e per la disastrosa situazione economica del paese – gettano le basi di una feconda collaborazione con la parte più avanzata del mondo scientifico e vedono il varo di una legislazione per la protezione della natura tra le più avanzate dell’epoca.

Il ruolo di Lenin Dopo il decreto “sulla terra”, dei primi giorni della rivoluzione, che mette nelle mani dello stato tutte le risorse naturali, sottraendole allo sfruttamento dei privati e creando le premesse per una loro gestione razionale, due sono gli episodi più significativi di questa prima fase. Il primo è l’accordo firmato nell’aprile del 1918 fra il governo sovietico, nella persona del commissario del popolo all’istruzione Anatolij Lunaciarskij, e l’Accademia delle scienze, col quale il potere sovietico riconosce l’autonomia delle istituzioni scientifiche e universitarie in cambio di una leale collaborazione da parte di queste ultime. Questo accordo corrisponde ad un preciso orientamento di Lenin che vede favorevolmente una politica pragmatica di coinvolgimento di tutte le forze scientifiche e tecniche del paese, al di là della loro disposizione ideologica, purché disposte a collaborare allo sviluppo del paese. Il secondo evento è meno noto. Si tratta dell’incontro che avviene nel gennaio del 1919 fra Lenin e Nikolaj Podiapolskij, un agronomo bolscevico di Astrakan, città nella regione del Volga, che segna il punto di partenza della politica sovietica di tutela della natura. Vale la pena di riferire l’episodio come lo racconta Weiner. Agli inizi del 1919 il governo sovietico è impegnato in una battaglia di vita o di morte contro l’armata del generale “bianco” Kolciak che ha superato gli Urali e minaccia il cuore dei territori controllati dai “rossi”.

Malgrado questa situazione difficile, il 16 gennaio 1919 Lenin trova il tempo, su sollecitazione di Lunaciarkij, di ricevere al Cremlino Nikolai Podiapolskij, responsabile del commissariato del popolo all’istruzione ad Astrakan, giunto a Mosca per perorare due proposte: aprire una università nella sua città e istituire una riserva naturale (zapovednik, in russo) nel delta del Volga (in effetti la prima area naturale protetta istituita dal potere sovietico, l’11 aprile 1919). Racconta più tardi Podiapolskij che, dopo averlo ascoltato e “dopo avermi fatto qualche domanda sulla situazione militare e politica della regione di Astrakan, Vladimir Ilic diede la sua approvazione a tutte le nostre iniziative e in particolare a quella che riguardava il progetto di zapovednik. Dichiarò che la causa della conservazione era importante non solo per la regione di Astrakan, ma altrettanto per l’intera repubblica, e che egli la considerava una priorità urgente”. Lenin propone pertanto all’agronomo di elaborare immediatamente un progetto di legge sulla conservazione da applicare a tutto il paese. Già il giorno successivo, dopo aver lavorato freneticamente con l’aiuto di alcuni legali e di alcuni attivisti rintracciati a Mosca lì per lì, Podiapolskij consegna il testo per il parere di Lenin e, con sua grande sorpresa, lo riceve indietro nella giornata stessa, corredato delle osservazioni del capo del governo. In seguito, il provvedimento viene mandato dallo stesso Lenin per l’approvazione definitiva al commissariato del popolo all’istruzione. Non è una una scelta casuale: con acuta lungimiranza, Lenin vuole infatti che la responsabilità della protezione della natura sia affidata a un organismo che non ha un interesse immediato nello sfruttamento delle risorse naturali (come i ministeri economici) per garantirgli la massima autonomia e la massima efficacia nell’espletamento dei suoi compiti. “Una scelta molto oculata”, osserva Weiner, carica di conseguenze positive (finché fu rispettata). Dopo un iter burocratico non privo di ostacoli (sollevati non a caso dai ministeri economici), il decreto “Sulla protezione dei monumenti della natura, i giardini e i parchi”, firmato personalmente da Lenin, diviene legge dello stato sovietico il 16 settembre 1921.

Punto qualificante è l’attribuzione al commissariato all’istruzione delle competenze in materia di protezione della natura e della facoltà di istituire parchi nazionali (zapovedniki) in qualsiasi parte del territorio della nazione giudicato di particolare valore ambientale, scientifico o storico-culturale. Il decreto, inoltre, proibisce nei parchi nazionali ogni attività economica (caccia, pesca, raccolta di uova o di piante, ecc.) non espressamente autorizzata. Un altro risultato dell’incontro del gennaio 1919 è la nascita nella primavera dello stesso anno della Commissione provvisoria per la conservazione, a cui partecipano alcuni tra i più famosi accademici e scienziati russi. Tra le prime realizzazioni di questo organismo c’è il primo parco nazionale della Russia sovietica: l’Ilmenskij zapovednik, parco mineralogico negli Urali meridionali interamente dedicato all’attività scientifica, il primo del suo genere in tutto il mondo, particolarmente caldeggiato, fra gli altri, dal mineralogista Vladimir Ivanovic Vernadskij, uno dei maggiori studiosi europei dell’epoca. Il decreto istitutivo viene firmato, ancora una volta da Lenin, il 4 maggio 1920. Le realizzazioni degli anni venti Tutta una serie di altri importanti provvedimenti per la tutela delle foreste, per la disciplina della caccia e per la protezione della fauna selvatica vedono la luce nel periodo 1918-1923. Questo, tuttavia, non è un periodo facile per la politica ambientale, perché il paese è sconvolto dalla guerra civile e l’azione del governo è costantemente condizionata da drammatici problemi di bilancio. “Per fortuna il periodo di Lenin – osserva Weiner – ha lasciato solide fondamenta sulle quali costruire”.

I provvedimenti di questo primo periodo, infatti, costituiscono la base per le importanti realizzazioni della seconda metà degli anni venti, quando con la fine delle operazioni belliche e con il varo della Nuova politica economica (NEP), l’economia sovietica riprende rapidamente slancio e vengono avviate nuove iniziative in molti campi. E’ questo il periodo d’oro dell’ecologia e del movimento conservazionistico in Urss. Vengono creati numerosi zapovediniki, la cui area totale raggiunge i 40 mila kmq nel 1929. Cattedre di ecologia vengono istituite un po’ in tutte le principali università . Si sviluppa un vero e proprio movimento per la conservazione della natura, largamente autonomo dal governo comunista, dal quale riceve comunque molti appoggi. Nel 1924 il commissariato all’istruzione crea la Società panrussa di conservazione con lo scopo di “promuovere con tutti i mezzi l’attuazione pratica della conservazione… e di risvegliare l’interesse della società”. La conservazione viene inserita nei programmi scolastici. Viene pubblicata la rivista “Okrana Prirodi” (Conservazione della natura) che dedica dei servizi anche ai parchi nazionali degli altri paesi. Nel 1925 viene istituito il Goskomitet, comitato statale incaricato di sovrintendere e coordinare la politica di protezione della natura e la gestione dei parchi nazionali. Tra le associazioni che svolgono un ruolo importante in questo campo vi è anche l’Ufficio centrale per lo studio delle tradizioni locali, creato nel 1922 sotto l’egida dell’Accademia delle scienze, il quale è una vera associazione di massa diretta da scienziati, che alla fine degli anni venti conta circa sessantamila iscritti, più di duemila circoli e una notevole indipendenza dal governo. Materialismo marxista ed ecologia scientifica Interessante l’ispirazione “ideologica” di questa politica e di questi movimenti.Secondo Weiner, si attua in questo periodo un fecondo dialogo fra alcuni degli esponenti più attenti e aperti del nuovo potere e l’ala avanzata degli ecologi e del movimento conservazionistico. I primi, sulla scia di Lenin e del materialismo marxista che concepisce la società umana come interna alla natura, giudicano parte essenziale di una razionale politica socialista una “saggia gestione” delle attività produttive e delle risorse naturali (foreste, materie prime, risorse faunistiche, varietà fitobiologiche, ecc.), per la quale ci si deve ovviamente ispirare al costante sviluppo delle conoscenze scientifiche. I secondi rappresentano la giovane generazione di studiosi molti dei quali, prima della guerra e della rivoluzione, hanno avuto modo di viaggiare, studiare e lavorare all’estero e di partecipare ai dibattiti ecologici internazionali. Essi in genere condividono l’ispirazione “modernizzatrice” del nuovo regime sovietico col quale accettano di collaborare di buon grado. Riguardo alla protezione della natura essi non ragionano più nei termini della sensibilità romantico-conservatrice della precedente generazione, ma secondo un nuovo approccio che si può ben dire “scientifico”, cioè ispirato ai più recenti sviluppi delle scienze ecologiche. In questo clima promettente, tra la metà degli anni venti e i primi anni trenta, gli ec ologi sovietici partecipano al rinnovamento delle scienze ecologiche con contributi di primo piano: Vladimir Vernadskij pubblica nel 1926 i saggi in cui propone il moderno concetto di biosfera; Vladimir Stanchinskij tra il 1929 e il 1931 studia per la prima volta al mondo le strutture trofiche dei sistemi ecologici; Georgij Gauze, all’inizio degli anni trenta, propone il principio di esclusione competitiva che sviluppa le intuizioni proposte pochi anni prima dall’italiano Vito Volterra e dall’americano Alfred Lotka. E questi sono solo alcuni esempi.In questo quadro si afferma anche quello che è l’originale proposta russa in materia di zone protette, lo zapovednik, tipo di parco nazionale interamente sottratto alle attività umane e riservato alla sola ricerca scientifica sulla natura vergine, la quale deve assumere il ruolo di “modello” (etalon) sia per comprendere gli equilibri naturali originari sia per studiare i modi di una gestione razionale delle foreste, delle colture, ecc. da parte dell’uomo.

Lo scontro sui piani quinquennali e la repressione Questo quadro purtroppo cambia alla fine degli anni venti, in coincidenza con l’avvio del primo piano quinquennale, mentre si acuisce lo scontro dentro al gruppo dirigente comunista che porta all’espulsione di Trotskij dall’Urss e alla rottura tra l’ala buchariniana e quella del segretario generale. Stalin, come è noto, lancia in questo periodo l’industrializzazione “a tappe forzate” del paese, cui fa seguito la crisi dei rapporti con le campagne e la collettivizzazione forzata. Per l’Urss è di nuovo un periodo di crisi e di conflitti. Il rapporto dialettico fra il potere e gli ecologi finisce. A questi ultimi ora si chiede di assoggettarsi agli imperativi dello sviluppo economico fissati dall’alto. Nello stesso tempo, al libero dibattito filosofico-scientifico e al confronto delle posizioni culturali subentra la “bolscevizzazione” delle scienze e della cultura. Si tratta in realtà di una uniformizzazione ideologica imposta d’autorità, con poco rispetto delle esigenze della ricerca scientifica e della verità. Di fronte ai primi effetti negativi sull’ambiente dello sviluppo industriale accelerato (aumento dell’inquinamento e del degrado in certe zone, sfruttamento eccessivo di certe risorse naturali, ecc.), in un primo momento gli ecologi sollecitano la revisione degli obiettivi dei piani economici e avanzano idee innovative come quella di studiare in anticipo l’impatto ambientale delle scelte economiche, per sottoporle ad una disciplina ecologica razionale. Ma al potere non c’è più Lenin e, dal 1929, a capo del commissariato del popolo all’istruzione non c’è più Lunaciarskij.

I burocrati che affermano in questi anni la loro assoluta preminenza negli apparati in grazia della loro fedeltà al segretario generale, sono sensibili soltanto agli imperativi economici, concepiti peraltro in un senso molto ristretto. Nel momento in cui ben più terribili tragedie accompagnano lo scontro politico ai vertici del potere, gli ecologi “recalcitranti” vengono rapidamente rimossi dai loro posti e qualche volta incarcerati. Questa sorte tocca nel 1934 anche a Vladimir Stanchiskij, in quel momento il più originale teorico russo dell’ecologia e il più tenace difensore della politica di conservazione. Va purtroppo perduto il libro a cui egli stava lavorando in quel momento e che si occupava di temi teorici di estrema importanza. Finisce così l’originale esperimento che ha visto per un quindicennio una feconda collaborazione tra il socialismo e l’ecologia e che ha prodotto risultati di assoluto rilievo. Col prevalere del modello staliniano, si afferma invece una ideologia dello sviluppo e del rapporto con la natura di marca grettamente economicistica. Lo sviluppo viene misurato in base ai milioni di tonnellate di carbone e di acciaio prodotti, e alle dimensioni ciclopiche delle realizzazioni industriali. Simbolo di questo periodo è l’Hidroproject, l’ente incaricato di realizzare in tutto il paese canali, dighe e impianti idroelettrici, che certo aiutano la rapidissima trasformazione industriale del paese, ma al prezzo di ingenti devastazioni ambientali. All’obiettivo di una prudente gestione ambientale fondata sulle conoscenze scientifiche, subentra ora la pretesa di “trasformare la natura” e di “correggerne gli errori millenari”, come suonano alcune dichiarazioni di Stalin. Una pretesa che nei decenni successivi avrà pesanti conseguenze, non del tutto estranee al declino e alla crisi a cui andrà incontro il “socialismo reale” a partire dalla metà degli anni settanta. Ma questo è già un altro capitolo della vicenda dell’ecologia in Urss, che potrebbe essere trattato in un prossimo articolo. (15.12.1992) [pubblicato nel “Calendario del popolo” n. 573 (1993)] Scheda LE

PRIME LEGGI SOVIETICHE DI PROTEZIONE DELLA NATURA

Porta la firma di Lenin il decreto “Sulla terra”, emanato due giorni dopo la presa del potere, che stabilisce la proprietà statale delle foreste, delle acque e dei minerali del sottosuolo e riserva allo Stato il potere di disporne. Questo provvedimento soddisfatta una delle rivendicazioni fondamentali dei conservazionisti ma la situazione di emergenza creata dalla guerra, e più tardi la guerra civile, non favoriscono certo un’applicazione corretta di questo principio. Già agli inizi del 1918 il giornale “Lesa respubliki” (foreste della repubblica) protesta vivacemente per il taglio indiscriminato dei boschi autorizzato dalle autorità. In risposta a queste allarmi, il 14 maggio 1918 il governo emana la legge fondamentale “Sulle foreste”, firmata personalmente da Lenin, che intende moderare gli eccessi. La legge introduce l’idea di un piano e del controllo statale sul patrimonio forestale e crea l’Amministrazione centrale delle foreste incaricata di gestire il patrimonio forestale sulla base dei criteri di una produzione sostenibile e di una riforestazione pianificata. A questo scopo le foreste vengono distinte in sfruttabili e protette. Fra gli altri scopi della legge si indicano poi il controllo dell’erosione, la protezione dei bacini fluviali e la “preservazione dei monumenti della natura”. Purtroppo la guerra civile vanifica in gran parte questi sforzi iniziali e solo dopo la sua cessazione è possibile riprendere una politica di gestione razionale del patrimonio forestale. L’apertura ai produttori privati, introdotto con la Nuova politica economica, porta un nuovo ordine di problemi. Sono introdotti diritti di sfruttamento acquistabili in condizioni di concorrenza presso gli organi locali del Commissariato all’agricoltura (Narkomzem) che ha la piena autorità del settore. L’Amministrazione forestale continua ad esercitare un ruolo di controllo.

Per disciplinare la nuova situazione, il 7 luglio 1923 viene introdotto il nuovo “Codice forestale” ispirato, come il decreto del 1918, allo spirito di una gestione razionale e sostenibile che elenca, fra l’altro, le aree da proteggere come monumenti della natura o come riserve naturali. Il nuovo codice, inoltre, proibisce il taglio nelle province la cui superficie comprende meno dell’8% di boschi; le amministrazioni provinciali possono autorizzare l’abbattimento (per non oltre cinquanta ettari) dove l’area forestale supera il 35% del totale. In tutti gli altri casi il permesso deve essere dato dall’amministrazione centrale. Secondo Weiner, queste misure risultarono abbastanza efficaci, almeno fino alla fine degli anni venti quando l’avvio dei piani quinquennali diede inizio a una “nuova tempesta”. L’esportazione delle pellicce era tradizionalmente una voce importante nel bilancio commerciale della Russia e la disciplina della caccia era da tempo un obiettivo del movimento conservazionista. Il primo disegno di legge di disciplina della caccia viene proposto nel febbraio 1919 da una commissione del Dipartimento tecnico-scientifico del Consiglio dell’economia nazionale di cui fanno parte alcuni specialisti come Shillinger, Zhitkov e Kozhevnikov.

Un provvedimento-stralcio, che disciplina le armi e le stagioni venatorie, firmato da Lenin, è adottato già alla fine di maggio. Un provvedimento organico (che tra l’altro proibisce del tutto la caccia all’alce e al gatto selvatico) è pronto il 1 agosto 1919 ma l’iter della legge si blocca per controversie sulle competenze fra il Commissariato all’educazione e quello all’agricoltura. E’ questo il primo episodio di un conflitto interburocratico sulle competenze in materia di conservazione che si ripresenterà sistematicamente per i successivi quattordici anni. Il decreto viene probabilmente salvato dall’intervento di Shillinger. Firmato da Lenin, diventa legge il 24 luglio 1920 col titolo “Sulla caccia”. Esso conferisce al Narkomzem la piena responsabilità nel settore codificando la biforcazione istituzionale in materia di conservazione. L’Amministrazione centrale della caccia esercita la supervisione sui regolamenti dell’attività venatoria a scopo sportivo ed economico e ha la facoltà di stabilire riserve di caccia, laboratori scientifici e stazioni di ibridazione degli animali e degli uccelli. Essa ha anche il compito di liquidare i parassiti e i predatori (fra cui il lupo).

Agli organi scientifici dell’Amministrazione della caccia collaborano inizialmente studiosi di primo piano del settore, fra i quali Kozhevnikov, Shillinger e Zhitkov, ma le sue negligenze gli tolgono rapidamente credito: i primi due lasciano il Narkomzem per il Narkompros nel 1925. (Fonte: Weiner, Models of Nature, pp. 24-30).

pubblicato in “Marxismo rivoluzionario” n. 3 (gennaio 2004)

LENIN SCONOSCIUTO

di Tiziano Bagarolo

Lenin fu l’ispiratore delle prime iniziative del potere sovietico in campo ambientale. E non per caso. Le prove della sua attenzione per i problemi della natura si possono rintracciare in diversi scritti. E’ questo un lato inedito del suo pensiero e della sua opera e la conferma che un’altra via di sviluppo era possibile per l’Urss e per il socialismo. Anche in campo ecologico, lo stalinismo fu la negazione dell’eredità leniniana e delle potenzialità rivoluzionarie dischiuse dall’Ottobre.

C’è un aspetto, certo non dei maggiori ma neppure trascurabile, del pensiero e dell’opera di Lenin che resta sostanzialmente sconosciuto ai militanti, e anche alla maggioranza degli studiosi, e che invece merita di essere recuperato e conosciuto, non per mero scrupolo storico ma per ragioni sostanziali. Si tratta del contributo teorico e soprattutto pratico che il rivoluzionario russo ha dato nel campo della politica dell’ambiente.

Questo “Lenin sconosciuto” è una smentita di una certa rappresentazione convenzionale che è stata data molte volte dell’uomo e del dirigente rivoluzionario come insensibile a tutto ciò che non fosse lotta ideologica e azione immediata per il potere.

Rappresenta anche la rivelazione di una precoce e insospettata attenzione del potere dei soviet per i problemi ecologici, che proprio da Lenin ebbe un significativo incoraggiamento, e la confutazione di diffusi luoghi comuni quali la cecità del marxismo nei confronti della natura o l’inevitabile “fallimento ecologico” del socialismo.

La ricostruzione di questa dimensione inedita del grande rivoluzionario russo ci consente inoltre di rispondere, con solidi argomenti e precisi riferimenti ai fatti storici, all’imputazione rivolta in anni recenti ai padri del marxismo, e segnatamente a Lenin, per il preteso “divorzio” fra il marxismo (e il socialismo) e l’ecologia, divorzio che avrebbe contribuito agli esiti disastrosi sul terreno ambientale delle prime società post-capitalistiche e che più in generale avrebbe provocato il ritardo con cui il movimento operaio è arrivato a fare i conti teorici e pratici con la questione dell’ambiente.

Come vedremo, è vero esattamente il contrario. Non solo Lenin, nel suo sforzo di analisi delle contraddizioni del capitalismo, manifestò fin dai primi anni del Novecento un’attenzione non comune per temi che oggi diremmo ecologici ma, una volta alla guida del potere sovietico, pur nelle condizioni estremamente sfavorevoli della guerra civile, si preoccupò di impostare una strategia di protezione della natura e di gestione razionale delle risorse naturali che avrebbe dato per oltre un decennio risultati più che positivi. E che prefigurava la possibilità di un “socialismo ecologico” che non si è tradotto nella realtà non per congeniti vizi ideologici del marxismo o del “leninismo”, come alcuni pretendono, ma per l’involuzione staliniana della Russia post-rivoluzionaria, nelle condizioni tremende create dalla degenerazione burocratica, dalla sconfitta della rivoluzione in Occidente e dall’isolamento internazionale del primo Stato operaio. 

Lenin e la politica sovietica di protezione della natura

Fino a una ventina d’anni fa, in Occidente si conosceva ben poco della politica di protezione della natura attuata nei primi anni del potere sovietico e gli studiosi occidentali giudicavano pura propaganda le affermazioni degli storici sovietici che attribuivano a Lenin l’ispirazione di tale politica. Va aggiunto che la disastrosa situazione dell’ambiente in Urss, venuta alla luce con l’incidente di Chernobyl e con la crisi del regime burocratico, nonché note vicende di repressione politica contro studiosi di primo piano, come il famigerato caso Lysenko-Vavilov negli anni quaranta, non incoraggiavano certo a pensare all’Urss come a un modello nel campo dell’ecologia e delle politiche ambientali.

Un quadro affatto diverso e una vicenda storica di estremo interesse, invece, è stata rivelata dagli studi dello storico americano Douglas Robert Weiner che, approfittando delle aperture del periodo gorbacioviano, ha potuto condurre una ricerca approfondita negli archivi sovietici riportando alla luce documenti originali da decenni interdetti anche agli studiosi sovietici (1). La ricerca di Weiner non solo ha confermato il ruolo diretto svolto da Lenin nella promozione delle politiche ambientali del potere sovietico ma ha altresì consentito di apprezzarne il valore intrinseco e di comprendere un dato storico fondamentale: l’impulso e l’ispirazione di Lenin hanno consentito all’ecologia e alla conservazione della natura di sperimentare in Urss un periodo di progressi e di risultati straordinari, all’avanguardia a livello mondiale, per tutti gli anni venti. In seguito, il rovesciamento di quella ispirazione, che comincia bruscamente all’inizio degli anni trenta nel quadro delle complessiva staliniz­zazione del paese, ha comportato un drammatico arretramento dell’autonomia degli studiosi, l’emarginazione di idee e impostazioni d’avanguardia sul terreno delle relazioni economia-ambiente e una drastica perdita di efficacia delle politiche ambientali. Di qui il disastro ecologico che accompagna nei decenni successivi l’impetuoso ma irrazionale sviluppo industriale dell’Urss staliniana e che prolunga le sue conseguenze fino alla crisi del regime burocratico negli anni ottanta.

Il movimento per la protezione della natura aveva mosso i primi passi in Russia già prima della guerra, sulla scia dei paesi occidentali più avanzati in questo campo, Stati Uniti e Germania in particolare. Gli studiosi russi avevano avanzato idee d’avanguardia sulla protezione della natura (2) e proposto un piano di parchi naturali, rimasto ovviamente senza seguito. Non c’è dunque da stupirsi se anche fra i conservazionisti prevaleva l’opinione che la Russia avesse bisogno di urgenti e radicali mutamenti politici e sociali (3) . La caduta dello zar fu perciò accolta con favore e nei mesi che seguirono la rivoluzione del febbraio 1917 sorsero nei maggiori centri del paese nuove società geografiche e naturalistiche (4) .

Tuttavia, al momento della presa del potere da parte dei bolscevichi, le simpatie nei loro confronti erano scarse. Osserva Weiner che l’approccio del partito di Lenin nei confronti della conservazione era un’“incognita politica”. In effetti, il partito bolscevico non aveva mai discusso in precedenza e adottato una chiara posizione in materia.

Anche per questo la posizione personale di Lenin assumeva un’importanza decisiva. Benché anch’egli non avesse mai affrontato in modo organico e complessivo i temi dell’ambiente, fra i dirigenti bolscevichi Lenin era uno dei più consapevoli in materia (vedremo più avanti alcuni suoi scritti degli inizi del secolo). In lui la convinzione circa l’urgenza di incrementare le forze produttive del paese si accompagnava a una chiara consapevolezza della necessità di rispettare le leggi naturali. L’obiettivo dell’efficienza nella gestione dell’economia socialista includeva, e non ignorava, l’esigenza di una gestione accorta delle risorse naturali e della loro preservazione e quella del rispetto delle leggi ecologiche, come si può vedere in questo passo tratto dall’indirizzo ai delegati comunisti del Consiglio centrale panrusso dei sindacati dell’aprile 1919: “Per proteggere le fonti delle nostre risorse dobbiamo agire in accordo con le leggi scientifico-tecniche. Per esempio, trattando del rendimento delle nostre foreste, dobbiamo stare attenti che l’industria forestale agisca correttamente. Trattando del petrolio, dobbiamo attrezzarci per prevenire gli sprechi. E’ necessario insomma sforzarsi di applicare le leggi scientifico-tecniche e un criterio di sfruttamento razionale.” (5) 

Questa consapevolezza – e la percezione realistica dell’arretratezza storica della Russia in cui, all’indomani della conquista del potere da parte degli operai, prevalevano le sterminate masse contadine e la gretta burocrazia statale ereditata dallo zarismo (6) – rafforzavano in Lenin la radicata convinzione che la nuova Russia doveva far tesoro della migliore eredità culturale e scientifica della borghesia, per cui era necessario cercare un’intesa con il mondo accademico e con gli “specialisti” borghesi disponibili a collaborare e, più in generale, promuovere con ogni mezzo lo sviluppo delle scienze teoriche e applicate per elevare il livello culturale e quello tecnologico del paese e creare le condizioni per un rapido incremento della produttività (7).

Guidato da queste convinzioni, nell’aprile del 1918 Lenin concludeva l’accordo con l’Accademia delle scienze: il governo sovietico riconosceva l’autonomia delle istituzioni scientifiche e universitarie in cambio della loro leale collaborazione con il nuovo potere. Con lo stesso spirito, ma forse con la percezione di un’urgenza particolare, lavorava per la collaborazione con gli esponenti delle scienze della natura e dei circoli conservazionisti.

Sono molte le testimonianze di contemporanei che attestano una particolare sensibilità di Lenin per i problemi di protezione della natura (8). Sappiamo che nelle settimane trascorse a nascondersi dopo “le giornate di luglio” del 1917, egli lesse alcune opere di argomento ecologico (9). Weiner ricorda anche qualche aneddoto della vita privata di Lenin che testimonia la sua sensibilità naturalistica: la passione giovanile per la pesca e le escursioni lunga il fiume Svijaga presso Simbirsk e, più tardi, sulle alture lungo il Volga a Zhiguli; le escursioni con la moglie Krupskaja sulle Alpi, sui Giura e sui Tatra, durante l’esilio in Europa occidentale; la sua netta preferenza, in materia di tempo libero, per il partito dei “progulisty” (i naturalisti) contro i “kinemasty” (i cinefili). Abitudini conservate, per quanto possibile, anche durante gli anni frenetici del potere (10).

Ben più importanti sono, naturalmente, le azioni politiche concrete. E qui è significativo il fatto che le prime leggi sovietiche di protezione della natura portano tutte la firma di Lenin, e non certo per un mero fatto burocratico (11).

Dopo il decreto “sulla terra”, dei primi giorni della rivoluzione, che mise nelle mani dello Stato tutte le risorse naturali, sottraendole allo sfruttamento dei privati e creando le premesse per una loro gestione razionale, due sono i momenti salienti dell’avvio della politica sovietica nel campo dell’ambiente. Ed entrambi portano l’impronta di Lenin.

Il primo, già menzionato, fu l’accordo fra il governo sovietico, nella persona del Commissario del popolo all’istruzione Anatolij Vasilevic Lunaciarskij, e l’Accademia delle scienze, con il quale il potere sovietico riconosceva l’autonomia delle istituzioni accademiche e scientifiche in cambio dell’impegno a una leale collaborazione. Si tenga presente che l’orientamento ideologico dei leader dell’Accademia era tutt’altro che favorevole ai bolscevichi (e alle tendenze socialiste in generale). Ciò nondimeno, l’accordo ridusse la conflittualità e rese possibile una collaborazione che diede nel tempo frutti importantissimi, soprattutto dopo la fine della guerra civile. Come vedremo più avanti, l’ecologia e le scienze naturali in generale beneficeranno in modo particolare di questo quadro favorevole.

Il secondo evento è meno noto. Si tratta dell’incontro del gennaio 1919 fra Lenin e Nikolaj Nikolaevic Podiapolskij, agronomo bolscevico di Astrakan, città nella regione del Volga, incontro che segna il punto di partenza della politica sovietica di tutela della natura. Vale la pena di riferire estesamente l’episodio così come lo racconta Douglas Weiner.

In quei giorni il governo sovietico era impegnato in una battaglia di vita o di morte contro l’armata del generale “bianco” Kolciak che aveva superato gli Urali e minacciava il cuore del territorio “rosso”. Malgrado la difficile situazione, il 16 gennaio Lenin trova il tempo, su sollecitazione di Lunaciarskij, di ricevere al Cremlino Nikolaj Podiapolskij, responsabile del Commissariato del popolo all’istruzione ad Astrakan, giunto a Mosca per perorare due proposte: aprire una università nella sua città e istituire una riserva naturale (zapovednik, in russo) nel delta del Volga (essa sarà in effetti la prima area naturale protetta istituita dal potere sovietico, l’11 aprile 1919).

Racconterà più tardi Podiapolskij che, dopo averlo ascoltato e “dopo avermi fatto qualche domanda sulla situazione militare e politica della regione di Astrakan, Vladimir Ilic diede la sua approvazione a tutte le nostre iniziative e in particolare a quella che riguardava il progetto di zapovednik. Dichiarò che la causa della conservazione era importante non solo per la regione di Astrakan, ma altrettanto per l’intera repubblica, e che egli la considerava una priorità urgente.” Lenin propose pertanto a Podiapolskij di elaborare subito un progetto di legge sulla conservazione da applicare a tutto il paese. Costui, già il giorno successivo, dopo aver lavorato freneticamente con l’aiuto di alcuni legali e di alcuni attivisti di Mosca, consegnò il testo per il parere di Lenin e, con sua grande sorpresa, lo ricevette indietro nella giornata stessa corredato dalle osservazioni del capo del governo.

Successivamente il provvedimento venne inviato per l’approvazione definitiva al Commissariato del popolo all’istruzione. Non si trattò di una scelta casuale. Con acuta lungimiranza, Lenin voleva che la responsabilità per la protezione della natura fosse affidata a un organismo senza interessi diretti nello sfruttamento delle risorse naturali per garantirgli il massimo di autonomia e di efficacia nell’espletamento dei suoi scopi istituzionali. “Una scelta molto oculata”, osserva Weiner, carica di conseguenze positive (12). Dopo aver superato vari ostacoli burocratici, sollevati non a caso dai “ministeri” economici, con un ritardo di due anni, il 16 settembre 1921 il decreto “Sulla protezione dei monumenti della natura, i giardini e i parchi”, firmato personalmente da Lenin, divenne legge dello Stato. Punto qualificante: l’attribuzione al Commissariato all’istruzione delle competenze in materia di protezione della natura e della facoltà di istituire parchi nazionali (zapovedniki) in qualsiasi parte del territorio della nazione giudicato di particolare valore ambientale, scientifico o storico-culturale. Nei parchi nazionali, inoltre, veniva proibita ogni attività economica (caccia, pesca, prelievo di uova o di piante, ecc.) non espressamente autorizzata.

Un secondo risultato dell’incontro del gennaio 1919 fu la creazione nella primavera dello stesso anno della Commissione provvisoria per la conservazione, in seguito ribattezzata Comitato scientifico o Comitato statale per la protezione dei monumenti della natura, con alcuni tra i più noti accademici e scienziati russi, come il geografo Anuchin, il mineralogista Fersman, gli zoologi Kots e Ognev, gli ecologi Severtsov, Kozhevnikov e Zhitkov. A capo della Commissione venne posto l’astronomo bolscevico Vagran Tigran Ter-Oganesov. Una delle prime realizzazioni di questo organismo fu l’istituzione del primo parco nazionale della Russia sovietica, l’Ilmenskij zapovednik, nella regione di Miass negli Urali meridionali (13). Il decreto istitutivo venne firmato da Lenin il 4 maggio 1920.

In conclusione, la presenza e l’intervento di Lenin nell’avvio della politica sovietica di protezione della natura rivestirono un ruolo molto importante se non decisivo. Il punto qualificante degli atti legislativi che si susseguirono fra il ’19 e il ’21 fu l’attribuzione al Com­missariato del popolo all’istruzione (Narkom­pros) delle competenze non solo della gestione dei parchi nazionali ma dell’intera politica di conservazione. Questa attribuzione fu tutt’altro che scontata e tranquilla. Viceversa, fu fonte di ricorrenti conflitti interbu­rocratici con il Commissariato all’agricoltura (Narkomzem) che a più riprese reclamerà a sé la gestione delle aree protette per poterle sfruttare economicamente. Senza riuscirci, almeno fino al 1934. Poi, come per il resto dell’Unione sovietica, la musica cambierà. “Fortunatamente, il periodo di Lenin aveva lasciato solide fondamenta su cui costruire”, è il giudizio finale di Weiner, con cui non si può non consentire (14).

Lenin, Bogdanov e l’ecologia

Anche se il ruolo di Lenin nell’avvio di una avanzata politica sovietica dell’ambiente è ormai, dopo le ricerche di Weiner, un fatto storicamente accertato, non è mancato chi in anni recenti ha voluto interpretare in modo affatto diverso non tanto l’opera (che è fuori discussione) quanto la “filosofia” di Lenin in relazione alla ricezione dell’ambientalismo in Urss e più in generale nel marxismo. Si segnalano in questo senso i saggi di due studiosi che hanno la pretesa di definirsi “ecosocialisti”: Juan Martinez-Alier, che non era al corrente dell’opera di Weiner quando ha formulato la sua tesi; e Arran Gare, che invece utilizza in modo a dir poco discutibile, parziale e tendenzioso le ricerche di Weiner (15).

Juan Martinez-Alier (16) in Ecological Eco­no­mics, un lavoro del 1987 per altri aspetti originale e pregevole, mette sotto accusa Lenin per la polemica filosofica condotta in Materialismo e empiriocriticismo (17) contro Alek­sandr Bogdanov (18) e i “machisti” russi. Egli vede un rappor­to di causalità fra la posizione critica di Lenin nei confronti dell’“ener­getismo” di Wilhelm Ostwald e della sua versione russa e “marxista” di Bogdanov e l’as­serita “insensibilità” del marxismo nei riguardi delle problematiche ecologiche e in particolare della dimensione energetico-entropica dei processi produttivi (19). Arriva ad affermare che, attaccando Bogdanov, che aveva suggerito una connessione fra disponibilità di energia e forze produttive, Lenin si sarebbe spinto “quasi a respingere lo stesso concetto di energia. La critica di Lenin a Bogdanov e a Ostwald, inoltre, sarebbe stata una vera “iattura” perché con essa “la nube del sospetto leniniano… si addensò intorno al concetto di energia, e ancor più all’energetica sociale” (20).

Di queste pesanti affermazioni di Martinez-Alier c’è sostanzialmente una sola cosa da dire: sono l’opposto della realtà. Per un verso egli travisa malamente la posizione di Lenin sull’energia e sull’energetismo. Per un altro, il suo giudizio sul valore e il significato di quest’ultima corrente filosofica è fortemente squilibrato. In ogni caso, è storicamente infondato il ruolo che egli attribuisce a questo scritto di Lenin e alle posizioni in esso sostenute. In Materialismo ed empiriocriticismo Lenin non si sogna affatto di negare il concetto di energia; anzi, in via d’ipotesi egli non rifiuta neppure la possibilità di fare dell’energia, invece che degli atomi, il concetto base per l’interpretazione del mondo fisico; per Lenin questo è un problema empirico che va lasciato interamente agli sviluppi della ricerca scientifica. Ciò a cui si oppone è l’interpretazione in chiave idealistica di questa sostituzione, come se la “scomparsa della materia” (ossia la crisi della nozione meccanicistica di materia invalsa fino ad allora nella fisica) comportasse la scomparsa del mondo oggettivo; e come se quello di energia non fosse anch’esso un concetto materialistico. La questione è discussa con chiarezza nel quinto capitolo intitolato “La rivoluzione moderna nelle scienze naturali e l’idealismo filosofico”, dove si esamina l’affermazione di alcuni fisici secondo cui le ultime scoperte della fisica (in particolare la scoperta dell’elettrone e della divisibilità dell’atomo) avrebbero comportato la “scomparsa della materia”. Lenin non ha problemi ad ammettere tale affermazione, se essa riguarda i modelli di interpretazione del mondo fisico. Cosa diversa è attribuire ad essa un valore ontologico per negare la realtà del mondo obiettivo, come fanno invece Mach e Avenarius, più confusamente Ostwald e, più ambiguamente, Bog­danov (21).

Nel sesto capitolo, “Empiriocriticismo e materialismo storico”, Lenin prende in esame l’e­ner­getica sociale, o per dir meglio la revisione bogdanoviana del materialismo storico. Anche qui, la sua critica non è rivolta all’ener­getica come tale, ma all’applicazione esteriore, pasticciata e confusa della terminologia “energetica” al materialismo storico, ciò che contribuisce a confondere le idee piuttosto che a portare un arricchimento analitico reale (22).

Partendo dalle tesi di Martinez-Allier, Arran Gare, ha cercato di trovare la chiave di spiegazione storica della vicenda dell’ambienta­lismo sovietico (23). Egli collega lo sviluppo dell’ambientalismo a Bogdanov e alle sue idee in campo filosofico (l’energetismo) e sociale (il Proletkult) e stabilisce invece un nesso di continuità fra Lenin e Stalin. Mentre il materialismo e il centralismo di Lenin sono responsabili, per Gare, del modello di socialismo ultra-industrialista e antiecologico prevalso sotto Stalin, all’approccio di Bogdanov viene invece attribuita la paternità di una “via alternativa” la cui sconfitta avrebbe avuto per l’Urss e per il socialismo le ben note conseguenze.

L’esposizione fatta da Gare di alcuni aspetti poco noti del pensiero e dell’opera di Bogdanov è interessante ma non dimostra affatto la sua tesi. Il procedimento di Gare consiste nel sovrapporre alla vicenda storica una lettura ideologica precostituita volta a “dimostrare” una causalità ideale che, per il resto, non è confortata da nessun elemento di fatto (24). In Gare, l’unica parvenza di un argomento storico è la concomitanza fra la fioritura dell’ecologia e la parallela esistenza del Proletkult, il movimento di “cultura proletaria” ispirato da Bogdanov. Ma è difficile, o meglio impossibile, vedere una qualsiasi affinità, per non dire un rapporto di causalità, fra i due fenomeni (25).

In breve, le interpretazioni di Juan Martinez-Alier e di Arran Gare non stanno in piedi. Se da un lato travisano completamente il senso della posizione di Lenin, attribuendo invece a quella di Bogdanov un significato che storicamente non ha avuto, dall’altro sono smentite in concreto dalla verifica storica a cui, dopo l’Ottobre 1917, vennero sottoposti tanto gli uomini quanto le idee che furono al centro di quella polemica filosofica.

Il “materialismo” non solo non impedì ma semmai motivò l’impegno di Lenin a favore delle scienze naturali, dell’ecologia e di una politica di conservazione della natura. Il rifiuto dell’“energetismo” filosofico, d’altra parte, non gli impedì di giudicare fondamentale e prioritario per lo sviluppo economico e socialista del paese lo sforzo per l’elettrificazione (sintetizzato anche in uno slogan famoso: “Il socialismo è uguale ai soviet più l’elettrificazione”).

Per altro, il già “bogdanoviano” Lunaciarskij – ma “trotskista” nel 1917 – ebbe dal “materialista” Lenin non solo l’incarico di Commissario del popolo all’istruzione ma, proprio in virtù di quel ruolo, ebbe anche il compito di occuparsi della protezione della natura che Lenin volle, con sguardo lungimirante, sottratta all’influenza dei dicasteri coinvolti direttamente nello sforzo economico. In questo compito delicato Lunaciarskij ricevette da Lenin il massimo appoggio per l’adozione di misure d’avanguardia a favore della conservazione e della ricerca ecologica.

Ancora: nei conflitti ideologici che presero forma nella seconda metà degli anni venti furono i “materialisti dialettici” del gruppo di Deborin coloro che seppero meglio dialogare in modo fecondo con le scienze naturali e con l’ecologia (26). Viceversa, un motivo tipicamente “bogdanoviano” – la contrapposizione di una pretesa “scienza proletaria” alla “scienza borghese”– divenne all’inizio degli anni trenta il tema portante dei normalizzatori staliniani, protagonisti prima dell’attacco all’ecologia e alla conservazione e, più tardi, dell’assalto alla genetica mendelliana (27).

In conclusione: le posizioni filosofiche che si scontrarono nel dibattito del primo decennio del secolo sull’empiriocriticismo non solo non offrono una chiave di spiegazione della liquidazione da parte di Stalin, due decenni dopo, dell’ecologia e dell’ambientalismo in Urss, ma neppure gettano una qualsiasi luce sul tema sollevato da Martinez-Alier, ossia le ragioni del “divorzio” intercorso fra il marxismo e l’ecologia. Nello specifico, è del tutto infondata l’individuazione di una responsabilità “filosofica” di Lenin in tal senso. Occorre cercare in tutt’altra direzione.

Al contrario di quanto pretendono Juan Martinez-Alier e Arran Gare, è lecito affermare invece che, non solo Lenin possedeva una chiara percezione dell’esistenza di problemi ecologici, ma la sua posizione politico-filosofica lo predisponeva a comprenderne la rilevanza. Lo si può ricavare da un esame più ampio dei suoi scritti filosofici, esteso ad esempio ai Quaderni filosofici (28), e soprattutto da alcuni saggi dei primi anni del Novecento, raccolti in volume col titolo La questione agraria e i “critici di Marx”, in cui sono esplicitamente trattati alcuni temi ecologici di rilievo, come il degrado dei suoli ad opera delle tecniche capitalistiche di coltivazione o l’antagonismo fra città e campagna, e dove Lenin ci ha lascia­to le sue opinioni sul modo in cui il socialismo avrebbe dovuto affrontare tali questioni (29).

 L’immagine della natura nel materialismo dialettico leniniano

Negli appunti sparsi e discontinui dei Quaderni filosofici non possiamo trovare una elaborazione originale e sistematica; possiamo tuttavia rintracciare, nelle sottolineature e nelle osservazioni di assenso o di dissenso annotate da Lenin in margine alle sue letture filosofiche, molti elementi del suo pensiero sulla natura e sul rapporto uomo-natura. Essi non ci offrono nuove scoperte: ci confermano semmai il particolare debito del materialismo dialettico leniniano verso Engels (e verso Feuerbach e Hegel) per ciò che riguarda la concezione dell’uomo come parte del mondo naturale, o quella dei processi spirituali come prodotto della materia organica e non di una Ragione o di uno Spirito disincarnati. Non occorre fare qui un’analisi approfondita di questi materiali. Ci limitiamo a richiamare alcuni passaggi più significativi.

Negli appunti (redatti dopo il 1909) sulle Lezioni sull’essenza della religione di Feuerbach, Lenin riporta numerosi passi del filosofo materialista tedesco in cui è affermato il carattere originario e onnicomprensivo della natura, il suo essere corporea, materiale, fondamento della vita dell’uomo, complesso di forze ed enti sensibili in costante rapporto di interazione30. Si veda, ad esempio, questa citazione da Feuerbach dal forte sapore “olistico”, sorta di anticipazione filosofica del punto di vista ecologico: “Ciò che infatti l’uomo chiama finalità della natura non è altro che l’unità del mondo, l’armonia delle cause e degli effetti, la connessione generale in cui esiste e opera ogni cosa della natura.” (31)

Osservazioni interessanti sulla natura e la conoscenza umana della stessa intessono gli appunti di lettura (del 1914-15) della Scienza della logica di Hegel. Riassumendo alcuni passaggi della “filosofia dell’essenza”, secondo la sua precipua lettura “materialistica” di Hegel, Lenin fa in realtà la sintesi del proprio punto di vista in termini che meritano di essere qui riferiti perché consentono di apprezzare le affinità esistenti fra la visione filosofica dell’essere propria del materialismo dialettico e la visione della natura propria dell’ecologia scientifica: “Se non sbaglio, c’è molto misticismo e vuota pedanteria in questi ragionamenti di Hegel, ma è geniale l’idea fondamentale: dell’universale, onnilaterale e vivente connessione di tutto con tutto e del rispecchiamento di questa connessionenei concetti dell’uomo, che devono essere altresì affinati, elaborati, duttili, mobili, relativi, reciprocamente connessi, essere uno nelle opposizioni, per poter abbracciare il mondo. La prosecuzione dell’opera di Hegel e di Marx deve consistere nell’elaborazione dialettica della storia del pensiero umano, della scienza e della tecnica.” (32) 

Più avanti un passo che riassume il valore e i limiti della conoscenza umana della natura: “L’uomo non può afferrare = rispecchiare = riflettere la natura intera, completamente, nella sua ‘totalità immediata’, ma può solo avvicinarsi eternamente a questo, creando astrazioni, concetti, leggi, un’immagine scientifica del mondo…” (33)

Ma Hegel fornisce a Lenin spunti significativi anche sul rapporto uomo-natura, e in particolare sul ruolo della tecnica in relazione alle leggi di natura. A tal proposito Lenin è estremamente chiaro nel porre le leggi di natura come fondamento e limite dell’attività umana: “Le leggi del mondo esterno, della natura… sono il fondamento dell’attività finalistica umana. Nella sua attività pratica l’uomo ha dinnanzi a sé il mondo oggettivo, dipende da esso, determina per suo tramite la propria attività… Due forme del processo oggettivo: la natura… e l’attività ponentesi un fine. Correlazione di queste due forme. I fini dell’uomo sembrano dapprima estranei (‘altri’) rispetto alla natura. La coscienza dell’uomo, la scienza… rispecchia l’essenza, la sostanza della natura, ma è al tempo stesso un che di esteriore rispetto alla natura (non coincide con essa immediatamente, semplicemente). La tecnica… serve ai fini dell’uomo appunto perché il suo carattere (essenza) consiste nella sua determinazione da parte delle condizioni esterne (leggi della natura)… In realtà i fini dell’uomo sono generati dal mondo oggettivo e lo presuppongono: lo trovano come un dato, come presente. Ma all’uomo sembra che i suoi fini siano fuori del mondo e da esso indipendenti (‘libertà’).” (34)

Sui problemi ecologici dell’agricoltura capitalistica

Troviamo invece le prove dell’attenzione precoce di Lenin per i temi ambientali in alcuni saggi degli inizi del Novecento, composti e pubblicati fra il 1901 e il 1907 e successivamente raccolti in volume col titolo La questione agraria e i “critici di Marx”. In questi scritti – occasionati dalle polemiche seguite alla pubblicazione nel 1898 del voluminoso saggio di Karl Kautsky Die Agrarfrage (la questione agraria), che riproponeva e aggiornava autorevolmente le posizioni marxiste in materia (35) – Lenin esamina criticamente le posizioni dei “revisionisti” tedeschi (David, Hertz, ecc.) e dei critici russi di Kautsky (Bulgakov e Cernov). Questi, sulla scia degli economisti borghesi, tendevano a negare lo sviluppo capitalistico dell’agricoltura e ad attribuire al carattere conservatore delle “forze della natura” e alla cosiddetta “legge della fertilità decrescente della terra” l’arretratezza dell’economia agricola e l’impoverimento dei contadini, cioè ad eludere o a negare le vere cause sociali e storiche di questi fenomeni.

Lenin, in effetti, non si limita a una difesa d’ufficio di Kautsky o della teoria marxista, compito che comunque porta a termine con la ben nota implacabilità, demolendo i critici nel me­rito e nel metodo e dimostrando ad abun­dan­tiam la loro inattendibilità scientifica. Riprendendo spunti e idee della sua opera precedente Lo sviluppo del capitalismo in Russia, egli ripropone proprio alla luce delle novità introdotte dallo sviluppo storico e dall’avanzamento delle scienze naturali, l’intatta validità delle posizioni di Marx e di Engels sulla rendita, sulla penetrazione dei metodi capitalistici nelle campagne, sulle tendenze alla concentrazione della proprietà agraria e alla rovina dei piccoli produttori indipendenti e così via. Su due temi in particolare Lenin difende appassionatamente Kautsky e le posizioni dei “classici”: 1) l’analisi delle conseguenze antiecologiche dei metodi della moderna agricoltura capitalistica, che provocano il depauperamento del suolo, compromettono la salute dei lavoratori e comportano l’inquinamento delle città e dei fiumi; 2) la soluzione socialista di questi problemi, che passa necessariamente per l’eliminazione progressiva dell’antagonismo fra città e campagna da un lato e dall’altro per l’utilizzo di tecniche di coltivazione attente a preservare la fertilità dei suoli (“sostenibili”, diremmo oggi).

Nel quarto dei saggi che compongono il volume – significativamente intitolato L’eliminazione dell’antagonismo fra città e campagna. Questioni particolari sollevate dai “critici” – dopo aver duramente replicato a Cernov e alle accuse da questi rivolte a Kautsky di ignorare i risultati delle più recenti ricerche scientifiche (36), Lenin ribadisce il punto di vista già espresso negli scritti di Marx e di Engels. Osserva in particolare che l’utilizzo dei fertilizzanti artificiali “sarebbe un palliativo in confronto allo sperpero degli escrementi umani dovuto all’attuale sistema di fognatura delle città… E’ chiaro che la possibilità di sostituire i concimi naturali con fertilizzanti artificiali e il fatto che questa sostituzione venga (parzialmente) già praticata non intaccano minimamente la verità che è irrazionale sperperare senza utilizzarli i concimi naturali, infettando tra l’altro coi rifiuti i fiumi e l’aria nelle zone suburbane e vicine ai centri industriali… I fertilizzanti artificiali – dice Kautsky … – ‘permettono di far fronte alla diminuzione della fertilità del terreno; ma la necessità di impiegarli in quantità sempre maggiori significa soltanto che nuovi pesi si aggiungono ai molti altri che già gravano sull’agricoltura, pesi che non sono una necessità naturale, ma derivano dai rapporti sociali esistenti’.” (37)

Si noti che Lenin difende “la concezione socialista dell’eliminazione dell’antagonismo tra città e campagna contro i critici (Bulgacov e Hertz) che l’avevano definita “pura fantasia” e “utopistica”, per motivi fondamentalmente ecologici: “Ma l’aperto riconoscimento della funzione progressiva delle grandi città nella società capitalistica non ci impedisce affatto d’includere nel nostro ideale (e nel nostro programma d’azione…) l’eliminazione dell’antagonismo tra città e campagna. Non è vero che ciò equivalga a rinunciare ai tesori della scienza e dell’arte. Al contrario: ciò è indispensabile per rendere questi tesori accessibili a tutto il popolo, per eliminare quell’isolamento dalla civiltà di milioni di abitanti della campagna che Marx ha giustamente definito ‘idiotismo della vita rustica’. E oggi che l’energia elettrica può essere trasmessa a grandi distanze, che la tecnica dei trasporti è giunta fino a permettere di trasportare i viaggiatori, e con minori spese (di quelle attuali), a più di 200 verste all’ora [una versta è pari a km 1,07; ndr], non esiste assolutamente nessun ostacolo tecnico a che tutta la popolazione, disseminata in modo più o meno uniforme per tutto il paese, approfitti dei tesori della scienza e dell’arte accumulati in alcuni centri nel corso dei secoli.

E, se nulla si oppone all’eliminazione dell’antagonismo tra città e campagna (e non si deve certo immaginarla nella forma di un unico atto, ma in quella di tutta una serie di misure), non è certo il solo ‘sentimento estetico’ a richiederla. Nelle grandi città gli uomini sono soffocati, secondo l’espressione di Engels, dal fetore dei loro propri rifiuti [Lenin fa qui riferimento a un passo di Engels ne La questione delle abitazioni, ndr], e tutti coloro che possono fuggono periodicamente dalla città alla ricerca di aria fresca e di acqua pura. Anche l’industria si dissemina per tutto il paese, perché anch’essa ha bisogno di acqua pura. Lo sfruttamento delle cascate, dei canali e dei fiumi per produrre energia elettrica darà nuovo impulso a questa ‘dispersione dell’industria’. Infine, last but not least, l’utilizzazione razionale dei rifiuti della città in generale, e degli escrementi umani in particolare, tanto importanti per l’agricoltura, esige anch’essa la soppressione dell’antagonismo tra città e campagna.” (38)

Infine – e chiudiamo con questo l’esame di questi scritti, che in verità presentano molti altri spunti di attualità (39) – meritano di essere riferite alcune osservazioni di portata generale relative al rapporto uomo-natura che Lenin inserisce en passant nella trama del suo ragionamento perché, fra l’altro, smentiscono il luogo comune che accusa il marxismo e i marxisti di disconoscere il posto della natura nei processi produttivi in virtù di un’errata valutazione del lavoro umano come unica forza produttiva. Questo, invece, è proprio l’errore che Lenin, sulla scia di Marx, contesta a Bulgakov che “…scade al livello dell’economia volgare, chiacchierando di sostituzione del lavoro umano alle forze della natura, ecc. Sostituire il lavoro umano alle forze della natura è, generalmente parlando, altrettanto impossibile quanto sostituire i pud agli arsin [la prima è una misura russa di lunghezza, la seconda di peso, ndr]. Nell’industria come nell’agricoltura l’uomo può soltanto utilizzare l’azione, se la conosce, delle forze della natura e rendere più facile a sé stesso questa utilizzazione per mezzo di macchine, attrezzi, ecc.” (40)

Questa osservazione, apparentemente marginale, ci dice in verità due cose importanti: 1) che sul terreno analitico Lenin presta grande attenzione alla dimensione fisica, concreta, dei processi produttivi (che è quella nella quale si manifestano in prima istanza i problemi ecologici, perché questi sono per l’essenziale problemi del ricambio materiale organico fra le società umane e il loro ambiente naturale); 2) che sul terreno filosofico più generale Lenin riconosce nella natura un ordine predeter­minato e irriducibile alla volontà umana, un ordine che l’uomo non può pensare di alterare. Si tratta di una posizione, come per altro quelle di Marx e di Engels, che rientra indubbiamente nella tradizione dell’antro­pocen­trismo che convenzionalmente si fa risa­lire a Francesco Bacone, ma di un antropocen­trismo prudente e saggio, consapevole delle relazioni, e delle responsabilità, che connettono le società umane al proprio ambiente naturale (41).

Si potrebbe osservare a questo punto che la posizione di Lenin che scaturisce dal nostro esame non è particolarmente originale: egli, in fin dei conti, si limita a ribadire concetti e orientamenti già proposti da Marx e da Engels e riproposti da Kautsky. Questo è vero, ma il punto che ci premeva sottolineare qui non era l’originalità di Lenin in relazione all’elaborazione marxista, ma piuttosto il fatto che, ben prima dell’Ottobre 1917, egli aveva assimilato e rielaborato personalmente questi temi così da possedere di questa materia una chiara consapevolezza politico-teorica. Ciò significa, in altre parole, che l’interesse con cui Lenin accolse Podiapolskij al Cremlino ed esaminò le sue idee in materia di protezione della natura, in quelle convulse giornate di guerra civile del gennaio 1919, non fu un fatto casuale e neppure il frutto di una mera sensibilità di indole personale. Quell’interesse nasceva da un’acuta consapevolezza dei problemi da affrontare, che a sua volta aveva una solida base teorica e filosofica. Questa base era il marxismo o, se si vuole, lo specifico “marxismo di Lenin”, alieno tanto da interpretazioni economicistiche quanto da letture idealistiche, rafforzato dalla frequentazione delle medesime “fonti filosofiche” di Marx e di Engels e forse reso più avvertito nei confronti della natura dalla passione per le scienze naturali appresa dal giovane Vladimir sui libri del fratello maggiore Aleksandr.

L’esame storico e teorico qui condotto, ci hanno consentito di delineare la figura, per certi aspetti inattesa, di un dirigente marxista rivoluzionario in possesso di una non comune percezione dei problemi ecologici e delle loro cause, nonché di idee ben precise sul modo di affrontarli e di un raro senso dell’opportunità sui passi concreti da intraprendere, stante il difficile contesto generale, obiettivo e soggettivo, per inserire la conservazione nel disegno della trasformazione socialista. Questo, anche se misconosciuto, è il contributo prezioso che Lenin ha lasciato in un campo in cui allora tutti, non solo il giovane potere sovietico, muovevano i primi passi.

Nella tragedia complessiva dell’involuzione staliniana della rivoluzione sovietica, rientra anche il capitolo della tragedia dell’ecologia sovietica. L’impulso geniale dato da Lenin in questo campo fu non solo soffocato e tradito nella pratica, ma anche pressoché cancellato dalla memoria. E’ a questo tradimento e a questo oblio, in verità, che dobbiamo imputare, almeno per quello che riguarda la sua causa­zione ideale, il “divorzio” durato a lungo fra il movimento operaio e l’ambientalismo.

Anche se questo non è il luogo per ricostruire l’intera vicenda dell’ecologia sovietica, è utile riferire qui sommariamente il seguito della sua storia e in particolare il modo in cui lo stalinismo, anche in questo campo, ha rovesciato e negato l’eredità di Lenin.

L’eredità di Lenin e la tragedia dell’ecologia sovietica sotto Stalin

Abbiamo già visto il giudizio di Weiner sull’azione di Lenin: “Per fortuna, il periodo di Lenin ha lasciato solide fondamenta sulle quali costruire”. I provvedimenti degli anni 1918-1923, per quanto in parte inapplicati, costituirono infatti la base per le significative realizzazioni della seconda metà degli anni venti, quando l’economia sovietica riprese rapidamente slancio. Fu questo il periodo d’oro dell’ecologia e della conservazione in Urss. Vennero creati varie decine di zapovedniki, la cui area totale raggiunse i quattro milioni di ettari nel 1929. Cattedre di ecologia vennero istituite nelle principali università. Nacque un vero e proprio movimento per la conservazione della natura, dotato di larga autonomia dal governo, dal quale riceveva comunque incoraggiamenti ed appoggi attraverso il Commissariato all’istruzione e al suo titolare, Lunaciarskij.

Nel 1924 venne creato dal Commissariato all’istruzione la Società panrussa di conservazione con lo scopo di “promuovere con tutti i mezzi l’attuazione pratica della conservazione… e di risvegliare l’interesse della società”. La protezione della natura divenne parte dei programmi scolastici e vide la luce la rivista “Okrana Prirodi” (Conservazione della natura) dedicata a questi temi con un’apertura internazionale. Nel 1925 presso il medesimo Commissariato venne istituito il Goskomitet, comitato statale incaricato di sovrintendere e coordinare la politica di protezione e la gestione dei parchi nazionali.

Negli stessi anni si sviluppa il ruolo in questo campo di un’associazione creata nel 1922 sotto l’egida dell’Accademia delle scienze, l’Ufficio centrale per lo studio delle tradizioni locali, vera e propria organizzazione di massa diretta da scienziati, giunta alla fine degli anni venti a contare sessantamila iscritti e più di duemila circoli locali.

Secondo Weiner, ebbe successo in questo periodo il dialogo fra gli esponenti più attenti e aperti del nuovo potere sovietico (oltre a Lenin e i già citati Lunaciarskij e Podiapolskij, vanno ricordati Smidovic e Ter-Oganesov, che ricoprirono a lungo posizioni di vertice in organismi legati alla conservazione), e l’ala avanzata degli ecologi e del movimento conserva­zionista (Kozhevnikov, Severstov, Shillinger, Alechin, Stanchiskij, Kashkarov, Makarov…). I primi, sulla scia dell’insegnamento di Lenin, giudicavano importante una saggia gestione delle attività produttive e delle risorse naturali ai fini di un’armonica edificazione socialista, e facevano conto per questo sulla collaborazione con gli ambienti scientifici. I secondi, che rappresentavano la giovane generazione di studiosi, molti dei quali prima della guerra avevano avuto modo di viaggiare e studiare all’estero e di partecipare ai dibattiti internazionali, condividevano l’ispirazione moder­nizzatrice del regime e in materia di protezione della natura non partivano da pregiudizi anti-industriali, presenti forse nella precedente generazione, ma da un approccio scien­tifico.

Questa collaborazione diede risultati straordinari sia in campo scientifico (42), sia, come abbiano detto sopra, in campo realizzativo.

Ma questo quadro favorevole cambiò radicalmente tra la fine degli anni venti e la metà degli anni trenta, in coincidenza con l’avvio dei piani quinquennali e la definitiva affermazione del potere di Stalin ai vertici della burocrazia. Erano gli anni terribili dell’industrializzazione “a tappe forzate”, della crisi dei rapporti con le campagne e della collettivizza­zione coatta. Sul piano politico furono gli anni dell’espulsione di Trotsky dal paese, della liquidazione di tutte le opposizioni, dell’avvio delle grandi purghe.

Il rapporto dialettico fra il regime e gli studiosi, instaurato da Lenin e garantito da Luna­ciar­­skij, venne meno. Al dibattito relativamente libero fra diverse posizioni scientifiche e filosofiche, che aveva caratterizzato gli anni venti, subentrò la “bolscevizzazione” delle scienze e della cultura, ossia l’obbligo per artisti e studiosi di uniformarsi ai criteri ideologici imposti dall’alto, senza molto rispetto per le regole dell’arte, della ricerca e della verità (43). Agli ecologi, in particolare, venne chiesto di smetterla di discutere gli obiettivi dei piani quinquennali e di assoggettarsi agli imperativi di crescita fissati dai burocrati dei ministeri economici. Di fronte agli effetti negativi sull’ambiente dello sviluppo industriale accelerato (inquinamento e degrado del territorio, sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, ecc.), gli ecologi avevano infatti reagito denunciando gli obiettivi irrealistici, reclamando attenzione per i limiti naturali e avanzando idee innovative come quella di valutare anticipatamente l’impatto ambientale delle scelte economiche (44). Ancora nel 1931, nel primo manuale sovietico di ecologia scritto da Danijl Kashkarov, uno stretto collaboratore di Stanchinskij, si poteva leggere un’intelligente difesa dell’ecologia come guida essenziale per una pianificazione razionale dello sviluppo economico socialista (45).

Ma l’affermarsi della dittatura totalitaria di Stalin al vertice dello Stato e il potere dei suoi scherani nel mondo accademico (nel 1929 Lunaciarckij lasciò la guida del Commissariato all’istruzione) lasciarono pochi spiragli agli ecologi. Fra il 1932 e il 1934, Isai Izrailovic Prezent e Trofim Denisovic Lysenko (che più tardi diventeranno famosi per la persecuzione contro Nicolaj Vavilov a la genetica mendel­liana in nome di una improbabile scienza “proletaria” (46)) fecero le prove generali della “nor­ma­lizzazione” proprio con l’ecologia. I recal­citranti furono rimossi dai loro incarichi, molti arrestati. Sorte che nel 1934 toccò anche a Vladimir Vladimirovic Stanchinskij, in quel momento il più originale teorico russo dell’ecologia e il più tenace difensore della politica di conservazione. Finì così lo straordinario esperimento che aveva visto per tre lustri la feconda collaborazione fra il regime sovietico e un settore di nuova intelligentsija e che aveva prodotto risultati di grande portata il cui significato storico andava oltre la Russia e gli anni venti per investire una delle questioni vitali della nostra epoca.

Col prevalere dello schema staliniano del “socialismo in un paese solo”, finì per prevalere anche un’idea dello sviluppo e del rapporto con la natura di marca grettamente economi­cistica. I passi in avanti del “socialismo” vennero misurati in base ai milioni di tonnellate di carbone e di acciaio prodotti o alle dimensioni ciclopiche delle realizzazioni industriali. Simbolo del periodo divenne l’Hidroproject, l’ente di Stato incaricato di realizzare in tutto il paese canali, dighe e impianti idroelettrici, che forse favorirono a breve termine la rapidissima trasformazione industriale del paese, ma al prezzo di un’ingente devastazione ambientale.

Alla preoccupazione di una prudente gestione dell’ambiente naturale ispirata a criteri scientifici, subentrò la pretesa di “trasformare la natura” e di “correggerne gli errori millenari”, come suonavano le affermazioni di Stalin. Più grave ancora, l’annullamento di ogni dialettica democratica all’interno della società sovietica lasciò alla burocrazia dominante le mani libere per ogni arbitrio. La stessa normativa ambientale molto avanzata, varata nei primi anni del potere sovietico, finì per restare lettera morta e le istanze della protezione dell’ambiente vennero emarginate e soffocate per almeno un ventennio (47).

In queste condizioni, la soppressione della proprietà privata della terra e delle risorse naturali, che aveva reso possibili le realizzazioni degli anni venti, non fu sufficiente per impedire lo sfruttamento irrazionale delle risorse e del territorio, la devastazione delle aree vergini, gli effetti nefasti di uno sviluppo economico la cui logica rifletteva le miopi priorità dei gruppi burocratici dominanti a livello centrale e locale. E’ questo il quadro che produrrà in seguito misfatti come l’inquinamento del Lago Bajkal, la morte del Mare d’Aral, il progetto di invertire il corso dei fiumi siberiani, la catastrofe nucleare di Chernobyl …

E’ in questi sviluppi politici, non certo nella polemica filosofica fra Lenin e Bogdanov dei primi del Novecento, che vanno cercate le radici reali del disastro ecologico del “socialismo reale”, ossia della perversione dell’idea di socialismo che storicamente porta il nome di “stalinismo”. Anche in questo campo, dunque, Stalin ha rappresentato la negazione, non certo la continuità, dell’eredità di Lenin.

 

Note

(1) Oltre a numerosi saggi pubblicati su varie riviste, sulla storia dell’ecologia in Urss dalla rivoluzione a Gorbaciov D. R. Weiner ha scritto due fondamentali volumi: Models of Nature. Ecology, Conservation, and Cultural Revolution in Soviet Russia, Indiana University Press, 1988; e: A Little Corner of Freedom. Russian Nature Protection from Stalin to Gorbachev, University of California Press, 1999. I lavori di Weiner hanno stimolato l’interesse degli studiosi in Ucraina e in Russia e nuove ricerche su aspetti particolari hanno visto la luce nell’ultimo decennio. Purtroppo nulla di tutto questo è disponibile in italiano.

(2) Nel 1909 lo zoologo russo Grigorij Aleksandrovic Kozhevnikov aveva proposto l’idea, del tutto nuova nell’ambito del movimento conservazionista internazionale, di istituire riserve naturali completamente isolate da ogni attività umana (zapovedniki), non solo per motivi protezionistici ma anche per scopi scientifici, per poter disporre di modelli (etaloni) del funzionamento della natura vergine. La sua sensibilità d’avanguardia si rivela anche nel seguente episodio: nel 1913, alla Conferenza internazionale per la protezione della natura di Berna, Kozhevnikov si battè quasi isolato per la protezione non solo della natura ma anche dei popoli primitivi.

(3) “Questo appoggio [ai cambiamenti, ndr] si sarebbe più tardi trasformato in collaborazione col nuovo regime sovietico” scrive Weiner con riferimento in particolare a Kozhevnikov, esponente di punta del movimento (op. cit., p. 21).

(4) La Commissione permanente per la conservazione della Società geografica organizzò un’importante Conferenza della conservazione a Pietrogrado dal 30 ottobre al 2 novembre, dove si incontrarono alcuni dei più importanti naturalisti russi del periodo prerivoluzionario, come Borodin, Kozhevnikov, Taliev, Andrei e Veniamin Petrovic Semenov-tian-shanskij. Nel corso della conferenza fu presentato da Zavadskij un disegno di legge per la creazione di un’autorità governativa centrale preposta alla conservazione con ampi poteri di esproprio. Nella stessa occasione V. P. Semenov-tian-shanskij presentò il primo piano per una rete nazionale di zapovedniki concepiti sul modello dei parchi nazionali americani. Nel tardo autunno avrebbe dovuto riunirsi a Mosca anche la prima assemblea della Società moscovita di conservazione (il 12 novembre, secondo il nuovo calendario), ma l’appuntamento venne annullato perché le strade erano insicure per i combattimenti. D’altra parte la guerra e i rivolgimenti sociali nelle campagne avevano avuto un impatto devastante sull’ambiente naturale e ciò non preoccupava solo i conservazionisti. Weiner riferisce un episodio significativo. Nell’estate del 1917, il soviet di Kronstadt, preoccupato per la possibilità che venisse devastata la famosa riserva naturale di Askania-Nova in Ucraina meridionale, votò una risoluzione per chiedere al governo provvisorio di intervenire e quest’ultimo inviò ad Askania-Nova il botanico Pachoskij (che vi sarebbe rimasto fino al 1923) e il generale Kozlov.

(5) Weiner, op. cit., p. 23, nota 24.

(6) Su queste questioni si veda il rapporto al VII congresso del partito (marzo 1918) I compiti immediati del potere sovietico: “L’aumento della produttività del lavoro esige anzi tutto che siano garantite le basi materiali della grande industria… Un’altra condizione per elevare la produttività del lavoro è in primo luogo lo sviluppo educativo e culturale della massa della popolazione.” in Opere scelte, vol. IV, p. 671; si veda pure il Rapporto sul programma del partito all’VIII congresso (vedi nota successiva). Si confronti con lo scritto di quattro anni dopo Meglio meno, ma meglio (marzo 1923), in Opere scelte, vol. VI, pp. 745-757.

(7) “Pensare di poter edificare il comunismo  soltanto con le mani dei comunisti puri, senza l’aiuto degli specialisti borghesi, è un’idea puerile… Questi ultimi hanno fatto progredire la cultura nel quadro del regime borghese; arricchivano cioè la borghesia d’immense conquiste materiali, delle quali al proletariato non riservavano che un’infima parte. Ma essi hanno fatto progredire la cultura. Era questa la loro professione. Nella misura in cui vedono che nella classe operaia emergono strati organizzati e progrediti che non soltanto apprezzano la cultura, ma aiutano a diffonderla tra le masse, essi cambiano il loro atteggiamento verso di noi.” (Lenin, Rapporto all’VIII congresso del Pc(b)r (marzo 1919), in Opere scelte, vol. V. p. 240 e 259). Sulla stessa linea Trotsky: “[Occorre] trarre dalle vecchie istituzioni tutto quello che hanno di buono e utile per adattarlo alle nuove esigenze… In fondo [non farlo] sarebbe come rinunziare alle macchine che sono servite fino ad oggi a sfruttare gli operai. Sarebbe una vera follia. Reclutare specialisti competenti è tanto indispensabile quanto avere al nostro attivo tutti i mezzi di produzione e di trasporto e, in generale, tutte le ricchezze del paese.” (Rapporto alla Conferenza di Mosca del marzo 1918).

(8) In parte, probabilmente, eredità dell’ambiente famigliare e dell’influenza ricevuta in gioventù dal fratello, Aleksandr Uljanov, studente di scienze naturali.

(9) Fra questi M. N. Bogdanov, Dalla vita della natura russa, che faceva parte della vasta collezione di testi di biologia, agronomia e agricoltura appartenente alla sua ospite e futura segretaria, Maria Fofanova, e Vasilij Sukachev, Paludi, formazione, sviluppo e caratteristiche. Si sa che egli commentò il libro con la Fofanova, rimarcando in particolare la possibilità di utilizzare la torba delle paludi russe come combustibile per l’elettrificazione del paese, “ma possiamo supporre”, osserva Weiner, “che Lenin rimanesse pure colpito dallo spirito olistico ed ecologico del testo di Sukachev, un’opera pionieristica nel campo delle comunità ecologiche”.

(10) Tutte queste informazioni in Weiner, op. cit. p. 23. Del suo amore per la natura ha scritto anche la sorella Anna: “Durante l’estate, specialmente dopo i congressi, le conferenze o le grosse polemiche in seno al comitato direttivo, cercava di andare a riposarsi a contatto con la natura, sulle rive del mare o in montagna. Sceglieva sempre un luogo solitario e selvaggio, la pensione più semplice e più economica. Questo amore per la natura, a contatto della quale ritrovava la serenità, lo accompagnerà per tutta la vita.” (da Autobiografie di bolscevichi, a cura di G. Haupt e J.J. Marie, Samonà e Savelli, Roma 1970, p. 49).

(11) I provvedimenti principali, oltre a quelli di cui si parla nel testo, sono la legge “Sulle foreste” e quella “Sulla caccia”. In proposito si veda la scheda in queste stesse pagine.

(12) Weiner, op. cit., pp. 26-27.

(13) Si tratta di un parco mineralogico interamente dedicato all’attività scientifica, il primo del suo genere in tutto il mondo, creato sulla base di un progetto avanzato già prima della guerra e caldeggiato dai maggiori geologi russi dell’epoca, fra i quali Fersman, Vernadskij e Fedorovskij.

(14) Weiner, op. cit., p. 39.

(15) Negli ultimi quindici anni, si è avuta un’attenzione crescente di studiosi di orientamento in senso lato “marxista” per le questioni ecologiche. Si sono avuti anche numerosi tentativi di “nuova” lettura e “nuova” valutazione delle posizioni dei “classici”, se non di vera e propria riformulazione teorica di alcune categorie fondanti del marxi­smo. Non c’è qui lo spazio per fare un quadro esauriente di questi sviluppi. Elenchiamo soltanto alcune opere di riferimento: James O’Connor, L’ecomarxismo. Introduzione a una teoria, Datanews, Roma, 1989 (ed. orig. Capitalism, Nature, Socialism: A Theoretical Introduction, 1988); Juan Martinez-Alier, Economia ecologica. Energia, ambiente, società, Garzanti, Milano, 1991 (ed. orig. Ecological Economics. Energy, Environment and Society, Basil Blackwell, Oxford, 1987); Reiner Grundman, Marxism and Ecology, Oxford University Press 1991; Elmar Alvater, The Future of the Market, Verso, New York 1993; Ted Benton (a cura di), The Greening of Marxism, The Guilford Press, New York London, 1996; Paul Burkett, Marx and Nature: A Red and Green Perspective, St. Martin Press, New York, 1999; John Bellamy Foster, Marx’s Ecology: Materialism and Nature, Montly Review Press, New York, 2000; e Ecology Against Capitalism, Montly Review Press, New York, 2002. Merita una segnalazione lo scritto dello studioso italiano Michele Nobile, Merce-natura ed ecosocialismo. Per una critica del “capitalismo reale”, Erre emme edizioni, Roma, 1993. Ci permettiamo di segnalare anche alcuni nostri contributi: Tiziano Bagarolo, Marxismo ed ecologia, Nei 1989; Marx-Engels-Podolinskij: una traccia teori­ca perduta?, in “Giano. Ricerche per la pace”, n. 10, Roma, 1992; Marxismo e questione ecologica, Edizioni Punto rosso, Milano, 1993. Molti di questi tentativi, però, presentano, a parere di chi scrive, due seri limiti: il prevalere di tentazioni reinterpretative in chiave ideologica, a scapito di uno sforzo di ricostruzione analitica e di verifica scientifica del pensiero dei “classici”; lo scarso interesse per la storia del movimento reale dell’ultimo secolo e mezzo, spesso liquidata secondo schemi ideologici aprioristici. Due difetti presenti anche nei lavori di Martinez-Alier e di Gare.

(16) Juan Martimez Alier è un’economista catalano; dirige la rivista “Ecologìa politica” sorella in lingua spagnola della rivista “ecosocialista” di O’Connor “Capitalism Nature Socialism”; ha il merito nello scritto citato di aver richiamato l’attenzione su una galleria di precursori pressoché dimenticati della moderna critica ecologica, studiosi che hanno scritto con approcci diversi sulle relazioni fra società e ambiente tra la fine dell’Ottocento a la metà del Novecento; il personale punto di vista di Martinez-Alier, però – egli condivide fondamentalmente l’approccio “energetista” –, falsa completamente molti suoi giudizi; ne fanno le spese, ingiustamente, anche Engels e Lenin.

(17) L’opera fu scritta da Lenin nel 1908, durante l’esilio, e fu pubblicata l’anno seguente in Russia.

(18) Su Bogdanov vedi la scheda biografica in queste stesse pagine.

(19) Secondo Martinez-Alier, Lenin sarebbe stato la causa di un “secondo” passo falso nella “falsa partenza” tra marxismo ed ecologia, essendo stato il primo la reazione negativa di Engels a un saggio del socialista ucraino Podolinskij che nel 1880 aveva proposto di riformulare la teoria del plusvalore in termini fisici (Juan Martinez-Alier, Economia ecologica, Garzanti, Milano, 1991, pp. 304-305). La nostra ricostruzione del “caso Podolinskij” in Tiziano Bagarolo, Marxismo ed ecologia: un’occasione perduta?, nel “Calendario del popolo”, nn. 547 e 548, 1991; e in Marx-Engels-Podolinskij: una “traccia teorica” perduta?, in “Giano”, n. 10, aprile 1992.

(20) Ivi, p. 305. 

(21) “Quando i fisici dicono che ‘la materia scompare’, vogliono dire che finora le scienze naturali riducevano tutte le ricerche sul mondo fisico a tre nozioni ultime: la materia, l’etere, l’elettricità; oggi invece restano soltanto le due ultime nozioni perché si può ridurre la materia all’elettricità e si può rappresentare l’atomo come un qualcosa di simile a un sistema solare infinitamente piccolo, nel quale gli elettroni negativi e positivi gravitano a una velocità determinata… Le scienze naturali conducono dunque all’‘unità della materia’…: tale è il significato effettivo dell’affermazione che la materia scompare o che l’elettricità si sostituisce alla materia, ecc. affermazione che disorienta così tanta gente. ‘La materia scompare’: ciò significa che scompare il limite al quale finora si arrestava la nostra conoscenza della materia, significa che la nostra conoscenza della materia si approfondisce; scompaiono certe proprietà della materia che prima ci sembravano assolute, immutabili, primordiali (impenetrabilità, inerzia, massa, ecc,) e che ora si dimostrano relative, inerenti soltanto a certi stati della materia. Poiché l’unica ‘proprietà’ della materia, il cui riconoscimento è alla base del materialismo filosofico, è la proprietà di essere una realtà obiettiva, di esistere fuori della nostra coscienza.” (Lenin, Opere scelte, v. III, pp. 213-214); “Ostwald ha tentato di schivare quest’inevitabile alternativa filosofica (materialismo o idealismo), adoperando in modo indeterminato la parola ‘energia’… Se l’energia è movimento, voi… non avete fatto altro che trasferire la questione: si muove la materia? nella questione: l’energia è materiale? Avviene una trasformazione dell’energia fuori dalla mia coscienza, indipendentemente dall’uomo e dal genere umano, o si tratta soltanto di idee, di simboli, di segni convenzionali, ecc.? La filosofia ‘energetica’ si è rotta la testa appunto su questo problema, su questo tentativo di rimediare vecchi errori gnoseologici ricorrendo a una ‘nuova’ terminologia.” (ivi, p. 222); “La trasformazione dell’energia è considerata, nelle scienze naturali, come un processo obiettivo, indipendente dalla coscienza dell’uomo e dall’esperienza umana; in altre parole, essa è considerata materialisticamente. In molti casi, e probabilmente nella grandissima maggioranza dei casi, lo stesso Ostwald intende per energia il movimento materiale.” (ivi, p. 223); “L’energetica di Ostwald ci offre un bell’esempio della rapidità con la quale una ‘nuova’ terminologia diviene di moda e della rapidità con la quale ci si rende conto che qualche modificazione del modo di esprimersi non elimina affatto le questioni filosofiche fondamentali e le tendenze fondamentali della filosofia. Il materialismo filosofico e l’idealismo possono essere espressi (più o meno coerentemente, beninteso) nei termini dell’‘energetica’… La fisica energetica è la sorgente dei nuovi tentativi idealistici di concepire il movimento senza la materia, in seguito alla scomposizione di particelle di materia finora ritenute non scomponibili e alla scoperta di nuove forme finora sconosciute di movimento materiale.” (ivi, p. 225).

(22) A Bogdanov Lenin rimprovera innanzitutto di ridurre l’essere sociale a mera coscienza sociale: questo è “idealismo”, non materialismo, osserva Lenin; in secondo luogo lo accusa di usare come “vuote frasi” i riferimenti alla biologia e alla selezione naturale applicati alla società; in conclusione gli rimprovera di aver operato un travisamento idealistico del marxismo assorbendo l’influenza di una corrente antimaterialistica borghese, il machismo. “Bogdanov non si impegna affatto in un’analisi marxista, ma travisa, con una terminologia biologica ed energetica, i risultati precedentemente già ottenuti per mezzo di quest’analisi. Questo tentativo, dal principio alla fine, è completamente inutile, poiché l’applicazione dei concetti di ‘selezione’, di ‘assimilazione’ e di ‘disassimilazione’ dell’energia, di bilancia energetica e così di seguito, al campo delle scienze sociali, è vuota fraseologia… il trasferimento di concetti biologici, in generale, nel campo delle scienze sociali, è solo una frase. Che questo trasferimento venga effettuato con ‘buone’ intenzioni, o nell’intento di convalidare conclusioni sociologiche false, la frase rimane tuttavia sempre vuota. E l’‘energetica sociale’ di Bogdanov, la dottrina della selezione sociale da lui associata al marxismo, è per l’appunto una frase di questo genere.” (ivi, pp. 271-272). Per chi fosse interessato: un buon testo sul ruolo dell’energia nelle società umane e sulla connessione fra sistemi energetici e forze produttive è il seguente: Jean-Claude Debeir, Jean-Paul Deléage, Daniel Hemery, Sto­ria dell’energia. Dal fuoco al nucleare, Edizioni del Sole-24 ore, Milano,1987 (ed. orig. Les servitudes de la puissance. Une histoire de l’énergie, Flamarion, Paris, 1986. Il testo contiene anche una trattazione della politica energetica dell’Urss.

(23) Arran Gare, Soviet environmentalism. The Path Not Taken, in “Capitalism Nature Socialism”, vol. 4. n. 4, 1994, ora in Ted Benton (a cura di), The Greening of Marxism, Guilford Press, New York London 1996, pp. 111-128.

(24) Per comprendere l’affidabilità dei giudizi storici di Gare, basti questo passaggio dedicato alla liquidazione della Nep da parte di Stalin: “Stalin abbracciò la causa degli operai i quali, delusi dal contrasto fra il declino delle proprie condizioni di vita e la crescente prosperità dei contadini, guardavano alla Nep come a un tradimento della rivoluzione. Rispondendo alle richieste di questi operai, egli diede inizio a una rivoluzione culturale per purgare la società delle forme borghesi di pensiero.” (p. 119)!

(25) Weiner, che ha studiato lo sviluppo dell’ecologia in Urss negli anni Venti sui documenti originali, non solo non fa parola di una possibile rapporto fra il Proletkult e l’ecologia o l’ambientalismo, ma anzi presenta le posizioni del Proletkult sulla “scienza borghese” come una minaccia per l’ecologia scientifica (Models of Nature, p. 19). 

(26) Vale la pena riferire quello che si scrive in proposito uno studioso che ha dedicato molte fatiche e notevole acume a indagare i rapporti fra scienza, ideologia e potere sovietico, Silvano Tagliagambe. Confrontando l’atteggiamento dei “dialettici” e dei “meccanicisti” osserva: “Al sostanziale rispetto dell’autonomia della ricerca scientifica e alla difesa delle sue acquisizioni da troppo marcate e vincolanti valutazioni di natura ideologica, a cui si attennero i ‘dialettici’, fa infatti riscontro, da parte dei ‘meccanicisti’, una decisa condanna delle teorie sopra ricordate [la teoria della relatività, la meccanica quantistica, le genetica ecc., ndtb], che vengono bollate come espressioni degenerative della cultura borghese e quindi presentate come contrarie agli interessi del proletariato. Mentre cioè in Deborin e nei suoi seguaci riscontriamo un netto rifiuto di ogni accezione della filosofia, e della dialettica in particolare, nella quale quest’ultima ‘somigli ad una concezione aprioristica che, sulla base esclusiva di ragionamenti logici, pretenda di rendere possibili scoperte scientifiche ed escluda così ricerche concrete, o si sostituisca completamente ad esse’ (Deborin, 1930), Timiriazev, e con lui altri meccanicisti, si fa portavoce di una violenta campagna  contro le fondamentali acquisizioni della fisica dei primi due decenni del XX secolo.” (Silvano Tagliagambe, Scienza e marxismo in Urss, Loescher, Torino 1979, pp. 46-47). Aggiunge Tagliagambe qualcosa di molto significativo sul rapporto fra “meccanicisti” e Proletkult: “Le radici di questo atteggiamento negativo del gruppo capeggiato da Timiriazev nei confronti della teoria dei quanti e della teoria della relatività ristretta di Einstein stanno in un aspetto, già da noi segnalato e posto in rilievo a proposito del programma del Proletkult. I meccanicisti, infatti, si pongono in linea di continuità con tale programma in ordine all’istanza riduzionistica generaleDegli strumenti e delle elaborazioni teoriche di Bogdanov e del Proletkult potè valersi, con il massimo profitto, proprio chi, in opposizione al piano leniniano di modernizzazione culturale e all’apertura, da esso prospettata, nei confronti degli apporti più significativi della cultura occidentale, spingeva invece in direzione di una chiusura sempre piùnetta entro i confini della tradizione e dell’eredità culturale russa.” (ivi, pp. 47 e 48). 

(27) La polemica contro la genetica classica, il cui principale esponente in Urss era Nikolaj Vavilov, si sviluppò tra la fine degli anni trenta e l’inizio degli anni quaranta. Essa contrappose a Vavilov il giovane agronomo Trofim Lysenko (spalleggiato dallo storico della scienza Isai Prezent e dall’apparato del partito), balzato alla notorietà per aver scoperto (casualmente) la tecnica di “vernalizzazione” del grano (tecnica utile a ottenere un’elevata produttività in climi freddi), sostenitore di una visione “lamarckiana” dell’evoluzione (ossia l’ereditarietà dei caratteri acquisiti). Lysenko venne esaltato per oltre un decennio in modo grottesco come rappresentante luminoso della nuova biologia “proletaria” in contrapposizione alla “sterile” scienza borghese. Nel 1940 Vavilov fu rimosso dai suoi incarichi e deportato in Siberia. L’episodio lasciò pesanti conseguenze negative sulla genetica e sull’agricoltura sovietiche (cfr. Zhores A. Medvedev, L’ascesa e la caduta di T. D. Lysenko, Mon­­da­dori, Milano, 1971; e David Joravsky, The Lysenko Affair, Harvard University Press, Harvard, 1970).

(28) Con questa denominazione sono stati pubblicati una serie di scritti inediti che coprono un arco di vent’anni (1895-1915) e sono costituiti essenzialmente da appunti di lettura. In Lenin, Opere scelte, vol. III, pp: 301-900. 

(29) Lenin, La questione agraria e i “critici di Marx”, Editori riuniti, Roma 1976.

(30) “La natura non ha né principio né fine. Tutto in essa è in rapporto di interazione, tutto è relativo, tutto è insieme effetto e causa, tutto è onnilaterale e onnicomprensivo.”; in Lenin, Opere scelte, v. III, p. 352.

(31) Ivi, p. 354.

(32) Ivi, p. 417. Il tema dell’interdipendenza universale della natura torna in connessione alla causalità: “…causa ed effetto sono solo momenti dell’interdipendenza universale, della connessione (universale), della reciproca concatenazione degli eventi, sono solo anelli della catena dello sviluppo della materia.” (ivi, p. 428). Il tema dell’unità e della connessione reciproca di tutti i fenomeni della natura torna frequentemente: ad esempio nelle note di lettura degli Scritti filosofici di Joseh Dietzen, redatte nel 1908 durante la preparazione di Materialismo ed empiriocriticismo (ivi, pp. 659 e 671), o negli appunti sulla Filosofia moderna del francese Abel Rey dell’anno successivo (ivi, pp. 779 e 793), autore apprezzato da Lenin per la sua capacità di interpretare le implicazioni filosofiche dei dibattiti scientifici contemporanei.

(33) Ivi, p. 447.

(34) Ivi, pp. 451-52. Più avanti Lenin commenta con un “nota bene” e con l’espressione “germi di materialismo storico in Hegel” la trattazione che il filosofo tedesco fa del lavoro e dei suoi scopi e che si chiude con queste parole “Mediante i suoi strumenti l’uomo domina la natura esterna, mentre per i suoi scopi le rimane invece subordinato.” (ivi, p. 453).

(35) Già lo studio di Karl Kautsky considerava en passant alcuni problemi che oggi definiremmo “ecologici”. Affrontava in particolare i problemi dell’esaurimento della fertilità del suolo e dell’uso dei fertilizzanti chimici. A tal proposito Kautsky riprendeva ciò che avevano scritto Marx nel Capitale e Engels nell’Antiduring e, pur valutando importanti ed utili le scoperte della chimica agraria che avevano portato all’introduzione dei fertilizzati azotati, faceva presente che il loro utilizzo si rendeva necessario perchè l’agricoltura capitalistica tendeva a depauperare la fertilità naturale del terreno; sarebbe stata preferibile invece una riorganizzazione socialista dei rapporti fra città e campagna che consentisse un’agricoltura “sostenibile” (diremmo oggi). Una verifica dell’attualità di questa linea di analisi in John Bellamy Foster e Fred Magdoff, Liebig, Marx, and the Depletion of Soil Fertility, in J.B.Foster, Ecology Against Capitalism, Verso 2002, pp. 155-170.

(36) A questo proposito Lenin cita per esteso un passo dell’Agrarfrage che smentisce Cernov. Vale la pena di riportare qui questo passo perché illustra gli sviluppi dell’agrobiologia alla fine dell’Ottocento e dimostra l’attenzione dei teorici marxisti per questi temi: “Nella seconda metà dell’ultimo secolo si è scoperto che le leguminose…, al contrario delle altre piante coltivate, prendono quasi tutto l’azoto che è loro necessario non dal terreno, ma dall’aria, e che invece di rendere il terreno più povero d’azoto, al contrario, lo arricchiscono. Ma queste piante possiedono tale proprietà soltanto se nel terreno sono presenti certi microrganismi che si fissano alle loro radici. Là dove mancano, è possibile, mediante un’appropriata inoculazione operata nel terreno, mettere le leguminose in condizione di arricchire il terreno dell’azoto, cioè in certo qual modo di concimarlo sì da renderlo adatto alla coltivazione di altre piante. Di solito combinate con fertilizzanti minerali adatti (fosfati e concimi potassici), esse aumentano al massimo, e in modo durevole, il rendimento del terreno senza bisogno di ricorrere ai concimi animali. Soltanto con questa scoperta l’agricoltura libera ha avuto una base completamente sicura.” (K. Kausty, La questione agraria, Feltrinelli, Milano 1959, p. 66).

(37) Lenin, La questione agraria ecc., p. 65. Lenin aggiunge in nota che Kautsky non pensa che i fertilizzanti artifi­ciali debbano scomparire del tutto in un’agricoltura socialista; ritiene però che, invece di servire per reintegrare la fertilità depauperata del suolo, essi saranno utilizzati per migliorare i terreni là dove ce ne sia bisogno.

(38) Lenin, ivi, pp. 63-64. 

(39) Ad esempio l’esa­me degli effetti sociali della penetrazione capitalistica nelle campagne.

(40) Lenin, ivi, pp. 13-14.

(41) A differenza da quello che pensa una certa vulgata ecologi­sta, Francesco Bacone nutriva un profondo rispetto per la natura che considerava a ra­gione ontologica­men­te superiore all’essere uma­no. Bacone, è vero, giudicava che la scien­za conferisse all’uomo un grande potere sulla natura, ma questo po­tere poteva esercitarsi solo nei limiti delle leggi della natura stessa e l’uomo, per lui, poteva “comandare” alla natura solo “ubbidendo” ad essa. Engels riprende questa idea in un famoso passo della Dialettica della natura (passo pubblicato da Kautsky nel 1896 nella rivista teorica della socialdemocrazia tedesca “Die Neue Zeit”, e dunque probabilmente noto a Lenin): “Ad ogni passo ci vien ricordato che noi non dominiamo la natura come un conquista­tore domina un popolo straniero soggiogato, che non la do­mi­niamo come chi è estraneo ad essa ma che noi le apparteniamo con carne e sangue e cervello e vi­viamo nel suo grembo: tutto il nostro dominio sulla natura consiste nella capacità, che ci eleva al di sopra delle altre creature, di conoscere le sue leggi e di impie­garle nel modo più appropriato.” (F. Engels, Dialettica della natura, Editori riuniti, Roma 1971, pp. 192-193). Si tratta di un approccio ben diverso dalle pretese di “trasformare la natura”, che divenne un leit motiv corrente dell’ideologia staliniana, allorché la burocrazia si prefiggeva di usare la natura e gli uomini come fossero “cera molle” nelle sue mani in vista dei suoi progetti megalomani. 

(42) Tra la metà degli anni venti e i primi anni trenta, gli ecologi sovietici partecipano al rinnovamento delle scienze ecologiche con contributi di primo piano: Vladimir Vernadskij pubblica nel 1926 i saggi in cui propone il moderno concetto di biosfera; Georgij Gauze, all’inizio degli anni trenta, propone il principio di esclusione competitiva che sviluppa le intuizioni proposte pochi anni prima dall’italiano Vito Volterra e dall’americano Alfred Lotka; Vladimir Stanchinskij, tra il 1929 e il 1933, propone un nuovo modo di rappresentare i sistemi ecologici, fondato sui livelli trofici e sui flussi energetici che legano gli organismi viventi fra loro e con l’ambiente; un punto di vista che anticipa di un decennio il modello dell’ecosistema che sarà formulato nel 1942 dall’americano Raymond Lindeman…

 

(43) “Tra il 1930 e il 1932 si registrò, sul terreno filosofico e culturale, una ‘svolta’ che portò alla liquidazione dei responsabili delle principali riviste teoriche e scientifiche del paese, in gran parte selezionati e scelti da Lenin, e alla loro sostituzione con una nuova leva di quadri, fedeli interpreti ed esecutori della linea del segretario generale [Stalin, ndr]. Ne seguì un ribaltamento della linea che lo stesso Lenin aveva tracciato e del programma culturale che egli aveva contribuito a elaborare.” (Silvano Tagliagambe, “Introduzione” a Georges Labica, Dopo il marxismo-leninismo (tra ieri e domani), Edizioni Associate, Roma 1992).

(44) Il primo congresso panrusso per la conservazione della natura, tenutosi a Mosca nel 1929, così si espresse: “L’attività economica dell’uomo è sempre in un modo o nell’altro uno sfruttamento delle risorse naturali… La natura e il ritmo della crescita economica possono essere correttamente determinate soltanto dopo uno studio dettagliato dell’ambiente e una valutazione delle sue capacità produttive al fine della sua conservazione, sviluppo e arricchimento. Questo è ciò di cui si occupa [il movimento per] la conservazione [della natura].” (citato da Weiner, in Gare, p. 124).

(45) Daniil Nikolaevic Kashkarov fu dal 1931 direttore con Stanchinskij della prima rivista sovietica di ecologia teorica, “Zhurnal ekologii i biotsenologii” (giornale di ecologia e biocenotica). Il suo manuale Sreda i soobshchenstvo (ambiente e comunità) fu tradotto nel 1935 in inglese sotto gli auspici dello State Museum di New York diretto dal grande ecologo Charles Adams.

(46) Nicolaj Ivanovic Vavilov (1887-1943), botanico e genetista russo di fama mondiale, principale esponente del darwinismo in Urss, fondatore dell’Accademica Lenin di scienze agrarie, autore di ricerche pionieristiche nel campo delle varietà vegetali (porta il suo nome l’istituzione dell’Unesco incaricata dello studio e della protezione della fitodiversità), fu attaccato da Trofim Lysenko in quanto esponente di una corrente “borghese” in genetica e deportato in Siberia.

(47) La stessa memoria della straordinaria esperienza dei primi anni del potere sovietico finì per essere quasi cancellata. Tuttavia la tradizione di studi ecologici non andò del tutto perduta e singole personalità, come l’ecologo Vladimir Nicolaevic Sukacev, si batterono controcorrente anche negli anni successivi, specie dopo la morte di Stalin. Nel 1959, intervenendo al congresso dell’Associazione per la protezione della natura dell’Urss, Vera Aleksandrovna Varsonofeva, che vi aveva lavorato fin dai primi anni venti, così ricordò l’impegno di Lenin a favore della protezione della natura: “Lenin sapeva bene affermò, “che con lo sviluppo del giovane Stato socialista sarebbe stato necessario un gigantesco sfruttamento delle risorse naturali ma egli sapeva altrettanto bene “che per uno sfruttamento appropriato era essenziale comprendere tutte le complicate interrelazioni che esistono fra le varie parti della natura… Sulla base di questa comprensione si sviluppò il grande programma scientifico che venne attuato negli zapovedniki. L’associazione per la protezione della natura, nella sua forma originaria, partecipava largamente al lavoro scientifico.” (D.R. Weiner, A Little Corner of Freedom, p. 197).

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