DOVE VA IL MONDO ARABO?

Questa che segue è la trascrizione e traduzione di un’intervista che Salam Kawakibi (*), direttore del Centre Arabe de Rechereche & d’Etudes Politique, Parigi, ha realizzato con Gilbert Achcar (**), docente della SOAS dell’università di Londra, nell’ambito di una serie di seminari on-line su diversi aspetti del decennale dello scoppio delle Rivolte arabe nel 2011. La redazione di Rproject ringrazia moltissimo Salam Kawakibi e Gilbert Achcar per il consenso dato alla pubblicazione in italiano dell’intervista.

Tutte le note sono di Cinzia Nachira eccetto la n. 2                                         Foto di Cesare Quinto

Dieci anni dopo la sua “Primavera”, dove va il mondo arabo?

Intervista di Salam Kawakibi a Gilbert Achcar

SK. Buona sera, cari amici e care amiche e buona sera al professore e amico Gilbert Achcar, grande conoscitore del mondo arabo, in particolare della regione di Levante essendo anche originario del Libano.

Gilbert Achcar è docente presso la SOAS dell’Università di Londra, le sue opere più recenti sono Le peuple veut, une exploration radicale du soulevemt arabe (2013), Marxisme, Orientalisme, Cosmpolitisme (2015), Sympotomes Morbides, la rechute du soulevement arabe (2017).

Possiamo partire, Gilbert, dall’ultimo titolo iniziando dalla sconfitta delle rivolte arabe. Dieci anni dopo, come recita il titolo del nostro seminario: viviamo una sconfitta, una stagnazione, un periodo di pausa o un nuovo inizio come quello del 2011 in Tunisia, Egitto, Libia e Siria dato che qualche anno dopo abbiamo assistito a delle nuove rivolte e contestazioni sociali come in Libano, Sudan e Iraq? Attualmente c’è un movimento Al Arak che è una sorta di rinascita anche in altri Paesi, come il Marocco e altri. Quindi, visto tutto questo, siamo di fronte proprio a una sconfitta o c’è un po’ di speranza?

GA. Il titolo che tu hai menzionato è quello di un mio libro, pubblicato prima in inglese nel 2016 e poi tradotto in francese nel 2017, in cui mi sono concentrato su un periodo preciso, partendo dal 2013, quindi è una sorta di suddivisione cronologica di una dinamica in corso, che fin dall’inizio nel 2011 ho definito un processo rivoluzionario di lunga durata o a lungo temine. Come tutti i processi rivoluzionari conosce inevitabilmente delle fasi di espansione e di sconfitta. Ossia, delle fasi rivoluzionarie e delle fasi controrivoluzionarie.

Credo che in questa cronologia si possano distinguere molto chiaramente i primi due anni, quelli chiamati “le primavere arabe” – 2011-2012 – con un inizio di perdita di energia e poi il 2013 che è l’anno del capovolgimento, che inizia in Siria con l’intervento dell’Iran in sostegno al regime siriano e che avrà un effetto nell’inversione dell’ondata iniziata nel 2011, seguito dal colpo di Stato in Egitto e poco dopo in Tunisia dove assisteremo al ritorno dell’ancien régime, almeno parzialmente.

Si assiste quindi ad un esaurimento dell’effetto del 2011. L’anno seguente la situazione precipita in Libia e in Yemen che sprofondano nella guerra civile.

Tutto questo descrive una fase di sconfitta in cui la controrivoluzione prende il sopravvento rispetto ai primi due anni della sollevazione, ma allo stesso tempo io finisco l’analisi affermando che vi saranno nuove fasi rivoluzionarie: inevitabilmente. Perché il movimento iniziato nel 2011 – motivo per cui l’ho definito un processo di lunga durata – aveva delle radici profonde nelle strutture statali e socioeconomiche del mondo arabo. Il processo non può che fermarsi con un cambiamento radicale di queste strutture, ed oggi siamo molto lontani da questo. Quindi non può che proseguire, e c’è stato quello che tu ricordavi, ossia una “seconda primavera”, come viene descritta mediaticamente, o una seconda fase della sollevazione che è iniziata esattamente otto anni dopo la prima. Quella che viene chiamata la Primavera araba è iniziata nel dicembre 2010 in Tunisia, quella successiva inizia nel dicembre 2018 in Sudan. Possiamo discuterne, ma potremmo dire anche che inizia nell’estate 2018 in Giordania dove un grande movimento popolare ha ottenuto il cambiamento del governo.

La sollevazione in Sudan del dicembre 2018 è seguita in febbraio da quella algerina, quella che viene chiamata hiraq (1), ma bisogna dire che questo termine è entrato largamente nel vocabolario regionale ben prima del 2019. Poi l’Iraq, il Libano. Quindi siamo di fronte ad una seconda ondata.

Ma a che punto siamo oggi? È arrivato il Covid: la pandemia ha sospeso questa prima ondata…

SK. Ma anche la controrivoluzione…

GA. Sì, ma è più una sospensione, come abbiamo visto in Algeria, che una controrivoluzione alla siriana dove il movimento è stato schiacciato completamente. Si è visto sia in Algeria, come anche in Iraq o in Libano che i movimenti si sono fermati perché le persone vogliono proteggersi: la pandemia non fa distinzioni politiche.

Ma oggi vediamo che stanno riprendendo: in Algeria ricomincia il movimento popolare. Il Sudan ha visto negli ultimi mesi una serie di manifestazioni, in dicembre e anche più recentemente. In Sudan la lotta tra le diverse forze politiche continua. Poi c’è il Libano che continua ad affondare nella sua crisi, qui non c’è più la forma di una vera sollevazione. Anche in Iraq si è vista una ripresa, ma questa resta limitata.

Ma questo significa che la seconda fase è sospesa, interrotta, piuttosto che sconfitta. Almeno in parte sta riprendendo e a tutto questo si aggiungono gli effetti economici della pandemia, che aggrava considerevolmente i problemi socioeconomici della regione.

Quindi tutto sta ad indicare che siamo partiti nel 2011 e forse per decenni vedremo tensioni, agitazioni nella regione. Tutte le prospettive di un ritorno alla stabilità “dispotica”, come prima del 2011, mi sembrano assolutamente illusorie.

SK. Proprio parlando di economia, ricordo un tuo intervento a Parigi in cui sottolineavi l’elemento economico all’interno delle rivolte. Perché c’è l’abitudine di dire, ascoltando gli specialisti e gli analisti, che è una sollevazione per l libertà, la dignità, per la democrazia, che è giusto. Ma l’economia è molto importante, ma spesso ignorata dagli osservatori. Sei d’accordo?

GA. Sì,  concordo perfettamente. Credo che da una parte ci sia l’impressionismo abituale dei media, che danno una copertura degli eventi, ma raramente c’è una ricerca di fondo su ciò che è alla base di una dinamica sociale. E bisogna dire che una parte della ricerca universitaria accetta questa interpretazione di ciò che è successo nel 2011 solo come una transizione democratica, quindi di un mondo arabo che fino a quel momento era l’eccezione: l’ultimo insieme geopolitico ad avere una concentrazione di Stati autoritari o dispotici.

Nella regione araba ci sono tutte le sfumature dell’autoritarismo, dopo la caduta dei sistemi statali dell’Europa orientale. Da diversi anni ci sono stati i resoconti sui diritti umani e la democrazia nel mondo e da molti anni il Medioriente e l’Africa del Nord sono catalogati come le regioni meno democratiche del mondo.

Ovviamente, ci sono altri Stati, come la Corea del Nord, che singolarmente sono totalitari. Ma in quanto regione ed insieme geografico e politico, il Medioriente si distingue dal resto del mondo per il fatto di restare ancorato a questi sistemi autoritari o dispotici.

Quindi l’aspettativa era: finalmente la democratizzazione arriva in questa parte del mondo. Ma è una lettura assai sbagliata, perché guardando attentamente le parole d’ordine e le rivendicazioni emerse durante le manifestazioni si capisce bene che la questione sociale era centrale. Lo era per esempio e chiaramente in Tunisia, con tutto ciò che ha preceduto la rivolta del 2010-11, con l’esplosione in diverse regioni del Paese del problema occupazionale.

La questione sociale era centrale anche in Egitto, “Libertà e giustizia sociale” era uno degli slogan che descriveva bene l’esasperazione della gente.

Più in generale, oggi abbiamo la prova che la dinamica di fondo non era unicamente democratica e non si concentrava unicamente sull’aspetto politico.

Ancora una volta questa prova viene dal caso della Tunisia che viene presentata come l’unico Paese che ha realizzato la transizione democratica – ed è vero che tra tutti i Paesi della regione interessati dalle rivolte è l’unico dove le conquiste democratiche sono state preservate. Oggi si può dire che la Tunisia è il Paese più democratico della regione, quello con il più alto grado di libertà politiche e dove ci sono state le elezioni relativamente più libere. Ma è lo stesso Paese che ha conosciuto un mese di manifestazioni, un’ondata importante, all’inizio di quest’anno, nel 2021: sempre sulla stessa questione, ossia quella sociale, sul problema del lavoro. Una rivolta dei giovani importante, come anche nel 2011. Ma d’altronde tutte le rivolte in generale coinvolgono sempre maggioritariamente i giovani. Proprio il caso tunisino dimostra che la sola democratizzazione non è la soluzione, ma solo una parte di questa. Non c’è una vera uscita da questa crisi profonda che attraversa la regione senza un cambiamento economico. Senza un cambiamento radicale della natura delle politiche economiche e dello sviluppo in un senso che corrisponda al vero interesse delle popolazioni.

SK. Esiste anche un altro aspetto che viene mal valutato dagli osservatori – tanto che noi ricercatori e specialisti della regione abbiamo iniziato a rammaricarci di questo atteggiamento: la militarizzazione delle rivolte. In particolare quella siriana.

Abbiamo spesso rimproverato ai rivoltosi di aver usato le armi ad un certo momento della rivoluzione. Ora a dieci anni distanza diciamo che tra gli errori della rivoluzione siriana c’è stato quello di prendere le armi. Se ci rifacciamo agli scritti di Abdel Rahman Al Kawakibi (2), un secolo fa diceva che la rivoluzione non deve “corteggiare” la violenza altrimenti sarà il caos totale perché è sempre il potere a vincere.

Però in un tuo intervento hai detto: se il potere utilizza la violenza cieca cosa vi aspettate dai civili, che restino a prendersi i barili bomba sulla testa? Possiamo sviluppare questa riflessione, anche se questa violenza non ci piace come anche che alcuni siano caduti nella trappola. Come spiegarlo?

GA. È sicuramente una questione complessa. Innanzitutto, la non-violenza può funzionare di fronte ad un avversario che abbia un minimo di senso morale e quindi si ponga dei limiti nella possibilità di uccidere. La non-violenza di fronte ad un avversario che non si pone alcun limite nel massacrare non può funzionare. È molto semplice.

Di fronte a forze armate che hanno un minimo di senso morale – ossia: una sorta di linea rossa dell’orrore da non oltrepassare – i metodi nonviolenti possono raggiungere dei risultati. Ma non nel caso di una dittatura come quella di Assad in Siria che non ha nessuno scrupolo morale nel causare la distruzione totale del Paese, un milione di morti, milioni di sfollati e di profughi. Provocare una tragedia assolutamente immensa: al solo scopo di restare al potere.

Il regime in Siria ha deliberatamente determinato la militarizzazione del conflitto, facendo ricorso, fin dall’inizio, ad omicidi generalizzati e all’uso delle armi. La stessa cosa è accaduta in Libia, dove c’era un altro regime che non aveva scrupoli e limiti nell’essere disposto al massacro. Per questo motivo in Libia il conflitto si è trasformato molto presto in guerra civile. In Siria c’era la speranza che l’intervento della NATO in Libia potesse avere un effetto dissuasivo sul regime di Damasco e quindi il movimento popolare potesse svilupparsi in modo relativamente pacifico. Ma il regime invece non ha fatto ricorso in un sol colpo a tutti i metodi repressivi, ma ha aspettato di capire come si evolveva il quadro mondiale per vedere se rischiava un intervento come quello in Libia. Una volta rassicurato su quel piano, nell’autunno 2011 ha fatto ricorso a tutti i mezzi a sua disposizione.

C’è anche un’altra dimensione: per opporsi ad un regime brutale occorre – se già si sono usati dei mezzi pacifici – avere una forza popolare capace di fare uno sciopero generale, di paralizzare un Paese. Il problema in Siria è che questo non esisteva. La divisione delle forze politiche a causa dei tanti anni, dei decenni, di repressione ha impedito che accadesse quello che invece è successo in Sudan, cioè si potesse costruire una direzione del movimento popolare con una reale legittimità, proveniente dall’interno dello stesso, che ha potuto canalizzarlo quando i militari hanno iniziato la repressione nel 2019, quindi poco tempo fa, come in Siria, riuscendo a fare uno sciopero generale e a paralizzare il Paese; cosa che ha obbligato i militari a trattare. Quindi, come conseguenza la debolezza del movimento organizzato in Siria ha favorito la militarizzazione spinta dal regime.

Credo, quindi, che esistano diversi fattori, ma il fatto di dire che non bisogna ricorrere alle armi, si può fare dall’esterno, ma quando si è sul terreno no.

Ricordo che nel 2011 Michel Kilo (3) disse: abbiamo paura di fermare le manifestazioni, perché ciò significa inevitabilmente essere repressi e finire nelle prigioni da incubo del regime. Quindi continuarono, ma quando le manifestazioni furono affrontate con le armi, la gente si trovò di fronte alla scelta di continuare a morire nelle strade o difendersi. Questa è stata l’evoluzione: la scelta di fermare il movimento non era un’opzione. Se il movimento si fosse fermato, la repressione sarebbe stata terribile: tutti lo sapevano.

Si sono sentiti obbligati a lottare, ma di fronte a un regime che faceva sempre di più ricorso alla forza bruta, la gente ha dovuto difendersi. Viste le condizioni, si è entrati in questa dinamica di guerra civile in maniera inevitabile.

SK. Veniamo alla questione libanese, ci sono alcuni che sottolineano la sconfitta della rivolta in quel Paese. Sei d’accordo o pensi che sia un periodo di pausa dovuto alla pandemia e alla crisi economica, la gente è stanca e ci sarà una ripresa? Queste stesse persone, che parlano quasi di una sconfitta finale, evocano un altro aspetto che riguarda la lealtà di una gran parte della popolazione ai rispettivi capi religiosi o tribali. Cosa ne pensi?

GA. Rimaniamo sempre all’interno dello stesso problema. Ma in Libano non è la repressione a far sì che il movimento arretri, ma il fatto che non esistano forze politiche rappresentative delle aspirazioni popolari, come in Sudan o come si è visto in Tunisia con l’Unione Generale dei Lavoratori Tunisini che ha svolto il ruolo di inquadramento della sollevazione del 2011.

In Libano non c’è una direzione popolare legittimata, non per effetto della repressione – d’altronde anche in Sudan questa si è costruita in clandestinità – ma a causa della pratica del dividere per regnare che dall’inizio è stata messa in atto dalle istituzioni libanesi su basi confessionali. Quindi questa molteplicità di alleanze politico-religiose ha determinato il fatto che nel Paese non riuscissero ad emergere delle forze popolari non confessionali, in grado di superare le divisioni religiose e rappresentassero le aspirazioni sociali ed economiche della popolazione. C’è stato un momento nell’autunno 2019 in cui la rivolta ha superato queste divisioni, ma è rimasto a livello spontaneo: nessuna forza, come in Algeria, ha avuto i mezzi per potersi definire rappresentativa del movimento. Invece, come è accaduto regolarmente nella storia del Paese ogni volta che vi è stato un apice delle lotte sociali, c’è stato l’intervento di forze confessionali per rompere questa dinamica e tornare alle divisioni religiose.

Inoltre, va aggiunta l’eterogeneità delle forze scese in campo nel 2019 e questo fa capire che le prospettive non sono incoraggianti in Libano.

In più ci sono delle condizioni economiche assolutamente terribili. Tutto questo mostra che non ci sono le condizioni propizie per la formazione di un movimento popolare unito perché le direzioni confessionali hanno ripreso il sopravvento. Per altro, ora hanno cambiato tattica: abbiamo visto che nelle recentissime manifestazioni Hezbollah (4) e suoi alleati di Amal (5), che nella prima fase del movimento del 2019 si erano opposti al movimento anche reprimendolo, ora invece cercano di inquadrare la protesta.

Credo che purtroppo non ci siano delle ragioni per contestare la valutazione che hai citato.

SK. Al movimento libanese viene rimproverato di essere stato radicale nelle sue rivendicazioni, ossia che lo slogan “Tutti significa tutti” non è molto politico perché bisognerebbe puntare su una forza politica meno corrotta delle altre o almeno meno coinvolta nella cattiva gestione dello Stato per avere una possibilità di entrare nel sistema, perché annunciare che ci si vuole sbarazzare in un colpo solo di tutti non si otterrà nulla. Sei d’accordo?

GA. “Tutti significa tutti” non significa tutte le forze politiche, ma tutte quelle al potere e si spartiscono la torta. Queste sono tutte forze corrotte e confessionali, nessuna di queste rappresenta una soluzione ai problemi; sono tutte coinvolte nello sfruttamento della popolazione che subisce l’attuale cataclisma economico.

Al contrario, questo slogan è stato ciò che ha permesso di unire il movimento nell’autunno 2019. Grazie a questo tipo di slogan è stato possibile superare le differenze confessionali e il movimento ha potuto estendersi a tutto il Paese, che è stato l’elemento che ha sorpreso. Quindi si trattava di dire non è una rivolta contro un campo politico-religioso a favore di un altro, ma contro tutte le componenti di questo sistema; ed io credo esattamene che al contrario di essere un eccesso di radicalità, questa era la condizione che ha permesso l’esistenza del movimento.

Ora, dire che bisognerebbe appoggiarsi a una forza politica meno corrotta: cosa significa? Quale? Tra le forze politiche che sono al potere non saprei dire quale potrebbe essere quella di riferimento. Perché se si dicesse appoggiamo questa o quella forza politica, si romperebbe con tutto il resto.

Penso che non sia questo il problema, ma che non esistano forze politiche significative nel Paese che siano credibili per l’insieme della popolazione al di là delle differenze religiose in grado di rappresentare gli interessi generali. Forze del genere non esistono in Libano, o per lo meno non ne esistono che abbiano una reale legittimità. Nel Paese non esistono forze sindacali credibili fin dall’ingresso delle forze siriane (6) e ogni volta c’è stata una crescita delle lotte sociali – come si è visto anche negli anni scorsi – ci sono state delle forze confessionali spinte a fermare quei movimenti prendendo il controllo delle strutture sindacali, come anche di altre. Per questo c’è la paralisi e quindi bisogna sperare che la nuova generazione, che si è politicizzata grazie al movimento esploso nell’autunno 2019, sia in grado di creare un movimento all’altezza di ciò che abbiamo detto. Siamo, forse, sulla strada giusta e vediamo movimenti di giovani e studenti molto promettenti e formano associazioni laiche. Recentemente ci sono state anche delle espressioni politiche uscite dal movimento studentesco molto incoraggianti. Fanno parte queste delle ragioni di speranza per la regione e non siamo ancora arrivati alla disperazione. Ma ci vorrà del tempo.

SK. Oggi si parla molto di controrivoluzione. Tra le forze politiche, a parte quelle che hanno sostenuto i dittatori, ce ne sono altre che possiamo definire rivoluzionarie? Mi riferisco alla sinistra araba. Non voglio generalizzare, ma una gran parte della sinistra araba – soprattutto nordafricana – è anti-rivoluzionaria, oppure rivoluzionaria a casa propria ma contraria alla rivoluzione in casa di altri. Ossia, se io in Marocco, Algeria e Tunisia mi rivolgo a gente come noi, ideologicamente, per parlare di ciò che succede in Siria le reazioni sono assolutamente negative: dicono che non si tratta di una rivolta, ma di un complotto, ecc., conosci questo vocabolario complottistico…E questo si riflette anche sulle reazioni di alcune forze della sinistra europea – in particolare Les insoumis in Francia e in Germania ce ne sono altre simili. Su questo ha scritto molto Farouk Mardam Bey (7), sviluppando una riflessione. Vorrei una tua opinione su questo fenomeno sconfortante.

GA. Credo sia necessario fare delle distinzioni. Quando parliamo di sinistra organizzata nel mondo arabo, ci si riferisce a delle correnti che esistono da molto tempo e con una lunga storia, ma che non corrispondono a questo rinnovamento in atto dovuto alla radicalizzazione dei giovani, come si osserva a livello mondiale, che ha espressioni politiche diffidenti verso queste tradizioni.

Ci sono poi dei vecchi riflessi sia verso l’integralismo islamico sia verso l’Occidente, l’imperialismo occidentale.

Come è accaduto in Algeria al momento del colpo di Stato del 1992 quando la maggioranza della sinistra algerina lo ha sostenuto, in nome dell’opposizione agli integralisti del FIS (Fronte di Salvezza Islamica) (8). Questa è l’idea che si possa ostacolare l’integralismo islamico attraverso la dittatura militare ed è un vecchio problema della sinistra. Si è visto anche in Egitto con il sostegno a al-Sissi contro i Fratelli Musulmani (9), ma è un pretesto. Certo, non sto dicendo che bisognava sostenere il FIS o i Fratelli Musulmani, la sinistra deve lottare contro questi nemici – gli integralisti islamici – ma anche contro i militari e i regimi al potere. Rifiutarsi di scegliere fra i due: perché è una scelta fatale e mortale, che sia in un senso o nell’altro.

Anche per la questione dell’imperialismo…c’è stato un intervento in Libia che ha fatto cambiare posizione ad un certo numero di correnti politiche. Anche in questo caso era possibile opporsi all’intervento occidentale, dopo il primo momento in cui questo ha impedito il massacro che era stato annunciato a Bengasi nel 2011, pur sostenendo il diritto della popolazione libica a sbarazzarsi della dittatura di Gheddafi.

Nel caso della Siria c’è stato il sopravvento dell’integralismo, ossia nel momento in cui si è cominciato a capire che l’opposizione iniziava ad essere dominata dalla Turchia e dai Paesi del Golfo sono iniziati i riflessi condizionati di denuncia di questo fenomeno.

A questo si è aggiunta la pretesa del regime siriano di essere contro Israele e un sostenitore di Hezbollah – il regime siriano ha sfruttato molto la guerra del 2006 in Libano a suo favore, giocando sul duo Assad-Nasrallah. Questo è rimasto impresso nella memoria (10). Questo ha spinto verso la teoria del complotto.

Ma si tratta di un antimperialismo a senso unico. Perché come definire la Russia, se non uno Stato imperialista? Ma c’è anche un anti integralismo a senso unico, perché solo contro quello sunnita e che non vede l’Iran ed Hezbollah, mentre anche loro sono integralisti religiosi. Purtroppo queste forze politiche [della sinistra, N.d.T.] sono politicamente miopi e forse sono lungimiranti nei loro Paesi, ma verso ciò che accade al di là delle loro frontiere dimostrano di avere una visione totalmente falsata.

SK. Partendo dalla tua giusta descrizione della questione dell’integralismo islamico, può essere possibile per le forze politiche della sinistra araba arrivare un giorno ad un’intesa con le correnti islamiste moderate? O bisogna sempre vederle come entità separate oppure è possibile che un giorno collaborino per la democrazia.

GA. Personalmente, non uso il termine islamista perché penso che confonda tutto e tutti, nel senso che coinvolge dall’AKP in Turchia a Daesh. Poi perché crea confusione fra Islam e islamismo, contro questo rischio Maxime Rodinson (11) aveva già messo in guardia. Nei vecchi vocabolari islamismo significa Islam per questo trovo che sia un pessimo sostantivo. Preferisco parlare di integralismo perché come minimo questo termine ha il vantaggio che si possa applicare a tutte le religioni e non è una particolarità dell’Islam. Dopo aver fatto questa precisazione, cominciamo a distinguere: anche se una forza proviene originariamente dall’integralismo dal momento in cui esce dalla logica integralista e sviluppa una visione liberale – nel senso americano – con elementi progressisti nel campo musulmano diventa una parte del campo liberale.

Credo che sul piano politico la parte che esprime le aspirazioni della sollevazione dal 2011 sia questo campo che va dalla sinistra al liberalismo politico (ossia, le forze liberali sul piano politico, riformiste su quello sociale). Tra queste sicuramente ce ne sono alcune che si dichiarano islamiche come identità. Ma con una forza politica per la quale l’applicazione della Shari’a (12) fa parte del programma non è possibile avere un’alleanza in positivo, ma in negativo contro un nemico comune. Di fronte ad un’invasione del Sud del Libano, dovesse ripetersi un’altra volta, credo che tutte le persone di sinistra dovrebbero lottare e resistere all’invasione anche al fianco di Hezbollah, perché in quel momento c’è un nemico comune che impone il superamento degli antagonismi, ma a condizione di restare sulla propria strada.

Oltre questo non ci sono possibilità di agire insieme per un cambiamento politico con forze simili, perché esiste una divergenza radicale sugli obiettivi. Credo che con una forza che voglia fondare la politica e lo Stato sulla religione ci sia incompatibilità di fondo tra queste prospettive e la democrazia.

La democrazia si identifica con l’idea della sovranità popolare, nel momento in cui si crede che la sovranità sia divina, ossia che esista un quadro religioso che va al di là della sovranità popolare che deve imporsi allo Stato, quindi a tutti, alla società intera, a quel punto si esce del tutto dal quadro democratico. 

SK. Abbiamo parlato della sinistra araba, una parte della quale è controrivoluzionaria, ma non abbiamo detto nulla della posizione dell’Europa, in cui alcuni Paesi come la Francia, l’Italia, la Gran Bretagna, hanno scelto, dopo aver tentennato tra le forze rivoluzionarie e i regimi al potere, quella che viene chiamata la “stabilità”, il mantenimento dell’ordine, il controllo dell’emigrazione “illegale” e la guerra contro il terrorismo. E con questi pretesti hanno continuato e continuano sempre di più a sostenere dittatori come il generale al Sissi, i generali algerini e gli altri regimi dittatoriali nella regione. Hanno sostenuto Haftar pensando di usarlo contro gli islamisti, che a loro non piacciono; visto che anche Haftar è sostenuto da gruppi integralisti peggiori di quelli che oggi loro combattono…

GA. Certo e i salafiti legati al regno saudita sono al fianco di queste dittature. A partire dal caso egiziano e altri, abbiamo visto che dopo un primo riavvicinamento tra salafiti e Fratelli Musulmani poi c’è stata una nuova rottura. Se i Fratelli Musulmani sono integralisti, i salafiti lo sono di più.

Credo che ogni Paese europeo abbia come orizzonte solo i propri interessi immediati e non guardi oltre questi, compresi quelli dei loro mercanti d’armi. Questo è uno degli eventi più vergognosi che riguarda l’Europa verso ciò che accade nella regione – ma non l’unico se si pensa alla Francia e alle dichiarazioni all’epoca della rivolta tunisina di Michelle Alliot-Marie e l’appoggio dato a Ben Ali, la visita di Hollande a al-Sissi per vendergli i Rafal…ecc. – per me questo dimostra il degrado della morale politica. Incontrare un dittatore che ha le mani sporche di sangue, soprattutto dopo il massacro di Rabi’a al-‘Adawiyya (13), stringergli la mano per vendergli armi mentre oltre un terzo della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà: siamo nella più profonda immoralità.

L’atteggiamento di tutte le grandi potenze verso la regione è simile. Né la Russia, né la Cina hanno pretese democratiche, mentre i Paesi occidentali le hanno e bisogna accendere i riflettori su queste loro ipocrisie. Almeno gli altri non possono essere accusati di ipocrisia perché sono ciò che dicono di essere: regimi autoritari in armonia con altri dittatori come al Sissi e altri; sostengono Haftar ed è nella loro logica. Vedere mercenari russi al fianco di Haftar è ancora nella logica delle cose. Ma degli Stati che pretendono di essere la patria dei diritti umani come la Francia che fanno le stesse cose, vuole dire che si allineano al cinismo di tutte le potenze che difendono solo il profitto economico e cercano di coprirlo con un velo di falsità disgustoso.

Ma anche da questo punto di vista ci sono degli esempi interessanti. Prendiamo la Turchia dove la pressione europea e statunitense – non dimentichiamo che è un membro della NATO – per la democratizzazione del Paese per poter entrare nell’Unione Europea ha ottenuto dei risultati. C’è stata una transizione democratica in Turchia, che non ha intaccato il regime autoritario, ma è stata reale. Infatti, si è passati dai militari che rappresentavano l’ossatura del sistema negli anni novanta ad un governo civile, quindi si ottenuto un risultato.

La pressione europea in questo caso è stata importante e si vede il contrasto con ciò che è avvenuto invece nei Paesi arabi, dove invece è stata completamente assente a causa del ricatto del petrolio. Anzi, nel secondo caso ci sono state le tradizionali giustificazioni ipocrite, come quelle di Jacques Chirac che non poteva intervenire per rispetto della loro cultura: Ben Ali fa parte della loro cultura…quindi rispetto la cultura altrui (!). Quindi questo presunto rispetto giustifica fare affari con delle dittature. Questa è ipocrisia flagrante!

SK. Passiamo al Marocco. Tutti pensavano che nel 2011 il Marocco avesse compreso il messaggio “delle piazze arabe” e avesse iniziato ad attuare delle riforme graduali, riforme costituzionali, ecc.

Ora sembra che il regime marocchino rimpianga di aver avviato queste pur timide riforme e che stia tornando ad una politica securitaria che il nostro amico Abu Bakr Jamaï (14) ha definito come la “benalizzazione” della politica securitaria marocchina. Cioè come all’epoca di Basri (15) in cui si arrestavano gli oppositori lo si faceva in quanto oppositori politici, ora invece le accuse sono legate ai loro costumi, alla droga, al sesso, a presunti stupri. Quello che succede in Marocco è incredibile…

GA. Al contrario di un’opinione assai diffusa, io non penso che le riforme costituzionali abbiano attutito lo shock del 2011. Per la buona ragione che le cause dell’esplosione delle rivolte a livello regionale non hanno nulla a che vedere con le riforme costituzionali: ma economiche e sociali. Il Marocco non fa eccezione alla regola: è un Paese dove le condizioni socio-economiche non sono migliori, ma il contrario.

Credo che la manovra politica a partire dal 2011 sia stata la cooptazione dei Fratelli Musulmani marocchini, perché la monarchia ha capito qual era l’orientamento dell’Amministrazione Obama, per la quale lo scenario ideale per la regione era la cooptazione dei movimenti per una transizione verso una cooperazione tra i regimi al potere e le opposizioni; in particolare i Fratelli Musulmani. Quindi hanno creato delle condizioni politiche più democratiche, ma gestibili mantenendo l’apparato dello Stato e la sua continuità. Anche per evitare ciò che è accaduto in Iraq dove lo smantellamento dello Stato con l’occupazione condotta dagli Stati Uniti ha avuto come risultato un enorme caos politico e una tragedia nel Paese.

Questa è stata la parola d’ordine dell’Amministrazione Obama: la transizione nell’ordine. In questo senso hanno fatto pressione in Egitto facendo succedere a Mubarak i militari pur di preservare il regime favorendo una collaborazione con i Fratelli Musulmani egiziani fino alle elezioni del 2012 facendo pressione sui militari perché accettassero il risultato di quelle elezioni. Al momento del colpo di Stato di al Sissi l’Amministrazione Obama era chiaramente fredda.

Lo stesso compromesso è stato fatto in Yemen, patrocinato dai Paesi del Golfo tra l’opposizione e Alī ʿAbd Allāh Ṣāleḥ che si è dimesso volontariamente. In questo modo è stata fatta una coalizione tra l’opposizione e Saleh, finché non è esplosa con il cambiamento di alleanze che ha provocato la guerra civile.

In Tunisia è successa la stessa cosa perché Ennahda ha capito questa dinamica ed è rientrata in questa coalizione con pezzi del vecchio regime.

Questo è stato lo scenario privilegiato finché c’è stata l’Amministrazione Obama, ed è ciò che ha fatto anche il Marocco per allentare le tensioni del 2011 e in quel momento l’operazione di cooptazione è riuscita. Ma rimane la questione fondamentale, quella socioeconomica e siccome le condizioni non sono cambiate ci sono e quindi c’è una serie di esplosioni politiche, soprattutto nella regione del Rif, che è importante.

La monarchia ha visto che non erano sufficienti le concessioni politiche fatte ed è passata a quello che tu hai detto: la repressione. Ma questo indurimento della repressione è una sorta di omaggio ipocrita del vizio alla virtù, cioè non vogliamo apparire come coloro che reprimono il movimento. Quello che c’è di più falso in questo tipo di repressione è che è fatta non in nome dei diritti umani e ma in nome di quelli delle donne. Inscenare un’accusa di stupro per screditare l’oppositore – cosa che è stata fatta a più riprese in Marocco – e arrestarlo con dei pretesti inattaccabili… a mio parere questo è più grave della repressione frontale perché si aggiunge una vergogna morale alla repressione fisica e questo metodo è praticato sempre più spesso.

SK. Il cambiamento all’amministrazione americana, con l’arrivo di Joe Biden e della sua squadra, muterà qualcosa nell’atteggiamento degli Stati Uniti nella regione? Ci saranno ricadute sulle rivoluzioni o le controrivoluzioni arabe? O ci sarà continuità con cambiamenti superficiali?

GA. Credo che l’amministrazione Biden si inscriva nella continuità non con la precedente amministrazione di Trump, ma con quella di Obama. Il ritorno ad una politica che privilegerà accordi dei regimi con quelle opposizioni con cui essi possono negoziare.

La prima cosa che fece Trump una volta insediato fu il viaggio nel regno saudita e dette il via libera al boicottaggio contro il Qatar. Due settimane dopo il suo viaggio iniziò la crisi col Qatar. E non è un caso se questa crisi è stata chiusa dagli stessi sauditi dopo l’elezione di Biden.

Sotto Trump è stata favorita la linea degli Emirati Arabi Uniti di opposizione violenta contro i Fratelli Musulmani e di sostegno ai regimi al potere. Penso che in questo senso non ci saranno grandi cambiamenti, mentre la differenza maggiore sarà quella verso l’Iran, visto che su questo la rottura con l’era Obama è stata la più forte: il ritiro degli americani dall’accordo sul nucleare, mentre l’attuale amministrazione dichiara di voler tornare a quest’accordo. Ma c’è comunque tensione tra Washington e Teheran sul come tornare all’accordo. Ossia, gli Stati Uniti vogliono mantenere contemporaneamente le critiche all’accordo perché lascerebbe le mani libere all’Iran nella regione e vorrebbero tenere conto di questo per rinegoziare alcune condizioni. Dal lato iraniano si sostiene che il ritorno all’accordo debba avvenire senza condizioni.

In questo senso c’è un problema e si è visto come ciò si sia tradotto anche in tensioni militari: l’attacco nel nord dell’Iraq in febbraio, seguito dalla risposta che non si è fatta attendere. Infatti, appena un mese dopo il suo insediamento, Biden ha usato la forza militare, con la differenza che non lo ha fatto in Iraq, come con l’assassinio di Soleimani, cioè non ha violato la sovranità dell’Iraq – con tutte le conseguenze provocate da quell’assassinio – ma ha colpito in Siria che, purtroppo, è un terreno di caccia libero per chiunque (ci sono cinque forze straniere occupanti nel Paese…). Quindi, bisogna vedere come si evolvono le cose: l’alleanza con gli Emirati Arabi Uniti è finita, visto che hanno sostenuto fortemente Trump anche prima della sua elezione. Questo appoggio alla campagna presidenziale di Trump è stato documentato anche da alcune inchieste. Oltre agli Emirati Arabi Uniti, c’è Netanyahu. Quindi si vede come la nuova amministrazione abbia dei problemi con questi alleati, compreso Bin Salman (16), che hanno apertamente sostenuto Trump.

Questa si traduce anche nella messa in discussione del sostegno americano alla guerra in Yemen. Quindi, ci sono effettivamente delle differenze, ma nel migliore dei casi si tratta di un ritorno alla linea Obama e non sarà nessun miracolo che trasforma improvvisamente gli Stati Uniti in veri sostenitori della democrazia, dei diritti umani o di quelli delle donne nella regione. Non bisogna dimenticare che gli interessi che predominano negli Stati Uniti sono sempre gli stessi.

SK. Si parla degli Emirati Arabi, dell’Arabia Saudita e dell’Egitto come forze controrivoluzionarie; possiamo aggiungere Israele? Perché secondo un sondaggio dell’opinione pubblica araba, viene fuori un sorprendente rifiuto maggioritario della normalizzazione, con cifre che in alcuni casi superano il 90%. Se ci fossero dei governi eletti democraticamente, questi dovrebbero riflettere la volontà popolare e quindi Israele non alcun interesse che intorno a lui ci sia nessuno Stato democratico.

GA. Tu sai che Samuel Huntington, noto per la sua pessima opera Scontro di civiltà (17), ha parlato del paradosso della democrazia. Qual è questo paradosso?

È che ci sono dei Paesi al mondo dove la democrazia, se è applicata, produce dei governi ostili ai nostri interessi – nostri nel senso degli Stati Uniti. Secondo lui questo è paradossale, perché evidentemente gli Stati Uniti rappresentano il modello di democrazia, di rispetto dei diritti umani, ecc., quindi non è possibile che delle vere democrazie siano loro ostili…

Mah, sorvoliamo su questo, ma è esatto quello che hai detto. Effettivamente, Israele è una delle forze controrivoluzionarie nella regione, che per sua fortuna di queste non manca. C’è il bastione tradizionale e tradizionalista, ossia il Consiglio dei Paesi del Golfo, l’Iran, la Turchia svolge anche il suo ruolo ambiguo, la Russia, gli Stati Uniti, tutti i Paesi occidentali. Ce n’è una molteplicità, ci sono cinque occupazioni in Siria: l’occupazione israeliana, quella russa, quella iraniana, quella turca e quella americana. Cinque forze straniere presenti nel Paese e in più quando parlo di quella iraniana, si può a sua volta moltiplicare per il numero dei suoi alleati (Hezbollah, le milizie irachene, ecc.) che sono comunque sotto il comando iraniano.

Quindi esiste una molteplicità di forze regionali e internazionali di natura controrivoluzionaria. Israele certamente svolge il suo ruolo da sempre. Nella guerra del 1956 contro la nazionalizzazione del canale di Suez, al fianco della Francia e della Gran Bretagna, nella guerra del 1967 che aveva come scopo anche quello di colpire e abbattere i due regimi più a sinistra del mondo arabo – l’Egitto di Nasser e la Siria di Salah Jadid, cioè della frazione di sinistra del partito Baas, che aveva sconfitto Hafez al Assad nel 1968. Quindi Israele è una forza d’urto controrivoluzionaria nella regione cosa che ha accresciuto la sua importanza per gli Stati Uniti a partire dalla metà degli anni ’60 (del XX secolo), quando la radicalizzazione del nasserismo e del nazionalismo arabo in generale aveva ridotto l’influenza degli Stati Uniti costringendoli ad evacuare le loro basi militari dal regno saudita: a metà degli anni ’60 gli Stati Uniti erano in difficoltà nella regione ed è in quel momento che la loro alleanza con Israele si consolida veramente.

Bisogna ricordarsi di queste cose, perché la gente pensa che questa alleanza sia sempre esistita. No: nel 1956 gli Stati Uniti condannarono l’aggressione tripartita franco-israeliana-britannica (18) ed esigettero che le forze militari straniere abbandonassero il suolo egiziano.

Tutto questo è cambiato a metà degli anni ’60 ed in più si realizzata quest’alleanza strategica tra Stati Uniti e Israele, che dopo la guerra del 1967 diventa il loro alleato ideale. Quando gli Stati Uniti erano paralizzati, come per esempio per molti anni dopo la guerra del Vietnam e la loro uscita da quel Paese nel 1973, sapevano di poter sempre contare su Israele come forza militare nella regione mediorientale.

Quando sono scoppiate le rivolte nel 2011, Israele ha guardato questo evento con la soddisfazione – soprattutto quando si è creato il caos – di vedere confermata la sua immagine di unica isola di stabilità, che quindi ha ancora più importanza per Washington. Ma Israele non è intervenuto direttamente contro le rivolte, salvo che per far rispettare la linea rossa, Ossia: se la Siria veniva distrutta da altri andava molto bene, ma la sola cosa che lo interessava era di impedire la presenza di una minaccia contro i suoi interessi alle sue frontiere. Quindi tutti i tentativi di stabilire una presenza iraniana l’avrebbe spinto ad intervenire, da questo ragionamento derivano i bombardamenti regolari e ripetuti da parte israeliana sul territorio siriano contro obiettivi iraniani o legati all’Iran. Questi bombardamenti avvengono con l’accordo dei russi. La Siria abbonda di missili antiaerei russi che non vengono usati contro l’aviazione israeliana. Questo dimostra anche che la Siria ha cinque forze straniere sul suo territorio, ma queste sono in rivalità tra loro. Compresi la Russia e l’Iran, anche se entrambi sostengono Assad: ma è chiaro il grande contrasto tra gli interessi russi e quelli iraniani. D’altronde recentemente una figura di spicco del regime iraniano ha dichiarato al Financial Time che è inammissibile che l’Iran malgrado i suoi sforzi per la “sicurezza” di Paesi come l’Iraq e la Siria, non ottenga nessun vantaggio economico, mentre altri sì – intendendo evidentemente la Russia. Perché è la Russia che in Siria gioca la parte del leone, ed è proprio il caso di dirlo visto che Assad in arabo significa leone…

SK. Ma, appunto, la Russia ha recuperato dei progetti fatti con l’Iran a cui non resta gran che dal punto di vista economico, a parte il suo interesse strategico non ha nessun interesse economico cruciale in Siria…

GA. Il problema dell’Iran è l’essere diventato uno Stato guerriero, che ha forze militari e paramilitari sparse nella regione, ma non essere una forza economica. Perché vive delle rendite petrolifere, ma non ha un’economia che possa offrire alternative. Mentre la Russia sul piano economico, industriale è ben più importante dell’Iran e gli Stati Uniti che hanno i loro rapporti con l’Iraq. Quindi di fronte alla Russia e agli Stati Uniti, l’Iran non ha alcun peso. Ancora, l’Iran ha fatto tutto questo per degli interessi strategici, ma si è accorto che questo costa gli molto; inoltre bisogna aggiungere il rallentamento economico dovuto alle sanzioni imposte da Trump.

Sono in una situazione difficile anche perché la forza principale del regime sono i guardiani della rivoluzione, che vivono sul mantenimento della tensione e sul ruolo espansionista del regime. Esiste una contraddizione: una pressione economica che spinge gli iraniani a cercare di negoziare e trovare un compromesso, ma allo stesso tempo non vogliono perdere la loro posizione strategica nella regione. Quindi per questo dicevo che c’è una specie di gioco delle parti tra Teheran e Washington sulle condizioni per un ritorno all’accordo sul nucleare. Bisognerà vedere cosa accadrà.

È in questo contesto che va inquadrato il bombardamento di domenica scorsa nel regno saudita, partito dallo Yemen ma che evidentemente è stato possibile esclusivamente grazie all’aiuto e alla decisione dell’Iran. È un modo per far pressione non solo sull’Arabia Saudita, ma anche sugli Stati Uniti; perché anche un bombardamento limitato di questo genere porta all’aumento del prezzo del petrolio, provoca scossoni sui mercati, ecc. Quindi si creano delle condizioni che i Paesi occidentali assolutamente non vogliono. Soprattutto a causa della crisi economica in cui siamo oggi.

SK. Ci restano dieci minuti e cercheremo di rispondere a tre domande.

Possono le sfide confessionali aiutare a spiegare il fatto che in Siria non ci sia un movimento popolare unito come in Sudan?

GA.  Non credo. Credo che all’inizio della rivolta siriana – ma questo tu Salam, in quanto siriano, lo sai meglio di me – c’è stato un superamento delle differenze religiose. Le parole d’ordine dei comitati di coordinamento locali erano anti-confessionali, ecc.

C’è stata una ri-confessionalizzazione, se si può dire, del conflitto che in parte è il prodotto del fatto che le potenze regionali hanno patrocinato l’opposizione e hanno spinto in direzione della sua confessionalizzazione. Ad un certo punto c’è stato il finanziamento da parte dei Paesi del Golfo di chiunque indossasse abiti religiosi e brandisse bandiere nere o comunque abbracciasse la logica delle forze integraliste, o almeno religiose. Da parte del regime è stato fatto di tutto fin dall’inizio per incoraggiare questo, compreso – cosa ben nota – liberando nel 2011 i jihadisti che erano nelle prigioni siriane, ben sapendo che avrebbero creato dei gruppi armati sotto quelle bandiere. Perché tutto questo? Perché il regime si è permesso di usare le minoranze religiose, comprese parti dei sunniti. Il regime non sarebbe sopravvissuto se, come viene presentato da alcuni, ci fossero stati i sunniti da un lato e le minoranze dall’altro. Perché i sunniti sono il 70% della popolazione e il regime ha sempre conservato il suo ascendente su una parte della popolazione sunnita. È più complicato di come lo si descrive.

Il regime ha puntato sulla paura delle minoranze e di una parte dei sunniti, e ci è riuscito.

Credo che in futuro la storia dimostrerà le complicità machiavelliche, per esempio, tra Daesh e il regime siriano – ci sono diversi indizi in questa direzione. Quello che il regime sperava era esattamente questo, quello che io ho chiamato “il nemico preferito”, che non erano i comitati di coordinamento locali dei primi mesi della rivolta, che era il nemico mortale – esattamente perché si è permesso di unire la popolazione contro il regime – ma i jihadisti wahabiti anti-sciiti, anti-alauiti, ecc., perché questo ha permesso di spaventare tutti. Compresi i Paesi occidentali e quindi di dissuaderli dal rafforzare realmente l’opposizione siriana.

SK. Pensi che le società arabe nel loro stesso processo storico di costruzione fossero favorevoli all’accettazione di dittature in nome della stabilità?

GA.  No. La maggioranza di una popolazione – anche se ci sono sempre delle differenze – può sostenere una dittatura se questa realizza per quella parte di popolazione dei vantaggi sociali, economici, ecc. Si è visto nella storia e non c’è alcun dubbio che il regime nasseriano godesse di una grande popolarità in Egitto: è innegabile. Questo è testimoniato dagli stessi funerali di Nasser. Ma perché questo? Non perché Nasser abbia realizzato la democrazia, anzi al contrario mise in piedi un regime militar-poliziesco. Tuttavia non era un regime reazionario e ha realizzato delle conquiste reali a livello della dignità nazionale, con la nazionalizzazione dei beni detenuti dagli stranieri nel Paese, con la riforma agraria, con la democratizzazione del sistema educativo e di quello sanitario. Ha fatto passi in avanti nella modernizzazione industriale ed economica del Paese. Era un regime dittatoriale, ma una dittatura popolare presso la grande maggioranza della popolazione per questi motivi. Oggi c’è nostalgia di questo regime in Egitto.

Ma questi criteri non possono essere applicati a delle dittature che contemporaneamente aumentano il livello di sfruttamento, della dominazione straniera, delle ineguaglianze sociali. Mentre sotto Nasser le diseguaglianze sociali erano diminuite – questo è dimostrato dai numeri – come vi fu la rinascita nazionale. Questo ha fatto la differenza. Ma quando non ci sono più queste condizioni le popolazioni non appoggiano più le dittature, sia nei Paesi arabofoni o altrove.

L’idea che esistano delle culture che amano le dittature è un’idea tipica dell’orientalismo, nel senso spiegato da Edward Said (19) o del razzismo più grossolano. Come oggi si vede in Francia con l’islamofobia. È chiaro che le popolazioni di questa parte del mondo, come in tutto il mondo, aspirano alla libertà e alla democrazia. Possono momentaneamente accettare dei regimi dittatoriali, se questi apportano su altri piani molti elementi positivi, ma oggi non è questo il caso in nessuna parte del mondo e quindi vediamo esplosioni di rivolte.   

Traduzione di Cinzia Nachira 

10 marzo 2021

Qui l’originale: https://www.youtube.com/watch?v=6V-Yy8gXr7w            

NOTE

*) Salam Kawakibi, ricercatore in Scienze politiche è direttore del Carep (Centre Arabe de Rechereche & d’Etudes Politique) di Parigi. Ex direttore aggiunto di Arab Reform Initiative, professore associato all’università Paris 1 Pantheon-Sorbonne, è anche presidente dell’associazione “Initiative pour une Syrie nouvelle”. Laureato in scienze economiche, relazioni internazionali e scienze politiche presso le università di Aleppo e di Aix-en-Provence, è stato ricercatore dal 2009 al 2011 presso la facoltà di scienze politiche all’università di Amsterdam. Dal 2000 al 2006 ha diretto l’istituto francese del Vicino Oriente (IFPO) ad Aleppo e fa parte della redazione della rivista Confluences Méditerranée. Riveste l’incarico di presidente del consiglio consultivo dell’organizzazione Ettijahat-Indipendent Culture e membro del consiglio consultivo di The United Nations University Institute on Globalization, Culture and Mobility (UNU-GCM).
**) Gilbert Achcar, di origini libanesi, è attualmente docente di relazioni internazionali presso la Soas di Londra. Ha insegnato in diverse università europee in Francia e in Germania, dove è stato ricercatore del Centro Mark Bloch. Ha abbandonato il Libano in seguito all’invasione israeliana del 1982. Oggi è considerato uno dei massimi conoscitori dell’area mediorientale a cui ha dedicato una vasta attività di pubblicazioni. I suoi ultimi testi, purtroppo nessuno tradotto in italiano, sono dedicati allo studio e all’analisi delle rivolte scoppiate in Medio Oriente e in Nord Africa nel 2011: Le peuple veut, une exploration radicale du soulevemt arabe (2013), Marxisme, Orientalisme, Cosmpolitisme
(2015), Sympotomes Morbides, la rechute du soulevement arabe (2017).
1) Hirak, in arabo “movimento”, è il nome con cui con cui vengono indicati i movimenti di protesta scoppiati in Algeria e nel Rif marocchino tra il 2016 e il 2019. Cfr.https://fr.wikipedia.org/wiki/Hirak, https://fr.wikipedia.org/wiki/Mouvement_populaire_du_Rif, https://fr.wikipedia.org/wiki/Hirak_(Alg%C3%A9rie).
2) Grande notabile di Aleppo, dove fondò delle riviste e ricoprì incarichi importanti, ‘Abd al-Rahman al-Kawakibi (Aleppo 1885-Il Cairo 1902) dovette trasferirsi al Cairo nel 1900 per sfuggire alla tirannia del sultano Abdulhamid. In questa città pubblicò sulla stampa riformista gli articoli che costituiranno il nucleo centrale delle sue due opere primcipali: Taba’i al-istibad (Le caratteristiche del dispotismo) e Umm al-qura (La madre delle città). Morì nel 1902 probabilmente avvelenato da agenti del sultano. [Nota di Salam Kawakibi]
3) Michel Kilo, scrittore siriano (1940-2021) ed esponente assai noto dell’opposizione al regime degli Assad. https://en.wikipedia.org/wiki/Michel_Kilo
4) Hazbollah, è un’organizzazione politica e militare libanese integralista islamica sciita nata nel 1982. Per un approfondimento storico e un’analisi si vedano: Gilbert Achcar e Michel Warscawski, La guerra dei 33 giorni. Un libanese e un israeliano sulla guerra di Israele in Libano, Edizioni Alegre, Roma 2007, pp. 99 e di Gilbert Achcar, L’Oriente incandescente – il Medioriente allo specchio marxista, Edizioni Shahrazad, Roma 2009.
5) Amal, organizzazione libanese alleata di Hezbollah. Cfr. nota 4

6) L’esercito siriano invase il Libano nel 1976 allo scoppio della guerra civile e rimase nel Paese fino al 2005. Cfr. Gilbert Achcar, op. cit., nota 4.

7) Farouk Mardam Bey, intellettuale siriano dagli anni ’60 vive a Parigi dove lavora presso le edizioni Actes Sud. Sull’argomento cui fa riferimento Salam Kawakibi, Rproject ha pubblicato un suo articolo: http://rproject.it/2017/01/e- si-dicono-di-sinistra/ Cfr. anche un’intervista a Farouk Mardam Bey, Dieci anni di rivolta anti Assad: un Bilancio, (http://rproject.it/2021/04/f-mardam-bey-dieci-anni-di-rivolta-anti-assad-un-bilancio/) pubblicata all’interno del dossier speciale che Rproject dedica al decennale 2011-2021. Inoltre, alla Siria sotto il dominio del clan degli Assad, si veda anche: Subhi Hadidi, Ziad Majed, Farouk Mardam Bey, Dans la tet ê de Bashar al-Assad , edizioni Actes Sud, Parigi, 2018, pp. 200.

8) Il Fronte di Salvezza Islamica (FIS) vinse le elezioni in Algeria nel 1992, il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) al potere fin dall’indipendenza nel 1962 attuò un colpo di Stato che provocò una guerra civile strisciante che è durata molti anni.

9) Nel 2012 Mohammed Morsi esponente dei Fratelli Musulmani vinse le elezioni politiche in Egitto seguite alla caduta di Mubarak nel gennaio del 2011. Il governo guidato dai Fratelli Musulmani non risolse nessuno dei problemi strutturali che avevano portato alla rivolta e un grande movimento popolare, Tamarrod, raccolse circa 22 milioni di firme con una petizione che chiedeva le dimissioni di Morsi e vi furono nel Paese manifestazioni imponenti, ma che non ottennero alcun risultato. Dopo tutto questo lo stesso movimento invocò l’intervento dei militari spianando la strada al colpo di Stato del generale al Sissi del 2013. Cfr. Gilbert Achcar, Symptômes morbides : La rechute du soulèvement arabe, Actes Sud, Parigi 2017 (di quest’opera l’anno precedente fu pubblicata la versione inglese:
Morbid Symptoms: Relapse in the Arab Uprising, Stanford University Press, 2016.
10) A questo proposito, si veda: Gilbert Achcar e Michel Warschawski, La guerra dei 33 giorni…, op. cit.
11) Maxime Rodinson (1915-2004), storico francese è stato uno dei massimi conoscitori e analisti dell’area mediorientale. Ancora oggi le sue opere sono un punto di riferimento per chiunque voglia approfondire queste tematiche. Cfr.: https://it.wikipedia.org/wiki/Maxime_Rodinson.
12) Shari’a è il complesso di leggi che regolano il diritto islamico. Cfr. Paolo Branca, Introduzione all’Islam, Edizioni San Paolo, Milano, 2011
13) Rabi’a al-‘Adawiyya, la piazza del Cairo dove migliaia di sostenitori dei Fratelli Musulmani organizzarono un sit-in permanente che durò diverse settimane dopo la destituzione del presidente Mohammed Morsi con il colpo di Stato del generale al Sissi del 3 luglio 2013. I manifestanti, la cui stragrande maggioranza era disarmata e pacifica, furono massacrati il 14 agosto 2013, dopo l’ennesimo rifiuto di arrendersi. Le vittime di questo primo massacro dell’era Al Sissi si contano a centinaia, anche se il numero preciso non si saprà probabilmente mai perché l’esercito e la polizia hanno ripulito a tempo di record la piazza dai resti della battaglia, per cui nessuna fonte indipendente ha mai potuto verificare le reali dimensioni di ciò che avvenne. Per dare l’idea, comunque anche il ministero della salute egiziano parlò di 638 vittime, mentre i Fratelli Musulmani di 2.600. Secondo Human Rights Watch i morti furono 817. Il numero dei feriti arrivò ad almeno 3994. Tutto questo, al di là di quale cifra di morti sia la più verosimile, avvenne in 24 ore. Per un’analisi approfondita si veda: Gilbert Achcar, Symptômes Morbides, la rechute du soulevement arabe, Edizioni Actes Sud, Parigi 2017, pp. 271
14) Abu Bakr Jamaï, giornalista marocchino: https://fr.wikipedia.org/wiki/Aboubakr_Jama%C3%AF
15) Driss Basri, ministro degli interni del Marocco dal 1979 al 1999: https://en.wikipedia.org/wiki/Driss_Basri
16) Mohammed Bin Salman, principe ereditario del regno saudita: https://www.corriere.it/esteri/21_gennaio_29/chi-
mohammed-bin-salman-detto-mbs-principe-ereditario-saudita-782466d8-6234-11eb-b7b0-378dab96ebfa.shtml
17) Samuel Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano, 2000.
18) Nel 1956 Israele, Francia e Gran Bretagna invasero l’Egitto – la cosiddetta Guerra di Suez – per cercare di impedire a Nasser, il presidente egiziano, la nazionalizzazione della compagnia del Canale di Suez ancora in mani straniere, per cui i proventi della navigazione attraverso lo stretto non andavano all’Egitto.
19) Edward W. Said, Orientalismo – L’immagine europea dell’Oriente, Feltrinelli, Milano, 2013
 
 

   

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