MERCENARI

di Domenico Quirico

Nella intimità delle cancellerie occidentali suona, per la Libia, la campana a stormo dell’ottimismo: la tregua regge si dice, le milizie sonnecchiano come balene pigre a poche dune l’una dall’altra, le miracolose elezioni, primo assaggio di un avvenire radioso, sono a un passo. Perfino il truce generale di Bengasi, Haftar, con le sue manie annessioniste sembra sparito. Si impermaliscono gli ottimisti se qualcuno suggerisce prudenza, se disegna un paesaggio formicolante ancora di ombre. Il clou della questione è un numero: che si impiglia negli scenari confortevolissimi, fa raschiare i meccanismi con sinistri scricchiolii. Il numero che non si riesce a far rientrare nei calcoli è ventimila: quanti sono i mercenari che combattono nei due schieramenti della guerra civile, quello di Haftar e quello tripolino, malandata barca nelle mani del discutibile primo ministro Abdelhamid Dabaida.

Per leggervi dentro, a quel numero, occorre il mappamondo: russi e ciadiani, siriani e turkmeni, sudanesi. Ben armati, agguerriti, mastini che sanno combattere la guerra con il diavolo in corpo, legati ai loro comandanti più che ai datori di lavoro: come i mercenari di tutti i tempi. La guerra è un bene di consumo, lo puoi comprare sul mercato se sei disposto a pagarne il prezzo. Gli dei e gli spettri di questi combattenti, le solidarietà fraterne e i massacri, l’avidità e le paure, sono invisibili agli estranei, una realtà silenziosa, enigmatica, che fa paura.

Sarebbe splendido come ha auspicato, ahimè invano, la signora Najla Mangouch, ministro degli esteri del governo di Tripoli, che i mercenari di entrambi gli schieramenti se ne andassero, smaterializzandosi dal suolo libico. Peccato che non ci sia nessuno in grado di renderla possibile, questa provvidenziale evaporazione. Certamente non le potenze occidentali che coccolano gli accordi di pace libici ma che non manderanno mai soldati per garantirli. Non lo faranno Russia, Turchia e Emirati che i mercenari hanno arruolato: è grazie a loro che sono riusciti a fissare sul terreno una redditizia situazione di parità, divisa da una sorta di Maginot nel deserto tracciata tra Sirte e Jufra. E con i mercenari combatteranno le nuove battaglie per confermare o ingrandire influenze geopolitiche, e arraffare petrolio, contratti di ricostruzione.

Ma sono soprattutto i mercenari a non avere alcuna intenzione di chiudere il profittevole contratto libico: l’alternativa sarebbe tornare in Siria e in Darfur a morire di miseria e di guerra in conflitti molto più poveri e feroci di quello che combattono qui. Un salario mensile di duemila dollari è un tesoro per miliziani rintanati tra le rovine di Iblid dove il cielo diluvia bombe dell’esercito di Bashar Assad. O prelevati nei deserti del Darfur dove le divergenze tribali si regolano, dal 2003 almeno, in una mischia sacrilega. La Libia è ricca, immensamente ricca, e debole. Un affare perfetto per chi sa maneggiare un kalashnikov e un lanciagranate. Se i committenti si faranno avari si possono avviare ricchi traffici privati, controllo di pozzi o oleodotti, migranti, droga. Qui non c’è il contagio di furore omicida delle guerre del fanatismo e delle tribù. Semmai si segue la logica del profitto, dell’investimento redditizio.

La privatizzazione della guerra, la globalizzazione della sicurezza? No, meglio rileggere la storia dei mercenari stranieri nell’Italia del trecento-quattrocento: inglesi e francesi rimasti senza lavoro per la fine della guerra dei cent’anni, disoccupati dei massacri tra borgognoni e armagnacchi. Li assoldarono i ricchi comuni italiani che farneticavano nei loro egoismi. Un buon affare, pensarono.  Non se ne andarono più.

Allora: chi sono, da dove vengono e chi la finanzia questa legione straniera dei ventimila? Il gruppo più numeroso è quello dei ‘’siriani’’. Nel 2019 erano quattromila, ora secondo l’Osservatorio siriano per i diritti dell’uomo se ne contano 13 mila, forse più. La maggioranza combatte sotto le bandiere di Tripoli ma ce ne sono anche tra le fila di Haftar, duemila, reclutati dai russi nell’inestinguibile cainismo siriano. La Turchia li ha piluccati tra i disperati asserragliati nell’ultimo bastione ribelle di Iblid nella Siria occidentale che rimpicciolisce ogni giorno. Nel novembre del 2019 le roche bestemmie delle cannonate sfioravano ormai Tripoli; si chiese aiuto ai turchi. Rapido addestramento di tre mesi ad Afrin e ponte aereo per la Libia. Per duemila dollari di salario (promessa non sempre mantenuta) e una ipotetica concessione della nazionalità turca, fermarono Haftar e lo ricacciarono in Cirenaica. C’erano uomini delle formazioni jihadiste, sopravvissuti dell’Armata libera, ma anche turkmeni della divisione Sultan Murad. La prospettiva di andarsene li ha fatti infuriare. Hanno rifiutato di sciogliere il comando che riunisce i loro capi. Li ha appoggiati il gran mufti di Tripoli che ha definito l’irriconoscente ministro degli esteri ‘’donna cattiva e spregevole’’. Per gli islamisti e i fratelli musulmani i ‘’siriani’’ sono una fanteria indispensabile da far pesare sul piano politico.

L’altro contingente maggiore sono gli undicimila sudanesi, arruolati soprattutto tra le milizie del Darfur e pagati dal Qatar. Esperti come pochi in fatto di sacrifici, vessazioni, e dolori.  Le loro alleanze sono mobili, sfuggono alle analisi e non sempre rispondono a una logica politica. Hanno combattuto contro il regime del deposto al Bashir, l’annuncio della amnistia in teoria li dovrebbe indurre a rientrare. In teoria. Per questi migranti del kalashnikov il nuovo governo di transizione è ‘’una copia del dittatore’’. 

Tra loro anche coloro che sarebbero stati arruolati con l’inganno. Una compagnia privata del Qatar offriva un lavoro nella sicurezza nei ricchi e tranquilli Emirati. Invece sono stati rinchiusi in campi di addestramento simili a prigioni, e posti di fronte alla scelta tra combattere, nello Yemen o in Libia: scegliete voi. ‘’Ridateci i nostri figli’’ gridavano i loro parenti in alcune manifestazioni di protesta svoltesi a Khartoum. Per ora presidiano in un disperato paesaggio color di cenere, in una immensità che confina con il nulla, la maginot della Sirte.

Tratto da: www.lastampa.it

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