SULLA RIVOLTA PALESTINESE

di Cinzia Nachira

Lo scoppio della nuova ondata di rivolta in Palestina/Israele negli ultimi dieci giorni dello scorso aprile è qualcosa di diverso da ciò cui abbiamo assistito in questi ultimi anni.

Questa volta la rivolta rimette al centro dell’attenzione il cuore stesso del problema palestinese: l’espulsione dei palestinesi. Dal quartiere di Sheikh Jarrah alla Spianata delle Moschee e non viceversa è la strada percorsa. Questo è il vero elemento di novità e di speranza. Da molte settimane prima che noi ce ne accorgessimo nelle città miste di Israele bande scatenate di ebrei israeliani ultraortodossi e ultraconservatori si rendevano protagoniste di vere e proprie spedizioni punitive nelle zone delle città abitate dai palestinesi israeliani al grido di “Morte agli arabi!” a cui questi ultimi rispondevano con altrettanti attacchi; producendo un livello di scontro inedito per l’intensità.

In pochi giorni il groviglio di discriminazione e spoliazione in cui vivono i palestinesi israeliani è venuto al pettine svelando una elementare verità: il “conflitto” israeliano palestinese non è religioso, ma territoriale. Gerusalemme è al centro di questo non solo come cuore religioso dell’Islam ma come città la cui origine araba e palestinese non può che essere negata dal sionismo che come progetto coloniale si è potuto realizzare esclusivamente grazie all’espulsione di massa degli abitanti autoctoni. Questi ultimi, come diceva Maxime Rodinson, quando il sionismo si affermava come movimento colonialista di stampo occidentale alla fine del XIX, facevano in qualche modo parte del panorama delle terre di conquista, ma restavano per i colonizzatori sullo sfondo: ostacoli facilmente eliminabili sulla via della conquista.

Per ovvi motivi di spazio, non ripercorreremo tutte le tappe storiche che hanno portato nel 1948 all’autoproclamazione dello Stato di Israele. Sarà sufficiente sottolineare il fatto che fin dalla fine degli anni ’90 del XX secolo sembrava essere arrivata la vittoria finale del sionismo e questo grazie non solo alla forza militare e al sostegno incondizionato a livello internazionale di cui Israele ha sempre goduto. Molto di questa fase lunghissima è stata dovuta anche alle contraddizioni interne della resistenza palestinese, la quale soprattutto dopo gli accordi di Oslo del 1993 si è ancora di più trasformata in un apparato burocratico distante e non di rado contrapposto al popolo che diceva di voler rappresentare. Per questa ottima ragione è lecito sostenere che senza le scelte dell’Autorità Nazionale Palestinese dal 1994 in poi Israele non avrebbe potuto accumulare in trent’anni la stabilità di cui ha goduto.

Ovviamente non è nostra intenzione sostenere in alcun modo che le responsabilità ricadono sui palestinesi: Israele porta interamente la responsabilità di tutto ciò che è successo. Ma nasconderci il fatto che le direzioni politiche palestinesi non sono estranee a questa situazione non rende un buon servizio al popolo palestinese.

I decenni in cui la causa palestinese è stata usata strumentalmente dai regimi dispotici arabi come arma di distrazione dai loro problemi interni è stata messa in grave crisi sia dalle rivolte scoppiate nel 2011, sia dalla necessità delle due leadership palestinesi di posizionarsi a livello regionale su poli opposti. Mentre l’ANP di Abu Mazen non poteva che schierarsi con i regimi arabi che venivano scossi dalle rivolte interne, Hamas cercava di trovare un suo ruolo regionale nel momento in cui nel 2012 – soprattutto dopo la vittoria elettorale in Egitto – i Fratelli Musulmani erano giunti al loro apogeo. Certo, la sconfitta di quelle rivolte e l’ingresso della regione in una nuova stagione di preminenza dei vecchi apparati che in fin dei conti rinascevano dalle loro ceneri sotto forma di nuove dittature, come nel caso dell’Egitto oppure di orribili guerre civili come in Siria, Yemen e in Libia o ancora con governi in cui alchimie e cooptazioni tra vecchi regimi e opposizione, come in Tunisia (solo per citare i casi più eclatanti e noti), ha fatto illudere molti che l’ondata di rivoluzioni del 2011 si fosse chiusa. Questa illusione, per molti anche in ambienti insospettabili, veniva in qualche modo rafforzata dal fatto che negli Stati Uniti l’amministrazione guidata da Donald Trump aveva spinto e prodotto una politica estera mai così favorevole ai peggiori regimi, con i quali teatrali scontri verbali quasi all’ultimo sangue poi sfociavano in accordi – per esempio è il caso della Corea del Nord.

In Medio Oriente la politica trumpiana sembrava aver quasi raggiunto l’obiettivo del disimpegno quasi completo dai teatri più sanguinosi e pericolosi: Siria, Iraq e Yemen. Questo scenario ovviamente non poteva però cancellare con un colpo di spugna il ruolo degli Stati Uniti nella regione. In questo senso, Donald Trump ha cercato, senza riuscirci, di sganciarsi appaltando ai suoi più fedeli alleati – Paesi del Golfo, in primis Arabia Saudita, e Israele – e suoi clienti il ruolo principale per difendere i propri interessi.

Negli ultimi anni Israele ha cercato di sfruttare a pieno ritmo il momento propizio, inaugurando una serie di accordi per la normalizzazione dei rapporti con alcuni Paesi arabi o comunque a maggioranza musulmana.

Nel dicembre 2020 in un colloquio con Kelly Craft, ambasciatore statunitense all’ONU, Benjamin Netanyahu, infatti ha dichiarato:

Potete vederlo dai Paesi arabi: molti hanno già deciso di fare un passo avanti, altri lo faranno […] penso che dovremmo continuare con questa politica e vedremo molti, ma molti Paesi, certamente di più di quanti la gente si aspetti. (1)

E aggiungeva ringraziando l’amministrazione Trump per il grande aiuto offerto a Israele per raggiungere questi accordi per “aver difeso la verità e lo Stato di Israele”. (2)

I Paesi a maggioranza musulmana che alla fine hanno accettato di normalizzare i rapporti con Israele sono stati: Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Sudan e Marocco. Questi ultimi due in cambio hanno ottenuto vantaggi di non poco conto: il Sudan è stato rimosso dalla lista statunitense degli Stati che appoggiano il terrorismo e il Marocco si è visto regalare la sovranità su Sahara Occidentale. I primi due hanno ottenuto consistenti forniture in armamenti da parte degli Stati Uniti.

Tutto questo è seguito ai cosiddetti “Accordi di Abramo” sottoscritti il 15 settembre 2020 alla Casa Bianca da Israele, Emirati Arabi e Oman. A due mesi dalle elezioni statunitensi poi perse da Donald Trump, Israele annunciava un piano unilaterale di annessione del 30% della Cisgiordania, l’annessione di tutta Gerusalemme come capitale indivisa, la ridefinizione i confini con la Cisgiordania con l’annessione della valle del fiume Giordano – in cambio concederebbe piccole aree desertiche del Negev al confine con il Sinai e alcune piccole città e villaggi del cosiddetto “triangolo arabo”  (Kafr Qara, Arara, Baha al Gharbiyye, Umm al Fahem, Qalanswa, Taibe, Kafr Qasim, Tira, Kafr Bara e Jaljulia). In quest’area in territorio israeliana vivono circa 260.000 palestinesi, la maggioranza della popolazione che vi risiede, quindi questo progetto non mira ad una redistribuzione della terra, ma a favorire la supremazia ebraica in una zona storicamente a maggioranza palestinese all’interno di Israele. A fronte di questa catastrofe i palestinesi si vedrebbero dare 50 milioni di dollari e uno Stato smilitarizzato. Il “giusto” coronamento alla decisione degli Stati Uniti del 14 maggio 2018 di trasferire la loro ambasciata a Gerusalemme.

Quindi, oggi prima di sorprenderci di ciò che accade in Israele nelle zone dove ci sono consistenti comunità palestinesi ricordiamoci di tutto questo. Soprattutto non bisogna dimenticare che il già significativo scivolamento a destra dell’opinione ebraico-israeliana in questo modo ha terminato la sua corsa lasciando ampio spazio alla destra para fascista o fascista tout court dei coloni ultra religiosi.

Quello che l’Occidente e anche la Russia speravano, ossia il fatto che Israele e lo scontro con i palestinesi restasse ai margini delle turbolenze regionali in modo che non venissero messi in difficoltà nei loro tentativi di raggiungere una qualche stabilità, soprattutto cercando una soluzione al groviglio drammatico siriano, si è dimostrato basato sul nulla.

Gli accordi di Abramo avevano come obiettivo non quello di rendere Israele accettabile nell’alveo regionale, ma quello – per fortuna smentito in queste settimane – di mettere una pietra tombale sulle rivendicazioni dei palestinesi.

Se si tiene conto del brodo di coltura nel quale ha germogliato, non è per niente sorprendente che oggi lo scontro sia riemerso più forte che mai nelle cosiddette “città miste” in Israele. Al contrario di quello che si pensa, il vero problema di Israele non è lo scontro con Hamas, ma il cosiddetto “fronte interno”. Per questo motivo quando i palestinesi che vivono a Ramle, Lydda, Haifa, Nazareth, ecc. alle aggressioni dei coloni non sono fuggiti ma si sono organizzati resistendo, manifestando e spesso riattaccando, persino la polizia israeliana è rimasta sbigottita. Coloro che pensavano i palestinesi ormai rassegnati ad un destino di discriminazione e spoliazione, invece si erano risvegliati, ben sapendo che in definitiva non avevano nulla da perdere.

I quadretti romantici, ma falsi, di queste città dove la stampa occidentale vedeva una “storica convivenza tra arabi e israeliani” cadevano a pezzi rovinosamente di fronte alla realtà che in pochissimi, però, vogliono vedere realmente. In questo senso, la scelta di Hamas di militarizzare lo scontro, dopo l’invasione da parte della polizia israeliana della moschea di al Aqsa, in definitiva era quello che il governo e l’esercito israeliano speravano e che hanno in tutti modi provocato.

Ma anche la speranza israeliana di tornare sul “piano consueto” con l’avvio della quarta aggressione deliberata alla Striscia di Gaza è in buona parte andata in frantumi, per cinque motivi: 1) per quanto ovviamente non paragonabile a quella israeliana, la capacità dei razzi di Hamas di raggiungere la periferia di Tel Aviv e i dintorni di Gerusalemme (tanto da imporre l’evacuazione in tutta fretta della Knesset) è risultata maggiore rispetto al passato e per la prima volta da molti decenni il panico si è diffuso nelle città israeliane anche quelle “bianche”; 2) i palestinesi israeliani e quelli residenti in Cisgiordania negli undici giorni di massacro indiscriminato nella Striscia di Gaza hanno continuato a scendere in piazza e non sono tornati a casa dopo il cessate il fuoco del 21 maggio; 3) nei Paesi arabi le piazze sono tornate a riempirsi al grido di “Il popolo vuole la fine dell’occupazione!”, 4) molto probabilmente costretto dai suoi stessi generali Netanyahu ha dovuto rinunciare all’offensiva nella Striscia di Gaza. Ma il modo in cui l’invasione della Striscia di Gaza prima è stata annunciata e poi smentita due ore dopo con un comunicato stampa che parlava di “problemi di comunicazione interna” lascia capire che la confusione nell’élite politica e militare israeliana non è irrilevante (3); 5) negli Stati Uniti cominciano ad alzarsi molte e significative voci che rimettono in discussione il rapporto privilegiato con Israele.

Non chiamiamola guerra

La scelta della militarizzazione dello scontro con Israele da parte di Hamas è stata per un verso il tentativo, per ora non si quanto riuscito, di spostare l’asse portante dell’inizio della rivolta dei palestinesi israeliani sul piano religioso; per un altro verso l’altro aspetto di questa scelta risiede nella necessità del movimento integralista che governa Gaza di valicare politicamente le frontiere della prigione a cielo aperto che è la Striscia di Gaza. Per questo motivo essenziale, quella scelta assai discutibile è stata ben accolta sia dai palestinesi israeliani, da quelli residenti in Cisgiordania, come da quelli sparsi nel mondo arabo e altrove. Ma la “vittoria politica” riportata da Hamas, perché la tregua con ogni evidenza è stata imposta a Israele dalle pressioni internazionali, non potrà a lungo essere il paravento di ciò che questa nuova ondata ha fatto emergere: la necessità sempre più pressante delle nuove generazioni palestinesi – in tutte le loro componenti – di leadership all’altezza dei compiti.

Da questo punto di vista è significativo che in questa occasione Hamas abbia scelto di entrare in campo a suo modo in nome di Gerusalemme e non contro l’embargo a Gaza. La rivolta scoppiata a Sheikh Jarrah ha offerto al movimento islamico l’opportunità di aggirare il rinvio sine die delle elezioni palestinesi decretato da Abu Mazen il 28 aprile scorso, anche questa scelta fatta in nome di Gerusalemme e dei suoi abitanti di poter partecipare al momento elettorale, cosa che ovviamente Israele voleva impedire. Se le elezioni palestinesi si fossero svolte è assai probabile che Hamas le avrebbe vinte e questo è stato il vero motivo che ha spinto Abu Mazen a sopprimerle. Ma una volta scoppiata la rivolta contro l’espulsione delle famiglie palestinesi di Sheikh Jarrah e gli scontri nelle città “miste” in Israele l’ANP è rimasta muta, incapace di fare o dire qualsiasi cosa mentre la repressione israeliana e le spedizioni punitive delle bande di coloni provocavano un numero crescente di assassinii, feriti e migliaia di arresti.

Il mutismo dell’ANP è ovviamente figlio dell’incapacità delle sue strutture di offrire una sponda politica ai palestinesi scesi in piazza massicciamente, al contrario di ciò che è avvenuto in passato, innanzitutto in Israele ponendo in primo piano un vecchio e sempre nuovo problema: la costruzione di una direzione politica che sia tanto all’altezza quanto esterna alle istituzioni tradizionali. All’interno della comunità palestinese, in tutte le sue componenti (dentro Israele, in Cisgiordania, nella Striscia di Gaza e in diaspora), ora il dibattito ruota esattamente intorno a questo problema che prioritariamente è sentito dalle nuove generazioni nate a cavallo del 2000.

Majd Kayyal, un giovane ricercatore di Haifa, ha espresso questo sentimento in modo esplicito:

Questa rivolta è la materia prima e la domanda è: chi tra noi la saprà far fruttare al meglio. Israele cercherà di usarla per dare un doloroso colpo alla presa di coscienza nazionale, offrendo privilegi economici e politici a chi vi si unirà.

Gli israeliani useranno tutte le risorse possibili e faranno progetti per creare una classe politica di “alta gamma”. […]

Tutto questo rappresenta una pessima prospettiva. Ma ne esiste un’altra: noi stessi e non siamo insignificanti. Durante la seconda Intifada eravamo dei bambini; alcuni non erano neanche nati, altri erano troppo giovani e non avevano i mezzi per lottare. Oggi, ne siamo capaci e la nostra partecipazione non è solo un dovere; è una responsabilità vitale.

La nostra responsabilità fondamentale di costruire e consolidare l’idea dell’unità della Palestina […] Abbiamo il compito di cominciare a costruire e mettere in atto una nuova visione che ridefinisca la lotta palestinese dopo anni di chiusura nella trappola dello Stato di Oslo e le assurdità sull’ “eguaglianza all’interno di Israele”. […] (4)

La voce di Majd Kayyal non è isolata, come ricorrenti sono le critiche asperrime a quella élite palestinese che pur di sopravvivere e restare al potere è stata disposta ai peggiori compromessi con Israele. Le responsabilità di questi dirigenti è anche quella di aver distrutto l’idea della possibilità che Israele, attraverso la lotta contro l’apartheid istituzionalizzata e le discriminazioni legalizzate verso i suoi cittadini palestinesi, possa diventare lo Stato di tutti i suoi cittadini. Giustamente, Majd Kayyal pone l’accento sul rischio che la rivolta popolare palestinese corre di restare vittima del metodo più antico: dividere gli oppressi attraverso la cooptazione economica, politica e sociale. Questo soprattutto dopo lo sciopero generale del 18 maggio che ha coinvolto le città miste in Israele e la Cisgiordania. Quel passaggio è di importanza fondamentale perché apre la strada ad un’alternativa possibile. Inoltre, lo sciopero generale risponde anche alla presa di coscienza della necessità dell’unità nazionale palestinese, cosa assai diversa dagli accordi tra le élites politiche dell’ANP e Hamas, anzi imposta loro dal basso.

Ma esiste anche un altro rischio: la cooptazione da parte delle direzioni palestinesi attualmente in campo che arroccandosi in ogni modo al potere cercano di dirottare il senso profondo della rivolta verso i loro interessi.

Questo elemento tutt’altro che remoto o meno pericoloso viene analizzato lucidamente da Tareq Baconi, un ricercatore palestinese-israeliano presso l’International Crisis Group, in un’intervista, dal titolo assai esplicito: Hamas evade dalla gabbia di Gaza, al settimanale +972 al momento dell’annuncio della tregua poco prima del 21 maggio. (5)

Rispondendo ad una domanda sulle divisioni inter palestinesi riguardo al rapporto con Hamas, Tareq Baconi giustamente osserva:

Ogni volta che pensiamo alle esplosioni di piazza in Palestina, lo facciamo quasi sempre intendendole contro le direzioni delle “élites”, a causa della loro incapacità a battersi per i palestinesi nel modo in cui questi ultimi chiedono che questa lotta sia condotta. Possiamo tracciare questa linea dalla Grande Rivolta [del 1936-1939] alla Prima e alla seconda Intifada. Questo mi rassicura – che ci sia una bussola morale nelle piazze palestinesi che costantemente chiedono conto ai dirigenti e rifiutano di lasciarsi travolgere dalla rassegnazione.

Allo stesso tempo quello che mi spaventa è, che è avvenuto nel passato, che il movimento venga cooptato e che i dirigenti continuino a decidere quale strada intraprendere. Abbiamo detto che l’azione di Hamas può essere considerata come una cooptazione della mobilitazione popolare; Fatah anche cerca di cooptare le manifestazioni in Cisgiordania. I dirigenti vi si attaccano nel tentativo di ritrovare credibilità. Cercano di riportare la sollevazione della base verso le loro strutture e di mostrarsi come la parte responsabile che risolverà i problemi. (6)

Questa descrizione che fa Tareq Baconi ricorda assai da vicino ciò che avvenne nel 1987-88 al momento dello scoppio della Prima Intifada, ossia una sorta di dualismo di potere che colse di sorpresa la direzione politica dell’OLP, all’epoca in esilio a Tunisi. Ma con una grande differenza: oggi la rivolta non nasce nei Territori Occupati della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, ma all’interno dello Stesso Stato di Israele e questo è un elemento non nuovo, ma che vista la determinazione dei palestinesi porrà certamente molti più problemi alle attuali leadership, che in passato alla fine sono sempre state in grado di riprendere il controllo della situazione. Questo riguarda sicuramente la direzione dell’ANP, di cui i palestinesi di Cisgiordania, e non solo, chiedono a gran voce le dimissioni per evidenti raggiunti e oltrepassati da tempo limiti d’età, per corruzione e incapacità manifeste. Infatti, quando il 28 aprile scorso Abu Mazen ha rinviato sine die le elezioni legislative con il pretesto del divieto israeliano a recarsi alle urne ai 350.000 abitanti di Gerusalemme, le città della Cisgiordania si sono riempite di manifestazioni contro questa decisione. Di più, quando qualche giorno dopo l’inizio delle manifestazioni a Gerusalemme Est in difesa del quartiere di Sheick Jarrah, poi seguite dai fatti di Lydda e dall’aggressione israeliana contro Gaza con il pretesto dei lanci di razzi, il silenzio di tomba dell’ANP è stato eclatante. Tanto che intellettuali e accademici palestinesi, sia dei Territori Occupati che altrove – compreso all’interno di Israele – il primo giugno hanno diffuso un appello che chiede le dimissioni di Mahmud Abbas nel quale si può leggere:

 La recente gloriosa intifada di Gerusalemme ha rivelato la clamorosa impotenza del presidente, della sua politica e della sua autorità, e l’opinione pubblica palestinese ne ha avuto abbastanza. Dall’inizio dell’intifada nel quartiere di Sheikh Jarrah, e poi la sua espansione ad Al-Aqsa e Gerusalemme, poi Gaza, la Cisgiordania […] il presidente è stato l’assente più importante. (7)

In pochi giorni questo appello ha raccolto oltre tremila firme. Oggi, ogni tentativo possa fare l’ANP di riprendere in mano le redini della rivolta sembra onestamente un gesto non solo poco probabile, ma anche disperato e privo di prospettiva.

D’altronde, neanche la leadership di Hamas può dirsi del tutto al sicuro, malgrado la “vittoria” politica ottenuta con l’entrata in vigore del cessate il fuoco del 21 maggio, perché l’estensione e il persistere della rivolta non segue i suoi canoni. In altri termini, la “cooptazione della rivolta popolare” da parte di Hamas, o meglio il suo tentativo, con la militarizzazione dello scontro con Israele questa volta non potrà concludersi con un accordo più o meno duraturo con Israele, che magari è costretto a fare qualche concessione. Paradossalmente, questo emerge dalla grande solidarietà che ha riunito i palestinesi in tutte le loro componenti – la consapevolezza della coscienza nazionale di cui parla Majd Kayyal – e in cui il peso dell’elemento religioso non è stato preponderante. Hamas, quindi, resta ancora molto diviso anche al suo interno rispetto alla sollevazione popolare e su come rapportarsi con questa, combattuto com’è tra la necessità di affermarsi come forza politica dominante al di là della Striscia di Gaza e volontà di raggiungere questo obiettivo con metodi che ora sono evidentemente insufficienti rispetto alla situazione sul terreno.

D’altronde, non è un caso se i giovani palestinesi che ora sono scesi in campo sono consapevoli della necessità di costruire una direzione politica nuova, non solo per età, ma soprattutto in grado di sfuggire alle trappole che inevitabilmente i vecchi e tanti nemici o falsi amici continueranno a porre sul loro cammino.

Ancora una volta è Tareq Baconi che ci aiuta a capire meglio:

[…] I palestinesi devono trovare il modo di mantenere questa sollevazione popolare al di là delle strutture di direzione attualmente in campo. Questo non significa che non bisogna avere una direzione del movimento. Ciò che abbiamo appreso dalle rivolte arabe del 2011 è che se non c’è una direzione in grado di assumere decisioni politiche e strategiche, lo Stato profondo e lo statu quo vincono. Questa nuova leadership non può essere riportata all’interno delle stesse istituzioni corrotte ci hanno portato dove siamo oggi. Occorre che emerga una direzione più inclusiva da questa mobilitazione della base. (8)

Cosa significa? L’auspicio di riuscire a fare un ulteriore passo avanti anche rispetto al 1987-88 quando le organizzazioni che facevano comunque parte dell’OLP misero quest’ultima di fronte al dato di fatto della rivolta, ma che alla fine le vecchie strutture riuscirono a ricondurre nel loro alveo aprendo la strada agli accordi prima di Madrid nel 1991 e poi a quelli di Oslo nel 1993. Il fatto che dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco 21 maggio la rivolta nelle città miste israeliane e in Cisgiordania non sia rientrata fa intravvedere che Tareq Baconi, per fortuna, ha ragione e che i giovani e le giovani palestinesi, che ovunque siano stanno pagando un prezzo tremendo, riusciranno a porre le basi per questo necessario cambiamento.

Noi e loro

Questo elemento di grande importanza non è una romanticheria di chi ha l’età per ricordare quella che è stata la più grande e importante rivolta del popolo palestinese, ma proprio per le questioni cronologiche di cui sopra siamo in grado di vedere la novità, gli elementi comuni e, forse soprattutto, i rischi comuni, così come le grandi differenze tra il 2021 e il 1987-88.

Oltre alle differenze interne di cui abbiamo parlato ce n’è una fondamentale che riguarda gli Stati Uniti dove il solito e routinario cantico sul diritto alla difesa dello Stato di Israele al momento dell’aggressione contro la Striscia di Gaza iniziata l’11 maggio è stato inceppato da una reazione senz’altro inaspettata anche dalla nuova amministrazione riguardo allo storico ed acritico sostegno incondizionato ad Israele. Questo si è associato anche ad un fatto tutto interno alle dinamiche di instabilità politica che da tempo segnano Israele: le quattro tornate elettorali volute a tutti costi da Benjamin Netanyahu per salvarsi dai processi per corruzione.

L’aggressività militaresca di Netanyahu, al contrario delle altre volte, non è servita all’ex primo ministro a ribaltare la situazione a suo favore. In altro termini, l’esplosione della rivolta palestinese all’interno cella Linea Verde (i confini del 1949) ha aperto un terzo fronte, il più difficile e pericoloso. Perché se all’inizio dei bombardamenti sulla Striscia di Gaza sembrava esclusa ogni possibilità di costruire un fronte anti-Netanyahu, con il passare dei giorni proprio le grandi manifestazioni negli Stati Uniti hanno iniziato ad assumere tutt’altro tono rispetto al passato.

In pochi giorni negli Stati Uniti si è aperto un dibattito assolutamente inedito che si può sintetizzare in una domanda: è giusto e negli interessi degli Stati Uniti continuare ad avere rapporti privilegiati con Israele? In buona sostanza la risposta è stata: no.

L’impressione è che non si tratti solo di una sconfessione della politica di Donald Trump. Evidentemente, l’amministrazione diretta da Joe Biden vorrebbe accontentarsi di questo, ma invece è accaduto che dalle piazze che manifestavano contro l’apartheid israeliana, come contro l’aggressione contro Gaza, si è arrivati alla presa di posizione di oltre 500 membri dello staff della Casa Bianca, quindi del Partito Democratico, che hanno scritto una lettera in cui dichiaravano che finché gli Stati Uniti non avessero imposto un cambiamento sostanziale a Israele nelle sue politiche verso i palestinesi, non avrebbero più messo il timbro su nessuna pratica che riguardasse lo Stato israeliano. Comprese le forniture belliche. (9)

Il testo della lettera è assai esplicito nel sottolineare le differenze tra gli israeliani che per proteggersi dai razzi di Hamas hanno rifugi e i palestinesi di Gaza che invece non hanno alcun riparo dai micidiali bombardamenti indiscriminati israeliani. (10)

Il 27 maggio, sei giorni dopo l’entrata in vigore della tregua Haaretz, sia nella sua versione inglese, sia in quella in ebraico pubblica una prima pagina scioccante per gli israeliani con la fotografia a tutta pagina dei sessantasette bambini uccisi dai bombardamenti sulla Striscia di Gaza, con il titolo: Questo è il prezzo della guerra. (11)

Il giorno successivo, dopo una serie di articoli molto duri verso la politica di Israele verso i palestinesi, il New York Times riprende la prima pagina di Haaretz. Tutto questo fa comprendere in Israele il fatto chiaro che dopo decenni di indiscusso appoggio si sta correndo il rischio concreto di perdere il sostegno del Partito Democratico, asse centrale dell’alleanza con gli Stati Uniti.

Sempre il 27 maggio, su Foreign Policy compare un articolo a firma di Stephen M. Walt, docente di Relazioni Internazionali all’università di Harvard dal titolo più che mai esplicito: It’s Time to End the “Pecial Relationship” With Israel. (12)

In questo articolo vengono elencati quattro motivi per cui i rapporti speciali con Israele non sono più né giustificati, né negli interessi degli Stati Uniti: 1) Israele ha sempre rappresentato per gli Stati Uniti lo Stato in cui hanno trovato rifugio gli scampati allo sterminio nazista e questo gli dava una “superiorità morale” ha giustificato per decenni il sostegno acritico. Dopo il 1967 la pervasività della colonizzazione dei territori palestinesi in crescita assieme alla brutalità del trattamento riservato alla popolazione palestinese ha tolto a Israele, secondo la tesi di Stephen M. Walt, questa indiscussa superiorità morale; 2) dal punto di vista militare e politico i rapporti strategici con Israele non sono più tali da essere sempre e comunque in difesa di quelli degli Stati Uniti. In altri termini, nel tempo non sempre le agende dei due alleati hanno coinciso; 3) economicamente il rapporto speciale con Israele si rivela sempre più inutilmente costoso per gli Stati Uniti; 4) infine, ma non per importanza, Stephen M. Walt denuncia il fatto che chi voglia intraprendere una carriera pubblica negli Stati Uniti deve essere riconosciuto/a come ammiratore di Israele, altrimenti viene ostracizzato/a. (13)

[…] il New York Times ha pubblicato un articolo che descrive in dettaglio le realtà del conflitto in un modo che raramente, se non per la prima volta, ha fatto prima. I vecchi cliché sulla “soluzione dei due Stati” e sul “diritto di Israele di difendersi” stanno perdendo il loro incantesimo, anche alcuni senatori e rappresentanti hanno attenuato il loro sostegno a Israele di recente, almeno nei loro discorsi. Ma la domanda chiave è se e quando questo cambiamento di discorso porterà a un vero cambiamento nella politica statunitense. (14)

Nulla di più errato sarebbe considerare queste parole come una “svolta rivoluzionaria” degli Stati Uniti, che molto probabilmente cercheranno fino in fondo di mantenere la “relazione speciale con Israele” pur facendo ogni sforzo perché almeno superficialmente la politica israeliana cambi. Le parole di Stephen M. Walt sono sicuramente il risultato di vari fattori che vanno dalle grandi rivolte del movimento Blake Lives Matter, fino al peso che ha avuto l’ala radicale del Partito Democratico nella elezione di Joe Biden, passando per il fallimento delle politiche di Donald Trump.

Lo stesso autore si incarica di spiegare bene il senso della sua presa di posizione:

Chiedere la fine della relazione speciale non significa sostenere boicottaggi, disinvestimenti e sanzioni o la fine di tutto il sostegno degli Stati Uniti. Piuttosto, è chiedere agli Stati Uniti di avere una relazione normale con Israele simile alle relazioni di Washington con la maggior parte degli altri paesi. […] Una relazione normale non è un divorzio: gli Stati Uniti continuerebbero a commerciare con Israele e le aziende statunitensi continuerebbero a collaborare con le loro controparti israeliane in qualsiasi numero di iniziative. […] Una relazione più normale potrebbe giovare anche a Israele. Per molto tempo, l’assegno in bianco del sostegno degli Stati Uniti ha permesso a Israele di perseguire politiche che hanno ripetutamente fallito e hanno messo in dubbio il suo futuro a lungo termine. (15)

Se insistiamo su questo articolo è perché esso ben rappresenta non tanto l’ala radicale del Partito Democratico o, ancor meno, i movimenti anche più estremisti che in questi anni sono cresciuti negli Stati Uniti, quanto quell’area liberale-progressista di cui la nuova amministrazione non può ignorare facilmente né l’esistenza, né le opinioni.

Ovviamente, con la nascita del nuovo governo israeliano, per molti aspetti più estremista di quelli presieduti da Netanyahu la prova del nove per Joe Biden sarà ancora più difficile. Perché questo nuovo governo israeliano ha come premessa la continuazione e non l’interruzione delle politiche precedenti verso i palestinesi. Anzi, questa coalizione guidata da Naftali Bennett, come giustamente sottolinea Sylvain Cypel (16), rappresenta il trionfo del nazionalismo mistico ebraico:

Visti i meandri e l’imprevedibilità della politica istituzionale israeliana e le alleanze più improbabili alle quali assistiamo quando la sinistra sionista accetta di entrare in un governo presieduto da Bennett, nessuno può esattamente immaginare che direzione prenderà nell’immediato, né per quanto tempo resterà in campo. Invece, si sa molto bene da dove viene e ciò che vuole. Bennett proviene da una scuola di pensiero che privilegia la mistica della terra associata ad una mentalità coloniale e a un razzismo dichiarato. Egli vuole ancorarlo a questo ancora di più di quanto già non lo sia. (17)

Questo è il dato sul terreno riguardo alla politica istituzionale israeliana. Sbarazzarsi, forse, di Benjamin Netanyahu non risolverà alcun problema di quelli posti. Nei giorni dell’aggressione contro Gaza del mese scorso, molti israeliani non estremisti, né antisionisti, né rivoluzionari, ma espressione di quella classe liberale e liberista, radical chic, che da Tel Aviv o Haifa hanno per tanto tempo chiuso volontariamente gli occhi sulle derive in corso nel Paese dove vivono, hanno improvvisamente scoperto che le scorribande degli amici di Naftali Bennett (che in buona parte sono gli stessi di Netanyahu) nelle città miste hanno come obiettivo la cacciata dei palestinesi e l’omogeneità etnica, culturale e religiosa di Israele. In un Paese di questo genere non c’è posto neanche per loro.

Come spesso è capitato, e continuerà a capitare nella storia, i giovani palestinesi, espressione di un popolo oppresso, depresso, spogliato e privo di rappresentanze politiche oneste e all’altezza, si stanno prendendo l’onere, pesantissimo, di lottare contro la prospettiva che la catastrofe si compia definitivamente. Non possiamo sapere se vinceranno, come è auspicabile; sappiamo però che se usciranno perdenti da questo scontro mortale la sconfitta non sarà solo loro ma anche nostra.

NOTE

1) https://it.sputniknews.com/20201225/netanyahu-molti-altri-paesi-arabi-pronti-a-normalizzare-i-rapporti-con-israele-9937922.html
2) Idem
3) Il 14 maggio 2021 viene annunciata ma poi smentita l’invasione della Striscia di Gaza. Dopo
molte ore per tentare di uscire dal cul de sac in cui questa situazione aveva cacciato il governo
israeliano, la stampa in lingua ebraica ha iniziato a parlare di “un inganno voluto della stampa
straniera per attirare i dirigenti e i miliziani di Hamas nei tunnel poi bombardati”. Ovviamente, se
da un lato questa interpretazione era diretta all’opinione pubblica ebraico-israeliana verso la quale
era impossibile accreditare l’idea di un “errore imbarazzante” come lo ha definito Jonathan Conricus, addetto stampa dell’esercito israeliano durante una conferenza stampa, per altro verso era vitale riallacciare un rapporto di fiducia con la stampa occidentale, da sempre pronta a sostenere
Israele. https://www.ilpost.it/2021/05/15/israele-giornalisti-stranieri/
4) Majd Kayyal, Palestina. Il momento in cui tutto è possibile, in OrientXXI, 27 maggio 2021:
https://orientxxi.info/magazine/palestine-l-instant-de-tous-les-possibles,4795
5) Tareq Baconi, Amjad Iraqi, Hamas breaks out of its Gaza cage, +972 magazine 21 maggio 2021:
https://www.972mag.com/hamas-gaza-jerusalem-protests/ . Per le citazioni si è utilizzata la versione francese pubblicata da A L’Encontre , il 23 maggio 2021:
https://alencontre.org/moyenorient/palestine/palestine-au-dela-du-hamas-et-de-lap-un-defi-comment-maintenir-ce-soulevement-populaire-au-dela-des-structures-actuelles-de-direction.html
6) Tareq Baconi, https://alencontre.org/moyenorient/palestine/palestine-au-dela-du-hamas-et-de-lap-un-defi-comment-maintenir-ce-soulevement-populaire-au-dela-des-structures-actuelles-de-direction.html
7) https://www.palestineforum.net/%d9%86%d8%af%d8%a7%d8%a1 %d8%a7%d9%84%d8%a3%d9%83%d8%a7%d8%af%d9%8a%d9%85%d9%8a%d9%8a%d9%86-
%d9%88%d8%a7%d9%84%d9%85%d8%ab%d9%82%d9%81%d9%8a%d9%86-
%d8%a7%d9%84%d9%81%d9%84%d8%b3%d8%b7%d9%8a%d9%86/
8) Tareq Baconi, op. cit., https://alencontre.org/moyenorient/palestine/palestine-au-dela-du-hamas-et-de-lap-un-defi-comment-maintenir-ce-soulevement-populaire-au-dela-des-structures-actuelles-de-direction.html
9) https://www.theguardian.com/us-news/2021/may/24/joe-biden-israel-palestine-letter-democratic-staffers? fbclid=IwAR2QF7eNLNO4n1ZGAiU2-ywgxmeMZFsFXhD8w3YAziOe1w6J1SBosUnedOs
10)https://matan-aradneeman.medium.com/dear-president-
biden-b19600918a67
11) https://www.today.it/mondo/67-bambini-morti-gaza-haaretz.html
12) Stephen M. Walt, It’s Time to End the ‘Special Relationship’ With Israel, in
Foreign Policy, 27 maggio 2021
https://foreignpolicy.com/2021/05/27/its-time-to-end-the-special-relationship-with-israel/?
fbclid=IwAR2Y4h5EWlnH02qGCaDLaH4fvChTC1Nd5NhC9KghtwyngFRr2sv5Dh4K3Ns
13) Stephen M. Walt, op. cit.
14) Idem
15) Idem
16) Sylvain Cypel, Naftali Bennett, le triomphe du nationalisme mystique juif, in l’Orient XXI,
8 giugno 2021: https://orientxxi.info/magazine/naftali-bennett-le-triomphe-du-nationalisme-mystique-juif,4828
17) Idem
 
 

 
 

  

  

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