ISRAELE: LA CRISI TRA VACCINO E CONTAGI

di Gerardo Leibner da Israele

Come la pandemia, la posta in gioco elettorale approfondisce le disuguaglianze nella popolazione di Israele nei suoi rapporti ai Palestinesi.

Secondo i portavoce del Ministero della salute publica, Israele si trova preso tra una corsa frenetica alla vaccinazione massiccia ed un ritmo accelerato di contagi con un numero altissimo di casi positivi.

Questa situazione così come la saturazione di alcune strutture ospedaliere sono all’origine della decisione governativa del 19 gennaio di prolungare di dieci giorni il fermo totale di tutte le attività che implicano contatti con il pubblico e favoriscono la concentrazione della gente. Inoltre, il governo ha deciso, dopo mesi di tergiversazioni in proposito, di limitare gli ingressi nel paese alle sole persone certificate negative da un test effettuato nelle 72 ore precedenti il volo verso Israele.

Con l’apparizione di una nuova mutazione del virus, la cosiddetta variante britannica, che rappresenta già un terzo dei casi rilevati in Israele, l’epidemia sta conoscendo i suoi peggiori momenti dal marzo dello scorso anno. L’euforia che regnava in Israele grazie al rapido avanzare del piano di vaccinazioni e alla promessa del Premier di sradicare il Covid prima di marzo prossimo, cioè del mese in cui avranno luogo le elezioni, ha oramai ceduto il passo alla preoccupazione e all’incertezza.

La vaccinazione

Oggi, Israele é il paese più avanzato in materia di vaccinazione di massa. Sono già stati vaccinati più dei tre quarti della popolazione di più di sessant’anni, i malati cronici, la stragrande maggioranza del personale medico e sanitario come anche la maggioranza degli insegnanti mentre ora si cominciano a vaccinare le persone in età compresa fra i 45 ed i 60 anni. In dicembre, quando apparve chiaramente che Pfizer avrebbe avuto il vaccino prima di Moderna, il governo di Netanyahu cambiò velocemente il fucile di spalla malgrado il fatto che avesse già investito somme considerevoli per ottenere il vaccino di Moderna.

Preoccupato dalla posta in gioco delle prossime elezioni, le quarte in due anni, nelle quali non é in ballo solo il suo avvenire politico ma anche la sua propria libertà personale in seguito alle accuse di corruzione, Netanyahu ha stabilito un accordo con Pfizer che ha trasformato Israele in un gigantesco terreno di sperimentazione destinato a provare l’efficacia del primo vaccino approvato dalla Food and Drug Administration negli Stati Uniti. Per raggiungere lo scopo, Israele dispone di un’ampia infrastruttura mutualistica medica particolarmente articolata con il sistema di sicurezza sanitaria nazionale per la presenza capillare sul territorio.

Questo sistema di mutue e la sicurezza sanitaria nazionale figurano fra le poche eredità del passato social-democratico sopravvissute alle privatizzazioni dell’era neo-liberista. E’ paradossale che, nemico da sempre del settore pubblico e paladino delle privatizzazioni e della riduzione dei servizi sociali, Natanyahu ponga ora tutte le sue speranze su una rapida operazione di vaccinazione basata essenzialmente su questo sistema, un’operazione destinata a ritrovare la credibilità politica persa durante la contraddittoria conduzione della crisi sanitaria e economica degli sei ultimi mesi.

Da parte sua, Pfizer ha un interesse particolare in questa sperimentazione di massa nella misura in cui l’approvvigionamento di questa struttura mutualistica articolata permette, in modo molto efficace, di vaccinare velocemente la stragrande maggioranza della popolazione e, nello stesso tempo, di raccogliere in modo rapido e metodico informazioni sulle reazioni al vaccino. Gli effetti delle iniezioni su ogni paziente sono immediatamente registrati nelle strutture mutualistiche che le praticano e poi globalmente trasmessi a Pfizer. In tal modo, Israele non é solo terreno di dimostrazione dell’efficacia del vaccino, ma anche un gigantesco laboratorio di sperimentazione che permette di accumulare le conoscenze per, se ciò si rivelasse necessario, migliorare il vaccino o corregerne gli effetti indesiderati.

Desiderosa di finirla una volta per tutte con gli affanni e i disordini nella vita quotidiana generati dalla pandemia, la grande maggioranza della popolazione accorre nei centri di vaccinazione. Esistono, certo, voci critiche, compresi gli oppositori ai vaccini, ma restano molto minoritarie: le voci più critiche sono essenzialmente quelle di responsabili medici a proposito dell’efficacia dei vaccini.

Il numero importante di contagi rilevati durante le tre settimane che separano la seconda iniezione dalla prima prova chiaramente che una sola dose non é sufficiente. E se tutto indica che il vaccino protegge dalla variante britannica, sussistono dubbi, che solo le prossime settimane potranno dissipare, sulla sua efficacia contro la variante sud-africana.

Però l’incertezza maggiore, la più sostanziale, ed alla quale é per il momento impossibile rispondere, é quella sulla durata della protezione di chi é stato vaccinato: né Pfizer, né l’OMS hanno risposte chiare. Sarà sufficiente per tutta la vita o bisognerà ripetere la vaccinazione ogni anno o addirittura ad una frequenza maggiore? L’altra incertezza é se le persone vaccinate, e che dispongono degli anticorpi necessari per combattere efficacemente il virus, possano o meno contagiarne altre. Così, mentre Netanyahu va strombazzando che Israele sarà il primo paese liberato dalla presenza del COVID-19, altri, più scettici, sostengono che essere il primo di cordata in uno scenario di incertezze é anche molto rischioso.

Una tensione estrema sul piano politico e sociale

La crisi politica é presente in molti modi in qualsiasi decisione in materia di epidemia. La disobbedienza dei settori religiosi ultra-ortodossi che hanno deciso di lasciare aperti i loro centri di studio malgrado l’ordine di chiuderli, provocano una forte pressione sul governo e su una polizia recalcitrante ad imporre misure di chiusura. Così, la celerità con la quale sono multate le violazioni delle disposizioni sanitarie da parte di altri settori della popolazione, in particolare la severità alla quale é confrontata la popolazione araba, ha raramente il suo equivalente nei confronti dei settori religiosi i cui partiti sono alleati di Netanyahu. D’altra parte, l’epidemia fra la popolazione ultra-ortodossa conosce livelli altissimi, ben più alti di quelli registrati nell’insieme della popolazione.

Mancano due mesi alle elezioni, due mesi durante i quali si ridefinirà la mappa politica e l’offerta elettorale e ciò può rivelarsi decisivo nello sviluppo dell’epidemia e delle sue conseguenze economiche e sociali. Però, al di là delle elezioni e indipendentemente dai loro risultati, la società israeliana attraversa una profonda crisi interna con gravi tensioni. E, al di là della crisi sanitaria di cui si può, essendo ottimisti, supporre il superamento durante la prima metà del 2021, le conseguenze economiche e sociali saranno molto serie, approfondendo particolarmente le già grandi disuguaglianze sociali.

Così, mentre settori legati alle tecnologie di punta non solo continuano a lavorare, ma prosperano in periodo di pandemia, altri settori si trovano sull’orlo del collasso. Gli stessi processi si verificano sul piano educativo. I bambini di famiglie relativamente agiate hanno potuto beneficiare di una formazione a distanza e compensare con mezzi privati le carenze della istruzione pubblica contrariamente a quelli delle famiglie numerose e povere, di quelle dei paesini periferici e della maggioranza dei bambini arabi che le pessime connessioni ad Internet e la carenza di computer hanno praticamente privato di accesso al sistema educativo durante gli ultimi mesi.

Sul piano del lavoro, i nuovi disoccupati si contano già in centinaia di migliaia e, tenuto conto delle incertezze politiche e sanitarie, la protezione contro i licenziamenti é stata estesa fino al giugno del 2021. Però, molte sono le imprese che stanno approfittando della crisi per ristrutturare e ridurre il futuro volume dell’occupazione, mentre tantissimi sono i lavoratori che hanno accettato, in cambio del posto di lavoro, un aumento dei carichi lavorativi che sarà difficile sopprimere il giorno della ritorno alla tanto anelata “normalità”.

Non parliamo poi dell’Autorità palestinese, cioè degli isolotti autonomi nei quali risiedono milioni di persone sottomesse al blocco israeliano. Questa popolazione, bacino della manodopera a buon mercato di cui approfittano non poche ditte israeliane e che risiede molto vicino alle colonie, non è oggetto di una vaccinazioni tanto rapida quanto quella praticata in Israele. Così, le differenze già abissali in materia di livello di vita, di possibilità, di libertà politiche conosceranno un notevole incremento nei prossimi mesi. Ciò non può che preannunciare una nuova ondata di scontri una volta superata la fase dell’epidemia.

Nel frattempo, le organizzazioni dei coloni israeliani insediati sulle terre sottratte ai palestinesi, utilizzano la concorrenza tra il Likud di Netanyahu e gli altri partiti di destra per ottenere la “legalizzazione” e la costruzione di infrastrutture nelle decine di nuovi “insediamenti” sulle colline del territorio palestinese occupato durante gli ultimi anni. La colonizzazione avanza lentamente e gradualmente, si consolida e restringe lo spazio di cui dispongono i palestinesi. Qualunque sarà esattamente la sua composizione, il nuovo governo nato dalle prossime elezioni sarà un governo di destra, nazionalista, arrogante, ed i suoi margini di manovra rispetto ai palestinesi dipenderanno dalla nuova amministrazione statunitense. A loro volta, i palestinesi, impantanati in una crisi politica cronica, esigeranno molto in fretta una volta ancora e in vari modi che siano ascoltate le loro rivendicazioni e rispettati i loro diritti.

Traduzione di Paolo Gilardi

* Gerado Leibner (Montevideo, 1965), é docente e ricercatore presso il Dipartimento di Storia e cultura dell’America Latina dell’Università di Tel Aviv. Autore di vari libri, pubblica note e analisi in riviste specializzate.

21-1-2021

Tratto da La Diaria: www.ladiaria.com.uy/

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