NOBEL PER LA MACE? PARLIAMONE

di Domenico Quirico

Il premio Nobel per la pace: parliamone. E’ il momento: adesso che uno dei laureati, lo hanno appena insignito, 2019, ha dichiarato guerra a una parte del suo popolo e in Etiopia si contano i morti. Non è un caso da poco: che si configuri una marxiana contraddizione antagonistica tra il premio e il premiato?

Abbiamo ancora gli orecchi pieni dell’insopportabile tormentone degli ‘’afrottimisti’’ al momento della proclamazione, a Stoccolma, del primo ministro etiopico Abiy Ahmed, l’uomo che ha firmato la pace con l’Eritrea dopo un interminabile e stolto conflitto per quattro sassi al confine. Certo qualche dubbio aleggiava. L’altro improvvisato ‘’pacifista’’, il despota staliniano dell’Eritrea Afewerki, neppure le animucce candide del Nobel hanno avuto il coraggio di premiarlo. E restavano cento milioni di etiopici non ancora al corrente, loro, dello svaporare del fantasma che continua a sbranarli, la miseria combinata agli odi etnici. Ma suvvia, c’era Abiy Ahmed: la nuova Africa dello sviluppo, della democrazia, gli etiopici si preparavano a partire per lunghe marce nella modernità. A dar man forte arrivavano gli economisti, che non mancano mai all’afrottimismo, con le tabelle di già mirabolanti indici di sviluppo e le facce di una astuzia seriosa, sempre ingannata, sempre vana. Si annunciavano anche sugose parcelle di affari per il nostro sviluppo in quella miracolata parte del mondo. Le delegazioni di imprenditori e ministri erano tutte in faccende in Abissinia. Tutto è bene quel che finisce bene.

Già. Stringe il cuore vederlo, il premio Nobel, mercoledì scorso in tv annunciare … la guerra a sei milioni di tigrini, la regione del nord che prima di lui ha detenuto per decenni le chiavi del potere: avete superato la linea rossa, vi puniremo e saremo implacabili.  Con il contorno classico delle accuse: attacchi provocatori alle basi dell’esercito a Macallè, disobbedienza al potere centrale, elezioni locali illegittime, e via dicendo. Intanto il premier della pace, del dialogo, dell’unità nazionale si scopre un’anima tirannica, muove le truppe, bombarda Macallè con l’aviazione e taglia linee telefoniche e internet isolando il Tigrai dal mondo. E sulla guerra scende un impenetrabile silenzio. Senza chiasso si uccide meglio. Riconoscete il caldo appiccicoso, denso, quasi palpabile dell’odio etnico? I vecchi demoni riappaiono, il firmamento rassicurante ai margini del quale troneggiava l’uomo della pace nel Corno d’Africa si era oscurato e ne scaturiva una pioggia grigia di delusione. Urgono rinforzi di ottimismo. Il sistema etiopico si ritrova messo a nudo, ridotto a caos mal occultato. Il potere è poco più di una alleanza alla bell’e meglio tra soggetti etnici provati e inaspriti da innumerevoli conflitti, che può disfarsi ad ogni istante.

Perché nel Tigrai, terra dura, arida, di una tristezza deserta e piena di rancore si combatte, aspramente. In gioco c’è il Potere ad Addis Abeba. Il nuovo capo di stato maggiore (il predecessore è stato licenziato dal premier, insoddisfatto della blitzkrieg contro i ribelli) ha già annunciato l’annientamento dei ‘’traditori’’ tigrini, che a loro volta enunciano avanzate. Negli ospedali di Gondar sfilano decine di soldati feriti.

Il timore è che in tutta l’Etiopia e nella capitale si scatenino pogrom contro i tigrini. Le balze dei mesi di governo del premier, presentato come una sorta di Provvidenza che doveva riunificare il paese, son zeppi di massacri interetnici. Nell’Amhara con la complicità delle forze di sicurezza 130 persone sono state uccise a raffiche di mitra, granate e colpi di pietra da una milizia di killer, e sepolti in fosse comuni. Amnesty denuncia violenze in cinque dei nove stati regionali con decine di migliaia di fuggiaschi e persecuzioni dell’esercito e della polizia, con carcerazioni illegali, torture, sparizioni.

Il Nobel della pace bisognerebbe concederlo solo ai morti, alla memoria, dopo aver completato meticolosi conti di una vita. Del dare e dell’avere. Quanto può durare un miracolo in politica bisogna chiedersi, e dopo che cosa accadrà.  Perché poi qualcuno pronuncia una parola, potere, etnia e allora come un conduttore esposto a un sovraccarico di elettricità, quel circuito fa saltare la valvola di sicurezza e tutto sprofonda nelle tenebre.

La guerra con il Tigrai che rischia di far implodere il fragile gigante dell’Africa è stata preparata con cura, per mesi, in un crescendo di provocazioni reciproche, sgarbi, minacce. Storia antica che risale al 1991 quando i tigrini, alleati per reciproco vantaggio con i ribelli dell’Eritrea, marciarono su Addis Abeba facendo cadere la dittatura marxista del Derg e di Menghistu. Per trent’anni come premio hanno guidato l’Etiopia. La morte del loro capo Zenawi, le liti tra i diadochi di una dirigenza specializzata nella guerriglia e nella sicurezza, infatuata e vanitosa, l’avvento per la prima volta di un oromo alla guida del paese ha sconvolto il quadro. I tigrini accusano il primo ministro di averli emarginati dalle cariche che contano, di vendetta etnica.  Per il capo del Tigrai Debretsian Gebremichael il rinvio delle elezioni previste nel settembre scorso con la motivazione del dilagare del covid è stato un avvertimento facinoroso. I tigrini hanno annunciato che consideravano parlamento e governo centrale decaduti e hanno organizzato elezioni nella regione, sconfessate da Addis Abeba.

I tigrini hanno un esercito, formato da miliziani armati fino ai denti e da reparti dell’esercito dissidenti per fedeltà etnica. Si parla di contatti tra Macallè e altri movimenti ribelli etno-nazionalisti, gli Afar ad esempio in grado di tagliare il collegamento vitale con Gibuti e il mare, e un gruppo armato oromo che lotta contro il premier. Perché anche tra i suoi il premier è avvizzito come un partito decrepito. Nella atmosfera di sospetto si vocifera che dietro tutto ci sia Afewerki che lavora alla disgregazione del potente vicino.  Si temono tresche tenebrose. Parte la caccia agli infiltrati, alle spie, ai doppiogiochisti: poliziotti sono stati sospesi come possibili agenti tigrini, perfino piloti e hostess della compagnia di bandiera sono stati allontanati.

Per Omero questa era la terra degli uomini pii, per Erodoto di coloro che non conoscevano infermità dello spirito, i primi esploratori giuravano invece di aver incontrato i temibili uomini scimmia.  Alla leggenda si aggiunge il Nobel della pace che fa la guerra.

Tratto da: www.lastampa.it

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