COVID, L’ECONOMIA CINESE ED ALTRO

Intervista a Joseph Halevi

R/Project. Sarebbe utile un chiarimento sul fatto della Cina che è stato il primo Paese colpito dal virus e la prima nazione che ha di fatto chiuso una parte delle sue produzioni industriali. Alcuni dicono che comunque anche il PIL della Cina nei prossimi mesi andrà in basso, pur rimanendo col segno positivo perché è comunque un’economia forte. Riguardo alla Cina e agli Stati Uniti, tu sei d’accordo con quanti dicono che siamo di fronte ad una crisi economica mondiale che sarà molto importante? È apparsa un’intervista di un esponente dell’ISPI che sosteneva che gli USA saranno molto colpiti da questa crisi economica, ma che però, d’altro canto, è difficile poter immaginare che a livello economico Cina e Russia possano prendere il posto degli USA come importanza a livello internazionale. 

JH. Credo nel 2021 l’espansione cinese sarà piuttosto bassa per via della limitata dinamica mondiale. A tutto il terzo trimestre del 2020 la crescita annua  cinese oltrepassava di poco l’un percento (- 6,8% il primo trimestre, + 3 e qualcosa il secondo e quasi il 5% il terzo). Se nel 2021 rimangono sul 4,5% il panorama occupazionale urbano comincia ad essere sul filo del rasoio in quanto bisogna considerare la dinamica della produttività. Una crescita interna contenuta – ma non possiamo proprio dire come andrà nel 2021, personalmente non prevedo una grande ripresa dell’economia mondiale – tende a ridurre la dinamica delle importazioni considerando che il governo cinese, pur non puntando più a grandi eccedenze nei conti esteri, intende mantenere un saldo esterno positivo. A mio avviso quest’aspetto acquista maggiore importanza alla luce dell’impantanamento dei progetti circa la nuova via della seta. Come documentato dal Financial Times online il 12 dicembre i finanziamenti destinati alla Belt and Road  Initiative sono crollati dai 75 miliardi di dollari nel 2016 ai 4 miliardi attuali. In realtà è subentrata l’esigenza di affrontare l’indebitamento – causato dagli eccessivi crediti erogati da Pechino – dei paesi asiatici ed africani che vi stanno partecipando, in primis il Pakistan che sta inguaiato assai e che è uno dei paesi chiave della Belt and Road. Proprio riguardo il Pakistan Pechino ha in questi giorni deciso di pagare 1,5 miliardi di dollari dei 2 miliardi che costituiscono il debito del Pakistan nei confronti dell’Arabia Saudita (riportato su Middle East Monitor online del 15 dicembre 2020).

Quindi il governo cinese si trova di fronte ad un problema di gestione del debito su scala mondiale  In questo contesto mantenere un buon saldo attivo sull’estero è più che desiderabile. Attualmente la Cina sta esibendo una grande espansione delle esportazioni, parliamo di percentuali di incremento che vanno dal 9% a settembre del 2020 al 21% in novembre. Penso che sia un fenomeno contingente dovuto alla grande domanda di scorte di materiali in connessione al covid, dai ventilatori alle mascherine. Ciò mette in evidenza le carenze produttive in settori strategici dei paesi già sviluppati e conferma l’impossibilità di aggirare la Cina quando si tratta di ottenere prodotti reali; contemporaneamente tale espansione dell’export è in contraddizione con l’andamento negativo della domanda mondiale.  Per dover di cronaca, le società che trafficano e speculano nei prodotti derivati dei minerali ferrosi scommettono su una forte crescita cinese per l’anno prossimo al punto che il prezzo del minerale ferroso è salito a 158 $ la tonnellata contro i 50 di poco tempo fa. Tuttavia sono propenso a credere che si tratti di speculazione a breve  come speculazione è la stessa ipotesi di una crescita molto sostenuta dell’economia cinese. 

Ne consegue che se l’ effettiva situazione economica internazionale si rivelasse tale da non stimolare un’ulteriore espansione delle esportazioni, sarà la  crescita delle importazioni cinesi a subirne le conseguenze. Guardando alla provenienza per paese delle importazioni cinesi si nota che, al 2018, la Corea del sud si situa al primo posto, con un valore dell’export verso Pechino di oltre 205 miliardi di dollari seguita dal Giappone con 180, dagli USA con 156, dalla Cina di Taiwan con 146 e dalla Germania con 106.  Subito dopo arrivano i due grandi esportatori di materie prime: Australia, con 105 e Brasile con 77 (la fonte è il sito Trading Economics alla voce China). Le importazioni cinesi si incentrano sui paesi industrializzati dell’Asia nei cui confronti la Repubblica popolare tende ad avere un saldo negativo e per ognuno di essi, che il saldo sia negativo o positivo, Pechino costituisce il maggiore mercato di sbocco e la maggiore fonte di importazioni. Questo è un grande cambiamento  strutturale rispetto alla situazione prevalente prima delle riforme introdotte da Deng Xiaoping col suo viaggio nella Cina meridionale nei primissimi anni 90 del ventesimo secolo. Ancora in quella decade l’economia del capitalismo dell’Asia orientale si imperniava sugli Stati Uniti e si articolava sulle importazioni nette dal Giappone e le esportazioni nette verso gli USA, Giappone compreso. Gli USA costituiscono ancora una fonte di domanda netta però la dinamica delle esportazioni dell’Asia orientale seguono prevalentemente la dinamica cinese. Se volessimo aggiungere le importazioni di Hong Kong – che ha statistiche separate in quanto ha una sua moneta, il dollaro di Hong Kong, sebbene faccia parte della Repubblica Popolare Cinese – il quadro non cambierebbe.

Per quanto riguarda l’Europa, in Cina c’è spazio prevalentemente per la Germania. Il secondo paese europeo esportatore verso la Cina è la Svizzera con 38 miliardi, poi viene la Francia con 32, il Regno Unito con 23 e l’Italia con 21.  Nella graduatoria prima della Svizzera, dell’Italia e del Regno Unito ci sono tanti altri paesi asiatici e sopra l’Italia c’è anche il Cile come fonte di materie prime, di prodotti ittici e vinicoli. Siccome la zona asiatica è privilegiata dalla Cina, gli operatori cinesi se devono stabilire una gerarchia non rallenteranno le importazioni dal Giappone, né da Taiwan perché li c’è tutto un giro di soldi anche parecchio “loffio”. Sul confine occidentale della Corea del Nord, la provincia cinese di Liaoning che è la provincia divisa dalla Corea del Nord dal fiume Yalu, attraversato dai volontari cinesi nella guerra di Corea, è zona di massiccio investimento da parte di grandi aziende sudcoreane.

Negli ultimi decenni si sono create in Germania ed in Cina delle notevoli aspettative riguardo i reciproci rapporti sul piano economico dovute al successo post 1992 della cooperazione con le grandi aziende tedesche ed alla partecipazione di società come la Siemens al gigantesco progetto di costruzione della ferrovia Pechino-Lhasa nel Tibet, terminato nel 2006 (nel decennio precedente fu invece un disastro per motivi inerenti a dei profondi errori di sopravvalutazione nella pianificazione cinese che portarono le grandi società statali di Pechino a pagare delle cospicue penali a compagnie estere). Non so se in Italia se ne sia parlato con profondità ma sulla stampa finanziaria angloamericana ed ovviamente su tutti i giornali tedeschi è stato dato molto risalto al fatto, avvenuto nell’ultimo decennio e per ora simbolico, circa la istituzione di treni merci diretti tra la Cina e la Germania. Affinché la dimensione simbolica possa tradursi in realtà e quindi creare un grosso flusso di traffico terrestre euroasiatico fuori dalla sfera d’azione americana – gli USA controllano le vie marittime tra il Giappone, quindi anche tra la Cina, e l’Europa compreso il passaggio obbligato da Singapore sullo stretto di Malacca – occorrerebbe  programmare dei veri e propri assi di sviluppo con più linee ferroviarie dalla Cina attraverso la Siberia il Kazakhstan, la Russia europea e l’Ucraina. Se ciò fosse concretamente possibile con un orizzonte temporale definito, la formazione di un complesso di assi eurasiatici con dei terminali in Germania ed Olanda da una parte e in Cina dall’altra assieme a dei grossi poli di sviluppo lungo il percorso, potrebbe costituire una notevole leva per l’uscita dell’Europa dalla crisi, non solo da quella in corso ma soprattutto dalla stagnazione che l’attanaglia da un bel po’ di tempo. Il motore sarebbe sempre la Germania che con le sue grandi società tecnologiche e di beni di capitale andrebbe a nozze se il progetto decollasse portandosi dietro, Austria, Svizzera, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia ed anche settori della meccanica italiana. Per inciso, non credo che le esportazioni italiane in Cina possano avanzare molto da sole: sono meno di un quinto di quelle tedesche e per rifornire le industrie cinesi di input tecnologici mi pare ci vogliano notevoli economie di scala che l’industria italiana ha perso da tempo. In ogni caso l’ottimismo riguardo lo sviluppo euroasiatico si è spento con gli effetti della crisi Ucraina –  non desiderata dalle grandi società tedesche ma sostenuta da tutto un settore politico maggioritario nella DC tra cui la signora von der Leyen che allora era ministra della difesa e legatissima alla NATO.  Inoltre la Cina, data la situazione critica in cui è entrato il progetto della nuova via della seta non credo sia disponibile ad aumentare il suo impegno. Ciò significa che per quanto importanti siano le esportazioni tedesche verso la Cina esse non potranno spostare l’asse dalle esportazioni tedesche via dall’Europa che assorbe il 68% dell’export della Germania e costituisce la fonte principale del surplus commerciale. E questo è un grosso problema perché l’Europa non tira, anzi fa il contrario, per tutte le ragioni euroconnesse che sappiamo.

R/P. Sul fatto che alcuni pensano che Cina e Russia possano sostituire come punto di riferimento internazionale a livello economico (non tanto politico) gli USA, sulla base di questa forte crisi secondo te è giusto o sbagliato? 

JH. Per quanto riguarda la Russia, assolutamente NO. Vediamo quello che è successo in Russia dopo il crollo del ’91. C’è stata un’implosione fortissima ed un  radicale cambiamento nella distribuzione della ricchezza, del reddito e quindi un mutamento della composizione della domanda. la Russia è diventato un Paese prevalentemente di produzione di materie prime, soprattutto petrolio, con un settore industriale molto legato al sistema missilistico e militare. È indicativo il fatto che loro producevano centinaia di aerei civili durante l’Unione Sovietica; consumavano una quantità enorme di cherosene, ma avevano una produzione aeronautica civile notevolissima che ora è ridotta ai minimi termini. La crisi ucraina ha anche accentuato questo aspetto, perché tutte quelle zone confinanti con la Russia erano molto integrate tra loro in quanto erano tutte strutturate intorno al settore aeronautico, al settore militare, a quello metallurgico. C’è stata una disarticolazione catastrofica.

La Russia è un Paese che ha perso molti abitanti, malgrado l’immigrazione dalle ex repubbliche sovietiche;  molte città sulle vie siberiane che portano alla Cina hanno perso industrie e popolazione. Cina e Russia possono integrarsi al momento attraverso due elementi: la produzione di beni industriali da parte della Cina esportati in Russia e le importazioni in Cina dalla Russia. La Cina può importare materie prime dalla Russia nonché armamenti, anche se hanno sempre più la tendenza a produrli da soli. Questo è il tipo di integrazione possibile. Non riesco a vedere una dinamica industriale avanzata in Russia almeno per il momento. La vera dinamica è quella che si potrebbe instaurare tra la Cina e la Germania che darebbe i suoi frutti coinvolgendo Russia e Ucraina.

La Cina non può sostituire gli USA, non può assolutamente farlo per ragioni molto precise. Gli USA sono i grandi spendaccioni del mondo. Hanno sostenuto l’economia mondiale spendendo. Loro spendono e hanno un deficit con l’estero che poi saldano stampando moneta e pagando in dollari. Questo in America lo chiamano il “free lunch”, il “pranzo gratuito”. Questo è quello che ha tenuto l’economia mondiale con tutti i suoi pasticci e squilibri, soprattutto l’economia occidentale perché poi i Paesi del terzo mondo, come quelli dell’America Latina e dell’Africa ne  sono esclusi completamente. Ma i Paesi del sistema occidentale come Europa, Giappone, Corea, Taiwan e altre piccole frange tipo Australia e Canada, sono tutte sostenute dalla spesa americana che unge il sistema economico. La Cina non può assolutamente sostituirvisi e giustamente non vuole farlo. Con Deng Xiaoping la Cina in realtà si inserì abilmente in un sistema costruito, senza strategia programmatica, dagli USA per sostenere il Giappone prima e la Corea, Taiwan, Singapore, Malaysia, Indonesia e Thailandia poi.  A differenza di quest’ultimi paesi la Cina non ha mai usufruito di contributi a fondo perduto erogati dagli USA (il maggiore contributo venne dalla guerra nel Vietnam). La Cina una volta ammessa nel 1981 dagli USA, per ragioni antisovietiche, nel novero dei paesi cui si applica la legislazione di ‘nazione più favorita’, ha fatto tutto da sola.

Quello in cui la Cina non vuole assolutamente cadere è di entrare in una trappola del debito. Si può cadere in questa trappola all’inizio dello sviluppo (indebitandosi  per importare macchinari, oppure, cosa più frequente e pericolosa, indebitandosi con attività finanziarie). La Cina per sostituirsi agli USA dovrebbe diventare una grande importatrice netta e quindi andare in deficit e accumulare debito. Ma la Cina è ancora un Paese emergente e questo non vuole farlo. La loro strategia è quella di non entrare nella trappola del debito come è successo ad esempio ad un Paese molto industrializzato come la Corea che ci è entrata anche in modo molto forte agli inizi degli anni ‘70 e poi alla fine degli anni ‘70, con l’aumento dei prezzi del petrolio. La Cina quindi non vuole seguire l’esempio dei Paesi sottosviluppati: il modello dell’industrializzazione attraverso l’indebitamento estero che richiede che qualcuno ti salvi come successe con la Corea ai primi degli anni 70 e degli anni 80 venendo salvata dagli USA e dal Giappone. 

Loro stanno molto attenti e ancora puntano ad avere, sebbene non come prima, un surplus con l’estero. La Cina  non non è creatrice di domanda netta a livello mondiale. Creano produzione, ma non creano domanda netta addizionale per l’estero. Vogliono sempre esportare più di quanto importino e non hanno torto. La loro è una politica molto moderata e fatta con cautela. Non possono essere un volano keynesiano. L’unico volano keynesiano è quello americano oppure potrebbe essere l’Europa ma …….. campa cavallo che l’erba cresce.

R/P. Cosa pensi rispetto la possibilità di cambiamenti da parte della nuova amministrazione Biden? Ci sarà una modifica delle relazioni commerciali tra USA e Cina fuori dalla logica trumpiana del “MAGA” e dei dazi alla Cina?

Sulla Cina Biden manterrà le tensioni generate da Trump ma non per riportare le industrie negli USA cosa in cui Trump ha fallito. Il punto è che allo stato attuale la Cina non può che avere l’egemonia almeno sul Mar cinese meridionale. Mi sembra logico. E’ il suo mare interno come lo sono per gli USA i Caraibi e l’Atlantico Nord occidentale oltre che il Pacifico tra la California e le Hawaii. E non è poco. Ma sul Mar cinese si affacciano le 91 basi americane in Giappone, ed altra roba ancora come i B52 a Guam che formano un collegamento con la base di Diego Garcia nell’Oceano Indiano passando per Darwin in Australia e per Singapore. Gli USA vogliono assolutamente impedire l’egemonia naturale della Cina in quella zona. La tensione si integra in un conflitto riguardo le tecnologie G5 e G6 ove la Cina sembra sia parecchio più avanzata e che gli USA vogliono bloccare ancor più che nel caso del  Mar cinese. Un’affermazione, come è probabile, mondiale della Cina in questi campi non solo segnerebbe la fine del dominio monopolistico delle società e piattaforme USA i cui nomi sono noti a tutti. Queste sono tecnologie che riguardano ormai l’intero sistema tecnologico, militare e di intelligenza artificiale e non questo o quel giochino da usare sul proprio cellulare camminando ignari lilli lilli per via Frattina senza guardare.

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