TESTIMONI DEL NULLA

di Cinzia Nachira

Testimoni del nulla (Edizioni Laterza Bari-Roma, ottobre 2020, pp. 145, 16 euro) di Domenico Quirico è un testo che si pone come bilancio del cambiamento cui abbiamo assistito in questi ultimi decenni del modo di approcciare i grandi temi sociali, politici e culturali che fino agli anni ottanta del ventesimo secolo erano quelli che hanno segnato i grandi momenti di svolta. Momenti che hanno avuto come protagonisti, malgrado limiti e contraddizioni, per molti versi nel ruolo di motori non immobili i grandi mezzi di informazione, i giornali soprattutto, che fino agli anni ottanta del secolo scorso non avevano solo un ruolo di “fornitori di notizie”, ma anche si sforzavano di offrire al lettore delle chiavi di lettura e interpretazione dei fatti che raccontavano. I giornali, come d’altronde i libri, avevano l’ambizione di suscitare in chi li leggeva dei sentimenti, fossero questi rabbia, indignazione o, al contrario, approvazione.

Da moltissimo tempo questo si è perso e non solo a causa dell’avvento soverchiante delle nuove tecnologie che nella nostra parte del mondo si pensa possano sostituire i cosiddetti “vecchi” strumenti per comprendere il mondo.

Ciò che colpisce nel leggere questo libro è di trovarsi davanti allo stesso tempo un bilancio di un’esperienza di vita personale e professionale, ma anche dei fallimenti collettivi che oggi più che mai sono sotto gli occhi di noi tutti. L’autore si pone una domanda di fondo: perché malgrado l’invivibilità di questo mondo per la maggioranza dei suoi abitanti ciò non suscita più ribellione contro i responsabili di questo stato di cose?

Molte sono le risposte possibili a questo quesito, tranne una: non sapevamo. L’innocenza che deriva dall’ignoranza di accadimenti tremendi non è cosa possibile ai nostri tempi e soprattutto alle nostre ipertecnologiche latitudini. Sarebbe comunque un debole alibi quello di scaricare sui mezzi messi a disposizione, almeno di una parte della popolazione mondiale, la responsabilità dell’indifferenza così diffusa e assai spesso maldestramente mascherata da “buoni sentimenti” e umanitarismo.

Domenico Quirico cerca di rintracciare il momento in cui questo meccanismo è iniziato a diventare così eclatante da schiacciare e sconfiggere la volontà di ribellarsi alle ingiustizie facendoci coinvolgere personalmente. Ovviamente, nei grandi mutamenti epocali è difficile, anzi forse è impossibile, identificare con precisione una data precisa; è invece possibile individuare un periodo storico in cui dei cambiamenti si affermano. In questo senso, gli anni ottanta del secolo scorso rappresentano un momento di demarcazione tra le grandi lotte dei decenni precedenti e l’inizio di un riflusso politico e culturale che è andato di pari passo con quello sociale.

Ma cosa è cambiato? Il modo di sentire, il modo di essere? È iniziato, in quel periodo, lo sgretolamento politico e culturale di quegli ambienti e di quelle grandi organizzazioni – politiche, culturali, sindacali – che per decenni, perfino sotto il fascismo – per quanto clandestine –, erano i punti di riferimento dove collettivamente si provava a capire il mondo e il modo in cui rapportarsi con le sue tragedie: per cambiarlo o almeno provare a dare alla rabbia e all’indignazione individuale uno sbocco politico e collettivo. In questo, hanno giocato un ruolo fondamentale le guerre anticoloniali prima e le lotte di liberazione successivamente e la possibilità di potersi identificare con esse.

Il riflusso generalizzato nell’individualismo, diventato il segno distintivo dell’ultimo scorcio del ventesimo secolo e l’inizio del ventunesimo non siamo riusciti a contrastarlo efficacemente.

L’ultima fiammata di un movimento contro la guerra coordinato a livello internazionale fu il 15 febbraio 2003 quando scesero in piazza contro la guerra in Iraq 110 milioni di persone in tutto il mondo (il New York Times dedicò a questo evento un titolo significativo «La seconda potenza mondiale», tanta fu la sorpresa di vedere quelle manifestazioni imponenti attraversare il mondo). Quel momento rappresentava ancora la possibilità di, come dice lo stesso Domenico Quirico riferendosi alla spinta anticolonialista in Francia data dagli articoli di Le Monde che denunciavano le brutalità francesi in Algeria, di saper individuare le vittime anche quando ce le indicano come i cattivi. (1)

Quell’esperienza naufragò per le molte contraddizioni interne e perché, dopo i primi momenti di disorientamento nei responsabili di quello stato di cose, si produsse un fenomeno tutt’altro che nuovo: la disarticolazione del movimento attraverso due meccanismi. La cooptazione, soprattutto da parte dei partiti della sinistra tradizionale, di molti rappresentanti e il dover fare i conti con l’evoluzione della situazione nei Paesi coinvolti. Questa spesso risultava incomprensibile perché col passare del tempo e l’inarrestabilità della guerra – scoppiata malgrado tutto – rendeva sempre più difficile identificarsi con le vittime; le quali spinte dalla disperazione e da molto altro reagivano con azioni che era complicato difendere, quando non impossibile e anche controproducente.

Soprattutto questo è alla base della nostra sconfitta. Inutile girarci intorno. Ma la sconfitta non l’abbiamo voluta riconoscere, quindi ci siamo trovati in una situazione allo stesso tempo paradossale, ma anche in qualche modo “confortevole” accettando alla fine ciò che i vincitori ci concedevano con condiscendenza:

La specialità della vita occidentale oggi non è nemmeno il tentativo di ridurre a silenzio le critiche e le denunce. Questo sarebbe un modo per quanto inammissibile di tenerne conto. È piuttosto l’indifferenza sorda cieca massiccia, si lascia denunciare e si continua a fare. (2)

Vero, verissimo, ma soprattutto sconcertante e deprimente ciò che questa amara considerazione accompagna: l’incapacità della minoranza che invece, seppure sempre più risicata, continua ad opporsi a tutto questo di non farsi schiacciare. Questo immobilismo, che sfiora la complicità, è in gran parte dovuto al fatto che da molto tempo, probabilmente da quei fatidici anni ottanta del ventesimo secolo, non esiste più una progettualità di prospettiva perché assai spesso quelle lotte di liberazione dal colonialismo e dal neocolonialismo hanno portato a risultati che si potrebbe dire hanno tradito le loro premesse e le loro promesse. Quindi colpa loro? Ovviamente no, anzi. Quelle premesse per realizzarsi avevano bisogno essenziale di una presa di coscienza da parte di chi era dall’altra parte della barricata. Questo meccanismo virtuoso, l’unico che sia efficace quando molti David sfidano potentissimi Golia, è scattato diverse volte ma poi si è rapidamente esaurito.

Di questo esaurimento oggi raccogliamo i tragici frutti. Perché l’omologazione al vuoto pneumatico che è stata diffusa a piene mani, proprio perché la denuncia e l’indignazione restasse innocuo giocattolo elitario per i pochi e le poche che ancora tentano di non rassegnarsi, è particolarmente evidente esattamente nei mezzi di informazione (soprattutto ora quelli via Internet), nell’editoria, nelle scuole e nelle università, nell’ambito politico e culturale. Se fosse affondato solo il giornalismo tutto questo non sarebbe stato possibile.

Di fronte a queste contraddizioni e responsabilità ci pone il testo di Domenico Quirico. Nel 1927 Joseph Roth un grande giornalista viennese scrisse un testo importante dal titolo Ebrei erranti, (3) a novantatré anni di distanza leggendo Testimoni del nulla è inevitabile ripensare all’atto di accusa con cui Joseph Roth premette il suo reportage sulle condizioni di vita degli ebrei immigrati dall’est europeo nel ricco ovest:

Questo libro rinuncia al plauso e al consenso, come pure alla protesta e persino alla critica di coloro che detestano, disprezzano, odiano e perseguitano gli ebrei orientali. Né si si rivolge a quegli ebrei occidentali che, solo perché cresciuti fra ascensore e water-closet, si credono in diritto di raccontare storielle insulse su pidocchi rumeni, cimici galiziane e pulci russe. Questo libro rinuncia a quei lettori «obiettivi» che dall’alto delle loro torri traballanti della civiltà occidentale sbirciano con comoda e acida benevolenza il vicino Oriente; che per puro umanitarismo deplorano l’insufficienza delle fognature e per timore di essere contagiati rinchiudono gli emigranti poveri in baracche in cui la soluzione di un problema sociale è affidata alla morte in massa. Questo libro non vuole essere letto da coloro che rinnegano i loro padri o antenati scampati alle baracche per puro caso. Né è scritto per quei lettori che accuserebbero l’autore di trattare il suo tema con amore invece che con quella «obiettività scientifica» che è anche detta noia. (4)

Nel 2020 noi siamo a disprezzare, odiare e perseguitare quelle masse indigenti, povere e maleodoranti che dopo viaggi inenarrabili ci portano a casa quello che non vogliamo vedere. Ma che conosciamo benissimo. Solo quando noi ci sentiamo in pericolo li degniamo di uno sguardo torvo e diffidente:

Quando in Siria sono arrivate le legioni nere, il califfato ha alzato i suoi confini e le sue scomode leggi, allora sì che avete prestato attenzione. Ma non per i siriani, e gli iracheni, maltrattati crocefissi sfruttati ridotti a manodopera di dio. Avevate paura per voi stessi, che quelli attraversassero il mare e venissero a portare la guerra qui. Con il fiato sospeso leggevate i segni dell’invasione, palpavate in ogni attentato il filo che poteva riportare il kamikaze il fanatico alle sue basi nel Vicino Oriente. Adesso li ascoltavate i “pensatori” italiani dell’islamismo convocati in tv, maschere radunate a soggetto. Sapevano cosa cercavate, avere paura. Nel vuoto la paura scava il fiato ma fa anche compagnia.(5)

Noi nel 2020 abbiamo raggiunto l’apice e lo vediamo con le reazioni alla pandemia: mai come in questo annus horribilis l’altro, il resto del mondo è scomparso dai nostri orizzonti e dai nostri interessi. La paura è solo per noi, perché per una volta un’epidemia ci ha colpiti per primi e in maniera devastante. Le epidemie altrui, antiche o recenti che siano, non le ricordiamo o forse non sappiamo neanche che sono esistite. Da quasi un anno tutti i mezzi di comunicazione – salvo rare eccezioni che comunque ci riguardano come i recenti attentati in Francia o le elezioni presidenziali negli Stati Uniti – sono monotematici in maniera martellante, asfissiante. Ce ne infischiamo anche di quello che la pandemia sta devastando al di là dei nostri sacri confini non solo geografici, ma soprattutto culturali, mentali. In India sembra che vi siano – solo lì – sessanta milioni di contagiati, i morti hanno smesso di contarli da mesi. Nessun giornale, nessun sito web (ovviamente tranne le poche e rare eccezioni che confermano la regola, a loro spese) ne dà notizia o vi riflette.

Al contrario, pochissime voci si sono alzate a chiedere le dimissioni di Alessandro Stecco medico all’ospedale di Novara, leghista presidente della commissione Sanità Piemontese, quando questo signore con disinvoltura tutta colonialista ha chiesto alle ONG (fino a qualche mese fa indicate come complici del terrorismo internazionale perché cercano di salvare i migranti nel Mediterraneo):

In un momento difficile per la mia regione, mi chiedo se quelle Ong che gestiscono ospedali e personale nei vari contesti internazionali, che magari vivono una fase pandemica diversa da quella europea, possano mandarci da subito personale medico e infermieristico, in modo da dare una mano a una delle parti d’Italia più colpite dal covid in base al tasso di ricoveri. (6)

Poco incline a ricordare il giuramento di Ippocrate, Alessandro Stecco non si pone, neanche lo sfiora, il dubbio che nei Paesi dove le ONG mettono in piedi ospedali in mezzo a deserti, fogne a cielo aperto, malattie endemiche ed esantematiche che da noi sono sparite da decenni e dove questi presidi sanitari hanno bacini di utenza di centinaia di  migliaia di persone, quei medici e quegli infermieri ora chiede tornino ad aiutare la patria in difficoltà rappresentano spesso la sola possibilità di cercare di affrontare le conseguenze di questa affezione virale.

Abituati a specchiarci in un avvenire radioso, dove la morte è sgradevole argomento di conversazione, da evitare nel “bon ton”, e sulla sofferenza non indugiamo mai, ci sembra che il mondo si sia addirittura capovolto: per un virus. Ma appena la pressione atmosferica della modernità e della sicurezza scompare, in Africa per esempio, tutto diventa tragicamente più semplice. Il panico si fa appunto lusso, come gli ospedali asettici e attrezzati, i virologi, i vaccini che prima o poi si troveranno, le ambulanze, le quarantene precauzionali, il turismo, i supermercati da svuotare. Che loro non hanno. Se la sgrondano di dosso, gli uomini che vivono lì, perché non possono permettersela, la Paura. La sicurezza di sopravvivere, restar sani, non morire di fame o di kalashnikov e machete, nell’usura di quelle esistenze, nel mondo che percorro io, non è in dotazione. La Peste è permanente, come la vita e la morte. (7)

Eppure è vera anche un’altra cosa con cui Domenico Quirico chiude il suo saggio, ossia che non guardarci solo allo specchio spaziando verso tutto il resto del mondo ci avrebbe dato maggiore coraggio.

È facile previsione che tutto questo sarà bollato come visione pessimistica e menagrama, ma visto che arrivati al fondo non si può che risalire, a meno di non voler masochisticamente continuare a scavare, c’è la speranza che anche la lettura di questo libro ci induca a riflettere. Perché Joseph Roth così diceva dei suoi interlocutori:

A chi dunque è destinato questo libro? L’autore nutre la folle speranza che esistano ancora dei lettori davanti ai quali non sia necessario difendere gli ebrei orientali; lettori che abbiano rispetto del dolore, della grandezza umana e di quella sporcizia che ovunque si accompagna alla sofferenza; europei occidentali che non siano fieri dei propri materassi puliti, sentano che dall’Oriente ci sarebbe molto da ricevere e magari sappiano anche che dalla Galizia, dalla Russia, dalla Lituania arrivano grandi uomini e grandi idee, per altro utili (dal loro punto di vista) perché contribuiscono al consolidamento della civiltà occidentale e alla sua crescita – e non soltanto quei borsaioli definiti «ospiti d’Oriente» dal più infame prodotto dello spirito europeo occidentale, ossia dalla cronaca locale. (8)

Cinzia Nachira

NOTE

1 Domenico Quirico, Testimoni del nulla, Laterza Bari-Roma, ottobre 2020, pp. 54-55

2 Ivi, p. 42

3 Joseph Roth, Ebrei erranti, Adelphi, Milano, 2007, pp. 132

4 Ivi, «Premessa» p. 16

5 Domenico Quirico, Op. Cit., pp. 97-98

6 Roberto Maggio, Emergenza Covid, ora la Lega chiede medici e infermieri anche alle Ong, in La Stampa, 9 novembre 2020. https://www.lastampa.it/vercelli/2020/11/09/news/emergenza-covid-ora-la-lega-chiede-aiuto-anche-alle-odiate-ong-stecco-mandino-medici-e-infermieri-in-piemonte-1.39516224

7 Ivi, p. 142

8 Joseph Roth, Op. Cit., p. 16

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