NAGORNO-KARABAKH: UN COCKTAIL ESPLOSIVO

Quando il Medio Oriente viene esportato nell’Alto Karabakh

di Anthony Samrani

Prendete un conflitto territoriale vecchio di trent’anni, nato sulle rovine dell’impero sovietico. Aggiungeteci una dimensione religiosa, con da un lato un Paese musulmano a maggioranza sciita e dall’altro un Paese cristiano ortodosso. Poi una narrativa quasi sacra delle due parti con dei protagonisti che vogliono rivalersi sulla storia, uno sul genocidio armeno perpetrato dai turchi, l’altro sulla sua sconfitta dagli anni ’90. Siamo ancora nel Caucaso ma già si amoreggia con il Medio Oriente. Vi si entra ancora un po’ di più quando intervengono le potenze straniere. La Russia di Putin? È ancora lo spazio ex sovietico. L’Iran di Khamenei? Una potenza che ha un piede nel Caucaso. La Turchia di Erdogan? Questa condivide una frontiera con l’Armenia e una lunga storia con questa regione. L’Israele di Benjamin Netanyahu? Questo è già più difficile da spiegare. Ma lo è ancor di più quando si tratta di rispondere alla domanda: cosa vanno a fare dei mercenari siriani nell’Alto Karabakh?

Accennando una caricatura, si potrebbe dire che manca solo di sapere che l’Arabia Saudita e gli Emirati Uniti finanziano dei mercenari sudanesi per dare man forte all’Armenia per decretare ufficialmente l’ingresso della Transcaucasica in Medio Oriente. Un Medio Oriente tuttavia un po’ differente dalla versione originale perché qui l’Azerbaidjan sciita viene armato da Israele e sostenuto dalla Turchia, mentre l’Iran, che sembrava un vicino accomodante nel Caucaso, è più prossimo all’Armenia. Il ruolo crescente della Turchia principale alleato dell’Azerbaidjan che considera un popolo fratello tuttavia cambia la natura del conflitto. Era una guerra territoriale e per la memoria, tipica dell’era post sovietica, si è trasformato in un conflitto in odore di Medio Oriente, suscettibile di diventare una guerra per procura tra attori regionali i cui calcoli superano largamente la questione di questo piccolo territorio che ha proclamato l’indipendenza nel 1991 ma che quasi nessuno Stato nel mondo riconosce. Sicuramente non è un caso se Ankara si ritrova in prima linea in questo conflitto in un momento in cui la Turchia è iperattiva nella sua area regionale, tentando di cambiare le carte in tavola dappertutto e contemporaneamente favorendo una strategia del fatto compiuto.

L’interventismo turco cambia le carte in tavola nel senso che costringe tutti i protagonisti a rivedere i loro calcoli. L’Iran non può accettare che la Turchia diventi troppo influente in questa regione e che un nazionalismo azero eccessivo offra spunti ai quindici milioni di persone di questa comunità che vivono al di là di quella frontiera. Israele, per parte sua, può continuare a fornire armi a Baku se la Turchia, con cui le relazioni sono tese, si impone come capitano di bordo? Ma è per la Russia che il nuovo gioco turco complica di più la situazione. La presenza turca potrebbe spingere la Russia a sostenere ancora di più l’Armenia, malgrado le riserve di Mosca verso il liberale Primo ministro armeno Nikol Pachinian.

Ankara fa avanzare le sue pedine in una zona di influenza russa. Mosca era diventata il vero arbitro di questo conflitto più o meno congelato, come le piace tanto, relegando gli occidentali ad un ruolo di secondo piano. Ma questo scenario potrebbe permettere alla Turchia di diventare un protagonista indispensabile nel Caucaso, fatto che costringerebbe Mosca a passare sistematicamente per Ankara per fare passi avanti.

E qui il Medio Oriente si autoinvita nuovamente. Le due potenze sono già in una logica di cooperazione/rivalità in Siria e in Libia, dove sostengono di volta in volta campi opposti. Il patrocinio russo-turco ha i suoi vantaggi: Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin parlano la stessa lingua e condividono il desiderio di mettere nell’angolo gli occidentali. Ma questo ha i suoi limiti: le due potenze hanno interessi fondamentalmente divergenti e la volontà di influenza si realizza sempre più spesso a spese dell’una sull’altra. Il Caucaso potrebbe entrare nell’equazione e diventare una nuova merce di scambio tra le due potenze. Fino al punto di legare il destino della regione, in una certa misura, a quello del Medio Oriente.

Tratto da: L’Orient Le Jour  del 5 ottobre 2020       Traduzione di Cinzia Nachira

I calcoli complessi dell’Iran nell’Alto Karabakh

di Noura Doukhi

“Qualunque intrusione sul territorio del nostro Paese dell’una o dell’altra parte in conflitto è intollerabile e avvertiamo seriamente tutte le parti a prendere le precauzioni necessarie a questo riguardo”, ha avvisato in un comunicato sabato [2 ottobre 2020, N.d.T.] il ministero iraniano degli Affari esteri, dopo che molti mortai hanno colpito dei villaggi lungo la frontiera con il Nagorny-Karabakh. Questo incidente si aggiunge ai tiri di cinque colpi di mortaio, mercoledì scorso, sul villaggio iraniano di Parviz Khanlou, che hanno ferito un bambino di sei anni e danneggiato diversi campi agricoli e abitazioni.

L’Iran ha una frontiera comune con l’Armenia e l’Azerbaidjan, che si scontrano nella enclave separatista dell’Alto-Karabakh e la Repubblica islamica teme possibili ripercussioni sul suo territorio. Ha immediatamente invitato i belligeranti a mettere fine ai combattimenti, proponendosi come mediatrice nel conflitto.

Ma questa apparente neutralità nasconde gli interessi geopolitici perseguiti dall’Iran in questa regione. Ufficialmente, Teheran ha espresso il suo sostegno al governo azero. “Il Karabakh è territorio dell’Azerbaidjan e quelli che sono morti a questo scopo sono martiri”, ha dichiarato il rappresentante della guida suprema della Repubblica islamica in Azerbaidjan, il hodjatoleslam (1) Ojag Nejad Agha, due giorni dopo l’inizio degli scontri militari nel Caucaso.

La Repubblica islamica e l’Azerbaidjan sono entrambi a maggioranza musulmana sciita. Ma l’argomento religioso non è quello giusto per analizzare le relazioni tra i due Paesi. “La religione non è un fattore per definire i legami tra l’Iran e l’Azerbaidjan. Mentre la Repubblica islamica ha sviluppato una forma teocratica dell’islam sciita, l’Azerbaidjan si è largamente avviato verso una secolarizzazione dovuta all’influenza sovietica”, spiega a L’Orient Le Jour Clément Therme ricercatore di post-dottorato presso il Centro di ricerche internazionali (CERI).

La prova è questa: l’Iran è nei fatti più vicino all’Armenia nel conflitto che la contrappone al governo azero. Questa scelta si spiega, in parte, con l’appoggio ufficiale della Russia all’Armenia. “L’Iran non è in grado di sfidare la Russia, principale alleato dell’Armenia nell’Alto-Karabakh, nell’ex area sovietica. La Repubblica islamica ha bisogno delle potenze non occidentali con diritto di veto, come la Russia, per contrastare gli americani nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU”, sottolinea Clément Therme.

Competizione regionale

Questo sostegno pragmatico all’Armenia ha rafforzato l’alleanza simbolica tra i due Paesi. “L’Iran ha al suo interno un’importante comunità armena, popolata da centinaia di migliaia di persone, e fa parte degli Stati che hanno riconosciuto il genocidio”, osserva lo specialista. A questo si aggiunge il timore iraniano di veder messa in pericolo la sua integrità territoriale. La Repubblica islamica ospita una comunità azera di quasi quindici milioni di persone. Teheran teme l’irredentismo di questa popolazione, che vive nel nord ovest del Paese. “L’Iran non ha dato alcuna autonomia alla minoranza azera che vive nel Paese. Ma gli azeri avevano una loro Repubblica quando facevano parte dell’Unione Sovietica, prima del 1991” spiega a L’OLJ Dmtri Babitch, giornalista di diversi media russi.

Altra considerazione, questa volta della competizione regionale: mentre Ankara proclama alto e forte il suo appoggio a Baku, Teheran vi vede un’ulteriore ragione per sostenere il campo armeno. L’Iran si preoccupa delle conseguenze che potrebbe avere un rafforzamento dell’influenza turca in questa ragione. L’Azerbaidjan non esita a esibire la sua prossimità culturale ed etnica con il popolo turco. “Dopo l’indipendenza dell’Azerbaidjan, il Paese ha dovuto ricostruire una identità post-URSS e ha coltivato un discorso sul Grande Azerbaidjan basato sul panturchismo” (2), spiega Clément Therme. Cosa che alimenta i sospetti dell’Iran. “Teheran non si fida dei sentimenti panturchi portati avanti da Ankara che vorrebbe l’unione dei popoli di origine turca della regione”, aggiunge il ricercatore.

Tre versioni, turca, russa e iraniana, vengono agitate di volta in volta dalle potenze in questione per giustificare i propri legami con la popolazione attuale dell’Azerbaidjan. La Repubblica del Caucaso condivide un patrimonio comune con questi tre Paesi. Mentre gli azeri vivevano sotto l’Impero persiano, il trattato di Gulistan, firmato dopo la prima guerra russo-persiana nel 1813, ha diviso in due il popolo. Gli azeri del Nord hanno vissuto sotto dominazione russa e oggi fanno parte di un Azerbaidjan indipendente mentre quelli del Sud hanno fatto parte dell’Impero persiano, oggi Iran. Ma la “realpolitik” prevale sui presunti riavvicinamenti tra Baku e Teheran.

In questo gioco, l’Iran ha tutto l’interesse a non fidarsi dell’Azerbaidjan, che fornirebbe a Tel Aviv informazioni sulla Repubblica islamica. “Baku è un posto d’osservazione per i servizi israeliani”, osserva Clément Therme. Scambi di armi di diverso tipo sono dimostrati tra la Repubblica del Caucaso e lo Stato ebraico. Così, nel 2016 in occasione di una visita del Primo ministro Benjamin Netanyahu a Baku, il presidente azero Ilham Aliev avrebbe fatto un ordine di armi per quasi quattro miliardi di euro allo Stato ebraico. Tra queste, dei sistemi di sorveglianza come i droni. Secondo il settimanale Foreign Policy, potrebbe essere anche concluso un accordo tra i due Paesi per dare la possibilità a Tel Aviv di usare gli aeroporti azeri in caso di attacco militare israeliano contro installazioni nucleari dell’Iran. Riassumendo: il proseguimento del conflitto nell’Alto Karabakh non rientra negli interessi dell’Iran, che potrebbe soffrire della modifica degli equilibri in gioco nella regione.

Tratto da: L’Orient Le Jour, 5 ottobre 2020                            Traduzione di Cinzia Nachira 

Note

1) Titolo onorari assegnato ai chierici nella gerarchia religiosa sciita, inferiore a quello dell’Ayatollah.

2) Movimento che promuove l’unità culturale e politica fra i popoli di lingua turca. Sviluppatosi dai primi del Novecento sia Turchia che in aree soggette all’impero zarista, durante la Prima guerra mondiale fu incoraggiato da Istanbul in chiave antirussa.

Potrebbe piacerti anche Altri di autore