L’ULTIMO LENZUOLO BIANCO

di Domenico Quirico
“Io da bambino non ho mai ammazzato nessuno’’: come si potrebbe in modo più
terribile fissare il proprio destino di uomo, e la lontananza che lo separa da noi?
Perché in Afghanistan i bambini hanno ucciso, uccidono, uccideranno. Adesso gli
americani sono in fuga e la loro guerra di ferro e non di muscoli, guerra di scienza
della morte, di industria e di commercio, di droni, di giornali, di generali e non di
soldati è stata sconfitta, sconfitta dalla eterna guerra degli uomini. E’ il momento di
leggere “L’ultimo lenzuolo bianco’’ di Farhad Bitani pubblicato da Neri Pozza. Gli
afgani stanno per tornare nell’ombra del quadro, i morti camminano solenni nelle
menti delle madri e di coloro che li hanno amati. Noi siamo usciti scena, che importa
degli afgani, un polverone diventato di poco conto? che tornino a rimestare i loro
secolari veleni e ad attizzare tutti i fuochi dell’inferno!
Bisogna leggere questo libro, dunque, che è storia di una educazione nel nostro
tempo infelice, “il rosso e il nero’’ dei tempi del jihad. C’era una volta un uomo,
Farhad, nato nel 1986 a Kabul nel ricco quartiere di Makorian costruito dai russi…
figlio di un generale, giovane soldato delle infinite guerre afgane tra mujaheddin
marci e talebani feroci, rifugiato politico in Italia dove lavora a ricucire le suture
slabbrate tra le culture e le fedi. Ci racconta la sua infanzia e la sua adolescenza come
un rombo di acqua tra i monti. È testimone irrefutabile. Come spiega lui stesso:
vorrei che i fondamentalisti leggessero le mie pagine e che uno, anche solo uno,
alzasse la mano e prendesse la parola per dire che sono solo sogni… Sì, al suo meglio
scrivere è una forma di educazione.
Una gioventù divisa tra il rosso del sangue e il nero del fanatismo, una immensa
gioventù del nostro tempo, dove i bambini nascono con il kalashnikov nella culla e i
loro ricordi sono popolati dalle facce fosche di bravi goyeschi. Non solo in
Afghanistan.
Il protagonista del libro è la guerra: totale perenne arrogante, normale, la guerra come
una malattia maligna che lo segue nel suo crescere di uomo, una idiozia, prigione e
dolore e la sua condizione e la sua storia, il luogo in cui deve vivere. Lui e gli altri
afgani, da sempre. La guerra, ecco! è una orribile ripetizione: inglesi russi americani
mujaheddin talebani. Guerra violenza sangue anno dopo anno, secolo dopo secolo,
giorno dopo giorno.
Il protagonista del libro è una amalgama di tre chili e mezzo di acciaio e legno, così
facile da usare che i bambini come Farhad lo possono impugnare, non si rompe, non
si inceppa, non si surriscalda. Uccide in modo affidabile il fucile d’assalto AK 47. È
al suo fianco che Farhad è cresciuto, che ha desiderato come giocattolo più della play
station, che chiedeva ai soldati di suo padre di poter imbracciare, obbedienti a ogni
​capriccio del figlio del generale. E come altri milioni di bambini del mondo, dall’Iraq
alla Somalia, dal Sahel ai Grandi Laghi dell’Africa australe.
L’ultimo lenzuolo bianco è il libro cuore della gioventù che vive appena al di là dei
presidiati confini della felice isola dell’occidente. Dove ci spingiamo solo per qualche
breve spedizione armata e da cui arriva ogni tanto qualche scampato, come Bitani.
Dove la fabbrica del mondo è fradicia perché guerra e odio e paura e fame sono
condizione umana, antropologica, permanente. Il loro male di vivere è come la
ricchezza del ricco che non ci pensa. Farhad bambino va a vedere, curioso, le
lapidazioni delle adultere allo stadio, il taglio delle mani in strada, osserva gli stupri
di bambine della sua età a un posto di blocco, alla fermata di un autobus. Gli adulti
attorno tacciono con quella discrezione inesorabile con cui si tace del lutto atroce e
dell’onta senza rimedio. È cresciuto in un luogo in cui la stessa aria che respiri è
come avvelenata. Una settimana di guerra è già molto. Ma se la tua è una storia
vecchia di dieci, venti, trenta anni forse non ti sembrano più tanto lunghi. Gli afgani
nascono pazienti e insieme al primo respiro imparano l’arte della sopportazione.
Noi viviamo in un pianeta a parte, dove guerre bombardamenti esecuzioni di massa
esistono nei film dove tutto è chiaramente finto, calano i titoli di coda e usciamo
rasserenati: la strada è come l’abbiamo lasciata e non una somma di ruderi, la casa è
lì, sicura, le luci brillano, non si sentono rumori di spari, urla di dolore o di minaccia.
In un luogo come l’Afghanistan tutto ciò che fai è strano. Nei viali della città non
giochi a pallone con i compagni, vai da albero ad albero a toccare le mani dei
giustiziati, tagliate e appese ai rami come monito. A Kabul tuo padre, il generale,
sparisce arrestato dai talebani e in casa si espone subito una foto ornata di fiori come
su usa per i morti e ci si inginocchia a pregare. Ai vicini per pudore e precauzione si
dice che è morto in un incidente stradale. e dopo mesi scopri che è vivo, in una
remota prigione. Esci di casa per assistere a un atto di ‘’giustizia’’: un marito che
incitato da una folla inferocita scaglia la prima pietra contro la moglie da lapidare e
costringe le due figlie piccole a guardare.
Che uomini possono nascere da tutto questo? uomini rassegnati ad ammettere che il
male è inestirpabile e il bene una divinità debole e pericolante, bisognosa di esser
difesa giorno dopo giorno fino all’ultimo sangue dai suoi fedeli.
7 ottobre 2020
 
Tratto da: www.lastampa.it 

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