TUNISIA DOPO DIECI ANNI

di Domenico Quirico

Dieci anni dopo la Tunisia è di nuovo, per i suoi ragazzi, un paese senza speranza. Sono ridiventati migranti, naufraghi, questuanti, disperati. In novantacinquemila dicono i dati. Il suo oggi non è differente dal suo ieri, la delusione per la democrazia soffocata da un fiorente malcostume, da una soda miseria striscia, affiora proterva, infine straripa. C’è chi rimpiange il dittatore e maledice i tempi nuovi, chi applaude alle tentazioni torve e fanatiche che hanno spinto migliaia di bigotti guerrieri nel jihad. La neoplasia invade l’organismo. E’ grave perché la piccola Tunisia è stato esempio e speranza per una generazione araba che voleva spezzare l’età dell’inerzia. La democrazia va annaffiata con il buongoverno, lo sviluppo economico, altrimenti secca e muore.

I giovani tunisini hanno lottato, nulla è stato loro donato. Ma ne hanno dovuto pagare l’intero prezzo. Riviviamone a tratti la storia mentre il ministro degli interni Lamorgese accorre a Tunisi percorsa da guerre masnadiere di politicanti: accorre per fermare i migranti. La nostra deprimente ossessione, che ci ha pervertiti, l’unico angolo storto da cui guardiamo questa così vicina parte del mondo. Nel 2011 e nel 2020.

In mezzo c’ è un fallimento, la liquidazione lenta e implacabile di una rivoluzione che da questa parte del mare abbiamo applaudito a parole e boicottato con le omissioni e i fatti.

La primavera del 2011, i barconi, Lampedusa, i ragazzi che hanno cacciato il tiranno Ben Ali che si pigiano su fragili carcasse per venire a vedere il mondo dall’altra parte, la Migrazione sono loro, mille euro a viaggio, la raccolta centesimo per centesimo, il primogenito a cui la famiglia offre la possibilità di una nuova vita nel mondo dei diritti delle libertà delle ricchezze. Il paese dopo la rivoluzione è allo stremo, economia in panne, investitori fuggiti, alberghi vuoti per l’assenza dei turisti. Ci sono invece gli scafisti, la loro lercia epopea, i battelli marci, la mafia del mare. sull’altra sponda i barconi che affondano e i barconi che arrivano tra lo scalmanare dei sovranisti e dei razzisti italiani ed europei. E le ipocrisie di quelli che dovrebbero incarnare le ragioni del mondo dei diritti. Il tempo del: Sì, ma…

Dieci anni dopo è come se il mondo fosse rimasto immobile: ancora barche che partono, adesso barchini li chiamiamo ma affondano altrettanto rapidamente forse più facilmente. La bella gente tunisina è rimasta ricca, come ai tempi del tiranno e della pettinatrice, i poveri poveri. Forse di più. Il mare è sempre spumoso e cattivo, i soccorritori si sono fatti più radi, i ragazzi pagano come allora e sanno che nessuno li accoglierà volentieri, che non ci sarà un lieto fine: ma non importa, anche quelli che abbiamo accompagnato nel 2011 erano così: ricevono il battesimo del dolore. La speranza è come una fune lunghissima che si può tirare fino al limite estremo della Storia. E anche oltre.

In mezzo ci sono undici governi spesso indecenti, sempre inetti, il pigia pigia e la mischia degli interessi politici, il dodicesimo sarà affidato all’attuale ministro degli interni dimissionario Hichem Mechici. L’interlocutore della Lamorgese: difficile immaginare cosa possa garantirgli, mentre voci di nuove elezioni inveleniscono già l’aria. Scelto perché ‘’indipendente’’ recitano i glossatori: da queste parti è un sostantivo che sa già di rapido pensionamento.

Intanto noi, soddisfatti, ci affatturavamo dietro i ghirigori elettorali, agitavamo il turibolo della Costituzione: vedete, la democrazia c’è, che altro cercate? Mentre la pedonaglia dei politicanti la affondava nella miseria di massa, nel ladrocinio, nella incompetenza. I partiti, compresi in prima linea gli ambigui islamisti di Ennhadha, si affannavano a captare palpabili lucri continuando a recitare lo striminzito catechismo democratico ridotto ad alibi. Il trenta per cento della popolazione delle zone interne (Kasserine, Sidi Bouzid… non sono nomi evocativi?)  ove si accesero i moti contro Ben Ali è sotto il livello di povertà, la disoccupazione assidera strati vasti di popolo minuto e di portatori di titoli di studio. La Libia in guerra infinita non assorbe più la manodopera tunisina, gli scambi con l’Algeria si sono diradati. La pandemia universale ha di nuovo inaridito i turisti. I governi hanno cercato di comprare la pace sociale a breve termine. Reclutando nella pubblica amministrazione. Stratagemma che non regge al tempo e ai bilanci.

I tunisini dopo dieci anni hanno riscoperto la strada, quella della protesta, furibonda e invelenita, del corteo via via più arrabbiato, dello sciopero, del blocco stradale. Ma partire, emigrare, la scorciatoia del barcone aiuta in fondo i faccendieri, per ora annacqua la ipotesi rivoluzionaria, una seconda ondata, un nuovo 2011 che faccia piazza pulita.

tratto da: www.lastampa.it

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