COVID-19 E L’ANNULLAMENTO DELL’INFORMAZIONE

Intervista a Domenico Quirico

Domanda: Da molte parti si dice che l’informazione in questa emergenza sanitaria è fondamentale. Sei d’accordo? E cosa pensi del modo in cui giornali, TV, radio e web stanno facendo il loro mestiere?

Risposta: La prima cosa che mi viene in mente, quando mi dici che l’informazione è fondamentale, è che io, forse per deformazione, penso sostanzialmente ai giornali, i telegiornali, ecc. Poi però gli annunci del presidente del Consiglio vengono fatti su WhatsApp, quindi dire che l’informazione è così determinante mi casca un po’, nel senso che quelli che dovrebbero utilizzarla non la usano.

Detto questo, il giudizio su quello che uno fa dipende sempre da ciò che si può fare: in una situazione di questo genere in cui non si può uscire, le città sono blindate, le possibilità narrative sono ridotte praticamente a zero. I giornali, parlo di quelli scritti, che per anni ci hanno bombardato la testa con l’dea di quanto è bello il giornale on line, i nuovi sistemi e tutte queste cose, quando è venuta l’ora di usare tutto questo per lavorare si sono trovati totalmente fermi al 1950. Nessuno era organizzato per l’ipotesi di andare completamente sul digitale. Perché non avevano i computer da dare ai giornalisti che non potevano andare tutti in redazione perché è pericoloso, vietato, ecc.

Gli editori che hanno per anni giustificato le trasformazioni che facevano nei giornali con il fatto che per loro il futuro era il digitale, il giorno in cui questo avrebbe dovuto dare la meravigliosa prova di sé, non c’era; erano gli ultimi degli ultimi.

Sul come i giornali affrontano questa emergenza la considerazione è che io al mattino trovo sui giornali le notizie che ho sentito la sera prima alla televisione. Si ripropone il vecchio e terribile scollamento temporale tra quello che succede, gli avvisi – in questo caso poi anche di tipo molto pratico – il lettore se li trova davanti per ventiquattrore di seguito. Sul modo in cui è stato raccontato tutto questo, che ti posso dire…hanno scelto la via più semplice: quella di affidarsi allo scienziato, l’esperto, il tizio che ha la laurea, il virologo…Hanno preso il politologo, che so Cacciari, e lo hanno messo in cantina insieme al vino o al prosciutto da invecchiare, sostituendolo con Burioni. Perché questo è il sistema più semplice: non capiamo niente, non sappiamo nulla e prendiamo uno…Questo per i virologi è il momento d’oro, passato questo nessuno saprà mai neanche che esistono.

D. Spero che si torni a che i virologi tornino al loro mestiere e spariscano le superstar…

R. Questa è la scienza tipica di un Paese in cui della scienza stessa non è mai fregato nulla: tranne quando viene la fifa, lo scienziato è quello che vince il premio Nobel. Quando ci si accorge di avere una paura boia per qualcosa che gli potrebbe costare la pelle tira fuori il virologo dall’università in cui vegetava e lo si mette in prima pagina sul giornale.

C’è stato uno scivolamento: all’inizio c’era un’abbondanza di servizi totalmente demenziali, quando ancora non sembrava ancora una cosa tanto terrificante, ma una robetta che si poteva tenere sotto controllo – quanto è bella Milano senza un gatto, belli il papà e il bambino che finalmente invece di tirarsi i calci in casa possono chiacchierare del mondo e dell’universo, com’è meravigliosa la pedagogia fatta via Skype (tutte cretinate con cui ci hanno rotto la testa…) e i giornali hanno raccolto molta di questa immondizia, per parecchio tempo.

Quando è iniziato ad aumentare il numero dei morti qualcuno si è reso conto che effettivamente non era qualcosa di straordinariamente esotico e divertente e si è martellato sul numero quotidiano dei morti, ecc.

In definitiva penso che la cassiera del supermercato abbia fatto qualcosa di molto più eroico di quello che ha scritto il fondo sul giornale.

D. Però emerge in modo abbastanza evidente che la stampa scritta e ancor più quella televisiva sia tutta coralmente schierata a difesa e amplifichi in modo acritico qualunque decisione governativa, una voce dissonante è raro sentirla. Questo mi colpisce molto e mi spinge a chiedermi se abbiamo o meno in questo Paese una stampa realmente libera che metta a confronto tesi e posizioni diverse.

R. In questi casi sulla stampa italiana – quando ci sono disavventure collettive dal terremoto ad altre – scatta una sorta di riflesso condizionato che è molto strumentale. Tipo il patriottismo che io trovo mercanzia un po’ scaduta, tra un po’ qualcuno lo fa e col giornale regala il tricolore da appendere alla finestra: quanto siamo bravi, eroici, ci vorrebbe una Caporetto tutti i giorni per tirare fuori il meglio di noi, siamo un popolo gigantesco e tutto il mondo ci guarda, gli americani ci citano e Trump ci fa i complimenti, Macron ci chiede scusa. Questa cosa scatta molto sui giornali e mi infastidisce abbastanza perché bisognerebbe essere altrettanto puri quando tutto questo patriottismo non funziona. Questa è una cosa che appiattisce molto e forse porta a questo risultato complessivo. Poi sai, di fronte a situazioni di questo genere…è sparita la politica, figurati se non sparisce anche il giornalismo che si pone delle domande e qualche dubbio sulle cose fatte o fatte in ritardo.

I polemisti di mestiere, che erano quelli che contestavano il governo, sono spariti insieme di conserva anche i giornali, perfino quelli di centro destra – che non leggo molto e quindi non so che titoli stiano facendo ora dopo aver gridato alla strage di Stato…

D. Secondo te questo meccanismo da cosa è determinato? Perché è questo l’elemento inquietante.

R. I giornali hanno parlato molto di economia, soprattutto all’inizio quando i numeri dei morti non era così rilevante e si diceva che il virus colpiva solo i vecchietti, che quelli li ammazza anche l’influenza, cosa stiamo a perdere tempo. Questo era il pensiero dominante. E su questo è stata fatta molta economia, anche la televisione: quali saranno le conseguenze, cosa deve fare la BCE…cose di cui a me francamente non può fregare di meno. Nel senso che se qualcuno rischia la pelle, della gaffe della signora Lagarde qualcosa forse mi chiedo al mattino quando non ho niente da fare. Mentre soprattutto all’inizio i giornali ne hanno parlato molto dicendo che questo era un problema per il sistema globale e per il nostro, esportiamo non esportiamo…Questo atteggiamento è arrivato anche a condizionare alcune scelte: questa faccenda della chiusura delle aziende nasce da quella roba lì e l’elemento economico sta alla pari un po’ con quello medico.

Per un periodo guardavo molto Sky perché c’erano tutta una serie di altre informazioni che ora sono totalmente scomparse…per sapere se è successo qualcosa di apocalittico fuori da questo giro tremendo del Coronavirus devo leggere quei titolini che scorrono sotto a una velocità cosmica, perché non c’è più un servizio. Sono successe cose anche importanti nel mondo fuori dalla vicenda del virus: la conclusione della vicenda afgana con la stipula del ritiro americano, con tutte le sue conseguenze, a Tripoli bombardano, ci hanno riempito la testa con la faccenda di Haftar, ora non c’è più niente: la Siria, che fine ha fatto Idlib?

Questo è un limite, secondo me…un grosso limite.

D. Ma questo fa un po’ paura…perché per riflesso anche nelle conversazioni tra le persone non esiste più nulla, neanche la ricetta di cucina.

R. Quello che io considero una sorta di abdicazione dal proprio mestiere è la trasmissione delle conferenze stampa della protezione civile. A che serve stare a sentire questo vecchietto che enuncia dei numeri, con delle voci che fanno domande a volte metafisiche a cui non sa rispondere. Questa non è informazione.

Semmai si fa un servizio raccogliendo varie dichiarazioni, ma stare un’ora con la telecamera fissa su un tizio non è giornalismo. Questa è una cosa pericolosa: l’annullamento dell’informazione. 

D. Ma questo è un pericolo?

R. Non vorrei andare dietro a quelli che già si preoccupano per la democrazia. Però effettivamente trovo che se uno omogeneizza il mondo anche se per qualcosa di terribile come questa, non è una cosa intelligente. Se uno fa informazione, fa informazione: certo si darà grande spazio a questo, ma non tutto lo spazio. Ci sono dei posti dove il coronavirus non c’è; e che sono, mica Marte! Sono posti di questo pianeta, quindi raccontate cosa sta capitando a quelle persone…Ci sono parti del mondo in cui le persone per loro fortuna non sanno neanche cos’è il coronavirus ed è una cosa che non bisogna dimenticare. Mentre sembra che l’intero genere umano sia prosciugato dal problema; che pure, ripeto, è terribile ma sarà risolto come tutte le epidemie. Ebola è finita, anche se in alcuni posti ancora no, ma non stiamo ancora a parlarne. Ma se dimentichi che altre cose accadono, quando sarà finita, ci sarà la sorpresa: “Oddio, ma è successa una cosa tremenda, come mai?, perché non ce l’hanno detto”. Questo succede di solito…    

D. A proposito di queste tue ultime riflessioni mi viene in mente il tuo libro “Il tuffo nel pozzo – È ancora possibile fare del buon giornalismo?”, (1) che hai scritto qualche anno fa, in cui stigmatizzi in modo netto alle trasformazioni subite dai giornali che non hanno più un ruolo nel creare coscienza collettiva. Pensi che questa critica sia valida nella situazione attuale?

R. Resto sostanzialmente di quell’idea e se è possibile ne sono ancora più convinto. È un problema di riflesso, il giornalismo prende atto di un fenomeno secondo me terribile di questo tempo: la sparizione della pietà.

La gente non ha più pietà degli altri, ma solo di se stessa, quando ne ha bisogno. Il caso di questa pandemia è tipico: c’è un’enorme attenzione, ma perché riguarda noi.

Prova a pensare a uno scenario rovesciato. Se questa cosa fosse successa nella Repubblica Centroafricana, o in qualunque altro posto, l’unico problema sarebbe: oddio! impedite a questi sciagurati portatori di schifezze di venire a infettarci tutti  …e agli sciagurati spedirebbero i medicinali scaduti…sui giornali una breve, oggi a Banguy tremila morti….’’.

Note

1) Domenico Quirico, Il tuffo nel pozzo – È ancora possibile fare del buon giornalismo?, Vita e pensiero edizioni, Milano, 2017, pp. 88

Intervista raccolta per Rproject da Cinzia Nachira

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