ELEZIONI INGLESI: INTERVISTA A JOSEPH HALEVI

Intervista a Joseph Halevi sull’esito delle elezioni in Gran Bretagna.

RP. Come prima cosa ti chiedo una considerazione generale della sconfitta del partito laburista clamorosa in termini di seggi. Tenendo conto che la vittoria dei conservatori era comunque data per scontata.

JH. Fino a qualche tempo fa, quando anche Boris Johnson si vedeva bocciare le sue iniziative del parlamento, mi sembrava fosse su una linea meno catastrofica di Teresa May, che stava veramente distruggendo il partito conservatore. La scelta di Johnson per riprendere in mano la politica dei conservatori è stata proprio quella di andare alle elezioni e come le ha gestite. Però secondo me queste sono cose superficiali.

Secondo me il problema fondamentale sono i laburisti, i quali sono entrati in una crisi che rischia di essere di non ritorno. Come, anche se in condizioni completamente diverse, i socialdemocratici tedeschi sono in una crisi di non ritorno: loro oggi sono al 15%, mentre erano un partito del 40%. In Gran Bretagna non c’è lo stesso tipo di situazione, con la medesima politicizzazione che c’è in Europa continentale, quindi la dinamica è diversa, però un partito che sta sul 30% diventa non agibile, diventa non spendibile perché non è un sistema pluralistico al livello politico. È un sistema che si basa su due partiti, che possono fare qualche alleanza qua e là, occasionalmente, però devono essere tutti e due in una situazione maggioritaria, dal punto di vista dei seggi (cioè essere sempre nella situazione di diventare maggioritario). Se uno dei due non ha la maggioranza dei seggi, può rimanere fuori per decenni. Come è accaduto ai laburisti negli anni trenta con la spaccatura introdotta da MacDonald e sono stati fuori fino al 1945; quando, sostanzialmente, è stata la guerra a fargli vincere le elezioni. Perché, anche se la guerra l’ha condotta Churchill, era cambiata l’idea presso la classe lavoratrice inglese che con la vittoria il mondo sarebbe stato diverso per ciò che li riguardava, i diritti, ecc.

Poi sono stati fuori per quasi vent’anni, durante il periodo di Thatcher e Major. Oggi rischiano di restare fuori per un’infinità di tempo.

Ora, veramente, la loro base strutturale si è sfaldata perché hanno perso in zone fondamentali: hanno perso la Scozia, dove già erano stati sconfitti nelle lezioni passate con la vittoria del SNP e adesso hanno finito per perdere anche gli altri seggi – non ricordo se li hanno persi tutti ma anche là sono stati decimati ulteriormente – e hanno perso le loro roccaforti operaie. Perché, ci siano o meno industrie, è la popolazione operaia a cui non hanno saputo dare un’alternativa, quindi questa ha votato a destra. Perché la classe operaia inglese è pro Brexit: questo bisogna metterselo in testa.

RP. Puoi spiegare meglio questo concetto così netto?

JH. Perché l’Europa viene vista come qualcosa che funziona solo per Londra e solo per le classi sociali legate alla finanza e per le classi medie che possono avere una casa in Francia o in Spagna – anche se in Spagna anche chi è in condizioni più modeste può permettersi la casa, come in Murcia, ecc. Questo è un riflesso della crisi finanziaria. Le società finanziarie inglesi davano prestiti alle banche spagnole per poter prendere le case in Murcia e rivenderle agli inglesi. Si tratta di case piuttosto modeste quelle degli inglesi in Spagna, cioè la caratteristica degli inglesi che lì posseggono una casa è quella di appartenere a classi sociali non elevate; anzi, sono medie o medio-basse.

Inoltre, l’Europa viene vista come causa dell’immigrazione. L’appartenenza all’Unione Europa, con l’apertura delle frontiere, è stata vista come causa dell’immigrazione dall’Europa; non sto parlando dell’immigrazione dall’Asia (dal Pakistan, dal Bangladesh, dall’India ecc.): quella è un’altra storia. Mi riferisco all’immigrazione soprattutto dall’Europa dell’est: dalla Polonia, dalla Lituania, dai Paesi baltici e via dicendo. Quegli immigrati venivano visti come coloro che portavano via il lavoro, anche se non è completamente vero.    

Per questo, la classe operaia britannica è per Brexit. In un grande porto sulla Manica, a Dover, che è classe operaia di servizi, soprattutto portuali, il referendum è stato vinto dai pro Brexit con un risultato intorno al 63%. Anche se Dover campa grazie ai rapporti economici con l’Europa: da lì si parte per Calais, per Dieppe per Eindhoven; ma malgrado tutto hanno votato per Brexit, praticamente sparandosi sui piedi, come si dice in inglese.

RP. Ora che Johnson ha la maggioranza parlamentare potrà contare sull’avallo di qualsiasi accordo con l’Unione Europea. Ma che tipo di accordo può fare Johnson? Cioè, ora dopo le elezioni, l’Unione Europea si trova in una situazione di vantaggio o di svantaggio, rispetto agli accordi sulla Brexit?

JH. L’Unione Europea è in vantaggio. Perché l’accordo finale con la Gran Bretagna sarà determinato dal contesto di quello ad interim che adesso contraddistingue il rapporto tra la Gran Bretagna e l’Unione Europea. Questo accordo che vale fino al 2022 e che, come è stato spiegato benissimo qualche giorno fa dalla BBC, mantiene in vigore tutte le regole dell’Unione Europea per la Gran Bretagna. Anche se dopo il prossimo 31 gennaio la Gran Bretagna non farà più parte degli organismi dell’Unione Europea, ma tutto il resto resta in piedi. Con l’eccezione dell’Irlanda del Nord, dove sembra che resterà aperta la frontiera con l’Irlanda del Sud, ma verrà istituita una frontiera tra Irlanda del Nord e Gran Bretagna, quindi con la grande isola: ossia con Inghilterra, Galles e Scozia. Sarà una frontiera marina con il Regno Unito. Questo significa che sarà la Gran Bretagna a farsi carico dei rapporti tra l’Irlanda del Nord e il resto dell’Europa. Mentre prima era una spina nel fianco perché i nazionalisti nordirlandesi erano quelli che bloccavano tutto e rappresentavano la condizione perché rimanesse il governo conservatore precedente. Ora loro hanno perso perché la vittoria conservatrice alle elezioni dà un numero seggi tale che il governo non avrà più bisogno di mediare con le forze locali dell’Irlanda del Nord.

Detto questo, l’Europa proporrà, secondo me, una soluzione che sarà una riproduzione degli accordi attuali in una forma giuridica diversa, cioè come accordi tra Stati. Bisogna vedere che concessione l’Europa (ossia Bruxelles) farà alla libertà della Gran Bretagna di stabilire trattati con gli altri Paesi.

RP. Compresi gli Stati Uniti?

JH. Certo, perché la gravitazione della Gran Bretagna è tutta sull’Europa continentale non sugli Stati Uniti. Questi rappresentano una parte importante, ma il rapporto principale è con l’insieme, non con ogni singolo Paese, dell’Europa continentale. I 430 milioni di abitanti si trovano in Europa e non negli Stati Uniti. Quindi quella di Trump è pura retorica perché gli Stati Uniti non possono sostituire l’Europa.

Intanto per cominciare, il meccanismo di trasmissione tra la finanza americana e la finanza europea è la città di Londra, la City of London. Londra è la piattaforma girevole dei rapporti finanziari tra Europa e Stati Uniti: prevalentemente con New York, ma anche Chicago. La situazione finanziaria europea dal punto di vista delle flessibilità, delle conoscenze, del know-how, è zero rispetto a quella di Londra. Non ce la faranno mai a sostituire la City of London. Neanche Francoforte. Basta vedere lo stato patetico delle banche tedesche, che devono essere pompate in continuazione dal governo federale, per cui c’è tutto questo ambaradan sull’unificazione bancaria che non riescono a raggiungere, ecc.

Il governo tedesco ha in testa solo e soltanto la difesa delle proprie banche e da questo punto di vista non ha torto perché sono un colabrodo e non vuole, quindi, partecipare al salvataggio di altre banche; perché si preoccupa di come salvare le proprie.

Ma, tutto questo dimostra che il sistema dal punto di vista dell’ingegneria e agibilità finanziaria il sistema tedesco è patetico, non sono bravi. Sono stati bravi a fare i panzer – a suo tempo –, tutto ciò che riguarda meccanica e industria, ma non lo sono dal punto di vista finanziario. Questo, per altro, dovrebbe essere un elemento di pregio e non di critica. Perché sono capaci di produrre bene e organizzare la produzione, ma non sono capaci di organizzare le finanze. Secondo me, quindi, da questo punto vista la City di Londra è imbattibile: è il trait d’union tra le piazze finanziarie europee e gli Stati Uniti. La Gran Bretagna/Regno Unito non si può staccare dall’Europa, sono completamente appiccicati, quindi, devono trovare una soluzione di questo tipo. Bruxelles da questo punto di vista ha un vantaggio enorme.

Perché il problema vero è come garantire la continuità della presenza inglese nel sistema finanziario europeo, come assicurare che non vi siano scosse; per il resto grandi problemi non ne vedo. Può accadere, se c’è incertezza, che le Nissan, le Toyota, le Hyundai, che sono in Gran Bretagna si possano spostare verso l’Europa. Ma dove? Possono andare in Spagna, in Romania, in Polonia, dove c’è già la Toyota che lavora con la Fiat. Ma, gli investimenti che hanno fatto negli impianti in Gran Bretagna, soprattutto nelle aree depresse del Nord, sono notevoli: sono nuove tecnologie. Esportano verso l’Unione Europea il 60-70 e perfino l’80% della loro produzione. Quindi, non penso che si possano spostare con facilità e ritrovare il ritmo, ecc., per delle variazioni di tassi di cambio, in definitiva, che non sono prevedibili.

Ma anche dovessero esserci dei dazi doganali, non saranno eccessivi perché sempre inseriti all’interno dello schema dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e potranno essere recuperati dalla maggiore produttività di queste industrie, dalla razionalizzazione e via dicendo.

Poi c’è l’aspetto finanziario, che è l’elemento centrale, anche se nessuno ne ha parlato. Il discorso sull’Europa in Gran Bretagna è stato fatto in maniera impropria e sbagliata, come succede anche in Italia dove si parla di tutto meno che del problema, si urla, si dice, ecc.

Se fossero stati onesti avrebbero dovuto dire: il perno centrale dell’economia nazionale britannica è la City of London, non sono le industrie. Questa determina tutto e ogni scelta va fatta in rapporto alle sue esigenze. È noto che la City of London voleva rimanere in Europa. Perché? Perché c’è una regola finanziaria in Europa che si chiama passporting, per cui se tu fai parte dell’Unione Europea puoi operare in tutta Europa come se fossi a casa tua, non devi mettere su filiali, trovare intermediari. Quindi, puoi operare a Francoforte come se tu stessi a Londra; se invece non fai parte dell’Unione Europea emerge la questione del passporting, cioè diventa necessario avere una serie di filiali e per ciascun Paese e non per l’insieme dell’Unione Europea, con costi molto maggiori e via dicendo. Devono risolvere questa cosa qua, considerando che l’Europa continentale non può fare a meno della City of London. Basta pensare alla questione ecologica e alla faccenda delle emissioni.

Queste emissioni sono state da molto tempo ormai finanziarizzate, nel senso che si emettono dei permessi che hanno un valore di mercato, vengono trattati, si emettono delle obbligazioni su questi permessi ad inquinare. Per cui quelli che inquinano di meno hanno un surplus di permessi che possono rivendere, si possono rivendere i prodotti derivati…ecc. Tutto questo non viene fatto in Norvegia…l’ingegneria di tutta questa roba viene fatta a Londra. Il sistema finanziario londinese è mille volte superiore a quello americano. Quello americano ha un sacco di soldi, ecc., ma il veicolare tutte queste cose lo fanno molto meglio in Inghilterra. D’altronde, la City of London non può fare a meno dell’Europa: questo è il punto, il vero problema. Devono risolvere questo e una volta che riescono a farlo, secondo me, non avranno difficoltà a trovare un accordo.

Ma nessuno parla, eccetto il Financial Time, ma bisogna leggere quel giornale che significa far parte della élite della élite. E le élite non si possono imbrogliare tra di loro con la propaganda, con il populismo e con roba del genere.

Intendo il populismo per come è stato usato da Johnson e da Corbyn, tutte cose che non hanno nulla a che vedere con la realtà.

Ora penso che Brexit ci sarà, fino ad adesso pensavo che non l’avrebbero fatta, ma ora dovranno farla altrimenti si riapre la crisi nel partito conservatore. Perché per questa vittoria loro devono parecchio a Farage. Il quale è vero che a livello nazionale ha preso solo il 2%, ma se si va a vedere dove i laburisti hanno perso i seggi, si vede che Farage ha avuto un ruolo molto importante arrivando fino all’8%. Ovviamente, perché si è ritirato dai seggi conservatori, dopo una trattativa neanche tanto implicita, quindi i conservatori pro Brexit non hanno potuto votare per lui e quindi non ha tolto voti al partito conservatore, ma ai laburisti. Ripeto: le circoscrizioni “rosse” sono per Brexit!

I laburisti hanno avuto perdite sia dal fronte Brexit, sia in quello liberale. Solo che le perdite sul fronte liberale non hanno prodotto guadagno per qualcuno, mentre quelle sul fronte Brexit hanno fatto perdere sessanta seggi e hanno fatto guadagnare 48 seggi ai conservatori. Lì è stata la batosta.

Ci sono delle zone dove il partito laburista ha perso il 20, il 24%…sono sconfitte gigantesche. In quelle zone non si potrà riprendere e non si riprenderà nelle zone della middle class. In queste zone non sarà il partito laburista a riprendersi, semmai saranno i liberaldemocratici.

I laburisti sono in una situazione disastrosa, perché non sono in grado di essere, come si dice in Italia, il partito delle periferie o dei centri urbani. In Gran Bretagna non esiste l’equivalente. Non possono sicuramente essere il partito della middle class.

Questo significa che non sono ancora usciti dall’impatto di lungo periodo del blairismo. Blair li ha staccati dalla classe operaia britannica che era compatta a favore dei laburisti. Blair ha tatcherizzato il partito laburista e la sua politica e ora non sono né carne né pesce. Secondo me, Corbyn rappresenta bene questo non essere né carne né pesce. Non è che Corbyn non dica cose di sinistra, storicamente lui è il leader laburista che negli ultimi 20-30 ha detto le cose più di sinistra. È facile dire cose di sinistra…

Ma il problema non è dire cose di sinistra, ma capire come funziona lo Stato britannico. È capire cosa che rapporto c’è tra quello che vuoi dire e il funzionamento dello Stato; come il tatcherismo, il blairismo e poi Major hanno modificato lo Stato. Proprio il funzionamento dell’apparato statale, che non è una cosa neutra, ma funzionale ormai alle esigenze della City. Anche tutto quello che riguarda l’industria è gestito dalle multinazionali. La vera industria che funziona è quella delle multinazionali, non inglesi, ma straniere e il complesso militare-industriale, completamente legato agli Stati Uniti. Occorre avere una visione dello Stato, non dire “io farò una politica anti austerità”. Non si può, in altri termini, applicare l’idea della neutralità dello Stato, in Inghilterra è impossibile. Poteva, forse, essere applicato – anche se secondo me quasi mai si può impiegare – nel periodo in cui c’era Bevin, o Gaitskell, cioè politici abbastanza riformatori, su certe cose anche i conservatori, in un quadro occidentale stabile. Tutto questo è stato interrotto in Gran Bretagna da Margareth Thatcher e da Tony Blair. Lo sviluppo del thatcherismo è stato realizzato da Blair.

Per esempio: Margareth Thatcher ce l’aveva con il sistema nazionale sanitario, che era una delle cose più belle del mondo. Io ho ancora una ferita che mi è stata curata in un ospedale a Londra nel 1968. A quell’epoca entravi in un ospedale ed era tuo diritto come essere umano di essere curato. La ferita me l’ero fatta partendo da Parigi infilando un dito nella valigia, in aeroporto prima dell’imbarco, chiudendo rapidamente la chiusura lampo della valigia. Erano ancora cerniere grosse: insomma mi sono preso il dito, che si lacera, sanguinando. Io dovevo imbarcarmi e quindi ho messo intorno io fazzoletto, poi ci ho versato della Eau de Cologne…Poi due giorni dopo mi ha fatto il pus e sono dovuto andare in ospedale dove mi hanno chiesto soltanto nome, cognome e se avevo un referente a Londra e basta. Non ho fatto altro, non ho mostrato un documento, niente! Un’altra volta mi sono fatto curare un dente, sono andato da un privato, ma era tutto calmierato dal pubblico quindi mi è costato quasi niente, pochissimo.

La Thatcher odiava questo sistema sanitario e ha cercato di smantellarlo, ma senza riuscirci. Chi ci è riuscito? Blair, perché ha introdotto il subappalto, che è stato copiato anche in Italia, come partnership tra pubblico e privato, che era il modo per privatizzare il pubblico. Quindi il pubblico diventa una fonte di rendita per il privato. Un po’ come le autostrade italiane con Benetton, ecc.

Anche la strategia di mantenere formalmente il sistema sanitario come prima, nel senso che hai diritto a curarti, ma se poi aspetti un anno, magari, anche per malattie gravi. Quindi in pratica non è più agibile, non ci puoi più accedere: non c’è una barriera di prezzo, ma di tempo. Tutto questo è accaduto con Blair.

Corbyn non poteva cambiare le cose, perché non c’è nessuna analisi nei suoi discorsi. Nessuna analisi della struttura economica della Gran Bretagna, non c’è niente. C’è la dimensione declamatoria e retorica tipica del radicalismo laburista inglese che dice: “noi faremo per i poveri, per i lavoratori…” e sai chi se ne frega…Sono parole che lasciano il tempo che trovano. È questa la cosa, per cui per me questa sconfitta era assolutamente inevitabile.

Anche se alle elezioni del 2017 molta gente ci aveva creduto, ma poi si è spappolato. Tutto il partito laburista non aveva nessuna analisi dell’economia politica britannica, della struttura industriale, di quella economica, dei rapporti di classe e del ruolo dello Stato in Gran Bretagna e quindi non poteva avere una posizione chiara su Brexit o non Brexit. Infatti loro hanno finanziato tutti: hanno perso voti sia verso i conservatori pro Brexit che verso i liberaldemocratici. Hanno fatto acqua da tutte le parti. Ma i voti determinanti che gli hanno fatto perdere sono quelli verso i conservatori, direttamente e indirettamente, che nei seggi laburisti hanno guadagnato veramente tanto, il che significa che nei loro seggi hanno perso qualcosa  a favore dei liberaldemocratici, che sono il partito dell’Europa. Per uscire dalla crisi ci sarà bisogno di un ripensamento e di un’analisi sociale della Gran Bretagna. Anche se temo che non ne uscirà.

RP. In questo quadro molto fosco che hai delineato, c’è il punto della Scozia. Dove hanno vinto gli indipendentisti che chiedono un altro referendum per staccarsi dalla Gran Bretagna e restare in Europa. Alcuni pensano che la Scozia possa avviarsi verso una dinamica di tipo catalano. Cosa ne pensi?

JH. Ma intendi “dinamica catalana” perché è finita in una buffonata…

RP. Mi riferivo all’inizio della vicenda catalana, non al suo finale…

JH. Secondo me, in Catalogna c’era all’inizio molta sceneggiata programmata da parte dei vari Puigdemont, in Scozia c’è gente seria e anche simpatica, che poi sono scozzesi indiani, scozzesi del Bangladesh. Se prendi il parlamento scozzese è di questo tipo. Figli di immigrati, che poi sono diventati nazionalisti scozzesi.

Non penso che ci saranno colpi di scena di quel genere. C’è un elemento di realtà forte. Forse loro ricominceranno la storia per acquisire maggiore autonomia o puntare a un’indipendenza statuale, rimanendo economicamente all’interno del Regno Unito. Perché accedere da sola all’UE per la Scozia è come se provincia di Viterbo volesse diventare parte della Lombardia.

Tutto il sistema economico scozzese è proprio fuso con quello inglese, proprio con l’Inghilterra. Quindi, non possono staccarsi. A me sembra che si possa fare, pur sapendo che ogni condizione storica è diversa, la previsione che andranno verso una soluzione simile a quella del Québec in Canada, dove dicono “partiam, partiam…” però non partono. Il Québec ha molta flessibilità, perché il sistema istituzionale canadese permette molta autonomia alle provincie, per cui (in Québec, ndr) loro, lavorando di gomito, hanno acquisito ulteriori autonomie e per questo dicono “partiam, partiam…” e non se ne vanno. Perché non possono andarsene per il gusto di farlo, perché l’economia del Québec è completamente integrata a quella dell’Ontario, che è a due passi, con quella dell’America del Nord.

Secondo me, se fossi scozzese agiterei la bandiera dell’indipendenza per ottenere maggiore autonomia, ma di staccarsi dalla Gran Bretagna e dal Regno Unito penso che sia proprio impossibile. Poi i pazzi ci stanno pure, quindi…

RP. Di quelli c’è abbondanza ovunque…

JH. Loro (gli scozzesi, ndr) sono più sobri e più intelligenti e meno sbruffoni dei Puigdemont e roba simile…

RP. Un’ultima domanda. Nel quadro di spostamento a destra a livello europeo, questa vittoria schiacciante e soprattutto così sbandierata dei conservatori britannici, che ricaduta può avere?

JH. Penso che la Gran Bretagna sia profondamente diversa dai regimi parlamentari dell’Europa continentale e occidentale, dove ci sono porzioni diverse (per esempio in Francia o in Germania) di proporzionalità. In Gran Bretagna le elezioni hanno segnato la vittoria dei conservatori se non in termini parlamentari, che sono andati avanti dell’1,2-3% e insieme a Farage hanno preso il 3 e qualcosa per cento in più. Lo spostamento verso le forze liberali, europeiste, di poco oltre il 6%, solo che questo spostamento è stato del tutto inutile. Quindi è stata una sconfitta laburista, non una vittoria della destra.

Ma non so se la destra europea può giocarsi la vittoria dei conservatori britannici perché c’è la peculiarità della Brexit. Anche la Le Pen è tornata indietro sulla critica all’Europa e ora si concentra prevalentemente sull’immigrazione e sull’esclusione. Ossia, ha preso moltissimi temi che dovrebbero essere della sinistra. Anche sulla questione dell’Euro ha fatto marcia indietro, prima era molto contro l’Euro. È stato sempre molto difficile giocarsi i temi politici britannici in Europa, direi impossibile. La Gran Bretagna è spesso riuscita a mettere zeppe politiche in Europa. Anche nell’ ‘800 il loro problema principale era di evitare la formazione di grosse potenze europee, di mettere l’uno contro l’altro. Anche i loro rapporti con la Russia. Prima l’appoggiano sulla Grecia per andare contro la Turchia, quando nel 1823 fu la Russia a creare l’indipendenza greca, poi dopo, con la guerra di Crimea, si schierano contro la Russia e a favore della Turchia…

La loro politica è sempre stata questa. Certo, le destre nazionaliste dell’Europa continentale la possono giocare propagandisticamente. Ma allora dovrebbero però dire una cosa: la gente ha votato per i conservatori, perché i lavoratori e i disoccupati sono contro l’immigrazione europea, non contro quella dall’Africa. Poi magari sono anche contro l’immigrazione africa, ma è un’altra cosa. Perché lì era questo il punto.

A Dover potevano avercela con quelli della Giungla di Calais (1), ma per loro non è questo il fenomeno di massa. Tant’è che quando hanno scoperto qualche tempo fa, io ero in Inghilterra, un camion con molte persone morte asfissiate dentro quell’episodio ha generato più shock che altro. Il loro problema è l’immigrazione dalla Lituania, dalla Lettonia, ecc. Quindi non possono dire che hanno votato contro l’immigrazione, perché appena lo dicono gli eurocontinentali devono imbrogliare. Perché il vero problema è pensare che le regole europee permettono agli europei di andare in Gran Bretagna e portar via il lavoro. In Gran Bretagna ci sono 3 milioni di europei…contro 1 milione di britannici in Europa.

L’altro elemento che ha avuto un ruolo importante, soprattutto all’epoca del referendum su Brexit, è stato quello di dover pagare – ma hanno imbrogliato sulle cifre non calcolate al netto – circa 350 milioni a settimana all’Europa, ma non hanno detto che ricevevano anche dall’Europa. Insomma, un grande imbroglio messo su da Farage. Poi hanno votato per la Brexit in zone dove l’Europa manda aiuti, perché i fondi strutturali funzionano su base regionale e non per Paese. Quindi anche se la Gran Bretagna ha un reddito tale per cui è contribuente netta all’Europa per la costituzione dei fondi strutturali, tuttavia riceve anche molto. In Galles, l’agricoltura non può restare in piedi senza i sussidi europei, cioè le zone depresse del nord ricevono, in quanto tali, sostegno dai fondi strutturali europei. Allora la deindustrializzazione britannica non è dovuta all’Europa, perché questo è avvenuto per la fuga del capitale britannico…Hic sunt peciones (2)… Come sta avvenendo in Italia.

Però la reindustrializzazione britannica è un fatto reale, perché oggi, in un contesto in cui le cose non vanno tanto bene da nessuna parte, la Gran Bretagna ha un tasso di industrializzazione in termini di occupazione e di PIL, si può verificare, superiore o vicino alla Francia, dove la deindustrializzazione è maggiore.    

NOTE

1) Si riferisce ad un grande accampamento in cui le condizioni di vita erano precarissime costruito
alla periferia di Calais dove erano concentrate migliaia di persone che arrivavano dalla cosiddetta
via balcanica e dall’Italia dopo l’aumento degli arrivi dalla Turchia nel 2015. Molte volte le autorità
francesi lo hanno sgombrato, l’ultima volta nel 2018. Veniva chiamato la Giungla per le condizioni
indecenti e disumane. Da lì i profughi cercavano in ogni modo di raggiungere la Gran Bretagna.
(NdR)
2) Pecione è un termine romanesco che sta per pasticcione che fa danni: “Qui ci sono i pecioni”

    

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