COLOMBIA: QUESTO PAESE NON E’ PIU’ LO STESSO

di Daniel Libreros Caicedo*

Colombia, una mobilitazione sociale senza precedenti. Bilanci e sfide.

Il 21 novembre, la Colombia ha conosciuto un’esplosione sociale senza precedenti dalla metà del secolo scorso. Per quel giorno, il “comando nazionale di sciopero” formato dalle organizzazioni sindacali (Central Unitaria de Trabajadores, Confederacion General de Trabajadores e Confederacion de Trabajadores de Columbia), dalle organizzazioni studentesche, dai movimenti contadini, indigeni, ambientalisti e dallo strutture di pensionati, cioè da tutto quanto é stato protagonista delle lotte degli ultimi anni, ha convocato una marcia di protesta contro le riforme economiche regressive annunciate dal governo.

L’intenzione delle centrali sindacali all’origine della convocazione era quella solita che si ripete oramai da anni: fare appoggiare da una mobilitazione i negoziati in corso con il governo sui salari minimi per l’anno a venire. Tuttavia, la capacità di mobilitazione dei sindacati é limitata, essendo il tasso di sindacalizzazione, in ragione delle leggi sul lavoro regressive e della criminalizzazione dei sindacati, (1) dell’ordine del solo 4%. Sul piano interno poi, la fragilità del rapporto dei sindacati con le masse ed il loro isolamento risultano anche da una forma di organizzazione gerarchica che richiede accordi verticisti tra le direzioni burocratiche, i partiti di sinistra e movimenti di sinistra non partitici. E, per di più, le loro piattaforme rivendicative si riducono alla sola sfera delle esigenze corporativiste.

Tutto lasciava quindi presagire una marcia come tante altre. Però, durante le settimane che l’hanno preceduta, l’approfondirsi del malessere sociale che si é espresso in questi ultimi mesi nei quartieri, nelle università, nel settore informale e fra i disoccupati, ha incominciato a focalizzarsi sulla data del 21 novembre. Nello stesso tempo, quanto sta accadendo sul piano internazionale, ed in particolar modo la vittoria riportata dalla mobilitazione indigena in Ecuador contro l’intento governativo di imporre un piano di austerità e la gigantesca esplosione sociale in Cile (il paese emblema del neoliberismo latino -americano che tutti i tecnocrati prezzolati prendono ad esempio) che ha messo in seria difficoltà il governo di Sebastian Pinera, ha molto aiutato. Così, in un paese fra i più inegualitari della regione é stato proprio l’effetto “contagiante” che ha dato speranza a chi più non ne aveva. L’annuncio di nuovi sacrifici chiesti ad una popolazione sempre più impoverita si sono combinati con l’esasperazione della gente, stufa di assistere agli assassinii quotidiani di leader sindacali senza che i responsabili siano puniti, stanca della corruzione su grande scala praticata da politici e grandi magnati per spartirsi le ricchezze pubbliche, di una giustizia asservita ai potenti avvolti da uno spesso velo di impunità.

E’ così che la convocazione alla marcia del 21 novembre s’é trasformata in una massiccia mobilitazione di vasti strati della popolazione che sono scesi in piazza a protestare contro le multiple forme di oppressione prodotte dall’ordine stabilito e dal cinismo dei suoi rappresentanti politici. Per la prima volta da decenni le piazze delle varie città hanno visto sfilare milioni di persone malgrado i ricatti governativi, malgrado le minacce di instaurazione del coprifuoco, malgrado le perquisizioni preventive dei domicili dei leader sociali, in poche parole, malgrado le tradizionali minacce del terrore di stato.

La mobilitazione del 21 novembre ha poi trovato appoggio e conferma nei concerti notturni con utensili domestici – i cacerolados -, echi vesperali dei proclami del giorno nelle strade. Questi cacerolados – poi continuati nei giorni seguenti nei parchi, nei quartieri, nelle strade, spesso accompagnati da bande musicali o da gruppi di teatranti in uno spettacolo di euforia collettiva e di arte popolare – confermano l’enorme legittimità sociale dello sciopero.

La domenica 8 dicembre, poi, circa trecentomila persone hanno preso parte in diversi luoghi del centro di Bogotà al “concerto dello sciopero” animato da gruppi musicali di giovani che hanno voluto così manifestare la loro solidarietà con il movimento di protesta. Al momento di chiedere l’autorizzazione per il concerto, la municipalità ha offerto loro il Parco Simon Bolivar, un luogo previsto per questo tipo di concerti e che avrebbe potuto accogliere migliaia di spettatori. I giovani hanno rifiutato l’offerta preferendo l’installazione di scene mobili nelle piazze in modo da poter prolungare, al di là delle manifestazioni, la riappropriazione dello spazio pubblico, confermando l’esistenza di una volontà popolare di continuare ad occupare la piazza, una volontà che é accompagnata dalla convinzione che é arrivato il momento di abbandonare la paura che ci ha abitati per decenni e che ci ha condannato all’ostracismo.

Ed é una convinzione che si materializza quando, quotidianamente, la gente ti mormora “che dal 21 novembre, questo paese non é più lo stesso”.

Il fallimento del governo e l’applicazione di una politica di “sicurezza interna”

Tradizionalmente, la criminalizzazione della resistenza sociale era giustificata dalle élites sotto l’angolo della guerra civile iniziata nel bel mezzo del secolo scorso: la si presentava come una forma di collaborazione con le guerriglie. Qualsiasi forma di protesta era caratterizzata come una espressione della guerriglia, ciò che serviva da pretesto per applicare una legislazione d’eccezione e per arrestare e condannare i dirigenti di queste proteste.

L’apertura di negoziati con le FARC ha reso vano questo argomento ed ha aperto nuove possibilità per il movimento popolare. Questi negoziati non hanno permesso la realizzazione delle proposte di riforme verso una transizione democratica alla quale aspirano da decenni organizzazioni, partiti e personalità democratiche. Queste furono sconfitte nelle urne nell’ottobre del 2016, da un’alleanza politica della destra diretta dai settori uribisti (2) comprendente il Partito Conservatore, la maggioranza della chiesa cattolica e predicatori delle chiese evangeliche. Si imposero così nuove norme ai negoziati e si rafforzò il controllo da parte degli uribisti tramite il previo filtro da parte del Congresso sui contenuti negoziati. Risultò quindi dai nuovi negoziati un sistema di “giustizia, riparazioni e verità” sotto il controllo della Giustizia speciale di pace (JEP) incaricata della “giustizia di transizione” e della Commisione Verità.

La JEP fu talmente benevola nei confronti di chi finanziò la guerra (imprenditori e grandi proprietari terrieri) che gli fu lasciata la scelta di presentarsi o meno davanti a questo organismo giudiziario. Nello stesso modo, si rifiutò di prendere in considerazione per ambe le parti il criterio di “catena di comando”, cioè il criterio di responsabilità. Per di più, la JEP aprì la possibilità di amnistiare le violazioni dei diritti umani da parte delle Forze armate tramite una figura giuridica chiamata “rinuncia all’azione dello stato”.

Anche sul piano economico, non ci furono riforme strutturali. Visto che le FARC erano state una guerriglia di tradizione contadina con una forte presenza nelle campagne, il tema della terra fu al centro dei negoziati senza però che fossero adottate misure capaci di rimettere in causa la concentrazione latifondiaria delle terre che si era rafforzata durante la guerra grazie alla spoliazione dei contadini ed al riciclaggio del denaro sporco (3). Alla fin fine, si formalizzò la proprietà su circa sette milioni di ettari nelle regioni occupate dalle FARC e fu creato un fondo di tre milioni di ettari da distribuire sul piano nazionale ai contadini poveri. Tutto questo, però, resta per il momento lettera morta. Così come lo resta un punto addizionale contenuto negli accordi, e cioè l’impegno preso dallo stato di investire in modo importante nelle regioni che hanno particolarmente sofferto della guerra: con il pretesto della crisi degli introiti pubblici, di investimenti non ce ne son stati. E come se fosse cosa da poco, sono 170 gli smobilitati delle FARC che sono stati assassinati immediatamente dopo aver deposte le armi; l’ultimo di loro è stato ammazzato direttamente all’interno delle basi nelle quali, conformemente agli accordi, erano stati concentrati.

Malgrado questi limiti nell’applicazione degli accordi, l’uribismo sta tentando di annacquarne ancora un po’ i contenuti. Il partito Centro Democratico dell’attuale presidente Ivan Duque ha presentato una serie di obiezioni al JEP tendenti ad ufficializzare una più grande impunità – per la quale non hanno potuto ottenere una maggioranza al Congresso e impedire la formalizzazione dei 16 collegi elettorali parlamentari per le vittime che sono state riconosciute nella negoziazione.

Ricorrendo al pretesto della difesa dell’ordine pubblico, il governo riprende l’obsoleto metodo del “nemico interno” collocando alla testa delle Forze armate il generale Nicacio Martinez, uno che é stato ufficialmente riconosciuto responsabile di esecuzioni extragiudiziarie nella regione caraibica (Dipartimenti di La Guajira e de El Cesar) nel 2006 quando era vice-comandante dello stato maggiore della brigata di stanza in quella regione. (4)

Una volta in carica, Martinez ha incluso nuovamente nei protocolli dell’esercito le linee guida che hanno portato alla generalizzazione delle esecuzioni extragiudiziali, che è stata denunciata dal New York Times, un giornale che ha ottenuto informazioni (5) dagli ufficiali che hanno inoltre certificato morti e arresti “sospetti “. Fra queste accuse, c’é l’omicidio dell’ex leader della guerriglia delle FARC Dimas Torres avvenuto nel comune di Convencion, nella regione di Catatumbo, situato nel nord-est del paese, che è stato arrestato e ucciso dall’esercito. Questo omicidio ebbe la particolarità di essere scoperto e denunciato dagli abitanti della città, cosa che costrinse il generale Diego Luis Villegas, comandante delle forze speciali di quella regione, a chiedere pubblicamente perdono, un gesto che ripeté davanti alla Commissione di pace del Congresso.

Ad inizio novembre, nel bel mezzo di un dibattito parlamentare, l’opinione pubblica ha scoperto il tragico risultato di un bombardamento contro il cosiddetto “dissenso” delle FARC alla fine di agosto a San Vicente del Caguán, dipartimento di Caquetá, in cui morirono 18 bambini. E’ stato appurato che, prima dell’esecuzione dell’attacco, l’esercito era a conoscenza della presenza di minori sul campo e che il comando della brigata era stato ufficialmente informato dal funzionario municipale. Era anche chiaro che l’esercito ha nascosto per mesi le informazioni su ciò che è accaduto. Il dibattito ha causato le dimissioni del fino ad allora ministro della Difesa Guillermo Botero. (6)

Queste tensioni all’interno dell’esercito e tra le frazioni parlamentari del regime, confermano che esiste una frattura nelle élite tra l’uribismo (7) che cerca di preservare la politica di “sicurezza interna” e quelli che hanno sostenuto l’ex presidente Manuel Santos nei negoziati politici con le FARC all’Avana e che ritengono che l’esercito debba adattarsi alle condizioni post-belliche se vuole guadagnare  legittimità. Pertanto, rivendicano anche l’attuazione degli accordi nella loro versione finale e hanno costituito un blocco politico chiamato “Defensores de la Paz”, a cui si sono aggiunti tutti i partiti non uribisti, inclusi i movimenti di sinistra e dei diritti umani, che si sono impegnati in campagne pubbliche attraverso il paese. Hanno avuto un ruolo attivo realizzando, durante le ultime elezioni regionali tenutesi il 27 ottobre, le alleanze elettorali che hanno permesso la sconfitta dei candidati del Centro Democratico, sconfitti nelle capitali di differenti stati.

Al di là di queste contraddizioni all’interno delle élites, è evidente l’usura del governo nel tentativo di preservare l’opzione bellicista. Il rifiuto popolare degli assassinii ricorrenti di leader sociali, ambientali e membri di comunità etniche nelle regioni periferiche ha un impatto crescente sulle città. Il caso dei bambini uccisi nel bombardamento di Caquetá ha suscitato un’indignazione collettiva che ha trovato un eco enorme nella mobilitazione del 21 novembre.

Durante lo sciopero, la popolazione ha dovuto affrontare un’altra forma di terrore statale, le squadre antisommossa (ESMAD), forze di polizia specializzate nella repressione delle manifestazioni. Creati nel 2007 durante il secondo governo di Uribe, questi squadroni antisommossa hanno al loro attivo alcuni morti oltre a parecchie vittime, incarcerate e picchiate. Però, nel bel mezzo di un’esplosione sociale come quella attuale, questo tipo di comportamento arbitrario genera un rifiuto molto maggiore. Il 23 novembre nel centro di Bogotà, un membro di quella squadra antisommossa ha gravemente ferito un liceale di soli 18 anni, Dilan Cruz, con pallottole surriscaldate sparate a distanza ravvicinata. Dilan è morto pochi giorni dopo in un ospedale cittadino diventando un simbolo dell’attuale resistenza.

L’11 dicembre, membri della stessa squadra hanno tentato di rapire con un auto camuffata due studenti che partecipavano a una manifestazione davanti all’Università nazionale. Attirato dalle urla dei giovani, un semplice cittadino ha sguito con la sua macchina l’automobile dei rapitori costringendoli a fermarsi e a … declinare, a sua grande sorpresa, la loro identità. Molti sono stati anche i manifestanti picchiati, malmenati ed arrestati mentre, come in Cile, molti hanno perso la vista. In seguito a questi fattacci, una delle principali rivendicazioni del movimento di sciopero e delle forze democratiche – ed una delle più unificanti – é proprio l’esigenza dello scioglimento dell’ESMAD, che in questa occasione non ha potuto fermare l’irrompente ondata della piazza.

Il “paquetazo“, risultato dalla crisi del neoliberismo periferico  

L’attuale crisi economica internazionale ha messo a nudo le fragilità del modello finanziario-estrattivista in America Latina. Il forte calo dei prezzi internazionali delle materie prime durante il periodo 2013-2017, ha prodotto deficit commerciali e degli introiti fiscali nei paesi della regione, che hanno conosciuto un aumento dell’indebitamento pubblico e privato. In queste condizioni e come avviene nei periodi di declino delle economie periferiche, gli investimenti diretti esteri sono diminuiti; nel caso degli IDE, poiché gli investimenti nei settori estrattivi diventano meno redditizi e nel caso degli investimenti di portafoglio, l’aumentare del “premio per il rischio”, redditizio e con riferimento agli investimenti di portafoglio all’aumentare del “premio per il rischio”, favorisce la fuga di capitali. Come in un circolo infernale che si chiude su se stesso, la riduzione degli investimenti esteri produce svalutazione monetaria e aumento del debito, ciò che dal punto di vista della doxa neoliberista si traduce con l’imposizione di piani di aggiustamento che provocano la contrazione della domanda. Ma la popolazione, stanca di subire un continuo deterioramento delle condizioni di vita é scesa in piazza per respingerli. Le mobilitazioni di ottobre in Ecuador e Cile lo hanno reso esplicito. Quelle della Colombia, il 21 novembre, esprimevano la stessa esasperazione contro gli adattamenti neoliberisti

Poche settimane prima dello sciopero, il governo Duque aveva presentato al Congresso una proposta di riforma fiscale che si iscrive in quanto già attuato in materia dall’inizio delle politiche neoliberiste nei primi anni ’90: sempre più esenzioni per il grande capitale e trasferimento della carica fiscale sui ceti medi e bassi della popolazione. Dal 2000 sono entrate in vigore addirittura tredici riforme fiscali ispirate da questi principi – una ogni anno e mezzo – e questo in uno dei paesi della regione con la più alta concentrazione dei profitti.

C’é poi da dire che questa proposta di riforma fiscale é stata presentata in modo concomitante a due altri disegni di legge in materia di statuto dei lavoratori e di regime pensionistico. Il primo prevede una tale flessibilizzazione dei rapporti di lavoro che introduce il principio del salario orario; quanto al secondo, srotola il tappeto rosso ai fondi pensionistici privati. Infine, inspirato direttamente dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, il governo prevedeva la creazione di una holding di Stato capace di centralizzare tutte le risorse del settore finanziario statale per competere sul mercato dei capitali.

Le esigenze del capitale transnazionale di stabilizzare l’economia in crisi, dopo la caduta dei prezzi del petrolio, il principale prodotto di esportazione, spiegano la proposta del “pacchetto” del governo.

La Colombia ha un disavanzo dei conti correnti superiore al 4% del PIL, aumentato considerevolmente dal 2013, con la caduta del prezzo internazionale del petrolio, il principale prodotto di esportazione, e dell’IDE (8). In seguito al notevole calo dei corsi del petrolio durante gli anni dal 2013 al 2017, gli introiti risultanti dalle esportazioni petrolifere sono diminuiti del 60,4% e gli IDE nel settore del 41,3%. (9) Nonostante il parziale recupero dei corsi del petrolio negli ultimi anni, questo disavanzo continua ad aumentare  e la riduzione dell’IDE (10), ha accelerato la fuga di capitali come confermano le statistiche sugli investimenti finanziari. (11)

Nel mezzo di questo quadro recessivo la svalutazione della valuta ha raggiunto uno dei livelli più alti nella media internazionale delle valute  trascinando la crescita del debito estero, il che è particolarmente grave nel caso del debito pubblico che raggiunge già il 51% del PIL, con il fattore aggravante che esiste nel paese una legislazione imposta dall’FMI, secondo la quale nell’esecuzione dei bilanci annuali il pagamento degli interessi del debito è una priorità. 

Secondo la narrazione neoliberista, l’aggiustamento economico sarebbe inevitabile. Perciò, proprio mentre la piazza esige una società più giusta, il presidente e la maggioranza parlamentare, a conferma della frattura sempre più evidente tra popolazione e istituzioni, continuano a elaborare al Congresso i disegni di legge richiesti dal capitale transnazionale. E’ questa la piena misura di cosa sia una “democrazia rappresentativa” creata ad immagine e somiglianza del neoliberismo, sostenuta da clientele politiche, lobby commerciali, trattative segrete e intrallazzi. Ciò a cui stiamo assistendo in Colombia e in America Latina in generale, non è solo la crisi del neoliberismo come modello economico basato sulla espropriazione, ma anche la crisi delle sue forme di rappresentanza politica.

Le sfide della nuova situazione politica

Dal 21 novembre è emerso nel paese un movimento plurale che coinvolge salariati, residenti dei quartieri popolari e strati sociali intermedi asfissiati dalle tasse e dall’usura praticata dalle banche. E’ però da sottolineare il ruolo dei movimenti giovanili emersi nel conflitto per esigere diritti e che non sono più condizionati da una lontana guerra civile che non li concerne più.

Queste espressioni giovanili trovano origine nei movimenti di resistenza universitaria apparsi negli anni precedenti. Infatti, nel 2011 la cosiddetta “Tavola nazionale degli studenti” è riuscita, grazie ad una mobilitazione ad ampio raggio, a sconfiggere un progetto di “riforma universitaria” promosso dal governo di Santos. L’anno scorso, un altro movimento dello stesso tipo è riuscito ad ottenere dei crediti supplementari nell’ambito della Legge finanziaria. Ora però, il campo della mobilitazione giovanile è molto più ampio; comprende giovani che non possono accedere all’università o che, dopo aver conseguito un titolo professionale, non riescono a trovare un lavoro (12) così come studenti di università private, asfissiati dai debiti. Lo stesso discorso vale per gli studenti degli istituti tecnici coscienti, ancor prima d’essersi diplomati, del fatto che é la precarietà che li aspetta e per quei giovani che non possono nemmeno finire la scolarità secondaria e che la povertà priva di accesso ai servizi sanitari mercantilizzati e ad un minimo di benessere.

Come un po’ ovunque, questo movimento giovanile scende in piazza spontaneamente utilizzando le reti “social”, e denuncia “le conseguenze del neoliberismo” molto spesso senza conoscerne le cause. (13) E, se rifiutano le istituzioni e i partiti dominanti, non si sentono rappresentati dai partiti di sinistra né dalle organizzazioni popolari tradizionali. Il loro rifiuto delle decisioni verticistiche e dei leaderini autoproclamati, così come la pratica democratica di presa di decisione conferiscono una grandissima forza nell’azione. Esprimono al contempo un ampio pluralismo ideologico nell’ambito della spoliticizzazione alla quale il neoliberalismo li ha condannati e che é il loro tallone d’Achille.

All’interno di questa pluralità ideologica, dovrebbero essere evidenziati due temi che esprimono la crisi di civilizzazione alla quale il capitalismo contemporaneo ci ha condannato cristallizzata dalla  distruzione della natura e della conservazione di una società patriarcale, fortemente contestata da giovani donne, universitarie o che hanno responsabilità professionali. 

Il movimento sociale plurale che ha accompagnato le proteste di strada del 21 novembre non ha una rapporto di forza che gli consenta di postulare rotture istituzionali, come le dimissioni del Presidente o la convocazione di un’Assemblea costituente, come nel caso del Cile.

Tuttavia, nella sua breve esistenza é riuscito:

  • a sconfiggere il terrore statale che per decenni ha discreditato le azioni delle organizzazioni popolari trattate, secondo i principi dello stato di eccezione, come appendici dei guerriglieri.
  • a portare la resistenza sociale all’interno delle città e questo non solo in termini geografici ma tramite le esigenze della sua piattaforma rivendicativa.
  • a rafforzare un movimento in difesa dei diritti umani che mette in discussione l’assassinio ricorrente di leader sociali e che richiede una politica democratica garante della chiusura definitiva del conflitto armato.
  • a posizionarsi al centro della discussione politica nazionale sulla disuguaglianza sociale come espressione interna della crisi che il neoliberismo vive a livello internazionale.

Il cosiddetto Comando unitario nazionale che ha convocato la protesta del 21 novembre mantiene l’interlocuzione con il governo, però, le frange della popolazione che agiscono spontaneamente o si organizzano in una varietà di organizzazioni sociali restano al di fuori da questo organismo, dispersi e senza capacità di diventare un’opzione politica alternativa.

Per il momento si coordinano nelle assemblee di quartiere, una forma territoriale di democrazia diretta che risponde alla spoliazione causata dall’urbanismo neoliberista, caratterizzata come “estrattivismo urbano”. (14) Queste assemblee di vicinato possono diventare espressioni superiori della democrazia se riescono a centralizzarsi ed ad articolarsi con i movimenti nazionali che resistono alle politiche statali. Questa scommessa dipenderà ovviamente dalla continuità del movimento di sciopero nelle prime settimane del prossimo anno – cosa che, nelle circostanze attuali, sembra possibile – e dalle sfide che il confronto con il governo pone al movimento.

La discussione sull’alternativa politica continuerà, in un nuovo contesto. E ciò rende urgente la coordinazione unitaria di tutti quanti sono convinti della necessità di una strategia anticapitalista.

* Daniel Libreros Caicedo, professore all’Università Nazionale della Colombia, è membro della direzione del Movimento ecosocialista.

Traduzione dallo spagnolo di Paolo Gilardi

Note

1) Secondo il dipartimento dei diritti umani della CUT, dalla fondazione della stessa negli anni 1980, i sindacalisti assassinati sono più di tremila.

2) Movimento politico colombiano che si basa sul pensiero ideologico e politico di Alvaro Uribe Velez  (Presidente della Colombia dal 2002 al 2010) caratterizzato da un forte conservatorismo e da concezioni economiche liberiste.

3) I livelli di concentrazione della proprietà della terra nel paese sono altissimi: l’1%, i grandi proprietari, accaparra 60% delle terre coltivabili lasciando la parte restante a due milioni e mezzo di famiglie contadine.

4) Durante il secondo governo di Álvaro Uribe, nel 2008, il paese venne a sapere che membri delle forze armate avevano ucciso civili indifesi presentandoli come caduti in combattimento. “Il capo dell’esercito colombiano ha guidato una brigata accusata di aver ucciso civili”, El País “, Madrid, 06-06-2019, https://elpais.com/internacional/2019/06/04/colombia/1559607159_600734.html. I cosiddetti “falsi positivi” furono uno degli scandali militari più importanti durante il primo governo di Álvaro Uribe. Per ottenere premi salariali o giorni di riposo supplementari, in conformità con i manuali riconosciuti dal Ministero della Difesa e copiati dai manuali dell’esercito americano; i membri dell’esercito arrestavano arbitrariamente giovani poveri alla periferia delle città, alcuni dei quali disabili, li portavano nelle zone di conflitto, gli mettevano addosso le uniformi da guerriglia e li ammazzavano per ottenere le compensazioni materiali. Il numero di giustiziati, secondo le organizzazioni sociali e dei diritti umani, ruoterebbe attorno ai 10.000.

5) Gli ufficiali che hanno parlato con il New York Times confermano il fatto di essere stati sotto le armi al momento in cui ci furono i “ falsi positivi”, più di un decennio fa. Le fonti affermano che le cose iniziarono a prendere una nuova direzione il 19 gennaio, un mese dopo il cambio della leadership militare, quando il generale Martinez riunì 50 generali e colonnelli tra quelli che erano ai suoi ordini in tutto il paese. (..) Il 19 febbraio è apparso un documento intitolato “Cinquanta ordini di comando”, noto al giornale, che promuove attacchi tempestivi e massicci. La linea guida che ha segnato il più grande cambiamento nel modo in cui hanno visto le cose funzionare, afferma il New York Times, è quella degli attacchi mortali. ” “False Positive 2.0 “The New York Times, Week Magazine, 18 maggio 2019, in https://www.msn.com/es-co/noticias/colombia/%C2%BFfalsos-positivos-20-la-denuncia-de-the-new-york-times-contra-el-ej%C3% A9rcito-nacional / ar-AABxWiU

6) Queste dimissioni sono intervenute in modo accelerato prima che il Congresso votasse la relativa “mozione di censura”. Una settimana dopo la sua nomina a capo del governo, per evitare di essere il primo premier nella storia del paese ad essere rovesciato da una mozione di censura, Guillermo Botero ha dovuto fare un passo indietro ed ha presentato le sue dimissioni … Dimissioni del Ministro della Difesa “, El Tiempo, 5 novembre 2019, https://www.eltiempo.com/justicia / traffico di stupefacenti / traffico di dimissioni / ministro della difesa-guillermo-botero-431146.

7) Marco Fiscal de Mediano Plazo-2018, pág 127 y ss, MinHacienda en http://www.minhacienda.gov.co/HomeMinhacienda/faces/wcnav_defaultSelection;jsessionid=xQW8RqtaVEUSc9btV37YpNENdZOs_KXXvMFKLQbz5p12rpZ59orr!1891731479_afrLoop=3723875303771996&_afrWindowMode=0&_afrWindowId=null#!%40%40%3F_afrWindowId%3Dnull%26_afrLoop%3D3723875303771996%26_afrWindowMode%3D0%26_adf.ctrl-state%3Dgw7pm16br_4

8) L’investimento diretto estero (IDE) è uno degli aspetti centrali della globalizzazione economica. Flusso di investimenti effettuati dagli operatori in Paesi diversi da quello dove è insediato il centro della loro attività. In particolare sono definiti IDE gli investimenti internazionali volti all’acquisizione di partecipazioni ‘durevoli’ (di controllo, paritarie o minoritarie) in un’impresa estera o alla costituzione di una filiale all’estero che comporti un coinvolgimento dell’investitore nella direzione e nella gestione dell’impresa partecipata o costituita.

9) “Il déficit della bilancia commerciale della Colombia é stato moltiplicato per due durante lo scorso agosto: era allora di 1426,6 milioni di dollari contro 691,7 milioni un anno prima”. El Tiempo, 18/10/2019 https://www.eltiempo.com/economia/sectores/deficit-de-la-balanza-comercial-de-colombia-en-agosto-del-2019-424464

10) Secondo le stesse statistiche ufficiali, gli IDE sono diminuiti del 14,1% nel 2018: 8.679,2 milioni di USD, contro  10.109 milioni di USD nel 2017.

11)  Nel 2018 sono diminuiti del 53,4%, ciò che conferma la fuga di capitali. Il paese è in deficit quando si tiene conto del differenziale tra utili risultanti da investimenti esteri e deflussi di profitti e dividendi durante diversi anni. E’ catalogata  sotto la voce “fattore di reddito” della bilancia dei pagamenti. Il saldo passivo di questa voce ha raggiunto $ 11.441 milioni nel 2018.

12)  L’Università nazionale, la più importante università pubblica del paese, sforna 60.000 diplomati ma solo 7000 circa, trovano un impiego mentre la disoccupazione giovanile raggiunge il 22%.

13)  Questi  movimenti – spesso definiti come espressione di “cittadini emergenti” – cercano di uscire dalla marginalità  sociale alla quale li condanna il neoliberismo.

14)  La nozione di « estrattivismo urbano » risulta dall’analogia tra gli effetti della riorganizzazione neoliberista dello spazio urbano e lo sfollamento delle popolazioni rurali dove si sfruttano i giacimenti di idrocarburi.

 

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