KELLON-YAANI-KELLON

La “primavera libanese”, un sogno a occhi aperti! 

di Saad Kiwan

Una vera rivolta popolare che i giovani hanno già battezzato “rivoluzione” e che investe oramai ogni angolo del paese, con la richiesta di dimissioni di tutto il vertice politico-istituzionale! Un sogno a occhi aperti!

Sono giornate allegre, festose, giornate particolari che caratterizzano un’autentica rivolta civile per il riscatto nazionale, autogestite da centinaia di migliaia di giovani in piazza. È la “primavera libanese” scoppiata il 17 ottobre in pieno autunno ancora caldo e poco piovoso. Una vera rivolta popolare che i giovani hanno già battezzato “rivoluzione” e che investe oramai ogni angolo del paese, con la richiesta di dimissioni di tutto il vertice politico-istituzionale! Un sogno a occhi aperti!

Non è una rivolta di piazza o un sit-in nella piazza centrale della capitale libanese Beirut, bensì in tutte le piazze di tutte le città e le autostrade dall’estremo sud del Libano fino all’estremo nord. Motivo fondamentale di quest’inedita sollevazione è la corruzione. I manifestanti esigono la cacciata dell’esecutivo e di tutta la classe politica. Kellon-Yaani-Kellon (“tutti-vuol dire-tutti”). Se ne devono andare via tutti. Tutti, nessuno escluso! È lo slogan principale della rivolta gridato a gran voce da centinaia di migliaia di giovani. La Reuters ha parlato di un milione e mezzo di persone. Una rivolta senza precedenti riuscendo a coinvolgere per la prima volta nella storia del Libano tutti gli strati sociali, le diverse comunità e confessioni, e a investire anche tutte le regioni. Un evento di particolare importanza visto il delicato e complesso tessuto demografico-social-religioso del Libano, causa di guerre e lotte intestine che avevano nel passato recente lacerato il paese.

Il 14 marzo 2005 il Libano aveva vissuto un grande evento tradotto in una prima grande rivolta popolare nella sua storia recente, in seguito all’assassinio dell’ex primo ministro Rafiq Hariri. Una rivolta che ha avuto come risultato quello di costringere il dittatore siriano Bashar Assad a ritirare il suo esercito di occupazione dal Libano. Una rivolta battezzata “intifada per l’indipendenza” contro lo straniero e per la riconquista della sovranità e la libertà del paese. Una rivolta quindi di carattere prettamente politico, che non ha coinvolto tutte le comunità e le regioni, come la rivolta attuale, per il fatto che il regime siriano, alleato di Hezbollah di Nasrallah, era stato accusato di essere il mandante dell’uccisione di Hariri. Si sono di conseguenza formati due schieramenti, quello sovranista, che si è chiamato “14 marzo”, e l’altro filosiriano, battezzato “8 marzo”, data in cui Hezbollah con la sua base sciita aveva manifestato la sua solidarietà in piazza col regime siriano.

La rivolta di oggi è invece spontanea, sfugge al controllo dei partiti. In poche ore ha riempito tutte le piazze del Libano. Una rivolta orizzontale, trasversale, che coinvolge tutto e tutti, attraversando eccezionalmente tutte le comunità e toccando tutte le regioni. Una rabbia contro la classe politica e contro i partiti, che ha raggiunto livelli senza precedenti. E ha già registrato dopo appena due settimane un primo importante successo con le dimissioni del governo guidato da Saad Hariri. Le rivendicazioni, apparentemente non politiche, sono di carattere economico-sociale: per il lavoro (la disoccupazione è al 25 per cento), per la salute (l’assistenza sanitaria che copre soltanto il 25 per cento), per la pensione (pensioni quasi inesistenti), contro il carovita alle stelle. Senza contare la mancanza di ogni prospettiva di futuro per i giovani. Ma la richiesta fondamentale tocca un tasto dolente puntando il dito contro la classe politica-clientelare: la restituzione del danaro rubato allo stato.

Sono giovani non politicizzati e apartitici, giovani della cultura d’internet e dei mezzi di comunicazione sociale, ma sanno bene quello che vogliono e sono determinati a raggiungere i loro obiettivi. Non hanno fiducia alcuna nella classe politica attuale dominata da partiti obsoleti, un mix di ex leader miliziani e leader comunitari.

La miccia che ha fatto accendere la rivolta è stata, guarda caso, una tassa annunciata su whatsapp di sei dollari al mese. Nella grande sorpresa di tutti, la piazza centrale dei Martiri si è riempita in poche ore. Ancora più sorprendente lo scatto degli sciiti nelle città del sud, roccaforti del partito filoiraniano Hezbollah che si ribellano per la prima volta e sfuggono al controllo di Nasrallah, considerato finora “l’eroe della resistenza”. Un’“icona”.

L’armatissimo partito sciita aveva negli ultimi anni consolidato il suo potere, decisivo, all’intero della coalizione governativa e negli apparati di sicurezza dello stato. L’accordo sul nucleare raggiunto tra Iran e Stati Uniti nel luglio 2015 aveva permesso a Hezbollah di accrescere il suo ruolo interno fino a bloccare le elezioni presidenziali per imporre il suo alleato, l’ex generale Michel Aoun, alla presidenza pur non avendo le due parti insieme neanche un terzo dei seggi in parlamento. Hanno fatto ricorso al boicottaggio delle sedute elettorali facendo mancare il quorum per ben due anni e mezzo. Alla fine Hariri cede al diktat di Nasrallah e accetta di eleggere Aoun alla massima carica dello stato.

Questo compromesso gli ha permesso in cambio di tornare alla presidenza del governo dopo quasi sei anni. Il governo quindi finisce saldamente nelle mani di Nasrallah allineando attorno a sé i ministri di Aoun e del leader di Amal, Nabih Berri. Il patto è stato: la politica economica a Hariri e le decisioni di politica interna ed estera nelle mani di Nasrallah, assecondato da Aoun. E tutti insieme appassionatamente spartiscono appalti, tangenti, dazi doganali e controllo del traffico del commercio legale o illegale attraverso tutti i valichi di frontiera e quant’altro!

Successivamente, il presidente americano Donald Trump succede a Barack Obama e dichiara guerra all”Iran e ai suoi tentacoli nella regione, in particolare Hezbollah. Annulla quindi l’accordo sul nucleare, impone dure sanzioni contro Teheran e contro Hezbollah, e contro chiunque abbia affari o traffichi danaro con il partito sciita. Nasrallah si fa allora forte del governo e delle sue strutture per fare fronte a queste asfissianti sanzioni che fanno mancare i dollari iraniani, strozzando i suoi seguaci. E oggi arriva questa “primavera” per fargli perdere il controllo di una gran fetta degli sciiti, trovandosi la piazza contro.

Le dimissioni del governo hanno rappresentato di conseguenza il colpo di grazia per Nasrallah, che aveva già messo Hariri in guardia da ogni tentazione di dimettersi, oltre a difendere con le unghie e con i denti la presidenza. Aveva il paese in pugno! La rivolta è diretta quindi anche contro Hezbollah anche senza dichiararlo apertamente. E il fatto che Nasrallah sia stato considerato corrotto come gli altri politici ha fatto infuriare i suoi. Ecco allora che gli squadristi di Hezbollah attaccano poco prima dall’annuncio delle dimissioni di Hariri improvvisamente la piazza centrale di Riyad Solh, bastoni e spranghe alla mano, menano a destra e manca, distruggono e bruciano tende, palchi, postazioni e installazioni di tv e stampa e centinaia di feriti.

I manifestanti nelle piazze dopo aver ottenuto le dimissioni del governo vogliono puntare ora a costringere il presidente a fare altrettanto, e quindi far saltare anche il parlamento. Costituzionalmente, è un azzardo perché si rischia di finire in un vuoto di potere. L’obiettivo più ragionevole e praticabile invece è quello di puntare ora a un governo tecnico neutrale senza partiti che si metta subito ad affrontare la crisi economico-finanziaria e a varare una nuova legge elettorale per poi andare al voto in tempi più rapidi possibile. Dopo di che, il nuovo parlamento eleggerà un nuovo capo dello stato. Ma anche questo obiettivo ragionevole non sarà facilmente accettato dalla classe politica perché significherebbe estrometterli dalla stanza dei bottoni.

Al di là di quello che sarà il percorso di questo braccio di ferro, e a prescindere da quello che sarà l’esito di questa nuova “rivoluzione” dei giovani, i baroni della politica libanese tergiversano sperando di guadagnare altro tempo. Ma i giovani non hanno nessuna intenzione di fare marcia indietro. I politici non hanno capito, o non vogliono capire che il paese sta cambiando, non si rendono conto che il loro tempo è scaduto e sono oramai il passato. Invece per quel che riguarda il destino del partito armato di Hezbollah sarà un’altra storia.

Tratto da: www.ytali.com

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