TRA CURDI E RIBELLI UN APPUNTAMENTO MANCATO

Pubblichiamo questo articolo sulle drammatiche divisioni che in questi anni hanno attraversato il popolo siriano, in modo particolare coloro che si sono schierati in varie forme contro il regime di Assad. Nei prossimi giorni affronteremo le conseguenze dell’accordo raggiunto tra Russia e Turchia.

di Caroline Hayek e Soulayama Mardam Bey

Abu Iyad e Goran* hanno trent’anni. Sono entrambi siriani. Nel 2011, erano studenti, uno ad Aleppo e l’altro a Qamishli. Sono scesi in piazza nutrendo lo stesso sogno. Contro il “regno della paura” hanno issato la bandiera con le tre stelle rosse, hanno immaginato quella che poteva essere la Siria del futuro, quello di un Paese senza Bashar al Assad e il suo clan.

Abu Iyad combatte oggi nell’Esercito Nazionale (creato da Ankara, che raggruppa diverse fazioni dell’Esercito Siriano Libero). Goran fa parte delle Forze Democratiche Siriane (FDS, a maggioranza curda). Si ritrovano l’uno contro l’altro nella battaglia che oppone la Turchia e i suoi alleati siriani alle milizie curde.

Questa offensiva vuol aumentare il fossato tra i fratelli nemici. Meno di cinque giorni dopo l’inizio della battaglia iniziata il 9 ottobre, le FDS hanno annunciato la loro alleanza con il regime di Damasco per fronteggiare Ankara. «Questo non è stato per noi una sorpresa. Come si dice, il nemico del mio nemico è mio amico» ammette Abu Iyad. «Cosa fanno i ribelli a Qamishli? Noi non siamo responsabili dei crimini del regime. Se volessero veramente lottare contro il regime, non cercherebbero di ucciderci», denuncia Goran. Il punto di non ritorno sembra sia stato raggiunto. Nell’ultimo grande bastione dell’opposizione, la provincia di Idlib, venerdì centinaia di persone sono scese in strada in sostegno all’offensiva turca. A circa duecento chilometri da lì, nei territori a predominanza curda, migliaia di civili fuggivano dai bombardamenti di Ankara alla frontiera siriana.

«Molti dei ribelli dell’ESL (Esercito Siriano Libero) praticano un Islam estremistico oltre a comportarsi come dei teppisti e dei mafiosi!», denuncia Goran. «Si applicano “due pesi e due misure”» accusa rabbiosamente Karim, un attivista siriano rifugiato in Turchia. «Quando otteniamo il sostegno della Turchia, veniamo descritti come mercenari o terroristi mentre quando le milizie curde sono appoggiate dagli occidentali le si celebra, qualunque atto di violenza commettano». La guerra delle parole diventa rabbiosa, gli uni accusano gli altri mutualmente di essere “terroristi”. Per molti curdi, i ribelli non sono che degli sbirri della Turchia come viceversa, per molti ribelli, i curdi hanno tradito la rivoluzione democratica buttandosi tra le braccia del PKK/PYD (Partito dell’unione democratico, sezione siriana del PKK), storico compagno di strada del regime di Assad e nemico giurato di Ankara. «Il PYD è una nuova versione di Daesh. Se non siete con me, siete contro di me. E Oçalan (cofondatore del PKK) è il loro Dio», sostiene Karim. I due campi sono consumati dall’odio.

I massacri del 2004

Tuttavia, la storia avrebbe potuto essere un’altra. «Nel 2011, abbiamo manifestato tutti insieme ad Aleppo con i curdi con lo stesso e unico obiettivo: far cadere il regime», racconta Abu Iyad. A Qamishli, Amouda o al-Dirbassiyeh, al nord e all’est del Paese, i curdi scendevano in massa in strada brandendo cartelli sui quali si poteva leggere «i curdi e gli arabi sono fratelli» e anche «averci ridato la cittadinanza non cancella le nostre sofferenze», riferendosi al raggiungimento della cittadinanza siriana di 130.000 curdi – fino a quel momento apolidi – con l’obiettivo di dissuaderli dall’unirsi al movimento di protesta. 

«Eravamo i primi a scendere in strada», racconta Goran. A Damasco o ad Aleppo, arabi e curdi si sono organizzati negli stessi comitati rivoluzionari di coordinamento, riappropriandosi della politica da cui per quasi cinquant’anni il regime li aveva esclusi. «Il primo nemico dei curdi dovrebbe essere il regime dopo quello che ha fatto loro subire del 2004 a Qamishili. I curdi che combattono tra le nostre fila non possono dimenticare quel trauma, le distruzioni e i massacri», racconta Abu Iyad. Nel 2004 il regime represse brutalmente la rivolta dei curdi a Hassaké e a Qamishili.

Nel 2011 per combattere la rivoluzione, il clan Assad ha fatto quel che sa fare meglio: dividere per regnare. «Nelle città curde e ismailitiche, come negli ambienti della borghesia urbana sunnita o cristiana, i colpi sparati dal regime seguivano piuttosto la logica dell’assassinio», riassume Ziad Majed, politologo e docente all’Università Americana di Parigi. «Al contrario, si massacrava nelle zone rurali povere e specialmente sunnite», aggiunge. In quel momento la divisione iniziava a prendere forma.

La storia dei curdi di Siria, discriminati e marginalizzati per decenni dal partito Baas al potere, non tarderà a riemergere. Nel 1962, il venti per cento di loro si erano visti togliere anche la nazionalità dopo un dubbio censimento. Forte delle debolezze dei rivoluzionari, il regime farà evacuare a metà del 2012 le zone del nord e del nord est della Siria, dove vive la maggioranza dei curdi siriani. L’obiettivo? Lasciare queste regioni al PYD, uno dei pochi partiti che non si sono mai uniti al Consiglio Nazionale curdo-siriano in esilio (CNKS) e puntare sulla capacità delle loro unità militari per proteggere queste provincie dall’avanzata dei ribelli. Quando alcuni curdi si sono uniti nei combattimenti con la rivolta, il predominio del PYD sulla regione ha imposto la cessazione tutte le attività contro Damasco a favore di una politica di neutralità, perfino di una cooperazione per convenienza. La lotta contro il regime non era la sua battaglia. Il partito accarezzava un altro sogno.

«I curdi hanno iniziato ad impadronirsi delle località arabe nel nord del Paese. Ma in realtà è con la comparsa dello Stato Islamico che hanno compreso che i curdi puntavano a creare un loro Stato. Hanno iniziato ad allontanarsi da loro ed altrettanto hanno fatto gli altri», racconta Abu Iyad. Per Goran, la dipendenza dall’Esercito siriano libero (ESL) – creato a metà luglio del 2011 per lottare militarmente contro la repressione del regime – con sponsor stranieri, in particolare la Turchia, ha rappresentato il punto di non ritorno. «Come pretendete che noi curdi ci allineassimo alla politica di uno Stato che vuole annientarci!», si indigna il giovane. «Per noi non c’è più posto nella rivoluzione. I jihadisti hanno iniziato ad attaccarci e non abbiamo altra scelta che prendere le armi per difenderci», prosegue il militante curdo.

La dichiarazione di Damasco

L’unione avrebbe potuto essere politica? Fin dal 2011, l’opposizione araba in esilio accoglie Fratelli Musulmani, nazionalisti, marxisti ed ex cacicchi del regime. Le tentazioni baasiste sono tornate rapidamente.

«L’opposizione siriana è contro il regime di Assad in quanto autorità. Ma il suo comportamento ha dimostrato come fosse ideologicamente molto influenzata dal partito Baas e dal nazionalismo arabo», sostiene Hoshang Awsi, romanziere curdo-siriano oppositore del regime e rifugiato in Belgio. «Il progetto nazionalista si fondava sulla distorsione dei fatti e sulla disinformazione. Si diceva che i curdi sostenevano Israele e questo discorso dura ancora oggi, anche nelle fila dell’opposizione siriana». I partiti curdi riuniti nel CNKS difendono la rivoluzione pur avendo ambizioni federalistiche. Da lungo tempo cercano di integrarsi nel Consiglio Nazionale Siriano, la coalizione che riunisce l’opposizione siriana con base a Istanbul. Ma questo, sostenuto dalla Turchia, gli oppone un sottile rifiuto. Già nel 2005, all’epoca della dichiarazione di Damasco che riuniva oppositori siriani di tutte le confessioni ed etnie, si pose la questione curda. «Molti militanti curdi rimproveravano a quelli arabi di non avergli espresso una solidarietà sufficiente nel 2004, al momento della rivolta di Qamishli. La rivoluzione nel 2011 sembrava aver cambiato questa situazione, creando nuovi legami», ricorda Ziad Majed. Per i ribelli, il discorso non è cambiato. «Non vogliamo uno Stato nello Stato. Per questo lottiamo oggi», spiega Abu Iyad.

Gennaio 2015. Nuova svolta. Il PYD e le sue unità militari gridano vittoria. Dopo quattro mesi di intensi combattimenti e di lotta contro lo Stato Islamico, le milizie curde riprendono Kobane all’ISIS. Diventano alleate degli occidentali sul terreno, nella lotta contro il gruppo jihadista e possono consolidare la loro autonomia de facto. La strategia paga. Mentre il PKK è definito come un’organizzazione “terroristica” da Ankara e Washington, il presidente americano, all’epoca Barack Obama, apre alla costituzione delle FDS, dominate dai curdi del PYD. «Numerose richieste sono state avanzate dall’opposizione siriana affinché la lotta allo Stato Islamico non fosse, sul terreno, esclusivamente curda per prevenire tensioni tra arabi e curdi», spiega Ziad Majed. Senza seguito. I ribelli si sentono definitivamente abbandonati. Le divergenze e gli scontri all’interno del campo insurrezionale, ma anche l’OPA fatta dai gruppi più radicali come al-Nusra (branca siriana di Al Qaida) sulla leadership, finiscono per allentare il sostegno occidentale.

Il seguito non sarà che una successione di colpi tra ribelli siriani e miliziani curdi, esacerbati dal gioco delle alleanze che impedisce ogni possibilità di riavvicinamento. Aleppo, Afrin, Raqqa, saranno luoghi colpiti dall’onta del tradimento nella memoria degli uni e degli altri. Nel 2012, le fazioni curde hanno aiuto l’Esercito Libero Siriano (ESL) ad impadronirsi di diversi quartieri di Aleppo e a catturare degli “Shabia” (agenti dei servizi segreti del regime di Assad, n.d.t.) del regime. Quattro anni dopo, durante la battaglia per la riconquista della città nel dicembre 2016 il regime e i suoi alleati russi e iraniani, insieme a delle unità delle YPG (branca militare del PYD) affronteranno gruppi ribelli armati, abbandonati dalla Turchia, aggiungendosi così alle forze lealiste, per rafforzare l’assedio dei quartieri est, preludio alla loro caduta. «È in quel momento che abbiamo capito che i curdi erano totalmente controllati dal regime. È un episodio che non possiamo dimenticare», confida Abu Iyad.

Campo di battaglia

Nell’altro campo, come in gioco di specchi, l’offensiva contro Afrin lanciata nel gennaio 2018 da Ankara e i suoi ausiliari contro le YPG, in questa enclave mista a 30 chilometri dalla frontiera turca, lascia amarezza in molti curdi. «Hanno veramente commesso delle atrocità ad Afrin, hanno spinto la gente a fuggire, hanno ammazzato e stuprato», si indigna Diyar Hesso, artista curdo che si trova a Qamishli. «Non potremo mai diventare alleati perché le nostre aspirazioni per la Siria di domani sono troppo diverse. Gran parte dei curdi si sentono rappresentati dall’amministrazione autonoma del “Rojava” e aspirano ad una Siria decentralizzata, diversa e laica», aggiunge.

Questa esperienza della diversità, tuttavia, viene contestata. Già dalla fine dell’ottobre 2015, numerose organizzazioni internazionali hanno dato l’allarme sulle violenze commesse dalle YPG durante la lotta per la riconquista dei territori controllati dallo Stato Islamico. In decine di villaggi misti, gli abitanti, in maggioranza non curdi, sono stati costretti a fuggire, le loro case sono state demolite, le loro proprietà sono state confiscate e distrutte, a volte con il pretesto di un supposto sostegno ai jihadisti da parte degli arabi e dei turkmeni. «Molti ribelli che si sono uniti ai turchi lo hanno fatto per consentire ai duecentocinquantamila sfollati di tornare nei loro villaggi rubati dai curdi!», ammette Karim. «Un combattente delle YPG un giorno, nel 2016, ha minacciato mio padre, che abbandonava il nostro villaggio per rifugiarsi a al-Bab. Gli ha detto che se lasciava Deir Jamal non avrebbe avuto più il diritto di tornarvi. Mio padre gli ha risposto: “Voi ci trattate come gli israeliani trattano i palestinesi”», ha proseguito l’attivista.

Dal canto suo, Goran obietta. «Deir ez-Zor, Tal Abyad e molte altre sono delle zone a maggioranza araba sotto l’amministrazione autonoma (curda, n.d.t.). Ciò dimostra molto bene una cosa, che noi siamo nella logica del vivere insieme».

Nell’ottobre 2017, mentre il mondo celebrava la vittoria delle FDS contro lo Stato Islamico, il PYD organizzava in questa città araba una cerimonia in onore di Abdallah Oçalan, suscitando paura nella popolazione locale ed esacerbando ancora di più il risentimento contro le FDS.

Il grande vincitore di questa profonda ostilità: Bashar al Assad. Nel momento in cui Ankara trasforma i ribelli siriani in carne da cannone per fare la sua guerra contro i curdi, il regime, sotto la protezione russo-iraniana, sta riconquistando gran parte del nord est. Senza sparare un colpo. Abu Iyad e Goran avrebbero potuto combattere fianco a fianco. La storia ha voluto altrimenti. Ad Aleppo, all’inizio della rivoluzione, Abu Iyad scendeva in piazza a manifestare con la sua amica curda Cimen, che dopo si è unita alle YPG. «Se dovessi incrociarla un giorno su un campo di battaglia? Non so risponderle…».

*I nomi sono stati cambiati per motivi di sicurezza

16/10/2019

Traduzione dal francese di Cinzia Nachira

Tratto da: www.lorientlejour.com

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