ARABIA SAUDITA: GUERRA FREDDA O GUERRA APERTA?

di Gilbert Achcar intervistato da Julien Salingue

Arabia Saudita-Iran: dalla guerra fredda alla guerra aperta?

Le rivolte arabe del 2011 e il processo di destabilizzazione regionale che hanno determinato combinate alla perdita dell’egemonia da parte statunitense in seguito alla sconfitta e militare in Iraq, hanno contribuito ad accrescere le rivalità tra le potenze regionali, Iran e Arabia Saudita in testa. In Siria, in Yemen, in Iraq, in Libano…gli scontri diplomatici, politici e/o militari si sono moltiplicati, anche se le loro truppe non si affrontano direttamente e ufficialmente non c’è una guerra dichiarata tra i due Paesi.

Ciò che autorizza a parlare di “guerra fredda” la due potenze regionali, senza sottovalutare il carattere evidentemente “caldo” delle guerre in Siria e in Yemen, che hanno provocato centinaia di migliaia di vittime, insieme a milioni di sfollati e situazioni umanitarie assolutamente catastrofiche. Una guerra fredda portata avanti da due attori per ragioni diverse: dal lato dell’Iran, la volontà espansionistica è esplicita, in Iraq, in Libano o in Siria, mentre da quello saudita c’è l’ultra conservatorismo e la volontà che “nulla cambi” per chi domina.

Martedì 14 settembre all’alba, dei bombardamenti su delle installazioni petrolifere saudite, fatte con droni armati di missili, hanno fatto temere il peggio, con la minaccia dell’esplosione di una “guerra calda”. Fino ad ora, e non possiamo che tirare un sospiro di sollievo, questo sconvolgimento non c’è stato, perché sarebbe una catastrofe supplementare i popoli del Medio Oriente.

(J.S.)

Julien Salingue: come spiegare i recenti bombardamenti sulle installazioni petrolifere saudite? Quali sono le possibili implicazioni?

Gilbert Achcar: Ufficialmente, questi sono dei bombardamenti organizzati dalle forze huti in Yemen, come rappresaglia per i continui bombardamenti sul loro Paese da parte della coalizione diretta dai sauditi. In ogni caso questo è ciò che è stato annunciato. Ma evidentemente, e non è un mistero per nessuno, l’Iran certamente è implicato. Sia perché, come sostengono gli americani, una parte di questi bombardamenti proverrebbe dall’Iraq, o addirittura direttamente dall’Iran, ma di questo non sappiamo nulla. Ma anche se i droni fossero partiti dallo Yemen, e sembrerebbe siano stati usati anche dei missili da crociera, è difficile credere che gli Huti potessero avere i mezzi tecnologici per fare questo senza l’Iran.

Quindi è chiaro che si tratti soprattutto e prima di tutto un messaggio dell’Iran che ha scelto di spingere la situazione al limite estremo di fronte agli Stati Uniti, sapendo che l’amministrazione Trump, e Trump in persona, non sono nella posizione che gli consenta di correre il rischio della deflagrazione della regione. Quindi l’Iran sta continuamente spingendo le cose rispetto agli Stati Uniti e ai loro alleati regionali: questa è la spiegazione di fondo di ciò che è avvenuto con questi bombardamenti. Occorre anche sottolineare la vulnerabilità del regno saudita e dire che qualunque tipo di attacco contro l’Iran potrebbe scatenare attacchi massicci contro l’Arabia Saudita, in particolare, cosa molto ben calcolata, sul petrolio che scatenerebbero una crisi economica su scala mondiale. Con questo bombardamento limitato c’è stato un aumento del venti per cento del prezzo del petrolio in ventiquattro ore, si può quindi immaginare cosa potrebbe avvenire nel caso di un’esplosione regionale.

J.S.: Uno degli aspetti che alcuni hanno trovato sorprendente è che, sia dal lato saudita che da quello degli Stati Uniti, le dichiarazioni incendiarie non sono state seguite che da poche azioni concrete, perfino da una certa prudenza, una sorta di volontà di distensione…

G.A.: Tutti sanno che ormai Trump è ossessionato dal suo secondo mandato, dalla possibilità di vincere una seconda elezione. Quindi non correrà il rischio di essere il responsabile di una grande catastrofe nei mesi futuri, cosa che gli iraniani sanno bene e per questo si spingono al limite della provocazione pur lasciando nel vago chi bombarda, in modo da offrire agli Stati Uniti la possibilità di non rispondere. Anche se gli Stati Unititi sostengono che l’Iran è il responsabile dei bombardamenti, non ci sono prove tangibili, quindi Trump può permettersi di non rispondere e di fare ciò che sta facendo, che è una prova di debolezza, anche se il discorso della sua amministrazione consiste nell’affermare che la forza degli Stati Uniti è moderata rispetto a ciò che è e danno prova di questo con l’invio delle truppe pe rafforzare la protezione del regno saudita.

Quanto ai sauditi, non bisogna dimenticare che l’Arabia Saudita non è Israele, e non fanno nulla senza il via libera esplicito degli Stati Uniti, ancora meno dopo quello che è appena accaduto, che dimostra la sua debolezza di fronte all’Iran. Sarebbe avventurismo insensato per loro lanciarsi in un’operazione militare senza il via libera e soprattutto l’appoggio, la partecipazione e perfino la direzione degli Stati Uniti.

Si può tranquillamente immaginare un alleato degli Stati Uniti come Israele che si impegna in azioni unilaterali: gli israeliani sono capaci di farlo, hanno una tradizione militare, anche se dipendono moltissimo dagli Stati Uniti non sono una semplice pedina, a volte ci sono stati contrasti con i loro protettori. I sauditi sono completamente dipendenti da Washington, soprattutto quando si tratta di far fronte a una potenza regionale come l’Iran.

J.S.: Tu dici che l’Iran vuol spingere le cose al massimo. Qual è il loro obiettivo? Siamo “solo” nel quadro dello scontro regionale che dura da diversi anni con i sauditi seguito alle rivolte del 2011 o le cose vanno oltre?

G.A.: In questa vicenda sono mischiati diversi livelli, compreso ciò che avviene nello stesso Iran. Il fatto che questo attacco arrivi appena prima l’assemblea generale delle Nazioni Unite, nel momento in cui tutto sembrava indicare che Trump cercasse di avere un incontro con il presidente iraniano Rohani, può far pensare che si tratti di una azione dei Guardiani della Rivoluzione che sono, se così si può dire, l’ala dura del regime iraniano e la forza che si occupa di tutto quello che riguarda le azioni esterne.  Queste avevano affermato che non volevano che un incontro simile avesse luogo e quindi può essere un modo per sabotare qualunque prospettiva di incontro Trump-Rohani. Occorre tenere conto di questa dimensione.

Ma più in generale è un modo per l’Iran, in particolare per l’ala espansionista del regime iraniano che non smette di moltiplicare le sue pedine a livello regionale, di segnare un punto, di rafforzare un po’ di più l’immagine e l’influenza dell’Iran nei rapporti di forza regionali, di evidenziare il limite della copertura, della protezione americana. Quindi esistono diversi modi di leggere il messaggio che è stato mandato.

Ancora più globalmente, questa è la reazione di fronte a un’amministrazione statunitense che ha abbandonato l’accordo che era stato concluso con Teheran, che ha aumentato le sanzioni, sanzioni che sono dannose, cosa che non si deve sottovalutare. L’economia iraniana è in sofferenza, questo nutre il malcontento sociale e si è vista, in questi ultimi due anni, una crescita dei movimenti sociali in Iran. È, quindi una risposta dei più duri del regime, una risposta che ravviva i sentimenti nazionalistici della popolazione iraniana. La loro ideologia principale, più che l’integralismo islamico sciita, è infatti, riguardo alla popolazione locale, cosa che è differente dai loro alleati regionali, il nazionalismo, come si è visto ancora recentemente con la grande parata militare e i gesti che l’hanno accompagnata.

J.S.: Esiste il rischio di un’esplosione regionale o l’insieme degli attori seguono una logica di dimostrazione di forza, con la consapevolezza che devono contenersi per evitare di perdere completamente il controllo della situazione?

G.A.: Dal lato iraniano, si prova, si tira il bastone fino a quello che sembra essere il limite oltre il quale si provoca una inevitabile risposta. Ma non arrivano fin lì, altrimenti avrebbero dichiarato di essere stati loro ad organizzare o a condurre i bombardamenti sull’Arabia Saudita. Si lascia nella vaghezza, sapendo che Trump non ha alcuna voglia di impegnarsi in un’avventura militare: lo sanno, ne approfittano che è cosa buona dal loro punto di vista.

Ma si sa anche molto bene che in questo genere di gioco è impossibile controllare tutto. Ci può essere un errore che innesca un ingranaggio fatale e quindi è chiaro che qui si gioca con il fuoco. Per questa ragione, gli alleati degli Stati Uniti, in particolare l’Europa, sono molto preoccupati. Poiché l’Europa è in prima fila nel subire le conseguenze di questo ingranaggio, compreso e in particolare a livello petrolifero: un innalzamento dei prezzi del petrolio avrebbe, per l’Europa, delle conseguenze ben più disastrose che per gli Stati Uniti che hanno visto, con il petrolio dagli scisti bituminosi, tornare la loro capacità produttiva a dei livelli ineguagliati da molto tempo. Quindi nel caso di una fiammata dei prezzi del petrolio sarà l’Europa a subirne le conseguenze dal punto di vista della bilancia commerciale.

Da questo deriva la grande paura dei dirigenti europei e anche l’atteggiamento di Macron che ha svolto il ruolo di mediatore tra Rohani e Trump. Il presidente francese ha colto la determinazione di Trump di entrare in una dinamica di ammorbidimento, ossessionato com’è dalla volontà di vincere il premio Nobel per la pace, come Obama. Macron ha invitato il ministro degli esteri a Biarritz al G7 alla fine di agosto, sicuramente con l’accordo di Trump, altrimenti questo sarebbe stato preso come una provocazione ed è stato attivo nella preparazione di un incontro tra il presidente iraniano e quello degli Stati Uniti. Salvo che ora, le cose sono molto compromesse, anche se con Donald Trump nulla si può escludere tanto si è dimostrato imprevedibile in ogni campo, compresa la diplomazia. Se Trump vi vede un suo interesse, cercherà di farlo. La domanda che si pone oggi riguarda piuttosto il lato iraniano: se Rohani è pronto a incontrare Trump, questo avverrà, ma Rohani ha un problema con l’ala dura del regime iraniano che pone come condizione a qualunque incontro l’eliminazione delle sanzioni.

J.S.: Un’ultima domanda su Israele. Netanyahu ha sicuramente dei problemi interni da risolvere, ma è sorprendente la minima reazione ai bombardamenti sull’Arabia Saudita, tanto più che è noto quanto per i dirigenti israeliani l’argomento della “minaccia iraniana”, spesso definita “minaccia esistenziale” sia onnipresente. (1)

G.A.: I problemi interni a cui ti riferisci sono un elemento aggiuntivo a tutta la situazione. Abbiamo parlato della posizione di Trump, ma quella di Netanyahu è scomodissima. Nel momento in cui c’è stato l’attacco, aveva ben altri problemi da risolvere e per il momento la situazione in Israele è paralizzata. Ma tornando alla questione iraniana, quello che si può dire è che gli israeliani possono prendere iniziative all’interno di un perimetro che è il loro, ma a una distanza come quella con l’Iran, con in più Hezbollah, di cui sanno bene che possiede droni e missili in gran quantità, non possono farlo senza il via libera statunitense.

L’Iran è un boccone troppo grosso perché chiunque, tra gli alleati nella regione degli Stati Uniti, possa correre il rischio di qualunque iniziativa senza il via libera di Washington.

Gilbert Achcar è docente presso la SOAS (Scuola di studi orientali e africani) dell’Università di Londra

Traduzione dal francese di Cinzia Nachira

Qui l’originale: https://npa2009.org/actualite/international/arabie-saoudite-iran-de-la-guerre-froide-la-guerre-chaude-entretien-avec

NOTA

1) Sulla situazione israeliana, e in modo particolare sui rapporti tra Netanyahu e gli Stati Uniti di Trump, invitiamo a far riferimento ad un articolo rilasciato sempre da Gilbert Achcar e scritto prima delle elezioni del 17 settembre 2019 e raggiungibile al seguente indirizzo:

https://www.middleeastmonitor.com/20190911-the-conflict-of-electoral-interest-between-netanyahu-and-trump/

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