LA SINISTRA E I DIRITTI UMANI IN VENEZUELA

di Raul Zibechi

Un conosciuto tanfo stalinista

L’ex presidente del Cile non era mai stata criticata dalle sinistre e dai progressisti egemonici per le sue politiche nei confronti dei Mapuche o del suo allineamento con uomini d’affari neoliberisti. Sotto i suoi due mandati presidenziali, fu invece severamente criticata da ispettori per i diritti degli indigeni e dagli organismi delle Nazioni Unite sull’applicazione della legge antiterrorismo nel conflitto tra lo Stato cileno e la nazione Mapuche.

Ora c’è una valanga di critiche contro la Bachelet da parte di “intellettuali” vicini al progressismo, perché nel suo attuale ruolo di Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani denuncia con dati credibili, e confermati dal Venezuela, la sistematica violenza del regime, che viene accusato, in media, di circa 400 uccisioni extragiudiziali al mese da parte di apparati di sicurezza statali (e gruppi informali da loro sostenuti). Segnala tortura, detenzione arbitraria, violenza sessuale e uso di forza eccessiva e letale contro i manifestanti dell’opposizione.

Una buona parte dei critici dell’ex presidentessa cilena, – per la quale non provo la minima simpatia politica – sono rimasti in silenzio quando i popoli venivano repressi, ma ora corrono in fretta per difendere uno Stato e il suo apparato repressivo. Lo fanno per ragioni geopolitiche, perché nei loro calcoli meschini il Venezuela è un pezzo nella lotta contro l’egemonia americana nella regione e nel mondo.

A rigor di termini, non negano nessuna delle affermazioni nel rapporto presentato dalla Bachelet, ma semplicemente screditano la persona che lo ha riportato. Se mettere lo Stato davanti e al di sopra della gente comune organizzata in movimenti è già grave, denigrare l’accusatore senza rispondere alle accuse si riferisce a una storia ben nota della sinistra. È la politica che Josép Stalin ha usato, fino alla paranoia, contro i suoi avversari politici. Migliaia di comunisti e milioni di sovietici caddero nella sua morsa, con il complice silenzio della stragrande maggioranza dei comunisti del resto del mondo.

Si dirà che coloro che fanno appello all’etica come un mortaio della politica sono ingenui incorregibili, destinati a cadere sotto i proiettili del realismo nemico. Coloro che affermano tutto ciò, tuttavia, dimenticano che le migliori tradizioni del campo ribelle, e alcune delle loro più grandi creazioni, furono divorate da un dilagante pragmatismo che trasformò le forze del cambiamento in oppressori, che screditarono qualsiasi tentativo di rendere il mondo un posto migliore.

Le catastrofi dello stalinismo (dalla rivoluzione spagnola a Sendero Luminoso, attraverso i crimini di Roque Dalton e il comandante Ana María in El Salvador) non furono mai analizzate a fondo dalle penne mercenarie. C’è ancora chi difende uno stupratore e genocida come Daniel Ortega, sempre con la scusa dell’imperialismo e di altre stupidaggini.
Siamo di fronte a una doppia curva nella storia che cambierà il mondo per sempre. La prima, segnata dal fuoco del conflitto tra le nazioni imperialiste (Stati Uniti, Cina, Russia) per conquistare l’egemonia mondiale. Un altra, grazie alle femministe e ai popoli indigeni, che con i loro sforzi anti-patriarcali e anticoloniali, aprono profonde crepe.

Non si può stare con un piede in due scarpe. Coloro che hanno scelto il potere statale e l’azione dall’alto saranno resi innocui dai movimenti “dal basso” o diventeranno, come in Nicaragua e Venezuela, i loro carnefici.

*Fonte: https://www.rebelion.org/noticia.php?id=258427

Traduzione a cura di Dario Di Nepi.

Tratto da: www.communia.org

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