RESPINGERE IL DECRETO SICUREZZA BIS

Respingiamo il decreto legge sicurezza “bis”. Una conversione in legge contro la Costituzione.

di Fulvio Vassallo Paleologo

1.Subito dopo la pubblicazione del Decreto legge sicurezza bis (D.L. 53/2019 nella Gazzetta Ufficiale del 14 giugno 2019 le autorità di governo hanno utilizzato le norme, gli articoli 1 e 2 del decreto, che sembravano dare una copertura legislativa alle direttive/diffide del ministro dell’interno, che da mesi vietano alle navi delle ONG, dopo il soccorso di naufraghi in acque internazionali, l’ingresso nelle acque territoriali e dunque nei porti italiani. Il ministro dell’interno vorrebbe addirittura imporre la riconsegna alle autorità libiche. Un ordine illegittimo che non può essere rispettato. Non sarà certo un decreto legge che consentirà prassi vietate a livello internazionale, oltre che in contrasto con i più elementari principi di umanità.

A pochi giorni dall’entrata in vigore, in Italia, del c.d. decreto sicurezza-bis, e dall’immediata adozione del primo “divieto ministeriale di ingresso” nelle acque territoriali italiane ai sensi del nuovo art. 11, co. 1-ter T.U. imm., il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, organo indipendente attualmente rappresentato dalla bosniaca Dunja Mijatović, ha emanato una raccomandazione dall’eloquente titolo Lives Saved. Rights protected. Bridging the protection gap for refugees and migrants in the Mediterranean (ZIRULIA,DPC).

“Nel documento si sottolinea che “il primo RCC (Centrale di coordinamento) contattato, anche se l’emergenza è avvenuta al di fuori della sua SRR (Zona SAR), mantiene la responsabilità dell’evento finché sia accertato che l’RCC competente per quella regione, o altro RCC, abbia dichiarato di assumere il coordinamento e si sia effettivamente attivato in tal senso (p. 20)”. La Centrale operativa della guardia costiera italiana rimane dunque responsabile dell’operazione SAR, e per essa il ministero dell’interno che ne stabilisce le linee di azione, fino a quando non sia accertato che i naufraghi siano stati presi in carico da un paese che garantisca un porto sicuro di sbarco. E dunque “non è giustificabile la prassi degli Stati membri del Consiglio d’Europa consistente nel tentare di dirottare le richieste d’aiuto proveniente dalla SRR libica sul JRCC di quel paese; al contrario, deve ritenersi che il diritto internazionale determini il radicamento ed il mantenimento della responsabilità in capo agli stessi RCC continentali”. Indicazione queste che risultano in netto contrasto con le più recenti Direttive/diffide adottate dal ministro dell’interno italiano nei confronti delle poche ONG ancora operative nel Mediterraneo centrale, malgrado una raffica di denunce e di sequestri.”

In precedenza, la portavoce della Commissione Europea Nathasha Berhaud, ancora prima della denuncia di un gruppo di giuristi al Tribunale penale internazionale, aveva escluso che la Libia, nelle sue diverse articolazioni territoriali, potesse essere considerata come un luogo sicuro di sbarco. Che la Libia non garantisca porti sicuri di sbarco lo afferma anche una recente sentenza del Tribunale di Trapani, che va attentamente considerata per cogliere la illegittimità degli ordini ipartiti dal ministero dell’interno alle ONG, ed i conseguenti divieti di ingresso. Soprattutto dopo l’offensiva del generale Haftar sulla Tripolitania nessun porto della libia puà essere qualificato come “place of safety. Non sono luoghi sicuri per i migranti i paesi a sud della Libia, come il Niger, sul quale si sta puntando molto per impedire che i migranti raggiungano le coste ed attraversino il Mediterraneo. Tutti i paesi dell’Africa subsahariana sono ormai altrettanto pericolosi quanto i territori libici, le frontiere sono chiuse e lì comandano le milizie locali in combutta con i trafficanti, questo spiega davvero il calo degli arrivi in Europa registrato in questi ultimi mesi.

Nessuno potrà negare che le capacità di intervento delle motovedette libiche, in parte donate dall’Italia, dipendano dal coordinamento italiano della missione NAURAS presente a Tripoli, con gli evidenti limiti degli interventi della Guardia costiera “libica”. Anche per queste ragioni non si può pensare di proseguire oltre con le prassi dei ” porti chiusi”, che poi non sono affatto chiusi perchè gli sbarchi di migranti provenienti dall’inferno libico proseguono comunque, malgrado la ripresa delle operazioni di intercettazione delle cd. “navi madre” in acque internazionali.

La vera emergenza e’dunque in Africa, nei paesi di transito, non in Italia. In assenza dei requisiti di urgenza e di specificità previsti dalla Costituzione per i decreti legge è subito apparso evidente come lo scopo immediato della nuova normativa introdotta con il Decreto legge n.53/2019 fosse il respingimento delle navi umanitarie e l’inasprimento delle sanzioni contro chi si rende “colpevole” di soccorso, per avere operato in modo “autonomo”, senza obbedire, in altri termini, agli obblighi di riconsegna alla guardia costiera libica. Per avere impedito che i naufraghi fossero rigettati nei centri di detenzione dai quali erano fuggiti.

Nessun porto libico può essere qualificato quale luogo di sbarco sicuro, non avendo la Libia aderito alla Convenzione relativa allo status dei rifugiati (Ginevra, 28 luglio 1951) ed essendo la situazione in suddetto Stato, oggi frammentato in più entità territoriali con diversi governi, caratterizzata da sistematiche violazioni dei diritti umani, come ribadito nel 2012 dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella pronuncia relativa al caso Hirsi Jamaa e altri c. Italia, e come confermato fino ad oggi da tutti i rapporti delle diverse agenzie e missioni delle Nazioni Unite (UNHCR, OIM, UNSMIL)

2. Il passaggio delle navi delle ONG attraverso il mare territoriale di qualunque Stato per sbarcare naufraghi non può essere considerato recante “pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza dello Stato costiero” (art. 19.1 UNCLOS). Infatti, l’art. 19.2.e UNCLOS prevede esplicitamente che l’imbarco e lo sbarco di persone al solo fine di ottemperare agli obblighi di salvare la vita in mare sono attività ricomprese nella nozione di passaggio inoffensivo.

Il ricorso al divieto di ingresso nelle acque territoriali, che il ministero dell’interno, seppure di concerto con altri ministeri, può adottare su base meramente discrezionale, solo nei confronti delle piccole navi appartenenti alle ONG, con il richiamo surrettizio all’art. 19 comma 2 della Convenzione UNCLOS sta permettendo la legittimazione di misure di respingimento collettivo vietate dalle Convenzioni internazionali. Ed appare potenzialmente lesivo dell’ effettivo riconoscimento del diritto di asilo, garantito dall’art. 10 della Costituzione in misura più ampia di quanto previsto dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati e dalle Direttive in materia di protezione internazionale adottate dall’Unione Euroea. In questo senso il decreto legge sicurezza “bis”, appare in contrasto con la Costituzione italiana laddove si prevede che il ministero dell’interno possa impedire, e sanzionare attraverso i prefetti, l’ingresso nelle acque territoriali, e dunque in un porto sicuro in Italia, di imbarcazioni private che abbiano svolto operazioni SAR ( di ricerca e salvataggio) in acque internazionali. Si assiste soprattutto ad un ennesimo tentativo di svuotamento della portata effettiva degli articoli 10,11 e 117 della Costituzione che impongono il rispetto di norme inderogabili derivanti dal diritto internazionale.

Come effetto immediato dell’entrata in vigore del Decreto Legge n.53/2019, si stanno bloccando in zona contigua alle acque territoriali italiane, a sud di Lampedusa, 42 persone, a bordo della Sea Watch 3, persone in molti casi bisognose di cure mediche urgenti per gli esiti delle torture subite in Libia, tra queste anche almeno un minore di età. Sembra che lo sbarco a terra sia consentito solo in caso di aggravamento delle loro condizioni di salute(MEDEVAC). Un trattamento disumano e degradante da parte delle autorita’italiane, che potrebbero essere denunciate ancora una volta, con procedura d’urgenza, alla Corte europea dei diritti dell’Uomo. Altri ricorsi in via ordinaria potrebbero essere sottoscritti da tutti i naufraghi sbarcati a terra per ragioni di evacuazione medica, dopo giorni di inutili sofferenze.

Lo scorso gennaio il governo italiano ha spacciato la procedura a Strasburgo come una iniziativa per dimostrare che la competenza esclusiva nel ricevere le persone sbarcate dalla Sea Watch fosse del governo olandese, linea difensiva che è stata sconfitta, nel senso che la Corte europea, nei limiti della sua decisione interinale, non ha accolto quanto proposto da Palazzo Chigi. Si è cercato di accreditare l’idea che fosse stato il governo ad adire la Corte di Strasburgo per ottenere il riconoscimento della giurisdizione dell’Olanda sui migranti a bordo della Sea Watch, quando invece era proprio lo stesso governo italiano che era stato chiamato in causa dal comandante e dal capomissione della nave, davanti ai giudici europei, per chiedere misure urgenti contro la chiusura dei porti e le tante omissioni di atti dovuti, anche con riferimento a numerosi minori stranieri non accompagnati.

Il Decreto sicurezza “bis” viene così utilizzato dal governo in contrasto con le norme sulla efficacia della legge nel tempo, in quanto il decreto legge n.53/2019 contiene sanzioni penali-amministrative, come la confisca della nave soccorritrice, conseguenza dell’ingresso nelle acque territoriali senza autorizzazione ministeriale, che non possono essere applicate con effetto retroattivo. Il soccorso in mare operato dalla Sea Watch e la richiesta di ingresso in un porto sicuro in Italia si erano verificati prima del 14 giugno, e dunque prima dell’entrata in vigore del provvedimento, adottato dal Consiglio dei ministri sotto la spinta del ministro dell’interno, che voleva avere una copertura legislativa per le sue iniziative di indirizzo politico-amministrativo contro le ONG.

Si vorrebbe assimilare ancora una volta il soccorso in mare al trasporto di “clandestini” come se non valessero più quelle scriminanti e quelle cause di giustificazione che elidono ogni rilevanza penale del salvataggio di naufraghi. Il governo non può continuare ad ignorare i provvedimenti della magistratura che hanno stabilito il dissequestro delle navi umanitarie.

Secondo l’UNHCR, ” in mare non è possibile una valutazione formale dello status di rifugiato o di richiedente asilo (in virtù del Protocollo di Palermo del 2000 contro la tratta di migranti; del Reg. EU 2014/656 per le operazioni Frontex; del d.lgs 286/’98 – T.U. immigrazione e del Decreto Ministeriale 14 luglio 2003). Tutte le imbarcazioni coinvolte in operazioni SAR hanno come priorità il soccorso e il trasporto nel piu’ breve tempo possibile in un “luogo sicuro” dei migranti raccolti in mare. Le azioni di soccorso prescindono dunque dallo status giuridico delle persone. Tutte le imbarcazioni che partono dalla Libia in condizioni di sovraccarico e senza dotazioni di sicurezza si trovano in una situazione di distress e dunque vanno soccorse immediatamente, senza attendere trattative tra stati o l’arrivo di motovedette libiche che neppure garantiscono la conclusione dell’operazione SAR in un porto sicuro.

La Convenzione sulla ricerca e il soccorso in mare del 1979 (ossia la Convenzione SAR di Amburgo), alla quale l’Italia ha aderito, obbliga gli Stati parte a “…garantire che sia prestata assistenza ad ogni persona in pericolo in mare… senza distinzioni relative alla nazionalità o allo status di tale persona o alle circostanze nelle quali viene trovata” (capitolo 2.1.10) ed a “…fornirle le prime cure mediche o di altro genere ed a trasferirla in un
luogo sicuro” (capitolo 1.3.2.).

La Convenzione internazionale per la sicurezza della vita in mare del 1974 (Convenzione SOLAS) obbliga il “comandante di una nave che si trovi nella posizione di essere in grado di prestare assistenza, avendo ricevuto informazione da qualsiasi fonte circa la presenza di persone in pericolo in mare, a procedere con tutta rapidità alla loro assistenza, se possibile informando gli interessati o il servizio di ricerca e soccorso del fatto che la nave sta effettuando tale operazione…” [Capitolo V, Regulation 33(1)].

Il rifiuto, aprioristico e indistinto, di un governo, peggio di un singolo mnistro, di far approdare la nave in un place of safety in Italia comporta l’impossibilità di valutare le singole situazioni delle persone a bordo, e viola dunque il divieto di espulsioni collettive previsto dall’art. 4 del Protocollo n. 4 alla CEDU e dall’art. 19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. L’invito a fare rotta verso un’altro stato (ad esempio Malta o la Tunisia), rivolto ad una nave che ha effettuato un soccorso in acque internazionali e che si trova all’interno della zona contigua alle acque territoriali di un paese, quindi già sottoposta ad una giurisdizione nazionale, viola il diritto internazionale e priva le persone dei diritti di chiedere asilo e di fare valere una difesa effettiva, sanciti dagli articoli 10 e 24 della Costituzione italiana. Lo scorso gennaio la Tunisia ha rifiutato espressamente un porto di sbarco sicuro proprio in occasione di una operazione di ricerca e salvataggio condotta da Sea Watch 3.

In quella occasione venivano resi noti dai rappresentanti della ONG i dettagli delle comunicazioni intercorse tra il capitano della nave e il Ministero delle Infrastrutture olandese. Il giorno 23 gennaio, alle 14:35, il Team Sea-Watch in Olanda contatta il Ministero “Infrastructure e Watery”, competente per la Guardia Costiera, chiedendo un riparo dal cattivo tempo in arrivo. Il rappresentante di Sea-Watch chiede l’indicazione di un PoR (Porto di Rifugio) a Malta o in Italia. Poi, in una seconda comunicazione, chiede la stessa indicazione solo per l’Italia poiché rappresentava in quel momento il PoR più vicino (Lampedusa). Venti minuti dopo, alle 14:57 Il contatto al Ministero dice all’ong il Ministero degli Affari Esteri, Giustizia e Sicurezza chiederà all’Italia di fornire un PoR. Alle 16:11 arriva la conferma che la richiesta di PoR è stata inviata alla Guardia Costiera italiana, MRCC, da JRCC Den Helder. Il messaggio  inviato dal JRCC Olanda (Jrcc Den Helder) al rappresentante di Sea-Watch in Olanda parla di contatti dell’Italia. La prima ipotesi è Lampedusa, ma date le condizioni avverse che stanno per colpire l’isola, Mrss (centro di coordinamento marittimo) di Roma non lo considera un “safe place shelter”. Alle 19:05 Sea Watch riceve un ultimo messaggio dal ministero delle Infrastrutture olandese in cui si dice che la Tunisia è la migliore alternativa e che verrà inviata una richiesta alla Guardia costiera tunisina. Ma dopo queste comunicazioni – spiega Sea Watch – “non abbiamo mai ricevuto alcuna risposta dal governo olandese in merito alla richiesta di un porto rifugio (POR) in Tunisia”.

3. Appare dunque priva di basi legali la richiesta rivolta al paese di bandiera di prendere in carico direttamente, i naufraghi soccorsi in acque internazionali, garantendo lo sbarco in un proprio porto, . Richiesta che viene fatta valere soltanto nei confronti delle ONG e non delle altre navi private quando sono coinvolte in attività SAR ( di ricerca e salvataggio) in alto mare. I toni minacciosi alimentano la campagna elettorale permanente del capo della lega ma allontanano le possibilita’ di soluzioni concordate a livello europeo.

Gia’ cinque mesi fa l’Olanda aveva risposto picche alla richiesta del ministro dell’interno italiano.

Si può rilevare in proposito che gli Stati esercitano “di diritto” la propria giurisdizione sulle persone a bordo delle navi che battono la loro bandiera mentre esercitano “di fatto” la giurisdizione non solo quando i naufraghi vengono trasferiti su una nave battente bandiera di quello Stato, ma anche quando gli stessi stati costieri applicano misure di polizia contro una nave che batta bandiera straniera ed il suo equipaggio. E’ importante notare a tale riguardo che non è nemmeno necessario che agenti dello Stato costiero

salgano a bordo della nave soccorririce, e che quindi vi sia un contatto diretto, in quanto si può sostenere che quest’ultima nave è sotto il controllo di fatto di assetti navali ed aerei dello stato costiero, dunque sotto la giurisdizione dello stesso stato costiero, come si ricava in tutte le occasioni in cui le imbarcazioni delle ONG vengano diffidate di fare ingresso nelle acque territoriali, quando si trovano già nella zona contigua.

L’intero sistema dei socorsi in mare non potrebbe del resto funzionare se si dovesse riconoscere il diritto dello stato costiero di “scaricare” sullo stato di bandiera, magari dall’altra parte del globo, la responsabilità per la indicazione del luogo di sbarco. Anche per l’incertezza derivante da siffatti criteri di responsabilità, quando l’armatore sia di un paese diverso da quello di bandiera della nave. Nel caso Women on Waves c. Portogallo, la Corte europea dei diritti dell’Uomo ha riconosciuto la violazione dell’art. 10 derivante dal divieto di accesso al mare territoriale imposto dalle autorità portoghesi alla nave olandese Borndiep, ritenendo (sia pure) implicitamente che tale divieto costituisse un esercizio di giurisdizione ai sensi dell’art. 1 della Convenzione (§ 22 della sentenza del 3 febbraio 2009). 

Se la Guardia di finanza notifica un provvedimento di diffida ad entrare nelle acque territoriali italiane ad una imbarcazione privata carica di naufraghi, che si trova già nella zona contigua (12-24 miglia dalla costa) non viene dunque esclusa la giurisdizione italiana e in capo allo stato costiero si conferma la responsabilità di indicare un porto sicuro di sbarco. In base all’art. 10 del Testo Unico sull’immigrazione n.286 del 1998, i naufraghi potranno essere espulsi o respinti soltanto una volta condotti a terra, con le procedure (Hotspot) previste dall’art. 10 ter dello stesso Testo Unico, sempre che non siano richiedenti protezione o ricorrano altre cause di inespellibilità. Non è del resto possibile che le regole internazionali sui soccorsi in mare e sul diritto di asilo vengano applicate in modo diverso a seconda della bandiera della nave soccorritrice, o della sua appartenenza ad una Organizzazione non governativa. Non è neppure possibile che ad ogni evento di soccorso in acque internazionali si apra una contrattazione politica con altri paesi europei, per garantire un luogo sicuro di sbarco o un trasferimento verso paesi diversi dallo stato costiero.

L’Olanda aveva spiegato già cinque mesi fa, in una dichiarazione inviata all’Adnkronos, il suo rifiuto, dicendosi disposta “a mostrare solidarietà” solo se si raggiunge una “soluzione strutturale” che consenta “in seguito allo sbarco” di “rifiutare e rispedire indietro immediatamente dopo l’arrivo alla frontiera esterna europea” i migranti che “non hanno diritto alla protezione internazionale”. Cosi il governo olandese, spiegava il suo “no” “alla richiesta italiana di prendere in carico i migranti” che si trovavano a bordo della Sea Watch, che batte bandiera olandese. “I Paesi Bassi sono a favore di una soluzione strutturale tramite la quale, immediatamente in seguito allo sbarco, venga fatta distinzione tra coloro i quali hanno diritto alla protezione internazionale e coloro che non ne hanno diritto – proseguiva la dichiarazione – Solo nel caso in cui una tale soluzione strutturale sia effettivamente applicata, i Paesi bassi sono disposti a mostrare solidarietà e contribuire allo sbarco e, per gli aventi diritto alla protezione, al ricollocamento”. Nella dichiarazione si ribadiva poi che il governo dell’Aja non riteneva di avere responsabilità nei confronti della Sea Watch: “I Paesi Bassi, in quanto Stato di bandiera, non sono obbligati” a prendere parte a quelle che vengono definite “misure ad hoc con riguardo allo sbarco” a cui l’Aja si rifiuta comunque di partecipare in assenza di “una concreta prospettiva” della soluzione strutturale auspicata. “E’ compito del capitano della Sea Watch 3 trovare un porto sicuro nelle vicinanze per sbarcare i 47 migranti da lui presi a bordo”, concludeva la nota olandese.

Come emerge da una relazione tenuta nel maggio del 2017 dal Contrammiraglio Nicola Carlone davanti alla Commissione parlamentare sull’attuazione degli accordi di Schengen ” la normativa SAR internazionale (in particolare la Ris. MSC 167(78) del 2004) prevede che tutte le questioni che non riguardino il SAR in senso stretto, quali quelle relative allo status giuridico delle persone soccorse, alla presenza o meno dei prescritti requisiti per il loro ingresso legittimo nel territorio dello Stato costiero interessato o per acquisire il diritto alla protezione internazionale, ecc., devono di norma essere affrontate e risolte solo a seguito dello sbarco nel luogo sicuro di sbarco (POS) e non devono comunque causare indebiti ritardi allo sbarco delle persone soccorse od alla liberazione della nave soccorritrice dall’onere assunto. ” Si aggiunge poii che un “luogo di sbarco sicuro,” in base alle specifiche “linee guida” elaborate dall’IMO “con la più volte menzionata Ris. MSC 167(78) del 2004, dev’essere, tra l’altro, “un luogo dove la vita delle persone soccorse non è più minacciata e dove è possibile poter far fronte ai loro bisogni fondamentali (es.: cibo, riparo e cure sanitarie)”.

Adesso il Viminale riprova a contrattare con l’Olanda, sulla pelle di persone bloccate in alto mare da 10 giorni, mentre la Procura di Catania, nel recente provvedimento di archiviazione per il caso Sea Watch 3 di gennaio (con il blocco nella rada di Augusta), sembra tornare a rilevare un comportamento “autonomo” tenuto dalla stessa Sea Watch nei soccorsi operati senza obbedire all’ordine illegittimo di riconsegnare i naufraghi ai libici. Esattamente le stesse parole pronunciate da Salvini e inserite nella più recente diffida a fare ingresso nelle acque territoriali, rivolta alla Sea Watch 3. Come al solito si possono attendere altre denunce per chi ha salvato vite umane. Altro materiale per la campagna di disinformazione che i partiti di governo rilanceranno per nascondere la serie di fallimenti he stanno accumulando. Si accumulano così procedimenti penali che dureranno anni prima di arrivare a sentenza, rovinando le vite degli operatori umanitari, “colpevoli” soltanto di avere soccorso persone in mare.

Il tentativo del ministro dell’interno, che chiama in causa il governo olandese, per imporre alla Sea Watch 3 prima l’obbligo di consegna dei naufraghi ai libici e poi l’obbedienza ad un divieto di ingresso che nel diritto internazionale non avrebbe alcuna base legale, si scontra inoltre con il divieto di respngimento sancito dall’art.33 della Convenzione di Ginevra sui rifugiati oltre che con le norme delle Convenzioni di diritto del mare, che stabiliscono precisi obblighi di soccorso e di tempestiva indicazione dei porto di sbarco sicuro, obblighi che si devono imporre allo stato costiero, quando la nave socccorritrice si trova soggetta alla sua giurisdizione esclusiva. Come si verifica nella zona contigua alle acque territoriali italiane (12-24 miglia dalla costa di Lampedusa) e come è confermato dalla ingiunzione notificata alcuni gornI fa, proprio in quella zona, all’equipaggio della Sea Watch 3, raggiunto ed accostato in piena notte da un mezzo della Guardia di finanza.

Si ricorda quanto affermato nel 2012 dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo nel caso Hirsi,“… gli allontanamenti di stranieri eseguiti nell’ambito di intercettazioni in alto mare da parte delle autorità di uno Stato e nell’esercizio dei pubblici poteri, e che producono l’effetto di impedire ai migranti di raggiungere le frontiere dello Stato, o addirittura di respingerli verso un altro Stato, costituiscono un esercizio della loro giurisdizione ai sensi dell’articolo 1 della Convenzione, che impegna la responsabilità dello Stato in questione sul piano dell’articolo 4 del Protocollo n. 4”. Tale articolo stabilisce che “Le espulsioni collettive di stranieri sono vietate” (§ 159)

4. Si deve quindi consentire al più presto lo sbarco a terra dei naufraghi ancora a bordo della Sea Watch 3, ferma restando, ove ne ricorrano i presupposti, la potestà sovrana dello stato di eseguire, nel rispetto delle Convenzioni internazionali misure di respingimento e di espulsione, salvo che per i minori, i richiedenti protezione, ed altre persone in condizioni di vulnerabilità. Non lo “impongono” le ONG, ma le norme interne ed internazionali che anche il ministro dell’interno deve rispettare. Se non si vuole fare entrare la nave, lo stato italiano è comunque obbligato a garantire ai naufraghi, quanto prima possibile, un porto sicuro di sbarco. Come sta facendo persino Malta in queste ultime settimane, nei soccorsi che riesce ad operare con i propri limitati mezzi.

Se è vero che, in base alla Convenzione UNCLOS lo stato può comunque impedire l’ingresso nei propri porti ad una nave sospettata di trasportare migranti irregolari, ( art. 19, comma 2) i naufraghi non posso essere qualificati generalmente come irregolari prima del loro sbarco a terra. L’unico limite incontrato dalla discrezionalità degli stati è infatti rappresentato dalla presenza tra i migranti soccorsi in mare di minori , di rifugiati o richiedenti asilo: lo Stato interveniente e lo Stato costiero devono, quindi, rispettare il principio di non refoulement anche nell’individuazione del luogo ove le operazioni di soccorso in mare possono essere considerate terminate.

E’ dunque da considerare che, se uno Stato respinge una imbarcazione carica di naufraghi soccorsi in acque internazionali, in assenza di provvedimenti individuali, come tali oggetto di un possibile ricorso, senza controllare se a bordo vi siano dei richiedenti asilo o soggetti non respingibili, o altrimenti inespellibili , come donne abusate e/o in stato di gravidanza e minori, e senza esaminare se essi possiedano i requisiti per il riconoscimento dello status di rifugiato, commette una grave violazione del principio di non respingimento sancito dall’art. 33 par. 1 della Convenzione di Ginevra del 1951. Una violazione tanto più evidente se gli spazi geografici (Stati terzi, come ad esmpio la Tunisia, o autorità militari in alto mare, come quelle maltesi) verso cui la nave, con i naufraghi ancora a bordo, venga respinta, non offrono garanzie sufficienti per l’incolumità dei migranti o per il riconoscimento dei loro diritti fondamentali, a partire dalla possibilità di accesso ad una procedura imparziale per il riconoscimento della protezione.

Il ministro dell’interno non può continuare a negare un porto sicuro di sbarco in Italia adducendo che tale “place of safety” potrebbe essere offerto dalla Tunisia o da Malta. Sono note da tempo le gravi inadempienze rispetto alla Convenzione di Ginevra della Tunisia, ed è l’UNHCR che esclude che la Tunisia possa garantire luoghi sicuri di sbarco per i naufraghi raccolti in mare dopo essere fuggiti dalla Libia. Come è altrattanto nota la posizione di Malta, che non ha firmato gli emendamenti apportati nel 2004 alle Convenzioni SAR e Solas, e dunque non garantisce porti di sbarco sicuri ai naufraghi soccorsi all’interno della sua vastissima zona SAR. Si deve quindi rispettare la posizione di diverse agenzie delle Nazioni Unite e della Commissione Europea, che escludono che la Libia, o qualsiasi entità territoriale nella quale ormai risulta frammentata, possa garantire un “place of safety. A livello internazionale, è unanime la richiesta al governo italiano di fare sbarcare al più presto i naufraghi raccolti dalla Sea Watch 3.

Respingere una nave che ha effettuato un soccorso (SAR) verso l’alto mare, con la certezza che nessuno dei paesi confinanti ( come aree SAR) provvederà al soccorso tempestivo dei naufraghi, mette a rischio la vita di persone innocenti, già vittime di gravi abusi in Libia, e corrrisponde ad una grave lesione del diritto internazionale, oltre che ad un atto disumano, come rileva Amnesty International, che nessuna norma di legge potrà mai ratificare. Le disposizioni del decreto sicurezza “bis”che vengono adesso applicate contro la Sea Watch 3 ed i naufraghi intrappolati a bordo della nave, potranno essere censurate dalla Corte Costituzionale e dai tribunali internazionali. Per non parlare della possibile configurazione di reati diversi, dall’omissione di soccorso fino a quei reati che potrebbero ricorrere nel caso siano presenti tra i naufraghi “respinti” in alto mare minori non accompagnati.

L’inserimento delle Convenzioni internazionali di diritto del mare, alla luce del diritto umanitario, all’interno dei Regolamenti europei n.656 del 2014 e n. 1624 del 2016, relativi all’agenzia FRONTEX ed alla nuova Guardia costiera europea, accrescono il carattere vincolante degli obblighi di soccorso a carico degli stati ed aprono la possibilità di una serie di ricorsi in via pregiudiziale alla Corte di giustizia dell’Unione Europea, se non all’intervento della Commissione che potrebbe aprire una procedura di infrazione.

5. Il soccorso in mare e l’ingresso nelle acque territoriali non possono essere equiparati ad attività di trasporto di immigrati irregolari. Ma anche ove si procedesse in questa direzione lo stato italiano non potrebbe esimersi dall’assunzione di responsabilità in ordine allo sbarco delle persone soccorse.

Il Protocollo sul traffico di esseri umani, derivante dalla Convenzione di Palermo contro la criminalità transnazionale del 2000, conferma la giurisdizione dello stato costiero sulla nave battente bandiera di un paese firmatario della Convenzione, che si trovi nella zona contigua e sia sospettata di trasportare migranti irregolari . Si afferma ( Par.8 comma 2) infatti che “uno stato parte che ha ragionevoli motivi di sospettare che una nave esercita la libertà di navigazione secondo le norme internazionali, battendo la bandiera o con segni visibili di registrazione di un altro Stato Parte, è impegnata nel traffico di migranti via mare può quindi notificare lo Stato di bandiera, richiedere la conferma dell’iscrizione nel registro navale e, se confermato, richiedere l’autorizzazione dello Stato di bandiera a prendere le misure appropriate in merito alla nave. Lo Stato di bandiera può autorizzare lo Stato richiedente, tra l’altro a: a) Salire a bordo della nave; (b) a ricercare la nave; e (c) se è accertato che la nave è impegnata nel traffico di migranti via mare, adottare le misure appropriate per quanto riguarda la nave, le persone e le merci a bordo, come autorizzato dallo Stato di bandiera “. La formulazione di tale azione riprende integralmente quanto affermato all’art. 12 della circolare IMO 896 dell’11 dicembre 1998.”. Se lo stato costiero ha dunque dubbi che una nave trasporti migranti irregolari, come adesso sembra sostenere il ministro dell’interno con riferimento alla Sea Watch 3 bloccata a 16 miglia ad est di Lampedusa, in quella che a livello internazionale può essere definita come zona contigua, questo stato, dunque l’Italia, non può limitarsi a negare l’ingresso nelle proprie acque territoriali, ma è obbligato ad intervenire dopo avere chiesto l’autorizzazione dello stato di bandiera. Nessuna Convenzione internazionale ipotizza il rinvio della nave, che si supponga trasportare immigrati irregolari, verso lo stato di bandiera, perchè tale decisione, oltre a non fornire alcuna garanzia per la tutela dei diritti fondamentali delle vittime del reato, non garantisce neppure una efficace azione di contrasto dell’immigrazione irregolare, fine precipuo della Convenzione di Palermo del 2000 e dei suoi Protocolli aggiuntivi contro il traffico e la tratta di esseri umani. Non sembra rientrare, comunque, nell’ambito di applicazione di tale disposizione il natante che presti soccorso in mare ai migranti che erano stati caricati su di un’altra imbarcazione a fini di lucro. Il Protocollo relativo al traffico di migranti trova infatti applicazione con riferimento unicamente alle attività di gruppi criminali organizzati e non a quelle di coloro che assistono i migranti per motivi umanitari, come, ad esempio, le organizzazioni non governative.

Nel caso Cap Anamur la causa di giustificazione indicata dal tribunale di Agrigento quale elemento fondante la sentenza di assoluzione, veniva identificata nell’art. 51, comma 1 c.p. ( nell’“adempimento di un dovere imposto da una norma di diritto internazionale”). Secondo i giudici agrigentini, l’operatività della scriminante in oggetto muove dal riconoscimento del dato oggettivo del soccorso compiuto ed è fondata, sotto il profilo normativo, da una lettura costituzionalmente orientata della locuzione “dovere imposto da una norma giuridica” della norma, trattandosi non solo di precetti codificati nella normativa nazionale, ma anche in quella internazionale, cui il nostro ordinamento è tenuto a conformarsi proprio in base al comma 1 dell’art. 10 della Costituzione (particolare valore assumono, anche i commi successivi della norma in questione, ove si statuisce che “la condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali” e che “lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge” .

Nella sentenza pronunciata dal Tribunale di Agrigento il 7 ottobre 2009 relativa al caso Cap Anamur, il collegio giudicante ha ritenuto di specificare che l’onere di fornire un porto di sbarco sicuro (place of safety) non si riferisce unicamente alle incombenze legate alla somministrazione del vitto e dell’assistenza medica, ma, soprattutto, va rapportato alla necessità di garantire ai naufraghi “il diritto universalmente riconosciuto di essere condotti sulla terraferma”.

La Corte di cassazione, nell’affermare la sussistenza della giurisdizione italiana nei confronti di trafficanti che avevano abbandonato i migranti su imbarcazioni di fortuna in acque internazionali, ha ritenuto che la condotta dei soccorritori dovesse andare esente da responsabilità penale per la copertura della scriminante dello stato di necessità, tanto da ricondurla alla figura dell’autore mediato, di cui all’art. 48 cp. Secondo i giudici di legittimità la menzionata condotta è conseguente allo stato di pericolo volontariamente provocato dai trafficanti, al punto dall’essere legata, senza soluzione di continuità, alle azioni criminose di questi ultimi poste in essere in ambito extraterritoriale (così Cass., sez. 1, sent. 18 maggio 2015 n. 20503, Rv. 263670). Una volta che i naufraghi abbiano varcato il limite delle acque territoriali, si potrà anche applicare l’esimente dell’art. 12 comma 2 del T.U. n.286/98. A partire da questo momento, infatti,non vi è più ragione per non ritenere operante la scriminante speciale di avere compiuto attività di soccorso e assistenza umanitaria nei confronti degli stranieri in condizioni di bisogno comunque presenti nel territorio dello Stato.

6. La macchina dell’odio non si ferma mai. Vogliono che i naufraghi vengano abbandonati in mare o intercettati dalla sedicente guardia costiera “libica”, per essere rigettati nei centri di detenzione, nelle mani di torturatori ed estortori. Per questo si vorrebbero bloccare le ONG che dopo i primi avvistamenti continuano a testimoniare ed a rilanciare gli allarmi, che poi costringono gli stati ad intervenire. Prima si inizia con la disinformazione, poi si prosegue con le denunce.

La gestione delle frontiere marittime è una questione che nessuno stato può affrontare da solo, sul piano interno, a colpi di ordinanze e decreti legge, senza rapporti di collaborazione con l’Unione Europea e con i paesi titolari delle zone SAR (ricerca e salvataggio) limitrofe a quella di cui è responsabile. La collaborazione tra stati deve essere improntata al rispetto di diritti umani ed alla salvaguardia assoluta della vita umana in mare, senza privilegiare invece operazioni di respinginento delegate ad autorità di paesi , come la Libia, che non rispettano le Convenzioni internazionali a garanzia dei diritti umani.

Le conseguenze mortali delle prassi operative imposte (anche alla nostra Guardia costiera) dal governo italiano, trovano riscontro nella crescita esponenziale delle vittime, in misura percentuale, a fronte della riduzione delle partenze dalla Libia. Per bloccare questo stillicidio di vittime e per garantire con la massima tempestività un luogo di sbarco sicuro, come imposto dalle Convenzioni internazionali, occorre che la giurisdizione nazionale, soprattutto la magistratura penale, se non quella amministrativa, ritorni ad esercitare un ruolo di controllo sugli atti del ministro dell’interno, senza decisioni interocutorie che ne assecondino le finalità politiche. Non mancheranno i ricorsi alla giustizia internazionale, anche con la richiesta di misure cautelari, ma non si può contare soltanto sui giudici della Corte Europea dei diritti dell’Uomo o della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Si dovrà contrastare ancora la tendenza di alcuni mezzi di informazione a travisare sistematicamente le decisioni della giurisprudenza riguardo ai soccorsi in mare operati dalle ONG.

7. Sarà adesso molto importante una piena assunzione di responsabilità da parte dei parlamentari alla Camera ed al Senato. Qui e’ rimasta una sparuta pattuglia di deputati e senatori solidali, non si comprende chi, nelle sedi istituzionali, riuscirà a fare davvero opposizione a queste scelte disumane. Entro il 13 agosto il Decreto legge sicurezza “bis” dovrà essere convertito in legge dal Parlamento, se entro quella data non sarà pubblicata la legge di conversione il provvedimento potrebbe decadere per intero. Occorre una mobilitazione diffusa che segua giorno per giorno le diverse fasi di conversione del Decreto legge n.53/2019, a partire dalla sua calendarizzazione in Aula e dal passaggio in Commissione Affari Costituzionali. Ciascun membro delle camere sarà responsabile del voto che esprime, e sarà ricordato per questo. Un voto che potrà fare la differenza tra la vita o la morte di tante persone.

Il Parlamento non può rinunciare alle prerogative istituzionali fissate dalla Costituzione ed approvare a scatola chiusa un provvedimento che in diversi punti appare in contrasto con norme costituzionali incidendo sui diritti fondamentali non solo degli stranieri, ma anche dei cittadini. Si dovra’ verificare che non si ritorni a quella logica di scambio che ha caratterizzato il voto al Senato sulla richiesta di autorizzazione a procedere contro il ministro dell’interno sul caso Diciotti.

La effettiva attuazione del principio di legalità non può essere rimessa ai disegni politici di un partito, ai mutevoli equilibri tra i partiti di governo, o ad atti di indirizzo dell’esecutivo rivolti alla magistratura. Lo afferma la Costituzione che sancisce il principio democratico basato sulla separazione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario). Sarà questo il patrimonio di democrazia che dovrà essere difeso negli spazi di frontiera e nelle aule parlamentari. Ne deve essere primo garante il Presidente della Repubblica, sarà chiamata ad intervenire la Corte Costituzionale, nessuno potrà ritenersi sottratto al controllo degli organismi internazionali.

Tratto da: www.a-dif.org

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