E’ ORA DI PENSARE IL “DOPO”

I limiti di queste destre li conosciamo. E’ però ora di pensare “il dopo”!

Un’intervista a Raúl Zibechi

Pubblichiamo qui di seguito un’interessante intervista del giornalista uruguayano Raúl Zibechi che analizza la situazione in America latina non solo alla luce delle vittorie delle destre o a quella dei movimenti popolari ai quali le nuove forze dirigenti sono confrontate, ma anche nella prospettiva della costruzione di un progetto alternativo radicale.
Ponendo a giusto titolo il problema della grande precarietà nella quale vivono strati enormi delle popolazioni, Zibechi indica una prospettiva di ricostruzione del mondo degli sfruttati e degli oppressi attorno alle proprie esigenze e bisogni che fa però astrazione dell’ugualmente enorme strato di salariati “stabili” – impropriamente chiamati “classi medie”- anche loro vittime delle politiche neo-liberiste. Un movimento operaio che in molti paesi dell’America Latina non è ancora stato domato, come sta a dimostrare il quinto sciopero generale in opposizione alle politiche di austerità e di tagli del governo Macrì che ha caratterizzato l’Argentina in questi ultimi giorni, proprio nell’anniversario del “Cordozabo”, l’insurrezione popolare contro il regime militare che nel 1969 vide protagonisti i lavoratori e gli studenti di Cordoba.
Purtroppo invece, assai convenuta e per lo meno condiscendente ci sembra l’analisi che fa Zibechi della situazione in Venezuela.

Paolo Gilardi 4 giugno 2019

Correio da Cidadania (CdC): Nella nostra ultima intervista, nel gennaio del 2018 parlammo degli errori del progressismo e della fine di quel ciclo progressista, fine che apriva le porte a delle avanzate conservatrici. Allora, Macri era già presidente dell’Argentina, ma un anno dopo, il paese più grande del continente, il Brasile, ha eletto Jair Bolsonaro come presidente. Cosa pensi di questo governo e del suo progetto per il paese?

Raùl Zibechi (RZ): Credo che la principale caratteristica di questo governo stia proprio nel fatto che non ha un progetto per il paese perché, tra tante altre cose, questo governo é l’espressione del rigetto della sinistra, ma niente di più. E non é sulla base negativa di un rigetto che si costruisce qualcosa come una nazione.

Siamo ben lungi dal golpe del 1964 che, pur basandosi sull’anticomunismo, aveva un progetto per il paese che in quel momento Ruy Mauro Marini (1) definì sub-imperialista. Questa non é certo l’intenzione dell’attuale governo il cui obiettivo é la subordinazione agli Stati Uniti e, più concretamente, al governo di Trump, il che é largamente insufficiente nella misura in cui si tratta di una potenza in declino che cerca solo di rallentare i tempi della caduta.

Così, siamo in tempi e condizioni ben differenti da quelle della seconda metà del secolo scorso. Ed il governo attuale del Brasile é un governo senza linea, senza progetti, senza prospettive.

CdC: Ma non é un governo che approfondisce il modello estrattivista, in particolar modo grazie alle politiche agricole, estrattive ed alla delimitazione delle terre indigene?

RZ: Il modello é lo stesso da più di vent’anni, ma oggi soffre di minori limitazioni legali, con minori impedimenti all’espansione dell’agrobusinness. Su questo, non ci piove, ma non si deve perdere di vista il fatto che si tratta esattamente dello stesso modello, con le stesse caratteristiche. Durante alcuni anni gli furono fissati dei limiti legali e politici. Però, da dieci anni in qua, o più precisamente durante gli ultimi anni di Dilma, questi limiti s’era incominciato a sopprimerli.

CdC: Tenendo conto della perdita di popolarità quasi quotidiana del governo, del rinnovato vigore dei movimenti sociali e popolari e delle lotte intestine tra militari e “olavisti” (2), qual’é la sua capacità di governare?

RZ: E’ già da un po’ di tempo che sono convinto che la fine del ciclo progressista non sarà seguita da un ciclo conservatore, ma da una grande instabilità. Questa si manifesta già oggi sotto forma di una instabilità permanente, come in Argentina. Il Brasile si sta dirigendo proprio verso una situazione analoga.

Un dato saliente in Brasile é che, come in Venezuela, i militari sono i soli ad imporre una certa dose di razionalità o di buon senso alle riforme che propongono. Ciò esprime la crisi profonda della classe politica brasiliana oramai incapace di governare con un minimo di progetto comune. E’ evidente che una tale situazione non può durare a lungo, cioè prendendo in considerazione i quattro anni che restano a Bolsonaro, ammesso che possa finire il suo mandato. Ha già dovuto sbarazzarsi del ministro dell’educazione ed é probabile che ben presto sarà silurato il ministro degli esteri, attualmente neutralizzato dai militari.

Ci tengo però a dire che la crisi di governabilità é strutturale e che colpirà anche i progressisti se questi dovessero tornare al governo.

CdC: Ma credi che questa crisi di governabilità possa spingere il governo ad una svolta autoritaria contro i dirigenti dei movimenti sociali e delle varie comunità?

RZ: Oggi come oggi i governi sanno che devono navigare in acque mosse. I settori popolari sono dei protagonisti molto importanti capaci di ripetere quanto accadde nel giugno del 2013 (3), il che può cambiar tutto. Una svolta autoritaria potrebbe rivelarsi molto pericolosa; ne saranno tentati, certo, però non la vedo come una prospettiva che potrebbe consolidarsi. Un’altra cosa sono le azioni puntuali estremamente repressive, che sfuggono, apparentemente, ad ogni controllo, che possono essere molto pericolose.

D’altra parte, se lasciamo le classi medie nei loro quartieri “nobili” e guardiamo alle favelas, ci si può chiedere cosa potrebbe essere una svolta autoritaria lì dove non c’é altro che l’autoritarismo militare, poliziesco e quello delle milizie.

E’ la ragione per la quale credo che non si possa fare una lettura ideologizzata come lo fa la sinistra elettorale. Realisti, conosciamo i limiti della destra al potere; ma compito nostro é pensare il dopo. Dobbiamo cioè scegliere fra costruire dei partiti elettorali oppure i movimenti di base, sole forze capaci di farci uscire dal modello estrattivista.

CdC: E in questo contesto, come vedi la situazione in Venezuela?

RZ: E’ una situazione che combina isolamento internazionale e profonda crisi interna. L’economia e le finanze sono il problema. La produzione non migliora, in particolare quella del petrolio le cui quantità estratte sono ogni mese più ridotte e si situano oggi a un terzo di quanto si produceva quando Chavez arrivò al potere nel 1999. Questo é il punto chiave: se non si risana la PDVSA, l’economia può smettere di funzionare da un momento all’altro.

Oltretutto, ci sono anche seri problemi con i prezzi e con il valore della moneta. Sono problemi che non trovano soluzioni e che affievoliscono, giorno dopo giorno, il sostegno popolare al chavismo-madurismo. Quindi, un giro di vite autoritario diventa inevitabile nella misura in cui non ci sono cambiamenti sul piano economico. E per completare un quadro della situazione assai difficile ci sono poi la destabilizzazione politica tentata dalla destra e dagli USA e l’aggressione economica.

CdC: Se si guardano altri grandi paesi del continente, l’Argentina é completamente sfigurata, con un record mai raggiunto in termini di fuga di capitali, una riforma delle pensioni che suscita l’opposizione quasi unanime della popolazione ed un forte movimento delle donne che occupa le piazze. In Colombia, dopo decenni di guerra civile, le manifestazioni contro le politiche “uribiste” sono massiccie. Cosa c’é da imparare da queste realtà a noi vicine?

RZ: A mio parere, l’humus sul quale si sviluppa questa situazione critica é fatto da un’accumulazione spoliatrice e ladrona, da quello che abbiamo chiamato estrattivismo e che si riassume ad una monocultura molto contaminante e ad una industria mineraria predatrice, da grandi opere quali BeloMonte e da una frenetica speculazione urbana. E’ il modello finanziario in questa fase di crisi dell’impero e di ritrazione del capitalismo.

Io non approvo per niente la logica cosmetica ed ingannevole fatta da una parte della sinistra secondo la quale il ritorno al governo delle forze progressiste sarebbe simbolo della fine del neoliberismo. No, il neoliberismo non é un governo, ma un sistema fondato su un’economia spoliatrice con un piede nella società militarizzata (e le leggi anti-terroriste approvate dalla sinistra fanno parte del modello) e l’altro nella politica.

La sola luce in questo periodo tanto scuro rappresentata dal movimento delle donne a da quello delle popolazioni indigene, movimenti in fondo molto simili l’uno all’altro nella misura in cui sollevano il problema dell’oppressione, oppressione che può essere combattuta solo a partire dal corpo.

CdC: Un paio d’anni fa, dicesti che nessuno poteva ancora dire se il nuovo presidente dell’Ecuador, Lenin Moreno, stesse per fare una svolta a destra oppure no. Due anni dopo, come analizzi il ruolo di questo paese che fu importante ai tempi di Correa?

RZ: Non c’é dubbio che Moreno abbia operato una svolta a destra in alleanza con il padronato locale e con Washington. E credo che la svolta durerà perché, le cifre lo confermano, il ritorno di Correa non é all’ordine del giorno.

C’é però da chiedersi perché la svolta sia stata possibile. Il “tradimento” non spiega niente perché dietro Moreno c’é la maggioranza di Allianza Pais che fino al giorno precedente stava con Correa. Ho l’impressione che Correa abbia lasciato l’economia in malo stato con un indebitamento importante ed una situazione politica assai tesa in particolare con i movimenti sociali e indigeni. Correa s’é alienata la simpatia dei movimenti sociali che si son presi la rivincita appoggiando i suoi avversari. Non sono d’accordo con loro, ma posso capirli.

CdC: E la consegna di Julian Assange alle autorità britanniche? Cosa lascia intendere quanto alla libertà di stampa e ciò in particolar modo in Brasile, paese nel quale, secondo l’UNESCO, quello di giornalista é il sesto mestiere più pericoloso?

RZ: La libertà di stampa non esiste. Esistono libertà di ogni tipo per le classi medie e alte, ma di libertà non ce ne sono per la metà povera, afro-discendente, “favelada” e sopratutto per le ed i giovani. Dobbiamo creare i nostri propri media, i nostri propri spazi e poteri perché un popolo con diritti ma senza potere non é nulla. Questo é il punto.

Continuare ad esigere dallo Stato diritti e libertà é una buona cosa per i sindacati la cui base sociale é fatta di individui con impieghi formali, non da lavoro nero, con tanto di diritti sociali, pensioni, accesso alla sanità, all’educazione e che vivono in quartieri salubri e così via. Però non ha senso rivendicare gli stessi diritti per quell’altra metà che non ha né impiego, né accesso a servizi degni di questo nome. E’ bene che li chiedano, però é ancora meglio che costruiscano la “loro propria” sanità, la “loro propria” educazione, ovvero, il “loro proprio” mondo.

CdC: Quali sono dunque le sfide più importanti nell’attuale congiuntura per il campo popolare?

RZ: Proprio quel che ho appena detto: costruire il “loro proprio” mondo. Quel mondo che fecero gli operai del secolo scorso prima che lo Stato del benessere distruggesse gli atenei e le scuole popolari, la gestione del tempo libero degli operai e tutti gli spazi di socializzazione che erano quelli del potere popolare. Non farlo significa mettersi alla mercé dei potenti.

Per me, questa é la strategia la più importante ed implica una riflessione a lungo termine. La chiave della resistenza dei popoli originari sta proprio nel fatto che non hanno rinunciato alle loro comunità. Le popolazioni nere stanno prendendo la stessa strada, ricostruendo i quilombos (4) che sono la chiave dell’azione popolare non statista come già suggeriva Abidias do Nascimento. (5)

Traduzione di Paolo Gilardi

Tratto da: Correio da Cidadania, 27 maggio

NOTE
1) Ruy Mauro Marini, 1932-1997, sociologo marxista brasiliano che diede corpo alla teoria della dipendenza, un corpo cencettuale che analizza le forme particolari delle formazioni sociali capitalistiche dipendenti nel quadro della loro inserzione nel sistema capitalistico mondiale.
2) Cioé i fedeli dell’astrologo e gurù di Bolsonaro, Olavo de Carvalho, l’uomo che sospetta tutti, militari compresi, di “comunismo” e tiene Gramsci ed il suo concetto di “egemonia” per responsabile di questa penetrazione comunista nelle alte sfere dell’esercito, delle università, dell’economia, ecc. [nota del traduttore]
3) Furono, quelle del giugno del 2013, imponenti giornate di manifestazioni alla vigilia della ripetizione generale del mondiale di calcio e che segnarono il momento di rottura tra le masse povere ed il governo di Dilma Roussef.
4) Quilombos erano le società segrete create in Brasile alla fine del sedicesimo secolo dagli schiavi fuggiti dalle piantagioni. Furono così creati migliaia di villaggi organizzati e diretti dalle popolazioni afro-discendenti. Combattuti e distrutti dalle autorità, i quilombos sopravvissero fino al secolo scorso. Dal 2004, 3212 comunità quilombo sono ufficialmente riconosciute in Brasile e altri 230 territori sono in attesa di esserlo. Con la riconoscenza ufficiale si riconoscono pure i diritti delle comunità sulle loro terre e l’obbligo di proteggerle.
5) Abidias do Nascimento, 1914-2011, drammaturgo, attore e scrittore brasiliano molto attivo nei movimenti per i diritti degli afro-brasiliani.

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