VERSO UNA SOLUZIONE BONAPARTISTA?

Venezuela: da fiasco in fiasco, però…

di Paolo Gilardi

Dal 23 gennaio, giorno in cui si è autoproclamato “presidente legittimo” immediatamente riconosciuto da una cinquantina di governi, ad oggi, Juan Guaidò sta passando da fiasco in fiasco.

Infatti in gennaio la tanto da lui sperata, e dai suoi seguaci, insurrezione popolare, non c’é stata; il 23 febbraio, poi, la cosiddetta crisi degli aiuti umanitari non ha comportato il coinvolgimento degli eserciti di paesi limitrofi e di forze militari statunitensi. Infine, il 30 di aprile, Guaidò e Leopoldo Lopez non sono neppure riusciti nel loro intento di spaccare i vertici delle Forze armate.

Non dentro la base, ma fuori

L’intenzione dei golpisti era quella di far credere ad un sollevamento appoggiato da una parte dell’esercito tramite un pronunciamiento all’interno di una base militare, in modo da suscitare l’adesione al golpe da parte di altri reggimenti.

Però, non é dentro la base aerea di La Carlota, all’est di Caracas, ma davanti ad essa che il tentativo di colpo di stato ha avuto luogo proprio perché, neanche li dentro, di sostegni militari ce ne sono stati.

Ed é davanti a La Carlota che centinaia – forse anche qualche migliaio, ma non molti di più – di abitanti dei quartieri ricchi dell’est della capitale, vicini alla base, sono venuti a dargli man forte senza però che nessun nome significativo delle alte sfere delle forze armate li raggiungesse, anzi.

E, come già in gennaio ed il 23 febbraio, la tanto sperata esplosione popolare é mancata all’appello. Un’ennesima “giornata decisiva” che tale proprio non é stata.

Il fiasco é stato totale e non sono certo il gesticolamento di Trump – che non esclude il ricorso alla forza ma se ne guarda bene a praticarla – ad attenuarne la portata.

Al di là delle speculazioni sulla presunta improvvisazione di un golpe che sarebbe stato deciso dal solo Leopoldo Lopez, su congiurati chiacchieroni le cui vanterie avrebbero accelerato l’operazione o sul fatto che fosse stato teleguidato da Washington quale test per capire le intenzioni dell’esercito, é proprio il posizionarsi delle forze armate che dovrebbe aiutare a capire la situazione attuale.

Nè l’indulto, nè i regali

Sin dal 23 gennaio, Guaidò non ha smesso di promettere clemenza ai militari che lo avrebbero raggiunto. Ma clemenza per che cosa? Per aver adempito al proprio dovere costituzionale di servire il governo del paese? Per non essersi imbarcati in trame eversive?

Espressione del tradizionale disprezzo delle classi dirigenti venezuelane nei confronti delle Forze armate l’indulto promesso non é stato sufficiente per convincere settori interi e significativi dell’esercito ad abbandonare Maduro. E di fatto, la collaborazione al golpe del capo dei servizi segreti è restato un fatto isolato.

E non hanno convinto nemmeno le promesse ed i regali fatti dagli USA ai militari di alto rango beneficiari in queste ultime settimane di permessi di soggiorno, le green cards, conti in banca e posti per i loro figli nelle più prestigiose università statunitensi.

Promesse e regali possono certo favorire scelte individuali e tradimenti. Non fanno però da contrappeso sufficiente ai privilegi collettivi di cui dispongono le FFAA in Venezuela.

Un ruolo centrale

Infatti, già dai tempi di Chavez, le forze armate beneficiavano di grandi spazi all’interno dell’apparato statale che si sono poi allargati da quando i militari son diventati il perno del “madurismo”.

Chavez poteva, pur ben circondato da militari, disporre di un appoggio popolare di massa ed esercitare grazie a questo un potere reale, essere “l’uomo forte” del paese.

Ciò non vale per Maduro che, a causa del blocco statunitense e dell’aggravarsi della crisi consecutiva al crollo del corso del greggio, non può contare sul sostegno di milioni di lavoratori e di componenti di strati plebei della società pronti a scendere in piazza per difendere le conquiste del chavismo.

Sono quindi le FFAA il sostegno principale del presidente, ma sono pure le protagoniste in parte autonome della vita del paese. Non solo dispongono di imprese proprie in settori importanti quali l’estrazione e l’edilizia, che dipendono unicamente dal ministero della difesa e non dalla presidenza della Repubblica, ma controllano pure la distribuzione alimentare e dirigono la stessa PDVSA, l’azienda che ha il monopolio della produzione del petrolio.

E, dalla fine del 2017, nove dei quattordici ministeri in carica del petrolio e delle infrastrutture sono in mano ai militari, mentre numerosissimi sono gli alti ufficiali in pensione con responsabilità nei governatorati locali, nelle imprese pubbliche e negli istituti di stato.

Il combinarsi di questi fattori spiega da un lato la propensione di Maduro a far ricorso alla repressione contro la contestazione popolare – sono le FFAA ad imporre i loro metodi – e dall’altro che la stragrande maggioranza dei capi militari non abbiano ceduto alle sirene USA.

Sono, quelli di cui dispongono al momento attuale le forze armate, posizioni di forza che il rovesciamento di Maduro da parte della banda di Guaidò rischierebbe di rimettere in causa nella misura in cui l’attuale assetto politico militare del paese sarebbe sconvolto dalla sua ricolonizzazione in chiave neoliberista.

E non é certo il reiterato appello degli insorti all’intervento militare statunitense – o colombiano e brasiliano – ad attirargli le simpatie dell’esercito che verrebbe a perdere le proprie prerogative in un paese occupato da eserciti stranieri.

Oltretutto, contrariamente ad avventuristi dello stampo di Guaidò, le alte gerarchie militari sono molto sensibili ai rischi di guerra civile, non fosse altro perché le milizie bolivariane ed i coletivos – che sfuggono al controllo del ministero della Difesa – contano, secondo stime governative, circa due milioni e mezzo di uomini in armi.

Anche se certamente meglio addestrate ed equipaggiate, le forze dipendenti dal ministero della Difesa con i loro 240.000 effettivi avrebbero comunque del filo da torcere visto il gran numero di uomini armati difficili da controllare.

Bonapartismo?

Durante la giornata del 30 aprile, Maduro é stato sistematicamente assente dagli schermi fino a notte inoltrata. Alla ribalta invece, c’era il ministro della Difesa, Padrino Lopez per affermare a più riprese la lealtà costituzionale delle FFAA senza però mai citare Maduro. Ed é in occasione della conferenza stampa consecutiva al fiasco dei golpisti tenuta al fianco di Nicolas Maduro che Lopez ha rilevato pubblicamente di essere stato in contatto con emissari di Washington.

Resoconti concordanti – da El Pais a La Brecha – raccontano l’espressione tanto attonita del presidente da lasciar supporre che, molto probabilmente, non era stato messo al corrente della cosa dal suo proprio ministro della Difesa!

E’ un atteggiamento, quello di Padrino Lopez, che potrebbe prefigurare un tentativo di direzione bonapartista da parte dell’esercito, pronto, se ce ne fosse bisogno, a lasciar cadere Maduro in nome di una transizione ordinata che permetta alle forze armate di conservare i loro privilegi e le fette di potere di cui dispongono ora.

E’ un ruolo questo che é stato rafforzato dai fiaschi successivi della banda di Guaidò in gennaio, febbraio ed aprile: é l’esercito che ne é uscito rafforzato, non Maduro e certamente ancora meno Guaidò del quale molti osservatori predicono già la fine politica a breve scadenza.

In questo senso, sono da considerare con la più grande serietà le dichiarazioni del capo dell’esercito Vladimir Padrino per il quale “pur non disposto a sollevarsi, l’esercito non si opporrebbe ad una uscita dalla crisi in un ambito costituzionale”.

Paradossalmente, sarebbe grazie alla sconfitta di Guaidò e Lopez che l’esercito potrebbe allontanare Maduro: da fiasco in fiasco, però…

10 maggio 2019

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