TORINO: IL SALONE DEGLI ORRORI

di Cinzia Nachira

Le discussioni, anche molto aspre, seguite alla “scoperta” che al Salone Internazionale de Libro di Torino, in corso in questi giorni, avrebbe partecipato l’editore Altaforte, la casa editrice di CasaPound e che hanno portato alla sua esclusione dalla manifestazione, non sono state tempo perso. Questo episodio ha fatto emergere quanto il nostro Paese non voglia fare i conti con il proprio passato anche molto recente.

In molti hanno giustamente sottolineato che se il testo in presentazione della casa editrice fascista non fosse stata un’intervista a Matteo Salvini, leader della Lega e ministro dell’interno, forse la sua presenza al Salone sarebbe passata inosservata. Altrettanto evidente è apparso durante i giorni delle polemiche il silenzio (per altro stigmatizzato da Polacchi, editore di Altaforte e leader CasaPound) dell’interessato, rotto solo dopo l’esclusione.

Non è necessario ricostruire i fatti, perché da giorni sono sulle prime pagine di tutti i giornali, fanno l’apertura dei telegiornali e invadono la rete Internet con i più svariati commenti.

Ora, che tutto sembra essere “tornato ad essere decente” è necessario, però, non far calare il silenzio né sull’episodio, tantomeno sul livello culturale (che, a nostro avviso, è il vero problema) dell’Italia. Questo è ormai bassissimo, tanto da non renderci conto che da sempre cultura, politica ed etica sono intrecciate indissolubilmente e che i tentativi per separarli, come hanno provato a fare la sindaca di Torino Chiara Appendino e Sergio Chiamparino, presidente della Regione Piemonte, miravano a non aprire un vero dibattito sulla riemersione dell’estrema destra nel nostro Paese, che ora è al governo, appoggiata da organizzazioni come Forza Nuova e CasaPound che dovrebbero essere sciolte per legge e per rispetto del dettato costituzionale.

Mentre si discuteva su quanto fosse o meno giusto ed opportuno sbattere fuori dal Salone Internazionale del libro i fascisti di CasaPound, con troppi tentennamenti dei molti che si dichiarano antifascisti, alternativi e fuori dall’ottica del sistema, a Roma la stessa organizzazione di Polacchi – notorio picchiatore ed organizzatore di aggressioni razziste – assediava una famiglia bosniaca a Casal Bruciato perché avendo regolarmente avuto assegnato un alloggio popolare ne prendeva possesso. I due episodi sono le due facce della stessa medaglia e in questi ultimi anni, fin da prima delle elezioni del 2018, le organizzazioni di estrema destra nel nostro Paese hanno fatto diversi atti di intimidazione soprattutto verso le organizzazioni della solidarietà verso i profughi e i migranti. Dopo che la Lega di Matteo Salvini è arrivata al governo si è incaricata, attraverso il suo ministero più importante, di rendere norma tutto ciò che esclude e porta alla violenza. Ovviamente, con il benestare dei suoi complici/alleati: il Movimento Cinque Stelle – smascherando coloro che ancora tentano di definire il movimento grillino una creatura di sinistra.

Il punto essenziale è quanto siamo caduti in basso, ormai da decenni, nel nostro Paese tanto da rendere quasi completamente riuscito il tentativo di legittimare l’estrema destra fascista, iniziato dagli anni novanta dello scorso secolo. A questo non ha corrisposto una risposta né all’altezza, né efficace, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Tutto questo rimescolio delle carte ha visto molti protagonisti. Non si deve mai dimenticare che l’Italia è il Paese delle stragi di Stato rimaste senza mandanti ed esecutori: da Piazza Fontana a Piazza della Loggia, passando per il rapido 904. In definitiva questo “nuovo caso” dimostra che un pezzo della magistratura ha scelto di ignorare leggi (da quella Scelba alla Mancino) ed anche la Costituzione, altrimenti le organizzazioni neofasciste sarebbero state sciolte da tempo. Dal punto di vista politico, i partiti della sinistra moderata negli ultimi venti anni, quando sono stati al governo e anche quando no, hanno di fatto accettato la logica della cosiddetta “riconciliazione nazionale” che in realtà diventava sinonimo di cancellazione della storia, nel senso dei fatti, della resistenza.

Ma per comprendere come è stato possibile uno degli eventi “culturali” più importanti ammettesse i fascisti, è necessario rimettere in discussione questo stesso appuntamento, ed assai probabilmente, anche le sue derivazioni che si svolgono in altre città e in altri periodi dell’anno, ormai trasformati più o meno in sagre paesane (le quali, però, almeno non hanno ambizioni culturali) dove per partecipare è sufficiente acquistare uno spazio, renderlo idoneo alle norme di sicurezza e non lasciarlo incustodito. Infatti, leggendo il regolamento per l’ammissione al Salone del Libro non si incontra mai un qualche criterio che vagli la qualità delle edizioni che vogliono parteciparvi, né si comprende a questo punto il compito del direttore editoriale e del consiglio omonimo che dirige. Tanto da far apparire inutile il gruppo di “intellettuali” definiti “consulenti” (organismo dal quale si è dimesso Christian Raimo, facendo da denotare allo scoppio del caso), i quali sostengono di avere uno spirito guida: Alessandro Leogrande, lo scrittore pugliese, prematuramente e improvvisamente scomparso, che ha dedicato la sua breve vita alla difesa dei più deboli, in primis i profughi che vagano nel Mediterraneo in cerca di un rifugio da guerre e fame. Queste persone, se avessero una coscienza, dovrebbero eliminare una dicitura tanto ridicola ed anche insultante nonché volgare e chiedere scusa alla memoria di Alessandro Leogrande.

Questa lacuna, che, ne siamo certi, alcuni scambieranno per “libertà”, è all’origine di tutto quello che è avvenuto in questi giorni (e che negli anni passati ha permesso anche all’ “editore” Franco Freda di partecipare all’evento con la casa editrice A/R). I cosiddetti intellettuali che fanno parte del Comitato di indirizzo in realtà si spartiscono gli eventi e pensano solo ai “loro”. Per il resto nessuno controlla alcunché, basta che si paghi, si compilino le parti in bianco delle schede merceologiche e si scelga – in una rosa di proposte, con prezzo rispettivo – il posto dove collocare lo stand. In questo modo, se non ci fossero state le proteste contro la sua presenza, CasaPound avrebbe avuto il suo banco a fianco a quello del Treno della Memoria. Se i cosiddetti organizzatori di questa kermesse, via via più inutile, se non dannosa, non sapevano di questo accostamento provocatorio (visto le loro modalità di non funzionamento); sicuramente non sarà sfuggito a CasaPound, che altro non aspettava che ricordare, nel centenario della nascita di Primo Levi, chi organizzava i treni che conducevano centinaia di migliaia di persone a morire, vantandosene ottanta dopo. Solo dopo lo scoppio del caso, la prefettura di Torino aveva chiesto fosse spostato e messo al riparo da eventuali contestazioni di fronte a quello del ministero della difesa, per evitare eventuali contestazioni.

Ma ciò che più amareggia in tutto questo è che a parte pochi, anche se importanti intellettuali da Carlo Ginzburg a Francesca Mannocchi, il resto del panorama dei “costruttori di cultura” del nostro Paese è apparso a dir poco confuso e incerto nel sostenere che CasaPound non aveva diritto di cittadinanza in una nazione democratica rinata dalle ceneri della dittatura fascista. A ridosso, ironia della storia, del 25 aprile. In molti si sono sforzati e sforzate di spiegare e, peggio, giustificare il loro opportunismo con una presunta “libertà di espressione”. Dimenticando che fascismo e nazismo non sono opinioni, ma crimini. Quelli più in difficoltà rispetto al loro ruolo hanno, ovviamente, scaricato tutte le responsabilità sul mondo politico che, a loro dire, non avrebbe vigilato e tutelato la democrazia in Italia. Ma, come dicevamo all’inizio, i diversi piani sono intrecciati, piaccia o no ai nostri intellettuali e accademici, quindi le loro responsabilità sono evidenti e schiaccianti.

Certo, alla fine, per evitare la figuraccia che Halina Birembaum facesse la sua prolusione fuori dai cancelli del Lingotto, come aveva preannunciato di voler fare contemporaneamente al suo rifiuto di mettere piede in luogo condiviso con i responsabili della sua deportazione all’età di sette anni in un campo di sterminio, sono intervenuti la sindaca Chiara Appendino e il presidente della Regione Sergio Chiamparino. I quali, però, allo scoppio del caso avevano difeso la presenza dei fascisti al Salone. Poi il montare delle polemiche, le tanto imbarazzanti quanto dannose dichiarazioni dei responsabili del Salone, e, non da ultime, le prossime elezioni europee li hanno spinti a porre una toppa all’ultimo minuto, poche ore prima dell’avvio del Salone, imponendo l’esclusione di Altaforte. Nella loro lettera congiunta, senza alcun pudore, Chiara Appendino e Sergio Chiamparino affermano di aver “tentato una mediazione”, tra vittime e carnefici, ovviamente a favore dei secondi. “Mediazione” che grazie alla fermezza dei sopravvissuti è fallita, come meritava.

Infine, i due “eroi scesi in difesa della democrazia”, per quanto in ritardo, hanno tranquillizzato gli altri partner che organizzano il Salone del libro dichiarandosi pronti a sostenere eventuali cause legali. Ecco il vero punto. Non la democrazia, non l’etica, non la cultura, ma i denari che eventualmente i gestori avrebbero dovuto sborsare per la rescissione unilaterale di un contratto di affitto di uno spazio. Infatti, il famigerato Comitato di indirizzo (che molto assomiglia a un comitato d’affari) aveva candidamente ammesso che i loro avvocati li avevano sconsigliati dall’espellere CasaPound perché una eventuale causa legale li avrebbe visti perdenti contro Polacchi, costringendo a pagare i danni eventuali. Quindi, si è scoperto l’arcano e fa paura.

Fa paura perché le “istituzioni culturali” – case editrici in primis, grandi, piccole o medie che siano – si sono ben guardate dall’annunciare, o anche solo minacciare la loro rinuncia al Salone se ci fossero stati i fascisti.

I cosiddetti “editori indipendenti” ossia quelli medi, ma fuori in gran parte dai circuiti nazionali di distribuzione, ormai monopolizzati totalmente dalle grandi case editrici, hanno taciuto finché è stato possibile, poi quando non lo è stato più invece di fare l’unica cosa decente: annunciare la loro rinuncia, hanno trovato un escamotage assolutamente ridicolo. Avrebbero esposto nei loro stand una locandina che proclamava il loro antifascismo. Ora, alcuni di questi si prendono il merito di aver cacciato CasaPound, ma ovviamente tutti sanno che così non è. Oltre al fatto che un gesto del genere è di una ipocrisia senza pari e di una bassezza morale incomparabile, perché dimostra che comunque erano pronti a convivere con i fascisti, dando loro legittimità politica e culturale.

Le grandi case editrici che in questo Paese hanno avuto nei loro organici da Italo Calvino a Cesare Pavese, hanno fatto di peggio. Il caso della Feltrinelli è emblematico. La sua direzione ha avvisato con un tweet di neanche quattro righe l’intenzione di non abbandonare il Salone del Libro in nome della democrazia e della libertà di espressione. Dopo l’esclusione di Altaforte, cento librai Feltrinelli hanno scritto una lettera aperta alla loro direzione chiedendo che il libro-intervista a Matteo Salvini fosse cancellato dai loro cataloghi (anche on-line): non vogliono Altaforte sui loro scaffali. La risposta della direzione è stata una raffinatezza ipocrita che ovviamente rifiuta la richiesta in nome della “libertà del lettore”.

Nulla di sorprendente se si pensa che ormai le edizioni fondate da Giangiacomo Feltrinelli, dai suoi successori rese omologate all’insulsaggine dominante che è difficile, se non impossibile definire “pensiero”, arrivano a pubblicare i testi di un personaggio inconsistente e insopportabile come Diego Fusaro (che fino a poco tempo fa era considerato di estrema sinistra e con il quale molti intellettuali e accademici perditempo e senza nulla da fare di meglio si sono anche confrontati, anziché isolarlo) e molti altri autori che definire controversi e inutili è dir poco. Certo, si dirà, anche Einaudi, Bollati-Boringheri, Laterza, per non parlare della Mondadori non sono da meno. Vero, ma ciò non toglie nulla alla gravità delle scelte editoriali di quella casa editrice, la Feltrinelli, che era il punto di riferimento più importante per il pensiero critico nel nostro Paese. Inoltre, bisognerebbe smetterla di usare l’alibi idiota che se una schifezza la fanno tutti allora finisce di essere tale.

Adesso che i fascisti sono stati cacciati dal Salone, è tutto risolto? No, anzi ora dovrebbe aprirsi un dibattito serio sia sulla nostra storia passata che su quella recente. Anche se, temiamo, che il fatto che l’esclusione sia avvenuta grazie all’intervento della sindaca di Torino e del presidente della Regione induca il mondo, vien da dire quasi troppo ampio e diffuso, degli intellettuali e degli accademici a rintanarsi ancora una volta nel loro carrierismo e nei loro convegni.

Speriamo molto ardentemente di sbagliare, ma questo episodio rischia di essere solo una vittoria piena di CasaPound, perché per un verso coloro che erano pronti a confrontarcisi li hanno legittimati come una realtà culturale accettabile. Per un altro verso, finché non vi sarà un’azione politica tanto forte da imporre lo scioglimento delle organizzazioni criminali neofasciste avranno un diritto di cittadinanza politica che invece non dovrebbero avere.

In questo senso, ci spiace non essere d’accordo con Marco Revelli (che sembra aver dimenticato suo padre Nuto), ma gli intellettuali, come ha riaffermato con forza Halina Birembaum, sono anche loro malgrado delle guide e quindi hanno più responsabilità del mondo politico. Ciò ovviamente non significa assolutamente – lo esplicitiamo per evitare equivoci e di dare comodi appigli a chi vuol cambiare argomento – assolvere quelle forze politiche che hanno usato questo episodio solo per fini elettorali.

Il mondo intellettuale politico che si designa erede della resistenza deve, come primo passo, espellere ed isolare coloro, singoli o gruppi, che hanno reso legittimi a sinistra argomenti e posizioni fino a non molto tempo fa specifici dell’estrema destra: dall’antisemitismo al razzismo. Senza nascondersi dietro comodi alibi. Non esistono scorciatoie. Senza questo l’estrema destra, vincente a livello mondiale, farà danni irreparabili, anche peggiori di quelli già fatti tra la prima e la seconda guerra mondiale.

Per questo motivo, coloro che oggi pensano di essere “tornati alla normalità” sbagliano e dovrebbero iniziare a rimettere in discussione passerelle solo commerciali, dove vengono invitati senza batter ciglio Stati che massacrano i loro popoli e che nulla hanno democratico: dalla Siria di Assad alla Russia di Putin. A questo si dovrebbe pensare in vista dei tanti festival e appuntamenti simili che inondano il nostro Paese. Deve prevalere il criterio di eticità, altrimenti sarà la fine e di questa tutti e tutte saremo responsabili prima e vittime poi.

Cinzia Nachira

Nella foto il numero di Halina Birembaum tatuato ad Auschwitz

  

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