SIAMO TUTTI E TUTTE A RISCHIO

di Cinzia Nachira

Il fallito attentato all’autobus sequestrato, dirottato e dato alle fiamme nelle vicinanze di Milano, con 50 persone a bordo tra ragazzi e insegnanti di una scuola di Crema commesso da Ousseynou Sy, un uomo poco più che quarantenne di origini senegalesi e cittadino italiano, è un campanello d’allarme molto potente – a volerlo ascoltare seriamente – di quanto sia deleteria la situazione italiana.

Ousseynou Sy, infatti pur sostenendo di aver agito per “dare voce” ai bambini morti nel Mediterraneo (di cui sostiene di aver sentito le urla disperate…), non chiede accoglienza, anzi reclama che siano attuate politiche che impediscano la partenza dall’Africa. Sembra che in procura, durante l’interrogatorio, abbia dichiarato che il suo gesto era: «un passo necessario per far capire a livello internazionale che la politica sui migranti deve cambiare: non bisogna spendere soldi per aiutarli a venire in Italia, ma bisogna spenderli nei loro Paesi, così se ne restano in Africa e non rischiano di morire in mezzo al mare», aggiungendo: «il governo italiano è più bravo del resto d’Europa perché ci ha messo più soldi. Però li deve spendere meglio. E comunque serve un governo più rigido, più severo, che non li faccia partire dall’Africa». (1) Queste parole per quanto possa sembrare paradossale che provengano da un italiano di origini senegalesi, ci avvisano di quanto abbiano fatto breccia le teorie in definitiva razziste che in nome di un malinteso panafricanismo (da non confondere con quello degli anni ’50 e ’60 del ‘900, ossia gli anni delle lotte di liberazione dal colonialismo europeo) trovano legittimità anche a sinistra, oltre che, ovviamente, a destra. Non è certamente un caso se Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Silvio Berlusconi e compari, abbiano mantenuto sul tentativo di strage nei pressi di Milano un profilo basso, senza usare l’episodio per giustificare e amplificare la propaganda sulle le loro politiche di respingimento e di esclusione.

Ousseynou Sy, se non avesse compiuto quest’atto, sarebbe stato con ogni probabilità portato ad esempio del “buon immigrato” che dice ciò noi vogliamo sentirci dire: aiutiamoli a casa loro, non facciamoli partire, chiudiamo le frontiere. Se muoiono nel Mediterraneo o alle nostre frontiere montagnose quando arrivano dalla mai chiusa “via dei Balcani”, è colpa loro. Fine del ragionamento: se non partono non muoiono. Il bisogno del “buon immigrato”, che in Occidente si fa coincidere con il “buon musulmano”, che rispetta non tanto le leggi dei Paesi che li ospitano, ma si fa carico delle pulsioni di paura che ormai sono diffusissime nei Paesi europei è molto ben sintetizzato dalle tesi di Ousseynou Sy.

Sono ormai decenni, con l’apice raggiunto dopo il gennaio 2015 con la catena di attentati in Europa iniziata a Parigi, che un atto violento è definito terrorismo esclusivamente se compiuto da islamici o in nome dell’Islam. Ma visto che Ousseynou Sy non ha agito in nome dell’Islam, cosa resta nelle analisi politiche dell’atto che poteva straformarsi in una atroce strage? Nulla o quasi. Il poco che resta è un surreale dibattito sul diritto di cittadinanza, che vede contrapporsi due ragazzi adolescenti e un ministro degli interni che non ha mai conosciuto vergogna e limiti, da cui deriva la discussione mai finita in questo Paese culturalmente ormai arretrato che è diventata l’Italia (a dispetto di tutte le sue antiche e recenti tradizioni) sullo Ius Soli. Oggi i paladini di questa battaglia vorrebbero essere coloro, in particolar modo il Partito Democratico (ormai sulla via dell’estinzione), che quando potevano non hanno approvato la legge. Ed ora, senza fare – ovviamente – nessun bilancio serio, usano quei due bambini come strumenti per cercare, probabilmente invano, di recuperare terreno politico. Ma questo tentativo è assai probabile vada fallito, per molti motivi.

Ora il PD può comodamente riprendere il tema dello Ius Soli, ben sapendo che finché vi sarà questo governo nessuno lo proporrà. Inoltre, è assai chiaro che un ritorno al governo di una coalizione di centro sinistra è assai lontana e improbabile, cosa che rende assai agevole farsi paladini di molte battaglie, che ovviamente quando erano al governo li vedevano sulla sponda opposta della barricata.

Ma almeno dal 2015 il tema delle frontiere d’Europa è diventato uno dei cavalli di battaglia di ogni genere di propaganda politica, senza che nessun discorso si traduca in azioni concrete, tranne la loro chiusura. Ma la debolezza e la contraddittorietà delle forze politiche a sinistra del Partito Democratico in Italia, come nel resto d’Europa quelle a sinistra delle socialdemocrazie nazionali, ha spinto molte delle prime ad avvicinarsi pericolosamente alle teorie e alle pratiche razziste che dicono di voler combattere, perdendo in questo modo di vista l’origine dei problemi e delle tragedie che attraversano il nostro mondo: dalla Siria, allo Yemen e ai tanti motivi per cui la gente scappa dai loro Paesi nel continente africano.

La cittadinanza deve essere un diritto e non un premio ed è pericolosissimo agitare la sua revoca come “deterrente”. Evidentemente, è un bene che Ramy, il ragazzo di origini egiziane e Adam, quello di origini marocchine, tutti e due nati in Italia, abbiano alla fine ottenuto la cittadinanza italiana. Ma chi vuole “premiare” gli eroi, che altro non sono che persone spinte, giustamente, dall’istinto di sopravvivenza quando si vedono minacciati, ora coralmente sostenuto da ogni parte, sorvola sul fatto che sono stati proprio Ramy e Adam, due ragazzi appena adolescenti, a ingaggiare la battaglia con Matteo Salvini invocando lo Ius Soli, non  solo per loro ma per tutti. Non siamo stati noi italiani a sollevare il tema, glielo abbiamo rubato senza pudore. È deprimente ora vedere come Luigi Di Maio e Matteo Salvini si rimbalzino i “meriti” per una concessione che aggira un diritto: quello di essere cittadini del Paese in cui si è nati o in cui si è vissuto per decenni. È ancora più frustrante il fatto che in pochissimi abbiano sollevato un interrogativo: ma per essere cittadini italiani è necessario rischiare la vita? Se passa questo assunto, dovremmo ricordare i moltissimi casi in cui immigrati, regolari o meno che fossero, hanno salvato la vita ad italiani senza che la loro fosse in pericolo, perché dovrebbe essere istintivo salvarsi e salvare gli altri da un pericolo. Mentre questo è diventato raro, tanto ci siamo abituati alla violenza che ci circonda e che con la nostra indifferenza contribuiamo ad aumentare.

In questo contesto, è passato quasi inosservato che Matteo Salvini, all’indomani dell’attentato di Ousseynou Sy, ha agitato lo spettro della revoca della cittadinanza come pena supplementare a quella che, giustamente, dovrà pagare.

Legittimamente, Gad Lerner, in una recente intervista (2) ha definito questo tentativo come un’aberrazione giuridica che ci riporta pericolosamente indietro nel tempo. Gad Lerner, che peraltro ha ottenuto la cittadinanza italiana solo dopo trent’anni averla richiesta al Paese in cui è cresciuto, cita le leggi di Norimberga del 1935 che trasformavano la cittadinanza in un arbitrio in mano al governo nazista, che infatti la revocò a centinaia di migliaia di cittadini tedeschi di origine ebraica, aprendo l’abisso della deportazione prima e dello sterminio poi. Per aver fatto questa analogia e aver denunciato le tentazioni di usare la cittadinanza come arma di ricatto e averne, sacrosantamente, segnalato i rischi, Gad Lerner è stato oggetto di una campagna di una virulenza inaudita. Soprattutto, ovviamente, sui canali privilegiati per le campagne infamanti: i social network. Ma a leggere bene, per quanto siano rivoltanti, i commenti denigratori contro Gad Lerner viene fuori una realtà sconcertante, nessuno ha evidentemente capito perché Ousseynou Sy ha fatto quel che ha fatto. In alcuni poi emerge un esplicito antisemitismo per il fatto che lo stesso Gad Lerner da apolide è diventato italiano grazie a Sandro Pertini nel 1986.

Vi è evidentemente un piano falsato su cui si sviluppa la discussione sulla cittadinanza in Italia e non solo, che rischia diventare ancora più scivoloso perché dopo la sconfitta militare dell’ISIS in Siria si porrà la questione del rientro di coloro, uomini e donne, che hanno lasciato l’Italia per andare a combattere tra le fila del Califfato e dei loro figli nati in Siria dopo il 2014.

Il diritto alla cittadinanza non è collegato in nessun modo al problema dei profughi che premono alle frontiere europee. In molti Paesi dove la politica di respingimento dei profughi (Francia, Gran Bretagna, Germania, Stati Uniti o Australia) è pienamente attuata, il percorso per diventarne cittadini è chiaro ed una volta messi nelle condizioni di intraprenderlo non si corre il rischio di restare precari e “stranieri” dove si nasce o si è vissuti per anni: un minuto dopo la scadenza del percorso la cittadinanza si ottiene. Inoltre, chi pensa che questi Paesi siano precisi per “umanitarismo” o “buonismo” è totalmente fuori strada, perché in realtà questo risponde alla volontà degli Stati di non avere troppi cittadini stranieri, certo ricattabili e di seconda categoria, ma anche fuori controllo.

Ma la tentazione di usare la revoca della cittadinanza come arma di ricatto verso coloro che l’hanno acquisita, più o meno di recente, non è una novità di questi tempi bui. Già anni fa, dall’interno del movimento per i diritti delle donne, veniva proposto di togliere la cittadinanza agli uomini immigrati autori di violenze sessuali o domestiche. Non se ne è fatto nulla, ma siamo certi che non sarebbe servito. Oltre al fatto che come al solito metteva l’uomo immigrato, con cittadinanza acquisita o italiano di seconda generazione, nelle condizioni di pagare due volte il suo crimine rispetto agli italiani.

Oggi, come si accennava prima, il rischio che si corre è che questo dibattito falsato si estenda anche a coloro che dopo la sconfitta dello Stato Islamico vogliono rientrare nei loro Paesi. Già in Danimarca, Francia e Gran Bretagna si sta discutendo su progetti di legge  che tolgano la cittadinanza a coloro che hanno combattuto con l’ISIS. In più si pensa di estendere questa punizione anche alla loro prole. Anche questo dibattito, come il precedente, scambia l’effetto con la causa, oltre ad essere una intimidazione generalizzata verso i cosiddetti “nuovi cittadini europei” (coloro di nuova acquisizione della cittadinanza) e verso quelli di seconda generazione. Non possiamo approfondire in questa sede, ma gli attentati in Europa fatti in nome del Califfato da giovani europei di seconda generazione, nulla hanno a che vedere con il possesso della cittadinanza dei Paesi in cui hanno agito. Mentre i motivi che hanno spinto questi giovani ad identificarsi con dei valori culturali e religiosi diversi, se non opposti, a quelli che hanno appreso nei Paesi dove sono cresciuti, molto, invece, hanno a che vedere con la loro esclusione sociale, lavorativa, culturale e religiosa.

Chi si sente minacciato nella sua incolumità e integrità, fisica o sociale, non per forza è spinto ad abbassare il capo e ad obbedire più degli altri per passare inosservato, può anche avvenire il contrario. Soprattutto se la minaccia è costante, perché se oggi è un atto violento o l’aver combattuto col “nemico” dell’Occidente a mettere a rischio la cittadinanza, nessuno può dire con quale pretesto in futuro questo potrà avvenire. Appunto perché se un diritto smette di essere tale e diventa un arbitrio, nessuno più è al sicuro.

In questi ultimi mesi in Italia, come in altri Paesi europei dove governa l’estrema destra, sono state approvate diverse leggi contro diritti acquisiti, questo dimostra che nessuno di questi è certo per sempre. Ma dimostra anche che se pensiamo di poter sopportare che alcuni diritti divengano arbitrii in mano ai governi perché riguardano chi nonostante tutto identifichiamo con il diverso e con un presunto nemico abbiamo capito poco o nulla: siamo tutti e tutte a rischio.

Cinzia Nachira

Note

(1) Grazia Longo, “Terrore sul bus, la versione di Sy: ‘Sentivo le voci dei bambini africani”, in La Stampa, 23 marzo 2019,

https://www.lastampa.it/2019/03/23/italia/terrore-sul-bus-la-versione-di-sy-sentivo-le-voci-dei-bimbi-africani-NrkFk7H7xofzHO0qozDdhP/pagina.html

(2) Gad Lerner, “Lerner: ‘La cittadinanza a Rami non è un regalo, ma un diritto. Io attesi ingiustamente 30 anni”, 

“https://www.michelesantoro.it/2019/03/rami-cittadinanza-salvini/?fbclid=IwAR0DBSM7w87EFghfoyh4X7SmjIFGuWr057yZbE9sKF5jGryQP63Y6ucsZp8” https://www.michelesantoro.it/2019/03/rami-cittadinanza-salvini/?fbclid=IwAR0DBSM7w87EFghfoyh4X7SmjIFGuWr057yZbE9sKF5jGryQP63Y6ucsZp8

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