NIENTE QUINTO MANDATO! E DOPO?

di Tarik Dahou*

Al rientro in Algeria dopo tredici giorni di ospedalizzazione in Svizzera, il presidente Abdelaziz Bouteflika ha annunciato di voler rinunciare alla candidatura per un quinto mandato. Manifestazioni e scioperi si susseguono da diverse settimane in tutto il Paese e oltre le sue frontiere. Ma come è possibile che non si sia prevista la sollevazione improvvisa di larghi strati della società algerina? E quali prospettive vengono proposte a questo composito movimento?

Il popolo d’Algeria ha deciso di mettere fine a questa messa in scena, di sbarazzarsi di questo quadro in cui il presidente non è altro un’immagine pietrificata, paragonabile a quella di un regime incapace di rinnovarsi sia nei metodi di governo, che nella formazione dei suoi quadri dirigenti. Nell’era brezneviana, durata diversi anni, larghe fasce della popolazione hanno deciso di farsi sentire. Fino ad oggi gli algerini avevano protestato astenendosi dal voto, rifiutando un sistema elettorale viziato; rispondevano astenendosi dal diritto al voto di fronte alle pratiche di un regime che calpestava i loro diritti fondamentali.

Dopo un decennio, costellato dalle rivolte nella gran parte delle società arabe, i tanti moti esplosi ai quattro angoli dell’Algeria o le mobilitazioni sociali di Ouargla o quelli ambientali in Salah, hanno ottenuto come sola risposta l’irrigidimento di un sistema autoritario e populistico. Con la repressione dei leaders dei movimenti sociali e la loro cooptazione, l’utilizzo delle rendite petrolifere per progetti dalla dubbia efficacia, come i crediti alle micro imprese, le limitazioni alle associazioni e alle ONG nazionali, a favore di organizzazioni controllate, il potere ha voluto rendere impossibile ogni forma di organizzazione sociale e politica. In questi ultimi anni, ogni iniziativa collettiva è diventata sospetta, comprese quelle strettamente umanitarie.

È quindi ben comprensibile la stanchezza verso la palude nella quale è rinchiusa l’Algeria che si è espressa con lo slogan “no al quinto mandato”. D’altronde, gli slogan della protesta sono eloquenti. I cittadini vogliono riappropriarsi della loro storia politica e della loro memoria collettiva, dopo esserne stati derubati per lungo tempo. Ai turiferari dell’attuale regime che promettono il caos per poter mantenere lo statu quo, riesumando lo spettro della guerra civile, i manifestanti rispondono con azioni pacifiche per rivendicare i diritti politici.

Mentre numerosi analisti insistevano sulla memoria del decennio nero degli anni ’90 per spiegare l’assenza  di mobilitazioni a livello nazionale contro l’egemonia del regime, la maggioranza della popolazione, che non ha vissuto quel periodo vista la sua giovane età, si solleva per i suoi diritti. Dietro le parole “Pouvoir dégage” (“Via il potere”) si nasconde anche un’esigenza di giustizia, in un Paese che subisce ineguaglianze tremende in termini di accesso all’impiego e a salari decenti.

L’affermazione della “dignità” civile di fronte all’indecenza delle élites corrotte è parte strutturale del linguaggio politico popolare da tempo e non è così strana vederla tornare d’attualità dopo lo scoppio di scandali clamorosi legati allo sperpero che caratterizza la gestione delle rendite petrolifere. Rendite contemporaneamente emblematiche delle larghezze del regime messe in atto dal regime per arrivare a una decompressione politica, ma anche immagine totemica per spiegare l’assenza di contestazioni significative in Algeria al momento dello scoppio delle rivolte arabe, ma che occupano un posto importante tra i temi della contestazione. Una grande parte della popolazione vi vede ormai la causa di tutti i mali, o per lo meno il sintomo dell’inerzia del regime oligarchico-pretoriano, quando si tratta di denunciare l’enorme dipendenza del Paese dalle risorse petrolifere e la situazione senza via d’uscita a livello economico e politico. Il fatto è che l’Algeria da due decenni è assai cambiata e i suoi consumi energetici impegnano gran parte delle rendite petrolifere, ma soprattutto questa fatica a creare occupazione. Se ha permesso la massificazione dell’istruzione superiore, l’assenza di sbocchi getta una luce cruda sulla mancanza di prospettive per una grande parte dei giovani diplomati.

Ma perché non si è stati in grado di capire che stava nascendo improvvisamente la rivolta di larghi strati della società algerina? Perché per lungo tempo si è pensato che la redistribuzione delle rendite petrolifere rappresentasse un riparo dalle rivendicazioni sociali e dalla loro espressione politica. Oggi si è tentati di pensare che le attuali mobilitazioni si limitino alle richieste di diritti politici. Ciò forma la base per l’articolazione delle rivendicazioni sociali. Il fatto è che le fasce sociali disposte a far parte della platea clientelare in Algeria diminuiscono; si veda come dimostrazione il numero limitato di persone ancora pronte a recarsi alle urne al momento delle ultime elezioni. I gruppi sociali che gravitano intorno all’impiego pubblico e alle risorse dello Stato provvidenza nel settore formale dell’economia oggi rappresentano una parte molto limitata dell’elettorato. Anche se ora le mobilitazioni si allargano a quei gruppi che rifiutano l’accesso ai diritti sociali senza quelli politici, queste sono debitrici anche a quell’altra Algeria che vive di espedienti ai margini dello Stato.

Le persone impegnate nel commercio informale e nel contrabbando fanno fronte a una serie di limitazioni sempre più estese, vessazioni quotidiane dei piccoli rivenditori dalle mazzette fino alla pura e semplice estorsione. Se questi strati di popolazione riescono ad aggirare il potere dello Stato con il versamento di una parte del denaro accumulato con queste attività derivate dalla banalizzazione della corruzione, ne subiscono comunque l’arbitrio, e spesso si può osservare che avanzano una richiesta di cittadinanza e di protezione negata che ha alimentato i moti e le rivolte locali. Mentre questi gruppi sociali stringevano un patto con lo Stato per poter sopravvivere quotidianamente, sviluppavano comunque un rancore tenace verso gli apparati del potere, sia che fossero centrali, sia che si trattasse delle loro diramazioni locali. Raramente si è prestata attenzione a queste ambiguità e al modo in cui il coinvolgimento di diversi settori dello Stato nelle attività illegali e nella corruzione minava una parte della sua legittimità, tant’è che il suo atteggiamento nazionalistico resta inascoltato.

Ma, ormai, è tempo, più che fare il bilancio di questo odiato regime, di interrogarsi sulle prospettive attuali che possono emergere da questo movimento multiforme. La prima posta in gioco è senza dubbio quella di riconciliare  l’Algeria colta che aspira a lavori decenti con l’Algeria sempre più pauperizzata e relegata ai margini dell’economia formale e delle istituzioni. Nell’intrico del sistema post-socialista sono emerse delle classi sociali, la cui convergenza di interessi è lungi dall’essere acquisita nel sistema politico ed economico attuale. Quali sono le forme politiche ed economiche che potenzialmente possono portare la diversità e favorire il riavvicinamento tra le diverse categorie sociali algerine? Un’accresciuta liberalizzazione per decentralizzare la gestione delle rendite economiche, tanto quelle derivanti dagli idrocarburi tanto quelle prodotte dalle alternative che i primi hanno la capacità di creare, potrà rispondere all’obiettivo di estendere i diritti sociali e politici? Niente è meno certo in assenza di una democrazia sociale suscettibile di offrire degli orizzonti nuovi all’insieme di una gioventù fortemente differenziata.

Se la comparsa delle rivolte e il movimento politico in nuce rivela ora una capacità di stabilire dei margini di autonomia di fronte al regime attuale, non pregiudica in nulla la loro capacità di promuovere dei progetti sociali e politici condivisi e inclusivi. L’Algeria si trova probabilmente in un momento cerniera di ricostruzione della sua società a partire dalle sue aspirazioni all’indipendenza, alla libertà sociale politica per tutta la popolazione algerina. In questa prospettiva si tratta sicuramente di non sminuire ciò che sta avvenendo, una mobilitazione a livello nazionale e di diversi gruppi sociali, guidata da una gioventù che ha ben colto l’importanza di scontrarsi frontalmente e in maniera unitaria contro il regime per farlo indietreggiare, perfino cadere. Nelle immagini degli studenti che portano una finta bara di Bouteflika, bisogna vedere la loro volontà di seppellire il regime. Ma su  quali forze politiche potranno contare affrontare le manovre dilatorie o la sua capacità di restaurazione dell’ordine egemonico? Senza dubbio non sarà sufficiente sbarazzarsi dei corpi dei due re affermando che l’Algeria non è una monarchia.

La classe politica, dopo essere stata modellata durante il magistero politico di Bouteflika, oggi è priva di qualsiasi progetto e delle forze capaci di proporre delle alternative, d’altronde per questa ragione alcuni protagonisti dell’indipendenza algerina non sono scesi a patti con il potere e sono celebrati nelle manifestazioni. Le organizzazioni sociali sono anch’esse profondamente indebolite dagli ostacoli legali e finanziari imposti dal regime. Non vi è dubbio che l’azione collettiva di questi movimenti sociali e civili durerà nel tempo, un tempo del quale non mancherà di approfittare il regime per ricostituirsi sotto una nuova forma. L’urgenza è quindi quella della ricostruzione politica in parallelo alle mobilitazioni per affrontare il serpente a più teste che è lo Stato algerino.

*Tarik Dahou, socio-antropologo, direttore di ricerca presso l’IRD Tunisia

Titolo originale, Pas de cinquième mandat ! Et après ? pubblicato dalla rivista AOC il 12 marzo 2019. Qui l’originale francese: www.aoc.media/analyse/2019/03/12/non-cinquieme-mandat-apres/

Traduzione dal francese di Cinzia Nachira

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