L’EQUIVOCO SU DI UNA SVOLTA PACIFISTA DI ISRAELE

di Cinzia Nachira

La crisi del governo israeliano innescata dalle dimissioni del ministro della difesa Avigdor Lieberman, leader di Israel Beytenu (Israele, casa nostra) e rientrata solo grazie alla retromarcia di Naftali Bennet, del partito HaBayit HaYehudi (La casa ebraica), ha dimostrato che una svolta verso una destra ancora più estremistica è possibile.

Infatti, Lieberman si è dimesso perché Benyamin Netanyahu ha rifiutato di rispondere agli ultimi razzi sparati da Gaza verso il sud di Israele con una nuova guerra ancora più devastante di quella del 2014, che costò un numero altissimo di vite umane tra i civili palestinesi e una nuova ondata di distruzione indiscriminata della Striscia di Gaza.

La “svolta diplomatica” di Benyamin Netanyahu che si è tradotta in un cessate il fuoco con Hamas, con la mediazione dell’Egitto, rischia di indurre in molti gravi equivoci. Il più grande errore che si potrebbe commettere in questo momento sarebbe quello di pensare che Benyamin Netanyahu contrapponendosi a Lieberman sia diventato un “nuovo Rabin” (come alcuni commentatori si spingono a sostenere) che porterà Israele a riconsiderare la sua politica aggressiva contro i palestinesi, sia in Cisgiordania che nella Striscia di Gaza. Questa valutazione erronea deriva da molti elementi che negli ultimi anni si sono accumulati. Per un verso, l’ascesa su scala mondiale della destra oltranzista (aprire una cartina geografica oggi e trovare un Paese dove non sia al governo la destra e l’estrema destra sta diventando un’opera assai difficile) per cui un gesto “distensivo” di uno dei governi peggiori sia interpretato come la volontà di avviarsi su una strada diversa da quella fin qui percorsa. Per un altro verso, ora emerge – per coloro che hanno l’onestà e il coraggio di volerlo ammettere – la gravità di aver sottovalutato, denigrato e ignorato deliberatamente la portata reale che rappresentava l’ondata di rivolte che nel 2011 hanno attraversato la regione mediorientale e maghrebina.

Veramente è possibile immaginare Benyamin Netanyahu nelle vesti dell’agnello e mentre si spoglia da quelle del lupo? No. Questa “svolta pacifista” di Benyamin Netanyahu è molto semplicemente un atto pragmatico legato ad una prospettiva di lungo periodo. Certamente, una nuova aggressione ancora più violenta delle precedenti contro Gaza avrebbe soddisfatto le ansie estremiste di una parte, per altro tutt’altro che trascurabile, della società israeliana, visto che ormai sono molti anni (almeno dal massacro del 2008-2009, Piombo fuso) che l’opinione pubblica israeliana ha smesso di pensare ai palestinesi di Gaza come a dei propri simili; ma, d’altro canto, in questo momento soddisfare solo la sete di sangue metterebbe Israele in una situazione difficile e potrebbe diventare un boomerang. Questo soprattutto alla luce dei mutati rapporti di forza nella regione.

Il tentativo di Israele, con il patrocinio statunitense, di arrivare ad un’alleanza con i Paesi arabi sunniti in funzione anti iraniana, che ha visto uno sforzo diplomatico inedito da parte del primo ministro israeliano, è già stato messo fortemente in discussione dall’ “affaire Khashoggi”, per il buon motivo che l’arroganza e l’incompetenza rischiano di far saltare il posto, se non la testa, a Mohammed Bin Salman, il vero punto di forza di questo piano. (1)

Il principe ereditario fin dalla sua ascesa è stato colui che ha realmente avviato una esplicita politica di inclusione di Israele nell’alveo della rete di Paesi arabi conservatori e reazionari. È stato colui che di fatto ha imposto alle fragilissime, e screditate, leadership palestinesi dell’Autorità Nazionale Palestinese e di Hamas di accettare più o meno qualunque diktat da parte israeliana. E per quanto nella Striscia di Gaza le marce del Grande Ritorno, che si svolgono ogni venerdì dall’aprile scorso, lascino intravvedere una minima libertà di iniziativa che ancora si prende Hamas, (soprattutto visto che pur dopo mesi di pesanti costi umani – tra assassinati e feriti – la partecipazione a queste proteste al confine con Israele sono ancora molto partecipate) la realtà è che la leadership di Hamas usa, ancora una volta, i palestinesi della Striscia per giungere ad obiettivi che gli consentano di sopravvivere politicamente. La situazione in Cisgiordania con la direzione dell’Autorità Nazionale Palestinese sempre più screditata a causa dell’opportunismo sfacciato e della corruzione è mutatis mutandi quella della Striscia di Gaza.

In questo contesto, pur rischiando di perdere tutto Benyamin Netanyahu ha scelto di non aggiungere un nuovo ostacolo ai tentativi di salvare il salvabile dei suoi piani regionali, sacrificando la voglia di vendicarsi come invece Israele ha sempre fatto. A questa, per alcuni aspetti inattesa, svolta “pacifista” il premier israeliano sta unendo un’intensa attività diplomatica iniziata ormai da mesi nel tentativo di stringere rapporti, più o meno espliciti, con le monarchie arabe sunnite e non solo (di questi giorni è l’annuncio di una visita “privata” del presidente del Ciad in Israele, Paese con cui Israele non ha rapporti diplomatici dal 1972. Poche settimane fa Benyamin Netanyahu si è recato in Oman, nottetempo, per incontrare lo sceicco Qabun Said al Said, al potere dal 1970) con l’obiettivo di crearsi degli alleati in vista del piano di pace statunitense, annunciato da Donald Trump con molta enfasi. Il fatto, però, che il momento in cui sarà reso pubblico è stato più volte rinviato (ora si parla di febbraio) significa che per i palestinesi, nonostante tutto, sarà assai difficile accettarlo.

Inoltre, non è un dettaglio il fatto che Benyamin Netanyahu con il suo entusiasmo verso Donald Trump – che ha definito il presidente statunitense più amico di Israele della storia – abbia allontanato Israele dal Partito Democratico statunitense che invece da sempre è stato saldamente filo israeliano. Questo è ampiamente dimostrato dalle politiche mediorientali delle amministrazioni democratiche sempre di sostegno indiscusso ad Israele, a volte più di quelle repubblicane. Anche gli anni dell’amministrazione di Barack Obama pur avendo rappresentato uno dei periodi di maggiore tensione tra i due alleati (sia sulla questione dell’espansione indiscriminata delle colonie che sul dossier iraniano) come bilancio finale ha un attivo evidente per Israele e un indebolimento ulteriore dei palestinesi, che troppo si erano illusi riguardo alla volontà del presidente statunitense di voler imprimere una svolta concreta. Ora i Democratici statunitensi, pur non mettendo in discussione il loro appoggio ad Israele, sono poco inclini ad accettare la copertura che Benyamin Netanyahu ha offerto sia a Donald Trump che a Mohammed Bin Salman sul caso dell’assassinio brutale  di Jamal Khashoggi, che invece è una importante leva propagandistica interna. Soprattutto dopo la vittoria delle elezioni di medio termine. Tutto questo, ovviamente, non può e non deve essere scambiato per una “svolta filo palestinese” dei democratici. È, anzi, assai probabile che se fossero stati loro alla Casa Bianca avrebbero fatto più o meno le stesse scelte che stanno facendo Donald Trump e Jared Kushner, genero e artefice dello spostamento di Israele verso i repubblicani, nonché colui che sta spingendo il suocero a far di tutto per salvare Mohammed Bin Salman. Ovviamente, il primo ministro israeliano, pur sapendo molto bene che la natura strategica dei rapporti tra Israele e Stati Uniti non è a rischio, è altrettanto consapevole che gli USA, alleati da sempre strategici, non potranno neanche rinunciare all’altro pilastro delle loro politiche mediorientali: l’Arabia Saudita.

Tuttavia, non volendo rinunciare al piano statunitense, che si risolverà nella sconfitta definitiva dei palestinesi, Benyamin Netanyahu è in un certo qual modo costretto ad aiutare gli Stati Uniti nel tentativo di salvare il posto e la testa di Mohammed Bin Salman, il quale finora era riuscito ad essere autonomo. Il vero punto su cui si è scatenata la crisi di governo in Israele è, quindi, l’obiettivo di salvare i piani per realizzare un’alleanza tra Israele e i Paesi arabi reazionari – che su questo punto potrebbero superare le divisioni e le contrapposizioni che invece hanno sul caso siriano – per avere i margini per poter un giorno attaccare il nemico per eccellenza: l’Iran e i suoi alleati.

Quale prezzo siamo disposti a pagare per le nostre sconfitte?

In questo quadro, si inserisce un altro elemento molto importante tanto in Medioriente quanto nel resto del mondo: l’accettazione ormai quasi supina dei livelli di violenza che stanno raggiungendo i conflitti. Questa non è solo una considerazione etica o filosofica.

Dopo l’esplosione delle rivolte arabe è emersa una schizofrenia nel considerare quali tra queste erano degne di sostegno perché erano ritenute “legittime” non in base al fatto che rimettessero in discussione dittature ultradecennali, ma in base al criterio del tutto arbitrario se il regime preso di mira fosse considerato o meno, da noi, una dittatura. In questo modo, è stata accettata più o meno senza batter ciglio la violenza disumana di cui dà prova il regime di Bashar al Assad, la guerra civile in Libia, il massacro indiscriminato in Yemen.

Un altro pilastro dell’arbitrarietà del giudizio su quelle rivolte è stata la sciocchezza diffusa, a piene mani e con sistematicità degna di miglior causa, secondo cui  le rivoluzioni arabe avrebbero messo la sordina alla repressione coloniale subita dai palestinesi. Mentre, ora dovrebbe essere ben evidente che si è verificato l’esatto contrario: la sconfitta delle rivoluzioni arabe è andata di pari passo con l’ondata reazionaria – in incubazione fin dagli anni ’90 del secolo scorso – che sta sommergendoci dall’Europa fino al subcontinente indiano, che, a seconda dei casi, si traduce in xenofobia, razzismo, protezionismo e/o derive religiose o tutto questo insieme.

Non esiste per Israele momento migliore di questo: la sua violenza contro i palestinesi passa in secondo piano non perché i Paesi arabi sono stati travolti dalle rivolte, ma perché i vecchi regimi hanno saputo e potuto riciclarsi e riprendere il potere, in alcuni casi; mentre in altri come in Siria, per non  perderlo hanno massacrato i loro popoli. Non è un caso se proprio ora Israele e in primis Benyamin Netanyahu abbiano colto in pieno il senso dell’occasione d’oro loro offerta e stiano cercando di metterla a frutto. Anche se questo dovesse passare per una crisi di governo.

Neanche è un caso che ora, proprio dopo l’ultima crisi governativa, Benyamin Netanyahu stia cercando di accreditarsi se non come l’erede di Yitzhak Rabin – assassinato nel novembre 1995 da un’estremista religioso ebreo-israeliano a conclusione di una campagna di odio che creò le condizioni  per quell’assassinio – almeno come vittima dell’estrema destra. L’assioma sarebbe: come nel 1995 Rabin fu assassinato perché l’estrema destra vedeva negli accordi di Oslo una resa alle “pretese” palestinesi ed arabe; così oggi Benyamin Netanyahu è vittima di una campagna di odio perché rinuncia ad attaccare Hamas. È evidente che questo argomento è come un incubo in cui i termini dei problemi si confondono e si invertono, visto che fu proprio Benyamin Netanyahu nelle elezioni del 1996 a trarre il massimo profitto dall’assassinio del suo predecessore a spese di Shimon Peres.

Più recentemente, alle ultime elezioni del 2015 Benyamin Netanyahu era dato per sconfitto fino a quindici giorni prima del voto. Ma in quelle ultime due settimane Netanyahu ricorrendo in modo ossessivo all’argomento sicurezza riuscì a ribaltare il risultato, uscendo da quelle elezioni come trionfatore e mettendo in piedi la coalizione governativa più oltranzista della storia di Israele – in cui ci sono delle componenti apertamente fascisteggianti. Oggi la situazione è sicuramente diversa, soprattutto perché lo scontro vede come protagoniste solo forze di destra ed estrema destra, mentre la sinistra e i progressisti sono in un angolo in cui si sono cacciati in primis a causa delle loro contraddizioni. In altri termini, Benyamin Netanyahu ha compreso che se non riusciva a far rientrare la crisi di governo innescata da Avigdor Lieberman il rischio di essere sconfitto dall’estrema destra era tutt’altro che remoto.

Adesso si corre il rischio di vedere in Benyamin Netanyahu il male minore. Alcuni segnali di incorrere in questo grossolano errore già sono abbastanza espliciti da tempo. E non solo in Israele, ma in molte altre situazioni. Cercare di uscire dall’angolo pensando di rincorrere la destra e l’estrema destra sul loro terreno è una sciocchezza che la sinistra ha commesso fin troppe volte nella storia recente, ma ogni volta perde la memoria dei bilanci pesantissimi delle sue sconfitte.

In definitiva, i primi segni che si stesse ripetendo l’antico errore hanno iniziato a vedersi già dal 2001, all’indomani degli attentati negli Stati Uniti quando alle accuse di contiguità, se non di organicità, con il terrorismo di Al Qaida la sinistra non seppe dare una esplicita ed univoca risposta, accettando – seppure in molti casi involontariamente – il terreno che le imponeva la destra. Per questo motivo dalle enormi e straordinarie mobilitazioni internazionali contro la guerra contro l’Iraq del 2003 (i famosi centodieci milioni di persone che manifestarono contro l’impresa di George W. Bush e i suoi alleati) in pochi anni è rimasto il nulla.

L’occasione per riprendere quel filo di opposizione l’avevano offerta, pagando un prezzo altissimo, le rivoluzioni arabe nel 2011 che invece, per i motivi esposti sopra, sono state abbandonate. Di questo atteggiamento, a volte superficiale e a volte arrogante, vittime inevitabili sono stati i palestinesi, che a torto abbiamo ritenuto avulsi dal contesto regionale ed impermeabili a ciò che nella regione avveniva. Certo, le priorità erano e restano diverse nei diversi Paesi, ma non vi è dubbio che la sconfitta delle rivolte arabe ha rafforzato Israele e non il contrario. Anche solo tenendo conto che i palestinesi sono profughi da lunghissimo tempo in tutto il mondo arabo pensare che potessero restare immuni dalle rivolte era impossibile, soprattutto in Siria: la tristissima e drammatica sorte dei palestinesi del campo profughi di Yarmuk è lì a dimostrarlo.

Bisognerebbe avere il coraggio e la forza politica di chiedersi: se in Occidente la sinistra avesse appoggiato coerentemente l’avvio delle rivolte nel 2011 oggi Benyamin Netanyahu e suoi consimili in giro per il mondo, innanzitutto Donald Trump e Vladimir Putin, avrebbero il grande consenso di cui godono? Il caos che caratterizza il mondo in cui viviamo negli ultimi anni è la traduzione concreta del fallimento totale del “nuovo ordine mondiale” voluto da George Bush senior a partire dalla prima guerra del Golfo del 1991. Il risultato è che ampi settori della sinistra internazionale sono stati indotti a scambiare gli effetti per le cause, lasciando intatte queste ultime che non possono che aggravarsi. I ripiegamenti nazionalistici di cui danno prova molte forze di sinistra in Europa, dalla Germania all’Italia, passando per l’Italia, sono il segnale chiaro ed evidente di uno smarrimento che in alcune situazioni raggiunge un tale livello da sembrare irreparabile. Così se la sinistra araba in seguito alle sue sconfitte ha commesso l’errore di cercare alleanze in alcuni casi con vecchi regimi e in altri con l’opposizione integralista islamica; in modo quasi speculare quella occidentale, o almeno una sua parte non trascurabile, appoggia più o meno esplicitamente governi nazionalisti, in cui non poche volte seggono forze apertamente fasciste: basta guardare le ondivaghe incertezze sul problema dell’arrivo dei profughi in Europa e le posizioni di alcune forze che dovrebbero essere la punta di lancia dell’opposizione politica e sociale che invece invocano chiusura delle frontiere e sono di fatto favorevoli ai respingimenti.

Tutto questo ha molto a che vedere con la situazione odierna in Israele, dove ormai la sinistra antisionista non ha più voce, mentre quella sionista non ha altro da fare che identificare Benyamin Netanyahu come il male minore rispetto a Avigdor Lieberman. In presenza di un così deprimente quadro internazionale, prima che dei palestinesi si arrivi a parlare come dei Ciompi, è essenziale riappropriarsi di una visione complessiva del mondo, rifiutando i compartimenti stagni nei quali ci vogliono rinchiudere e nei quali spesso ci lasciamo volentieri sequestrare. Non è un caso se i momenti più alti di opposizione a politiche liberistiche e di guerra si sono raggiunti nella storia recente solo quando è stata maggiore la consapevolezza del peso dell’intreccio delle diverse situazioni a livello internazionale. Oggi invece l’atomizzazione predomina e da qui ovviamente è inevitabile lo scivolamento verso posizioni che rispecchiano il ripiegamento identitario e che, seppure in una versione differente, non è altro se non la ripetizione della chiusura.

Non è casuale se alcuni settori della solidarietà con la Palestina pensano di poterla astrarla dal suo contesto, facendo così un grande regalo alla destra israeliana, pur di non entrare nel merito delle incongruenze che una simile posizione produce. Altrettanto consequenziale a questa deriva, è l’accettazione del piano esclusivamente umanitario con cui si è voluto sostituire quello politico. È chiaro che qui non è in discussione la necessità del sostegno economico né di quello umanitario. Ciò che si intende sottolineare è che ormai da lungo tempo il rendere predominante, se non esclusivo, l’elemento umanitario a scapito di quello politico ha fatto sì che non ci sia più nemmeno una prospettiva politica, per non parlare di un progetto in nome del quale vale la pena di battersi.

 Cinzia Nachira,

28 novembre 2018    

(1) A questo proposito e per un’analisi puntuale delle ricadute su Israele dell’assassinio del giornalista dell’opposizione saudita Jamal Khashoggi si veda l’articolo di Gilbert Achcar “Bin Salman, Trump, Erdogan e l’assassinio di Khashoggi”:  www.rproject.it/2018/10/bin-salam-trump-erdogan-e-lassassinio-di-khashoggi/

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