AMERICA LATINA: L’EGEMONIA E’ PENTECOSTALE

di Daniel Gatti

America latina: là dove i predicatori si impongono, l’egemonia é pentecostale

In guerra dichiarata contro qualsiasi movimento di emancipazione, l’evangelismo conservatore ha il vento in poppa sulla scena politica regionale. Capace di influire sull’agenda legislativa e sul dibattito politico attraverso tutto il continente, l’evangelismo non si limita a minacciare i diritti umani: é pure una sfida per una sinistra che non sa più rivolgersi alla sua propria base sociale.

“Esiste un nuovo intreccio tra il religioso ed il politico che la sinistra nel mondo e in modo particolare in America latina non sa cogliere. Il successo del neopentecostalismo conservatore é un esempio chiarissimo di questa nuova forma di intreccio che ha attecchito in modo assai importante nei settori popolari.” Per l’antropologo uruguayano Nicolàs Guigou, l’attuale successo di questi gruppi religiosi che si sono convertiti in poco tempo in protagonisti centrali della vita politica di tanti paesi di questa regione “é un fenomeno che dovrebbe interrogare a fondo i gruppi, le organizzazioni, i movimenti sociali che aspirano a cambiare le cose con la partecipazione dei settori popolari e di quelli più vulnerabili”. Lo stesso vale per il mondo accademico, “per esempio per i politologi”. La politica sta perdendo senso e significato in ampie frange della popolazione, dice Guigou a “Brecha”. “C’é un gran deficit del politico, un gran vuoto che, da qualche tempo in qua, i predicatori e le predicatrici pentecostali stanno colmando con il loro discorso”.

Non sono una novità, ma…

“La presenza di chiese evangeliche in America latina non é una novità. Ciò che é nuovo é il successo, il radicarsi della loro versione pentecostale conservatrice”, sostiene come tanti altri il sociologo boliviano Julio Còrdova Villazòn, specialista di questo ramo del protestantesimo. In un articolo apparso nel novembre del 2014 sulla rivista “Nueva Sociedad”, Còrdova segnala i cambiamenti intervenuti dall’inizio del secolo scorso. A quell’epoca, la loro “agenda” era liberale ed essenzialmente improntata sulla questione della separazione della chiesa cattolica e dello stato secondo il principio dell’artigliere che deve trovare lo spazio per esistere. Oggi invece, in fase di crescita e con un cattolicesimo in crisi, gli evangelici cercano di conquistare sempre più peso sulla scena politica tramite la creazione di partiti propri, grazie ad alleanze con altri, con lo sviluppo di una fittissima rete di mezzi di comunicazione e la moltiplicazione dei movimenti di difesa dei “valori morali cristiani”. Il tutto agevolato da consistenti, anche se poco santi, capitali.

Cordòva individua quattro tappe dell’espansione evangelica in America latina: “la lotta per la libertà di coscienza alla fine dell’ottocento ed agli albori del novecento; la polarizzazione ideologica durante gli anni 1960 e 1970; l’emergenza di partiti evangelici nei due decenni successivi; quella della ri-democratizzazione e, quale quarta fase, l’apparizione di movimenti in favore della famiglia con principi morali molto severi all’inizio del ventunesimo secolo”.

Durante la seconda di queste tappe, una parte molto minoritaria degli evangelici raggiunse i settori cattolici progressisti che stavano sviluppando la teologia della liberazione ed alcuni di loro parteciparono a dei movimenti di guerriglia di sinistra. “Però, sostiene il sociologo, la maggioranza assunse un atteggiamento passivo che finì per legittimare le dittature militari, considerate come la migliore delle opzioni”.

Questo orientamento si é rafforzato a partire dagli anni ottanta con il predominio del neopentecostalismo che già si era affermato, a quell’epoca, negli USA. Lì, una “nuova destra cristiana” strutturata attorno a “telepredicatori, università evangeliche, associazioni civili ed altre istituzioni” era emersa come “reazione all’ondata progressista caratterizzata, tra altri aspetti, dall’esigenza di una maggior autonomia per le donne e di più diritti per le persone sessualmente diverse” vissuta dal paese durante i decenni precedenti.

Moltiplicazione divina … made in USA?

Dagli Stati Uniti, questa nuova destra cristiana ha pianificato il suo installarsi in America latina con un “personale” pletorico e mezzi finanziari enormi. Però, é solo dopo gli anni novanta che questo discorso che promuoveva una “guerra frontale” contro i “predicatori del male” basata sulla difesa della famiglia tradizionale (padre, mamma e figli) ed il rifiuto dei movimenti di emancipazione (delle donne, delle minoranze sessuali, degli afro-discendenti) attecchì al sud del Rio Bravo cercando di “ristabilire il ruolo della famiglia”. Sino ad allora, scrive Cordova, le élites evangeliche sud-americane “non tenevano un discorso politico esplicito”. Però, “i neo-convertiti evangelici che si sentivano minacciati dai cambiamenti culturali e normativi in materia di diritti sessuali e riproduttivi spinsero ad un posizionamento politico simile a quello della destra cristiana statunitense”. La crescita esponenziale di queste religioni é avvenuta in un contesto nel quale “nuovi settori sociali [avevano bisogno] di nuove chiavi interpretative che dessero un senso, una spiegazione alle loro condizioni di vita in pieno cambiamento”. William Beltràn, specialista in religione dell’Universidad Nacional de Colombia, concorda: “le chiese evangeliche hanno saputo, molto meglio che la chiesa cattolica, rispondere ai bisogni delle nuove generazione di latino-americani escluse dai processi di urbanizzazione e di globalizzazione” (AFP, 6.10.18).

“Dio ci ha moltiplicati su tutto il continente” disse tempo fa Fabricio Alvarado. Predicatore sposato con una predicatrice, cantante di musica cristiana, ex deputato, Alvarado fu il secondo candidato più votato alle elezioni presidenziali di quest’anno in Costa Rica, uno dei paesi della regione nel quale il neopentecostalismo é più cresciuto in questi ultimi anni. Secondo dati citati dal sociologo colombiano Javier Calderon Castillo del Centro strategico latinoamericano di geopolitica, ci sarebbero attualmente sul continente latinoamericano “circa 19.000 chiese neopentecostali che organizzano cento milioni di fedeli, vale a dire un quinto della popolazione totale dell’America latina”. Una ricerca sulle religioni delle società della regione effettuata nel 2017 dall’istituto Latinobarometro mostra a sua volta che, da più di due decenni il protestantesimo sta recuperando il ritardo che aveva sul cattolicesimo. Infatti, se il continente più cattolico del mondo contava circa 90% di cattolici nel bel mezzo del secolo scorso, i cattolici oggi non rappresenterebbero più che il 60% della popolazione. Dal canto loro, gli evangelici, che erano meno del 5% alcuni decenni fa, rappresentano oramai il 20% della popolazione e raggiungono quote altissime in Guatemala con il 41%, in Honduras con il 39%, 32% nel Nicaragua, 25% in Costa Rica, 24% a Panama e 21% nella Repubblica Dominicana. E in Brasile, paese considerato come la figlia preferita della chiesa di Roma, la percentuale é passata dal 15% del 2000 al 27%. “La crescita dei pentecostali in Brasile é stata tanto forte che oramai questo paese conta oggi la più numerosa popolazione pentecostale del pianeta, addirittura superiore a quella degli Stati Uniti”, ha dichiarato all’AFP Andrew Chesnut, direttore di Studi cattolici all’università Virginia Commonwealth, USA.

In Brasile più che altrove

Durante tutti questi anni, la crescita degli evangelici é stata evidente, in Brasile più che altrove. Al di là del fatto che l’elezione di Bolsonaro alla presidenza é stata ampiamente favorita dai pentecostali, si noti che il Partito repubblicano (Prb) – un’emanazione della principale congregazione evangelica latinoamericana, la Chiesa universale del regno di Dio – ha fatto eleggere trenta dei suoi al parlamento federale, quaranta deputati statali, più di un centinaio di sindaci – fra i quali Mauricio Crivella, il sindaco di Rio – e più di 1600 consiglieri comunali. E numerosi sono i neopentecostali eletti sulle liste del partito di Bolsonaro, il partito Social Liberale. Globalmente, la “deputazione della Bibbia” che riunisce evangelici e rappresentanti di altre religioni – alcuni tra questi ultimi sono a volte ancora più reazionari – potrà contare su più di 200 deputati al Parlamento federale.

Col vento in poppa

Dal 2016 in Guatemala, un neopentecostale, il pastore e attore comico Jimmy Morales, é presidente mentre in Costa Rica é il pastore Alvarado che ha concorso alle presidenziali solo alcuni mesi fa. Sebbene sia stato largamente distanziato dal suo avversario, Alvarado ha ottenuto un risultato che da la misura della crescita di una corrente religiosa che era ancora ampiamente marginale alcuni anni or sono. I pentecostali sono poi rappresentati nei Parlamenti di Cile e Messico, della Colombia, del Venezuela, del Nicaragua, del Paraguay, del Perù e del laicissimo Uruguay. Però, l’influenza dei neopentecostali va ben al di là del loro peso specifico nei parlamenti. “Stanno condizionando l’agenda politica di non pochi paesi della regione facendo da contrappeso ai movimenti ed alle organizzazioni di difesa dei diritti delle minoranze sessuali. Le loro tematiche son sempre più presenti nel dibattito pubblico”, dice Gaspard Estrada dell’Istituto di studi politici di Parigi (AFP, 6.10.18). Si sono eretti come un muro di contenimento “dell’ideologia del genere e dell’agenda gay”, scrive Julio Cordova.

In Argentina, sostiene a sua volta una ricerca pubblicata dal giornale Pagina 12 (14.10.18), tanto il presidente Mauricio Macri che Maria Eugenia Vidal, governatrice della provincia di Buenos Aires, hanno ottenuto il sostegno degli evangelici per “contenere la rabbia sociale ed evitare esplosioni di massa” in cambio del “colpo di freno dato alla liberalizzazione dell’aborto e all’educazione sessuale nelle scuole”.

In Messico, dopo la depenalizzazione dell’aborto nel distretto della capitale nel 2007, i pentecostali hanno svolto un ruolo fondamentale nell’impedire misure analoghe negli altri 17 stati del paese; in Nicaragua hanno contribuito in modo decisivo al fatto che la legislazione in materia di aborto sia la più restrittiva ed oscurantista di tutta l’America latina e che si istituisse ufficialmente la “giornata del bimbo che ha da nascere”; nella Repubblica dominicana é anche grazie a loro che la Costituzione conterrà un articolo che protegge “la vita umana dal momento del concepimento”. In Brasile, prima di sostenere Bolsonaro, la Chiesa universale del regno di Dio diretta dal milionario Edir Macedo aveva appoggiato prima Lula, poi Dilma Roussef alla condizione esplicita – rispettata sia da Lula che da Dilma – che si impegnassero a frenare qualsivoglia tentativo di depenalizzare l’aborto o il consumo di marijuana, di legalizzare il matrimonio fra omosessuali o di approvare leggi in favore della popolazione trans.

Con l’Apocalisse nel mirino

E non incidono solo sull’agenda dei diritti. In Colombia nel 2016, i neopentecostali furono molto attivi nella campagna per il No all’accordo di pace con le FARC. Nel maggio scorso, il presidente del Guatemala Jimmy Morales ha deciso di trasferire a Gerusalemme l’ambasciata in Israele. Jair Bolsonaro l’ha già promesso: farà la stessa cosa quando entrerà in carica, in gennaio. “Per gli evangelici, Israele é una specie di orologio del tempo storico. E siccome sono anche millenaristi, sono convinti che quanto succede con Israele sia la misura della distanza che ci separa dall’apocalisse” spiega al giornale La Brecha, Nicolas Guigou prima di aggiungere che “pensano che un’alleanza con Israele sia una benedizione”.

Da qualsiasi parte vengano, gli evangelici conservatori hanno tutti una matrice comune: comunicano direttamente con la gente, cercano di agire sulle emozioni tramite una cultura essenzialmente orale. “Non smettono di parlare di “liberazione”, di lasciare esprimersi il corpo e la spirito. Hanno una religione molto corporale, sensoriale. La “glossolalia” (1), questa capacità di “parlare in lingue” diverse che li caratterizza é vissuta come un modo per sfuggire alla sofferenza, di dare forma all’indicibile, di liberarsi dal demonio e dalle cattive influenze”. Il messaggio é semplice da far paura. “Ti dicono che se per te tutto va bene, é perché Dio é con te, e se Dio é con te, é perche é tramite noi che ti sei connesso con lui. E se invece tutta va male é che avrai pur fatto qualcosa di male o che non hai pagato l’imposta alla tua chiesa o che ti sei lasciato tentare da Satana o che le tue preghiere son state mal recitate. Quindi, hai ancora degli sforzi da fare. E la loro forza sta nel fatto che al fedele promettono tutto: buona salute, soldi, benessere, qui e ora, in questa vita terrestre”.

Teologia e pragmatismo

Al contrario dei protestanti del secolo scorso che, tramite la loro domanda di libertà di coscienza rafforzavano l’idea di uno stato laico e che difesero un agenda progressista, i neopentecostali del 21° secolo si incastrano perfettamente nello stampo neoliberista, osserva Julio Cordova. Oppure, per riprendere i termini di Guigou, di “un epoca di autonomia estrema come quella che stiamo vivendo”. La loro “teologia della prosperità” si basa sul successo individuale, sulla responsabilità individuale ed esalta i valori dei ricchi pur essendo diretta verso chi ricco non é. “I pastori sono come i gestori della mobilità sociale di questi strati di poveri grazie ad una teologia dell’economia che incensa l’obbedienza, la disciplina ed il rispetto dell’ordine sociale e non lo scontro con l’autorità”, precisa Guigou.

E pensa pure che il neopentecostalismo sudamericano é di schietto stampo brasiliano. Le chiese evangeliche brasiliane furono pioniere: parteciparono all’azione politica e, molto meglio delle chiese nordamericane, hanno preso in considerazione le caratteristiche delle popolazioni verso le quali intervengono. “Fanno prova di un pragmatismo sorprendente che gli permette, quando la cosa é necessaria, di allearsi con il PT per poi considerarlo satanico e domandare la destituzione di Dilma e finire per sostenere Bolsonaro con il quale, ovviamente, hanno molti più punti in comune. Ciò che loro importa é il potere e per ottenerlo ricattano, pongono condizioni, ricercano prebende”. Il loro modo di confrontarsi con il cattolicesimo, le religioni afro, spiritiste o di origine indigena alle quali contendono l’influenza sui settori popolari é particolare. “Siccome hanno un approccio integralista, sono in posizione parassitaria rispetto al nemico e schierati in una guerra permanente contro i vari “satana”, incarnati oggi in Brasile soprattutto dai petisti e dai preti cattolici”.

E sono stati capaci non solo di costituire una vera e propria rete di socialità ma di costruire un potere basato su di un possente impero mediatico che comprende il secondo canale televisivo nazionale, rete Record, un canale religioso, un portale internet, delle reti locali via cavo, un intreccio di radio che coprono praticamente tutto il paese, giornali e compagnie discografiche. Sui social networks, si muovono con la facilità di un pesce nell’acqua mentre i loro luoghi di culto offrono anche servizi e prestazioni pubbliche che lo stato non sa assicurare. “Hanno conquistato le teste dei più vulnerabili e vinto la battaglia per il controllo spirituale delle favelas, delle periferie urbane, delle carceri. E’ su questo modello che se ne sono poi partiti alla conquista dell’America del Sud e che i predicatori brasiliani operano oramai in Africa ed in Asia dove stanno insediandosi poco a poco.”

Anni fa, dei sacerdoti brasiliani, discendenti dei teologi della liberazione ironizzavano dicendo che loro scommettevano sui poveri mentre questi ultimi é sui pentecostali che scommettono. “Una buona sintesi della realtà”, sentenzia Guigou.

Una sinistra da classi medie

L’antropologo uruguayano insiste sul fatto che la sinistra in generale, ed il PT in particolare, non ha saputo e non sa parlare alle masse finite sotto l’influenza degli evangelici. “La sinistra si muove attorno a codici propri alle classi medie. L’agenda dei diritti é molto estranea agli strati sociali più marginali che trovano la sicurezza nell’idea della famiglia tradizionale senza la quale tutto finirebbe per crollare”. Lamia Oualalou, una giornalista franco-marocchina che ha vissuto a lungo in Brasile e che pubblica “Jésus t’aime, la vague évangéliste” (éditions du Cerf, 2018), “la sinistra ha interpretato in modo molto basico la “teologia della prosperità”, concepita solo come un adattamento del neoliberismo. C’é, evidentemente una parte di denaro e consumismo, ma le chiese funzionano anche secondo logiche di solidarietà”, dice in un intervista pubblicata in ottobre dalla rivista mensile Nueva sociedad. E’ una specie di senso opposto all’attitudine di partiti come il PT che, al momento dell’ondata progressista che li portò al governo non sfuggirono alla “logica del consumo capitalista”. E’ questo che offrirono ai poveri: l’integrazione al consumo. Oualalou ricorda per esempio una frase del ministro dell’economia di Lula, Guido Mantega secondo il quale “adesso tutti i brasiliani possono essere considerati come cittadini perché hanno tutti accesso ad una carta di credito”.

Non scimmiottarli, contendergli l’egemonia!

Con l’arrivo della crisi, la debolezza di tale “integrazione” saltò agli occhi. Lo stato (ed i progressisti) lasciarono letteralmente i poveri nelle mani di dio il quale offrì pastori e predicatori evangelici a queste frange vulnerabili che il Satana petista aveva rovinato”, sostiene la giornalista. Che aggiunge che “non é parlando della Bibbia, cedendo ai ricatti o posando in compagnia di pastori come ha fatto il PT che si potranno strappare questi strati ai tentacoli del neopentecostalismo”.  “Si dovrebbe ricominciare a parlare di quello che veramente interessa i brasiliani nella loro vita quotidiana: il diritto all’educazione, l’accesso alla salute, il ritorno alle farmacie popolari che distribuiscono gratuitamente i medicinali, un salario minimo”. E decostruire l’immagine dei predicatori “dimostrando come questi siano in maggioranza dei banditi, proprietari delle principali fortune del paese.” Confrontarsi con loro, non cercare di scimmiottarli. E contendergli l’egemonia, suggerisce Oualalou.

  1. La glossolalia, cioé il fatto di pregare in una lingua sconosciuta a chi prega sarebbe l’espressione dell’intervento divino che renderebbe intelligibile un discorso incomprensibile. “Colui che parla “in lingue” non parla agli uomini ma a Dio perchè nessun altro lo capisce. Dice cose intelleggibili sotto l’influenza dello Spirito» San Paolo, Prima lettera ai Corinti

16 novembre 2018.

Traduzione, sottotitoli e note di Paolo Gilardi

Tratto da: www.brecha.com.uy.

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