GRAMSCI E I “FENOMENI MORBOSI”

di Gilbert Achcar (1)

«Fenomeni morbosi»: cosa ha voluto dire Gramsci e qual è il rapporto con la nostra epoca?

Una semplice ricerca su Internet permette di accorgersi che i riferimenti alla famosa citazione di Gramsci sui «Fenomeni morbosi» in questi ultimi anni sono aumentati molto:

La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati. (2)

Anch’io ho contribuito a questo rinnovato interesse utilizzando l’espressione «Fenomeni morbosi» come titolo del mio libro del 2016 sulla fase controrivoluzionaria seguita alla Primavera araba, citando la frase completa in epigrafe. (3)

L’uso esteso di questa citazione è dovuto alla ragione evidente che offre una chiave per l’interpretazione alla comparsa a livello mondiale, in questi ultimi anni, di fenomeni diversi incontestabilmente «morbosi» da un punto di vista progressista: dal triste destino della Primavera araba al sedicente Stato islamico, dal ritorno in grande stile dell’estrema destra europea alla comparsa di Donald Trump, ecc.

Prima di analizzare più avanti l’attualità della frase di Gramsci nella nostra situazione attuale, tuttavia conviene assicurarsi che noi comprendiamo correttamente ciò che voleva dire quando la scrisse. Per questo, è necessario ricollocare la frase nel testo da cui è stata presa e restituire quello stesso testo al suo contesto storico e ciò per capire l’intenzione di Gramsci che potrebbe essere molto diversa da quella che noi, a prima vista, gli attribuiamo retrospettivamente.

Analizzare il testo di Gramsci nel suo contesto storico

Emerge, infatti, che Gramsci ha voluto dire un’altra cosa da come oggi noi interpretiamo la sua affermazione. Questa è estrapolata dai Quaderni dal carcere; fa parte del terzo Quaderno del 1930. (4)

Qual era il contesto storico? Il crac di Wall Street nell’ottobre 1929 aveva portato alla Grande Depressione, la crisi più grave della storia del capitalismo fino ai nostri giorni, che dette un forte impulso alla crescita di un’estrema destra incoraggiata dall’arrivo al potere dei fascisti in Italia, nel 1922.

Nel movimento comunista internazionale, la svolta estremista iniziata nel 1928 con il «terzo periodo» dell’Internazionale comunista (Comintern) si era accentuata, con la fine della Nuova Politica Economica (NEP) e l’inizio della collettivizzazione delle campagne in Unione Sovietica, nel novembre 1929.

Gramsci era stato molto colpito dal fatto che il Partito comunista italiano (PCI) si era allineato a questa svolta adottando nel marzo 1930, sotto la pressione del Comintern, una linea estremista di sinistra basata sull’imminente crollo del fascismo e della rivoluzione proletaria in Italia, abbandonando, ritenendola inadeguata, la prospettiva democratica nella lotta contro il potere di Mussolini. È ben noto che Gramsci rifiutò con forza questa svolta a sinistra e che fu amareggiato dalle sue conseguenze politiche e organizzative. (5)

Analizziamo ora il linguaggio dei Quaderni del carcere, che Gramsci aveva dovuto scrivere in codice per chiare ragioni di censura e rileggiamo il suo testo del 1930 alla luce delle circostanze storiche. Inizia così:

L’aspetto della crisi moderna che viene lamentato come «ondata di materialismo» è collegato con ciò che si chiama «crisi di autorità».

Riferendosi, in modo apparentemente enigmatico, a un’«ondata di materialismo» e alla previsione fatta da Gramsci nello stesso testo ad una «espansione senza precedenti del materialismo storico», è assai chiaro che egli facesse allusione non a una nuova e improbabile tendenza nella cultura popolare, ma all’espansione in corso del movimento comunista (detentore ufficiale del «materialismo», e in particolare del  «materialismo storico», in altri termini del marxismo), nel contesto della polarizzazione tra sinistra radicale e destra radicale che si sviluppò durante la crisi tra le due guerre. L’espansione del comunismo era naturalmente legata alla crisi di legittimità del capitalismo e quindi all’indebolimento della dimensione del consenso dell’egemonia capitalistica, «quella che viene definita “crisi dell’autorità”». E Gramsci prosegue:

L’aspetto della crisi moderna che viene lamentato come «ondata di materialismo» è collegato con ciò che si chiama «crisi di autorità». Se la classe dominante ha perduto il consenso, cioè non è più «dirigente», ma unicamente «dominante», detentrice della pura forza coercitiva, ciò appunto significa che le grandi masse si sono staccate dalle ideologie tradizionali, non credono più a ciò in cui prima credevano ecc. La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati.

Riferendosi, appaentemente, in questo passo, per quanto indirettamente, alle posizioni del PCI sulla perdita del sostegno popolare da parte del capitalismo in generale e da parte dei fascisti in modo particolare, Gramsci usa le sue note categorie di «direzione», che definisce anche «egemonia», basata principalmente sul consenso, dall’opposizione alla dominazione fondata unicamente sulla coercizione. Se l’egemonia è stata sostituita dalla dominazione, nel senso gramsciano di questi due termini, questo significa, sicuramente, che «le grandi masse si sono staccate dalle ideologie tradizionali».

Ciò tuttavia non significa che, allo stesso tempo, la situazione sia diventata matura per una rivoluzione diretta dai comunisti. Per un simile sviluppo sarebbero state necessarie delle condizioni politiche – in particolare l’adesione delle masse alla prospettiva politica dei comunisti – che, secondo Gramsci, non erano ancora in atto. Nella frase successiva, riassume la sua analisi della situazione e ciò che percepisce come la conseguenza di una impasse storica:

La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati.

Un commento sull’uso della metafora medica “morbosa” da parte di Gramsci qui si impone in rapporto al contesto storico sopra descritto. Opponendosi alla svolta estremista del suo partito, è quasi certo che Gramsci avesse presente la definizione di Lenin di «comunismo di sinistra» (o «gauchismo») come malattia infantile. Così, invece di rinviare all’ascesa della barbarie di estrema destra nel contesto della crisi capitalistica e al divario tra la profondità di questa crisi e la debolezza delle forze operaie che avrebbero potuto sostituire il capitalismo con il socialismo («la soluzione storica normale» di cui si è parlato), è molto probabile che «fenomeni morbosi» fosse un’allusione ai sintomi estremisti che emergevano in quel contesto.

Tuttavia, Gramsci non voleva dare l’impressione di essere un disfattista. Anche se l’ottimismo estremista è fuori luogo, ciò non significa che l’ordine capitalistico debba necessariamente vincere, spiegava subito dopo:

Il problema è il seguente: una rottura tra le masse e l’ideologia dominante per quanto seria come quella successiva alla Grande Guerra può essere “guarita” solo dall’uso della forza, impedendo alle nuove ideologie di imporsi? L’interregno, che blocca la soluzione storica normale, si risolverà necessariamente a favore del vecchio regime?

In termini più espliciti: la disaffezione popolare del dopoguerra verso l’ideologia dominante può essere superata solo con i metodi coercitivi del fascismo, in modo tale da impedire al comunismo di trionfare? In questo caso, il periodo transitorio fascista sfocerebbe inevitabilmente nella restaurazione dell’ordine borghese tradizionale prefascista? Gramsci risponde:

Vista la natura delle ideologie, questo si può escludere – ma non in senso assoluto. Nel contempo la repressione fisica condurrà a uno scetticismo generalizzato e una nuova “combinazione” sarà trovata – nella quale, per esempio, il cattolicesimo diventerà ancora più gesuitico, ecc.

Più chiaramente: la natura dell’ideologia capitalistica e della sua variante fascista in Italia è tale che un semplice ritorno all’ordine borghese prefascista può essere escluso. Più che una restaurazione diretta di questo genere, la depressione economica condurrà il fascismo sul lungo periodo a stemperare i suoi principi e il suo modo di governare per adeguarsi sempre più all’ordine borghese tradizionale – esattamente come il gesuitismo significava l’attenuazione di un’etica cattolica più rigorosa.

Da qui si può concludere che si stanno creando delle condizioni molto favorevoli a un’espansione senza precedenti del materialismo storico.

Nel contesto della crisi economica in corso, l’indebolimento del fascismo – la variante dell’ideologia capitalistica che ha catturato il malcontento crescente delle masse e l’ha fuorviato dall’opposizione al capitalismo – dovrebbe creare delle condizioni oggettive molto favorevoli  per un’espansione senza precedenti del comunismo. Quest’ultima affermazione può sembrarci molto «ottimistica», ma paragonata alla svolta estremista del Comintern e del PCI, era una descrizione specifica del dittico «pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà», secondo la celebre massima che Gramsci usò per la prima volta nel 1920.

Ritorno al 21° secolo

La spiegazione precedente della frase di Gramsci tanto spesso citata significa che il recente picco nel farvi ricorso frequentemente sia un semplice caso di uso inesatto ma molto diffuso, dovuto ad un’errata interpretazione? In realtà, non è così in questo caso.

Gramsci scriveva in un momento in cui il fascismo era al potere nel suo Paese già da otto anni e in cui il movimento comunista era in piena espansione a partire da un livello di forza ben superiore a quello di qualunque forma di sinistra radicale organizzata della nostra epoca. Sbagliò sul periodo, concentrandosi solo sull’Italia e sulla presunta crisi del fascismo per come la percepiva attraverso le dichiarazioni del suo partito. Non aveva compreso, ma probabilmente non poteva comprendere dal carcere, che il comunismo del «terzo periodo» era una condizione patologica ben più grave della «malattia infantile» diagnosticata da Lenin nel 1920. Non si trattava, infatti, di una manifestazione di impazienza politica da parte di giovani rivoluzionari, ma di un orientamento ultra settario utile a consolidare il controllo da parte della burocrazia staliniana dell’Unione Sovietica e del Comintern, uno sviluppo storico le cui conseguenze sarebbero state decisive per il trionfo dell’estrema destra in Europa – nel modo più tragico in Germania.

Tuttavia, l’idea centrale nella celebre frase di Gramsci sottolinea l’importanza di ogni fase transitoria durante la quale il vecchio ordine è già morto, ma un nuovo ordine radicalmente diverso non è ancora capace di nascere – una diagnosi chiave nell’analisi del bonapartismo fatta da Marx. Gramsci e i suoi compagni marxisti italiani non potevano che trovarvi un’ispirazione per la loro analisi del fascismo, che in realtà è una forma degenerata di bonapartismo.

Per dirlo con le parole di Marx:

L’impero, con un colpo di stato per certificato di nascita, il suffragio universale per sanzione e la spada per scettro, pretendeva di poggiare sui contadini, la grande massa di produttori non direttamente impegnati nella lotta tra capitale e lavoro. Pretendeva di salvare la classe operaia distruggendo il parlamentarismo, e, insieme con questo, l’aperta sottomissione del governo alle classi possidenti; pretendeva di salvare le classi possidenti mantenendo la loro supremazia economica sulla classe operaia. Finalmente, pretendeva di unire tutte le classi risuscitando per tutte la chimera della gloria nazionale. In realtà era l’unica forma di governo possibile in un periodo in cui la borghesia aveva già perduto la facoltà di governare la nazione e il proletariato non l’aveva ancora acquisita. (6)

Lo stesso genere di impasse storica tra un potere borghese già incapace di governare e un potere operaio che non era ancora capace, questo tipo di stallo, che ha prodotto il bonapartismo, può naturalmente suscitare l’impazienza di militanti radicali che agiscono per la causa dei lavoratori cercando delle scorciatoie verso la rivoluzione. Questo era già avvenuto su grande scala durante la situazione rivoluzionaria che aveva iniziato a svilupparsi, poco dopo l’inizio della Prima guerra mondiale, in diversi Paesi europei che avevano dovuto fronteggiare una situazione in cui «la borghesia aveva già perso […] la capacità di governare la nazione», ma  che «la classe operaia non aveva acquisito» questa stessa capacità. (7)

Il divario tra un potere borghese che non è «già» più e un potere operaio che non lo è «ancora» si crea su un terreno fertile nel contempo per un’altra malattia grave: non quella del comunismo, ma quella della politica borghese sotto forma di estrema destra. L’ascesa di quest’ultima avviene generalmente quando il potere borghese tradizionale comincia a perdere la sua legittimità (consenso, egemonia) sulla base di una crisi socio-economica, mentre la sinistra anticapitalistica non è ancora così forte da prendere la direzione del popolo (della nazione). Come per la «malattia infantile» della politica della sinistra radicale, la malattia d’estrema destra della politica borghese può assumere la forma di movimenti di massa, ma anche generare ai suoi margini delle attività terroristiche quando questi movimenti di massa non riescono a nascere.

Le condizioni attuali a livello mondiale sono senza dubbio molto diverse da quelle degli anni ‘30. Fatta eccezione per lo shock iniziale, la Grande Recessione iniziata con la crisi finanziaria del 2007-2008 non è stata così acuta e drammatica come la Grande Depressione degli anni ‘30. Essa è arrivata dopo decenni di smantellamento del «contratto sociale» successivo al 1945 su cui è stata costruita l’egemonia capitalistica liberistica. Negli ottanta in un’epoca contrassegnata da una crisi profonda della sinistra a livello mondiale, in quello che fu l’ultimo decennio di vita dell’Unione Sovietica, «patria del socialismo» di un tempo ormai lontano, sono emerse la destabilizzazione e la precarizzazione neoliberistiche delle condizioni socio-economiche a livello mondiale che hanno alimentato un ripiegamento generalizzato di carattere identitario (religione, razza, nazione), così come una forte deriva verso destra. Insieme, questi due fenomeni hanno portato a ciò che ho definito, dopo l’11 settembre 2001, uno «scontro tra barbarie».  (8) Questa è la vera natura di ciò che Samuel Huntington ha definito erroneamente e superficialmente come uno «scontro di civiltà», perché appariva come un antagonismo culturale sulla linea di confine delle civiltà mondiali, mentre in realtà era uno scontro tra le peggiori tendenze emergenti all’interno di ogni ambito culturale.

La Grande Recessione ha costituito l’apogeo e un fattore di accelerazione spettacolare di questa regressione dilagante. Tuttavia, la differenza tra la crisi socioeconomica del capitalismo tra le due guerre mondiali e quella recente fa sì che la crisi politica dei nostri giorni sia lontana dall’essere tanto grave quanto quella nata sull’onda della Prima guerra mondiale. Solo nei Paesi arabi la crisi ha raggiunto nel 2011 il livello di una situazione rivoluzionaria. Anche se questa non è stata una conseguenza di quella generalizzata del capitalismo, ma piuttosto il risultato di una crisi specifica del sistema statale, finanziario e patrimoniale, che contraddistingue questa parte di mondo. (9) Mettendo da parte le tragiche convulsioni della sua terribile agonia nei Paesi arabi, è piuttosto di morte lenta che muore il vecchio ordine nella gran parte dei Paesi, mentre il nuovo non riesce a nascere e non sembra in grado di vincere in tempi brevi.

Tuttavia, il «nuovo», ossia la prospettiva di un cambiamento sociale progressista, è una luce all’orizzonte dopo una lunga eclissi: infatti, abbiamo iniziato ad assistere ad una rinascita della sinistra. Certo, la situazione delle forze anticapitalistiche dei nostri tempi assomiglia ben poco a quella che era tra le due guerre del secolo scorso: la Rivoluzione russa aveva appena trionfato, stimolando fortemente la radicalizzazione operaia in tutto il mondo; oggi, il grave discredito della stessa idea di socialismo, generato dalla caduta del «socialismo realmente esistente» incarnato dall’URSS  e dai suoi satelliti, comincia appena ad essere superato, giusto una generazione dopo e, fino ad oggi, solo in qualche Paese. Superare la sconfitta catastrofica del XX secolo e delle sue derive non sarà facile.

Eppure, la comparsa di una nuova sinistra è sufficientemente evidente da permetterci di vedere una polarizzazione mondiale tra destra e sinistra, alimentata dalla Grande Recessione con alla base l’aggravamento della crisi del vecchio ordine sotto tutte le sue forme politiche, democratiche o dispotiche. Siamo di nuovo nella situazione in cui il vecchio sta già morendo e in cui il nuovo non può ancora nascere. Fin qui la debolezza e la fragilità delle forze progressiste hanno fatto sì che l’accelerazione della crisi delle condizioni socioeconomiche e politiche del capitalismo mondiale siano andate a favore dell’estrema destra su scala planetaria. Nel panorama politico possiamo di oggi, è dunque nell’estrema destra che osservare i «fenomeni morbosi» più spettacolari prodotti dalla degenerazione della politica capitalistica. 

Questi fenomeni portano al parossismo la deriva mondiale verso destra iniziata con la regressione neoliberistica degli anni ‘80. La Grande Recessione ha drammaticamente accelerato questa deriva, che oggi ha il volto di Donald Trump e il suo ex «capo della strategia», il propagandista di estrema destra Stephen Bannon, come il volto di un gran numero di persone nel mondo intero dall’Ovest all’Est – i Nigel Farage, Marine Le Pen, Viktor Orbán, Vladimir Putin, Recep Tayyip Erdogan, Benjamin Netanyahu, Narendra Modi, Rodrigo Duterte e loro simili.

Il destino della «Primavera araba» offre una descrizione tragica di questa comparsa di fenomeni morbosi. Il sistema statuale a livello regionale muore, ma le forze progressiste che sono state all’origine della sollevazione regionale si sono rivelate non all’altezza dei compiti di direzione del necessario cambiamento. Di conseguenza si sono sviluppati dei fenomeni di squilibrio patologico assai grave all’interno delle forze islamiche che comunque sfidavano il vecchio ordine. Hanno prodotto dei gruppi ultrareazionari che si sono scontrati molto violentemente con il vecchio ordine regionale: la violenza dalle due parti è aumentata fino all’estremo, portando a uno «scontro tra barbarie» in diversi Paesi – uno scontro descritto nella maniera più tragica in Siria con il regime di Assad, da una parte, e Daesh/Al Qaida dall’altra. Tuttavia, il fatto che la regione abbia vissuto nel 2011 l’ondata di shock rivoluzionario più straordinario da quello della fine della Prima guerra mondiale e  della fine della Guerra fredda, è una ragione per sperare nel futuro.

All’inizio della Grande Recessione, era difficile trovare una qualche ragione per sperare. Oggi ve ne sono certamente di più, a condizione che la speranza sia intesa come un incoraggiamento a praticare l’ottimismo della volontà e non come sostituzione del pessimismo della ragione. Perché il motivo più forte per lottare resta, non la speranza ma i «fenomeni morbosi» reazionari stessi come segni precursori di un futuro potenzialmente funesto. Come Rosa Luxemburg aveva indicato molto giustamente nel 1915, la coscienza del disastro che verrà se non reagiamo è la prima ragione che deve indurci ad agire.

L’alternativa storica ultima è sicuramente: socialismo o barbarie.

Questo articolo si basa su una relazione presentata ad una conferenza svoltasi a Cagliari, il 27 e il 28 aprile 2017, organizzata congiuntamente dall’Istituto Gramsci, le università di Cagliari e Sassari, il comune di Cagliari, in occasione dell’ottantesimo anniversario della morte di Antonio Gramsci [G. A.]

Traduzione di Cinzia Nachira

(1) Gilbert Achcar è docente presso il SOAS dell’Università di Londra. Questo articolo è stato pubblicato l’11 giugno 2018 dalla rivista Contretemps, qui l’originale francese:

www.contretemps.eu/phenomenes-morbides-gramsci-achcar/” http://www.contretemps.eu/phenomenes-morbides-gramsci-achcar/

 (2) Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Volume I – Quaderni 1-5, Quaderno 3 (1930), edizioni Einaudi, a cura di Valentino Gerratana, Torino 2014, pp. 281-417. (le citazioni successive saranno tratte tutte da questo testo)

(3) Gilbert Achcar, Symptômes morbides. La rechute du soulèvement arabe (traduzione dall’inglese di Julien Salingue) Arles : Sindbad/Actes Sud, 2017. Ho preferito conservare nel titolo della mia opera il termine « symptômes » [sintomi, ndt] della versione inglese della citazione di Gramsci, trovandola più adeguata di «fenomeni» in quel contesto.

(4) Vedi nota 1

(5) Al riguardo si vedano Giuseppe Fiori, La vita di Antonio Gramsci, Voll. 1-2, edizioni L’Unità/Laterza, Roma 1991; Alfonso Leonetti, Note su Gramsci, Urbino, Argalia, 1970; Paolo Spriano, Gramsci in carcere e il partito, Editori riuniti, Roma 1977.

(6) Karl Marx, La guerra civile in Francia (1871), Editori Riuniti Univ. Press, Roma 2018. Le sottolineature sono mie.

(7) Il commento ben noto di Lenin sulle condizioni oggettive e soggettive in una situazione rivoluzionaria – Vladimir Lenin, Il fallimento della Seconda Internazionale (1915) – sarà la fonte della sua critica del «comunismo di sinistra» qualche anno più tardi.

(8) Gilbert Achcar, Scontro tra barbarie. Terrorismi e disordine mondiale, Edizioni Alegre, Roma, 2005

(9) Su questa specificità si veda Gilbert Achcar, Le Peuple veut. Une exploration radicale du soulèvement arabe (Arles : Sindbad/Actes Sud, 2013).

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