ISRAELE: TRA ARROGANZA E FASCISMO

di Michel Warschawski

“ In  Medioriente non c’è posto per i deboli…”

“In Medioriente e in molti altri posti nel mondo, si impone una semplice verità: non c’è posto per i deboli. I deboli crollano, vengono massacrati, cancellati dalla storia, mentre i forti nel bene e nel male, sono quelli che sopravvivono. I forti sono rispettati, con i forti si stringono alleanze e alla fine è con i forti che si fa la pace”. L’autore di questa massima non è Benito Mussolini, anche se dichiarazioni sorprendentemente simili si possono ritrovare anche nei discorsi del Duce. Questa apologia della forza è uscita dalla bocca di Benyamin Netanyahu, nel corso della cerimonia con cui la “Città della ricerca [sic] del nucleare” è stata intitolata a Shimon Peres, il 29 agosto scorso. “La forza è il diritto” – slogan fascista per eccellenza che il governo israeliano ha assunto come sua tabella di marcia, esattamente come il clown violento che gli fa da mentore alla Casa Bianca.

Slogan fascista usato sorprendentemente anche dal figlio dello storico Bentzion Netanyahu: la forza non solo non è il diritto, non garantisce neanche la durata di un regime o di uno Stato. Potenti imperi sono caduti uno dopo l’altro, dall’impero persiano a quello romano, dal Reich millenario all’URSS, passando per gli imperi coloniali della Francia e della Gran Bretagna. Il crollo di queste potenze si è determinato malgrado la loro forza, anzi spesso a causa di questa: la tracotanza, questa follia che è figlia dell’eccesso di potere, dovrebbe far riflettere il primo ministro israeliano, che, al contrario al suo modello statunitense, non è né un idiota né un incolto.

Chi oggi è forte domani sarà debole, anche possedendo un immenso arsenale nucleare; Netanyahu non ha che da chiedersi cosa  ne sa il suo nuovo grande amico Vladimir Putin, colui che tenta di ricostruire la potenza russa, che era crollata in un decennio. Ma Netanyahu e suoi compari sono accecati dalla loro forza e soprattutto dalla debolezza dei loro nemici e dei loro vicini.     

Al contrario, il leader dell’estrema destra israeliana farebbe bene a rileggere gli scritti di suo padre sulla storia del popolo ebraico: minuscolo e disperso ai quattro angoli del mondo, questo popolo ha saputo usare la sua debolezza per sopravvivere agli imperi che hanno tentato di cancellarlo. Ma dopo molto tempo il figlio di Bentzion Netanyahu ha dimenticato ciò che significa essere ebreo, al punto di farsi dettare dalla Polonia un documento che la assolve dal massacro di oltre due milioni di ebrei e di diventare amico degli ammiratori delle Croci Frecciate in Ungheria e da lasciarsi coinvolgere in una campagna apertamente antisemita contro il miliardario e filantropo Georg Soros.

Libero Netanyahu di scegliere i suoi amici nell’estrema destra antisemita europea (e americana) e di condividere la loro filosofia della forza. Ma di grazia, non lo faccia in nome della nostra storia e dei nostri antenati, perché così facendo violenta le loro tombe e calpesta le ceneri di milioni di ebrei di cui ancora è impregnata la terra polacca.

in Le Courrier de Geneve (Ottobre 2018)

Quarant’anni fa la pace con l’Egitto: la fine di un’epoca

Quarant’anni fa, l’11 settembre 1978, Israele e l’Egitto firmavano un accordo di pace, a Camp David (USA). Nel mondo arabo la maggioranza vedeva nella storica visita del presidente egiziano, Anuar el Sadat alla Knesset [il parlamento israeliano, NDT], un tradimento – che qualche anno dopo gli costerà la vita – mentre in Israele l’iniziativa di pace egiziana provocò euforia. Il più grande Stato arabo pronto a riconoscere Israele e a firmare un accordo di pace: Israele non era più uno Stato assediato da un mondo arabo unanimemente ostile alla sua esistenza. “La pace è più importante di Sharm el Sheikh” ripeteva all’epoca la grande maggioranza degli israeliani e siccome c’era la destra al potere che aveva condotto le trattative con gli egiziani, solo una piccola minoranza di irriducibili continuava a rivendicare il proseguimento dell’occupazione del Sinai.

Perché Menahem Begin non facesse marcia indietro, si mobilitò  un movimento di massa che presto assunse il nome “La Pace adesso” (Peace Now). Dieci anni dopo, questo movimento, svolse un ruolo importante nelle manifestazioni di massa a favore del riconoscimento dell’OLP e per l’apertura di negoziati che dovevano porre fine all’occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, quello che la dittatura militare chiamerà “processo di Oslo”. Nel frattempo anche la Giordania aveva firmato un trattato di pace con lo Stato di Israele.

1978-1995 – le forze pacifiste israeliane avevano il vento in poppa, anche se la destra, in particolare i coloni, non disarmarono, lungi dal farlo. Per la destra, “abbiamo perso il Sinai, ma vigileremo per non perdere il Grande Israele” e hanno saputo essere vigili: quando, nel 1993, Yitzhak Rabin, firmò gli accordi di Oslo con l’OLP e mirava al ritiro da Gaza e dalla Cisgiordania, dovette far fronte ad enormi manifestazioni e ad un’aperta campagna di incitamento al suo assassinio fatta da Ariel Sharon e Benyamin Netanyahu, e infine fu assassinato da un militante di destra. L’assassinio di Rabin rappresentò la fine di un’era: la destra tornò al potere, per restarvi fino ad oggi…e ancora a lungo; il movimento per la pace non è altro che l’ombra di ciò che fu; il concetto di pace non fa neanche più sognare. Tanto la situazione attuale è propizia: sicurezza nazionale e individuale, prosperità economica: le ragioni immediate per mobilitarsi e scendere di nuovo in piazza non esistono.

Ma il movimento per la pace non è vittima della nuova era in cui viviamo: è la natura stessa del regime che personalità riconosciute in Israele, come l’ex presidente della Knesset Abraham Burg, non esitano più a definire fascista. Questa regressione, purtroppo, è nello spirito del tempo e i nuovi amici di Israele, come il nostalgico delle Croce Frecciate ungheresi, Viktor Orban, o gli antisemiti dichiarati dell’entourage di Donald Trump, non fanno che rafforzare la deriva reazionaria che caratterizza lo Stato ebraico.

Se le relazioni con la dittatura militare egiziane sono buone, tuttavia restano fragili: nella sua euforia il regime israeliano dimentica sempre più spesso di prendere in considerazione gli interessi dei suoi vicini-alleati e si convince che le sue relazioni simbiotiche con Donald Trump gli permetteranno di fare qualunque cosa. Sarà necessaria un’altra guerra, come quella dell’ottobre 1973 (1), per obbligare i nostri dirigenti a ritrovare il senso della realtà? 

In Sine Mensuel, ottobre 2018

(1) Il riferimento alla guerra del Kippur scatenata dall’Egitto e vinta da Israele, ndt.

Traduzione di Cinzia Nachira

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