LA CRISI DEL PROCESSO BOLIVARIANO

di Edgardo Lander *

Il processo bolivariano in Venezuela, a partire dall’elezione di Chavez nel 1998, è iniziato in un momento critico della storia del paese. In una società entrata già da due decadi nell’esaurimento del redditizio modello petrolifero e dello Stato clientelare, che attraversava una dura crisi economica con un sistema politico instabile e profondamente delegittimato, le proposte ed il discorso di Chavez riuscirono a creare un senso di direzione, una speranza collettiva verso un possibile orizzonte altro per la società.

Nella prima decade del governo di Chavez si produssero cambiamenti importanti nella società. Si è completato un processo costituente culminato nell’approvazione, per via referendaria, di una nuova Costituzione. Con questa si stabilirono un’ampia gamma di modalità di democrazia partecipativa, destinate non a rimpiazzare la democrazia rappresentativa, ma ad approfondire la democrazia. In un momento in cui su tutto il continente sudamericano imperversava una forte ondata neoliberale, si costituirono non solo i diritti politici, ma anche i diritti sociali, quelli economici e culturali, come il diritto allo studio a tutti i livelli e l’accessibilità al servizio sanitario pubblico gratuito. Per la prima volta nella storia si riconobbero ai popoli indigeni i loro diritti, inclusi quelli territoriali. Si dispose un ampio controllo statale sull’industria petrolifera e anche sulle industrie di base.

Con un maggior controllo pubblico sugli introiti petroliferi ed un incremento sostenuto del prezzo degli idrocarburi, aumentò sostanzialmente l’indotto fiscale. Si produsse un forte riordino della spesa pubblica verso le politiche sociali, le cosiddette missioni destinate ai settori più svantaggiati della popolazione. Si ampliò straordinariamente la copertura della sicurezza sociale. Come risultato di queste politiche e di una sostenuta crescita economica negli anni, si ridussero significativamente tanto i livelli di povertà e di povertà critica (misurati per ingresso monetario), quanto gli indici di disuguaglianza. Migliorarono tutti i principali indicatori sociali come la matricola scolare, i livelli di nutrizione e la mortalità infantile.

Si produssero profondi cambiamenti nella cultura politica e popolare. Da una condizione generalizzata di apatia e distanza in relazione ad un sistema politico sconveniente, in cui stava scomparendo qualsiasi nozione di popolare persino dall’ambito del discorso, si passò ad una nuova condizione di ottimismo, di dignità e convinzione che con l’organizzazione e la mobilitazione collettiva fosse possibile la costruzione di un futuro migliore. Si diedero vari e prolifici processi di organizzazione popolare, come la Tavola Tecnica dell’acqua, i Consigli Comunitari dell’Acqua, le Commissione delle Terre Urbane, i Comitati di salute e, successivamente, i Consigli Comunali e le Comuni, che nel loro insieme coinvolsero milioni di persone. Per più di un decennio il governo Chavez contò elevati livelli di legittimità negli ambienti popolari venezuelani, vincendo tutte le successive elezioni tra il 1998 ed il 2012.

Nell’ambito latinoamericano, gli esempi e le iniziative di governo bolivariano giocarono una partita significativa nell’emergenza dei cosiddetti governi progressisti, che coprirono la maggior parte della geografia dell’America Latina. Furono importanti le sue iniziative tanto nella direzione dell’annullamento dell’Accordo di Libero Commercio delle Americhe (ALCA), ordine costituzionale neoliberale che il governo degli Stati Uniti pretendeva di imporre su tutto il continente, come nella creazione di nuovi meccanismi di solidarietà e di integrazione latinoamericana: UNASUR, CELAC, Alba y Petrocaribe.

Questo straordinario processo di cambiamento si convertì in una risposta globale, in un raggio di speranza tanto per i popoli ed i movimenti latinoamericani quanto per le comunità più lontane, come i campi palestinesi a Beirut ed i movimenti sociali in India e nel Sudest asiatico.

Com’era da aspettarsi, in un processo politico definito come anti-imperialista e successivamente come socialista, il progetto bolivariano affrontò durante tutti questi anni pressioni e minacce esterne riguardo ai diritti globali, specialmente da parte del governo degli Stati Uniti. Sin dal principio, il governo di Chavez si trovò a confrontarsi con azioni imperialiste finalizzate alla sua deposizione. Il governo statunitense ha continuamente appoggiato politicamente e finanziariamente gli intenti della destra venezuelana con l’obiettivo di rovesciare il governo, a partire dal tentato golpe dell’aprile 2002 e l’embargo petrolifero industriale che praticamente paralizzò il paese per due mesi tra il 2002 e il 2003.

Più recentemente, Barak Obama, giusto prima di salire alla presidenza, rinnovò un ordine esecutivo che dichiarò il Venezuela come una “minaccia inusuale e straordinaria alla sicurezza nazionale ed alla politica estera degli Stati Uniti” 2/. Ad Agosto del 2017, Donald Trump minacciò il Venezuela di un intervento militare degli Stati Uniti nei seguenti termini:

“Abbiamo molte opinioni riguardo il Venezuela, questo è un nostro vicino…. Siamo in tutto il mondo ed abbiamo truppe in tutto il mondo, in luoghi che sono molto, molto lontani, il Venezuela non è molto lontano e la gente sta soffrendo e morendo. Abbiamo molte opzioni per il Venezuela, includendo una possibile opzione militare se necessario.” 3/

Un passo avanti si è fatto ad agosto 2017, quando Donald Trump ordinò il blocco finanziario nei confronti del Venezuela. L’applicazione di questo blocco ha avuto effetti su territori anche molto lontani dagli Stati Uniti, tanto che diverse banche di altri paesi, specialmente dell’UE, hanno sospeso le operazioni con il Venezuela per timore di rappresaglie da parte del governo statunitense. Alla carenza di banche corrispondenti negli USA e nell’UE, il governo venezuelano ha trovato grandi difficoltà per acquistare dall’estero (inclusi alimenti e medicamenti), per avere accesso a nuove fonti di credito e per effettuare il pagamento del suo debito pubblico estero. A differenza delle sanzioni precedenti, dirette puntualmente ad alcuni funzionari dell’alto governo, queste sanzioni economico/finanziarie hanno toccato direttamente la maggior parte della popolazione.

Il colpo di Stato parlamentare in Brasile e la vittoria elettorale di Macri in Argentina, ed in generale il disorientamento politico latinoamericano verso il neoliberalismo e l’alleanza con gli Stati Uniti, ha alterato significativamente il contesto continentale nel quale aveva operato il processo bolivariano fino a tempi più recenti, conducendo ad un crescente e severo isolamento, non solo internazionale ma anche latinoamericano. Il governo venezuelano non solo non ha il sostegno latinoamericano che aveva precedentemente, ma affronta attacchi sistematici da parte della maggior parte dei componenti dell’Organizzazione degli Stati Americani ed una pressione costante da parte del cosiddetto Gruppo di Lima.

Limitazioni, contraddizioni e vulnerabilità interne del processo bolivariano

Tuttavia, questo contesto profondamente avverso non è in alcun modo sufficiente per spiegare la profonda crisi multidimensionale che vive oggi il paese. Come si documenterà successivamente, tanto la recessione quanto la riduzione sostenuta della produzione petrolifera cominciarono nel 2014, tre anni prima delle sanzioni finanziarie imposte dal governo di Trump. Questo processo politico è stato attraversato sin dall’inizio da profonde contraddizioni e vulnerabilità interne, contraddizioni e vulnerabilità che si fecero più evidenti col passare del tempo. Ciò ha fatto sì che, al di là dei discorsi altisonanti, la capacità di resistere alle pressioni esterne fosse limitata.

Tra queste spiccano:

– Le contraddizioni in un progetto autodenominatosi da un lato come anticapitalista e pluriculturale, ma che dall’altro lato ha scommesso sull’accentuazione estrema del rentismo e dell’estrattivismo petrolifero e minerario e sull’approfondimento della condizione di esportatore coloniale primario nel regime globale della divisione internazionale del lavoro e della natura.

– La straordinaria dipendenza dalla figura monolitica di Hugo Chavez come leader carismatico ed indiscusso del processo bolivariano ha avuto conseguenze profondamente contraddittorie. Da un lato, la sua rimarchevole capacità di leadership aveva reso possibile gli avanzamenti politico-culturali che caratterizzarono le prime fasi del processo bolivariano, permettendo di rompere la gabbia di ferro di una società che, nonostante una profonda crisi economica ed un sistema politico profondamente delegittimato, era fondamentalmente smobilitata ed era povera di orizzonti di cambiamento credibili. Chavez riuscì a rompere il letargo, l’apatia e la rassegnazione del mondo popolare offrendo un nuovo corso, una nuova direzione capace di catturare gli immaginari collettivi. D’altra parte, però, il processo venezuelano ha vissuto ugualmente le conseguenze negative di un leader monolitico. Questo modello di leadership finisce per generare un tipo di governo caratterizzato dall’approvazione del leader e dall’esigenza di incondizionalità. In questo contesto, il dibattito critico è ingombrante e le voci dissidenti vengono emarginate. Si impoverisce così la possibilità di dibattito aperto e dell’esplorazione di opzioni alternative. In queste condizioni non deve sorprendere che molte delle decisioni di Chavez fossero improvvisate e finissero per recare danni pensanti al paese. Dal punto di vista della continuità del processo bolivariano, la presenza determinante di questo tipo di leadership bloccherà l’emergenza di leadership alternative, con le quali l’assenza del lìder maximo mette a rischio l’intero progetto di cambiamento.

– La tensione tra l’immaginario di pratiche di potere popolare e di autorganizzazione dal basso da un lato e, dall’altro, le politiche di ispirazione leninista di controllo dall’alto, insieme alla scelta di tutte le principali decisioni nella cupola dello Stato-Partito, di cui successivamente si da informazione alla popolazione attraverso trasmissioni radiotelevisive unificate. In questa maniera, si soffoca la fiducia nelle capacità di autogoverno del popolo organizzato. C’è stata in questi anni una forte contraddizione tra l’impulso e la promozione di multiple forme di organizzazione popolare di base e lo stabilirsi di strutture di controllo verticali di queste stesse organizzazioni, così come il generarsi di una permanente dipendenza finanziaria dallo stato, minando così alla base le possibilità di autonomia di queste stesse organizzazioni.

Sono state ugualmente severe le limitazioni ad un processo di trasformazione sociale incentrato sulle dinamiche politico-organizzative e istituzionali, poiché non c’è stata una corrispondente alterazione della struttura economica della società. Si compiono dei passi nella direzione di una maggiore democrazia politica, senza che questo sia accompagnato dalla democrazia nell’ambito della produzione.

Senza una base produttiva propria, le organizzazioni popolari non potevano continuare a dipendere dallo Stato. In questo modo si accentua lo Stato-centrismo verticalista, rentista e clientelare di questa società, il quale è poco propenso all’amplificazione dei processi democratici.

La contraddizione tra l’ampliamento dei diritti democratici e l’impulso verso nuove modalità di partecipazione da un lato, e una cultura militare a comando verticale non deliberativo dall’altro, ha apportato la forte presenza militare in tutti gli ambiti dello Stato (ministeri, istruzione, imprese pubbliche, enti locali e municipi) e nel partito di governo.

Furono ugualmente severe le conseguenze che, nel nome di Ala Revolucion, andarono cancellando i limiti tra il pubblico e lo statale e il politico-partitico. Quando si considera che le frontiere tra pubblico-statale e politico-partitico costituiscono separazioni liberali che devono essere superate in tempo di “rivoluzione”, va scomparendo ugualmente la frontiera tra il pubblico ed il privato. In questo modo si creano le condizioni politico istituzionali per la massiccia corruzione che ha caratterizzato il governo bolivariano in tutti i suoi livelli.

L’idea e la messa in pratica della politica come se fosse un confronto tra amici e nemici ha finito per instillare nella società venezuelana una cultura di settarismo, sfiducia e di disconoscimento dell’altro che rendono enormemente difficili le possibilità di dialogo e di accordo, anche se minime, prima della profonda crisi umanitaria che vive il paese.

La condizione strutturale basilare della società venezuelana, che ha determinato in modo fondamentale le severe difficoltà economiche, politiche e culturali con cui ci si confronta da decenni, è la crisi terminale del suo modello petrolifero rentista, la sua altissima dipendenza dall’esportazione di un solo prodotto e il corrispondente modello di Stato centralizzatore e clientelare. Negli anni del governo di Chavez, al di là dei discorsi, non solo non sono stati compiuti avanzamenti nella direzione di una transizione verso un Venezuela post-petrolifero, ma si è approfondita ancor di più la dipendenza dal petrolio, fino a farlo arrivare a rappresentare il 96% del valore totale delle esportazioni del paese. In termini relativi ed assoluti, si sono ridotte le esportazioni non petrolifere e le esportazioni del settore privato. All’incremento della domanda interna, che si è data come conseguenza alle politiche pubbliche orientate verso l’aumento della capacità di consumo della popolazione, non si è risposto con un aumento della produzione agricolo-industriale, ma con un aumento sostenuto delle importazioni. Una parità del tasso di cambio straordinariamente sopravvalutata ha approfondito la storica malattia olandese. Importare beni esteri è stato più economico che produrli nel paese, alimentando il commercio e le finanze più redditizie invece che l’attività agricola o industriale. Tutto questo accentuò la vulnerabilità dell’economia e incrementò la sua dipendenza dagli ingressi petroliferi. Sia le politiche sociali, che per alcuni anni hanno avuto un impatto incredibilmente significativo sulle condizioni di vita dei settori popolari, che le iniziative di solidarietà latinoamericana, sono dipese dalle entrate petrolifere.

È stato fondamentalmente un modello politico distributivo. L’unica significativa alterazione delle struttura produttiva del paese fu il suo progressivo deterioramento.

Nel passare a definire il processo bolivariano come socialista, negli anni 2006 e 2007, e a partire da una forte influenza cubana, il socialismo venne identificato con lo statalismo. Nella totale assenza di un bilancio informato e critico delle conseguenze che c’erano state a Cuba delle pretese di voler dirigere la totalità dell’attività economica dalle istituzioni statali, oggi interrogate nel nuovo testo costituzionale in discussione in questo paese, una gamma molto ampia di imprese agricole, industriali, di servizi e attività commerciali divenne impresa statale, raggiungendo un totale stiamo sulle 526 unità 4/. La maggior parte di queste sono state gestite in maniera inefficiente, con limitate inversioni, alimentando livelli abbastanza generalizzati di clientelismo e corruzione. Mancarono le divisioni necessarie per il suo mantenimento e l’attualizzazione tecnologica. La struttura grottescamente distorta dei prezzi dell’economia venezuelana (una tazza di caffè in una caffetteria costava in media, nel 2018, lo stesso che 250ml di benzina) ha colpito in egual modo le imprese pubbliche e private. Lo stesso succede con l’inflazione e l’iperinflazione, che impedisce la realizzazione del calcolo economico richiesto per la gestione di tutte le unità produttive. La sua direzione fu posta in mano a “gente di confidenza politica”, spesso militari, anche senza che avessero alcun riconoscimento di competenze nella gestione dell’attività specifica. La maggior parte di queste imprese – dalle grandi acciaierie di ferro e alluminio fino alle piccole imprese alimentari – iniziarono a registrare perdite e poterono mantenersi attive solo grazie ai sostegni statali dovuti al renting petrolifero. Quando lo Stato non ebbe più la capacità di finanziare questi sussidi, la crisi di queste imprese si è approfondita.

Nel settore privato non si riscontrano migliori condizioni. Secondo l’ultima indagine della camera di commercio del settore, Coindustria, a metà 2017 veniva utilizzato solo il 45% della capacità industriale installata 5/. A metà del 2018, questa cifra sta diminuendo in modo significativo.

La crisi economica

Per analizzare lo stato attuale dell’economia in Venezuela non esistono informazioni ufficiali aggiornate. La maggior parte delle statistiche divulgate dalla Banca Centrale del Venezuela e dall’Istituto Nazionale di Statistica, l’organismo responsabile del sistema statistico nazionale, hanno tre o quattro anni di ritardo 6/. Chiaramente, il governo ha deciso di non divulgare le informazioni che confermerebbero la profondità della crisi economica. I calcoli che si sono diffusi da analisti economici, centri accademici, associazioni di imprese e istituzioni internazionali presentano grandi variazioni.

Negli ultimi anni l’economia venezuelana ha registrato un calo ancora maggiore di quello registrato durante l’embargo petrolifero e il blocco imprenditoriale del 2002-2003. Il PIL è caduto per 4 anni consecutivi: 2014(-3,9%), 2015(-6,2%), 2016(-16,5%) 7/. L’FMI stima che il dato corrispondente all’anno 2017 fosse del -12%, che segna l’economia venezuelana alla fine di esso con un PIL pari al solo 66% di quello che era nel 2013. Dato che durante il 2018 la crisi si è approfondita, secondo alcune proiezioni è probabile che per la fine dell’anno il PIL sarà vicino alla metà del livello corrispondente al 2013. Un declino di carattere propriamente catastrofico.

In questi anni c’è stato un forte deficit fiscale del settore pubblico consolidato: 2012 (15,1%); 2013 (13,2%); 2014 (8,8%); 2015 (10,3%); 2016 (17%) 9/. L’inflazione nel 2017 ha superato il 2000%, iniziando un periodo di iperinflazione. A metà del 2018 l’inflazione era superiore al 100% al mese. Il FMI stima che per la fine del 2018 l’inflazione annuale avrà raggiunto il milione di percento 9/.

A parte la speculazione generalizzata, la carenza di valuta estera e il disequilibrio strutturale tra un offerta di bene, servizi e valute in accelerato declino di fronte ad un’aspettativa di consumo che difficilmente poteva adattarsi a queste nuove condizioni, un fattore determinante dell’iperinflazione è stata l’emissione massiccia e crescente di denaro inorganico per parte della Banca Centrale del Venezuela, con il fine di garantire l’espansione della spesa pubblica e le politiche clientelari del governo in condizione di severi deficit fiscali. A maggio 2018, dopo tre anni di recessione, la massa monetaria fu di 509 volte maggiore rispetto a quella corrispondente a maggio 2015. Questa espansione incontrollata della massa monetaria è andata accelerando. Tra gennaio e maggio dell’anno 2018, la massa monetaria del paese si è moltiplicata per sette, da 177 a 1.255 miliardi di bolivares 10/. L’emissione di carta moneta si è fermata molto prima, generando una grave carenza di liquidità. Mentre tradizionalmente nel paese la carta moneta circolante ha rappresentato tra il 13% ed il 14% della massa monetaria, attualmente non arriva al 2%. La mancanza di denaro è diventata in una componente aggiuntiva della difficoltà affrontate la popolazione nella sua vita quotidiana. Le banche permettono di ritirare ogni giorno importi molto limitati, e ci sono spese, come quello del trasporto urbano e interurbano, che non si possono pagare se non in contanti. Per questo è frequente dover acquistare contante tramite bonifici bancari con maggiorazioni fino al 200% e 300%.

Il valore totale delle esportazioni è sceso da 98.877 milioni di dollari nell’anno 2012 a 27.407 milioni di dollari nell’anno 2016. In un paese assolutamente dipendente dalle importazioni, tra il 2012 e il 2016, è sceso da 65.951 milioni di dollari a 16.370 milioni di dollari, una caduta del 75% 11/, con un grave impatto sull’intera attività economica a causa della mancanza di forniture e pezzi di ricambio. Particolarmente drammatico è stato l’impatto sulla disponibilità di alimenti, medicine e di trasporti.

A partire dal 2015 si produce un deficit nei conti correnti 12/. Le riserve internazionali scesero da 35 miliardi di dollari nel 2009 a 8,7 miliardi di dollari a luglio del 2018 13/. Si stima che il dubbio esterno totale sia di 184.5 miliardi di dollari, esclusi “impegni di debito commerciale, il debito verso i fornitori del PDVSA, il debito per la nazionalizzazione, gli impegni multilaterali, tra gli altri” 14/. Questo è venti volte maggiore che la riserva internazionale totale del paese e rappresenta di quasi sette volte l’ammontare totale delle esportazioni dell’ultimo anno per le quali esistono informazioni ufficiali, nel 2016. Partendo dagli anni dei prezzi molto elevati del petrolio, il debito esterno pro capite è passato da 1.214 dollari nell’anno 1999 a 3.916 dollari nel 2017 15/. Il fatto che il governo le abbia dato priorità al saldo puntuale di questo debito invece che ai bisogni alimentari e sanitari più urgenti della popolazione è stato un fattore fondamentale dell’attuale crisi sociale 16/.

La Cina, e in secondo luogo la Russia, sono state le principali fonti di finanziamento esterno durante gli anni del processo bolivariano. Tuttavia, a metà del 2018, la difficoltà del paese di cancellare i suoi impegni è tale che questi paesi non sembrano disposti a continuare a fornire nuovi capitali.

L’industria petrolifera

Il crollo dei prezzi del petrolio, che passaroano da una media che si aggirava intorno ai 100 dollari a barile tra il 2012 e il 2014, a una media di 41 dollari a barile nel 2015, è stata una componente fondamentale della crisi economica che vive il paese. Tuttavia, questo non basta in nessun modo a spiegarla. Nessun altro paese petrolifero ha sperimentato un deterioramento simile in questi anni.

D’altra parte, i prezzi del petrolio hanno recuperato fino a 66 dollari a barile a metà del 2018, un prezzo superiore alla media durante i 14 anni di governo Chavez.

Al di là dei prezzi del petrolio, l’industria petrolifera è praticamente in uno stato di collasso, manifestando drammaticamente alcune delle principali contraddizioni e distorsioni del processo bolivariano. Mentre il governo nazionale aveva fissato per il 2019 l’aumento della produzione del petrolio a 6 milioni di barili al giorno, secondo il bollettino statistico mensile della OPEC corrispondente a giugno 2018, la produzione venezuelana (secondo alcune fonti secondarie) era scesa ad un milione trecento quaranta mila barili al giorno 17/, solo il 44% del livello di produzione dell’anno 2009 nonché il livello più basso degli ultimi decenni. Questo crollo della produzione non ha nulla a che vedere con l’intento di ridurre le emissioni di gas serra, né con le politiche dell’OPEC destinate a proteggere i prezzi del petrolio. Esiste una straordinaria disparità tra gli obiettivi di produzione che ha proposto il governo e i livelli di produzione raggiunti.

Non tutto il petrolio che viene esportato si traduce in nuove entrate poiché una parte significativa di queste esportazioni è finalizzata a cancellare il debito petrolifero che lo Stato venezuelano ha acquisito con la Cina. Le raffinerie operano così precariamente da non avere più la capacità di rifornire il mercato interno. Negli ultimi anni è aumentata la spesa operativa con una corrispondente riduzione della partecipazione fiscale nei ricavi totali delle imprese 18/. Secondo l’ultima pubblicazione degli Stati Finanziari Consolidati del PDVSA, corrispondente all’anno 2016, i guadagni netti crollarono da più di 9 miliardi nel 2014 a 828 milioni di dollari nel 2016 19/.

Sono molte le cause del deterioramento delle imprese e del crollo della produzione, tra le quali, oltre ai fattori esterni menzionati sopra, l’incapacità generale che porta all’inefficienza ed all’improvvisazione, la corruzione, gli scandali sui prezzi dovuti a queste operazioni, la diminuzione continua di personale qualificato e le limitate inversioni di tendenza nel mantenimento e nella tecnologia. La distribuzione praticamente gratuita della benzina nel mercato interno e il massiccio contrabbando dell’estrazione dei prodotti che questa genera, implicarono una perdita di miliardi di dollari all’anno. È stato sistematico il processo di decapitalizzazione che l’esecutivo nazionale ha presentato a PDVSA, obbligando la società a consegnare le proprie valute alla Banca Centrale ad un tasso di cambio che rappresentava una straordinaria ed insostenibile sopravvalutazione del bolivar. Per continuare ad operare, a partire dal 2007, la società ha avviato un processo di crescente indebitamento esterno. Nel 2017 aveva già un debito totale di 71.000 milioni di dollari 20/, debito che l’azienda non ha la capacità di pagare e grazie al quale si avvicina pericolosamente al default che metterebbe a repentaglio le strutture all’estero, specialmente la CITGO, la filiale negli Stati Uniti.

Di enormi conseguenze non solo per l’industria petrolifera, ma anche per il presente ed il futuro del paese, è stata la decisione strategica del governo bolivariano di dare priorità allo sviluppo degli oli pesanti ed extra-pesanti della fascia dell’Orinoco rispetto ai campi tradizionali. Immaginari megalomani con cui si cercava di convertire il Venezuela in una Grande Potenza Energetica, basata sulle maggiori riserve di idrocarburi del pianeta, portarono a scommettere il futuro del paese sullo sviluppo esponenziale dei giacimenti dell’Orinoco. È soprattutto il petrolio pesante e l’extra-pesante che richiedono, per i livelli di produzione a cui si aspirava, una tecnologia ed un volume di scambio che il paese non ha, sopratutto se, come contemplato nella Costituzione del 1999, si cercava di limitare la partecipazione di corporazioni transnazionali. Gli scambi del petrolio della Fascia erano redditizi solo se si manteneva il prezzo del petrolio a cento dollari al barile e nell’ipotesi negata che l’uso del petrolio come combustibile fosse garantita a lungo termine. Nel frattempo, venne trascurata se non abbandonata la produzione dei campi petroliferi tradizionali, con petroli più leggeri e con costi di sfruttamento molto inferiori. Si tratta di pozzi maturi, molti dei quali sono stati produttivi per decenni, che tuttavia avevano ancora riserve sufficientemente grandi per sostenere livelli più modesti di produzione per il tempo necessario a svolgere una transizione verso un’economia non rentiera e non dipendente dallo sfruttamento di combustibili fossili. Oggi nel paese non si producono né i fossili leggeri per le miscele richieste per lo sfruttamento dei depositi pesanti ed extrapesanti, né combustibile sufficiente a soddisfare la domanda del mercato interno. Nelle attuali condizioni di strangolamento economico/finanziario, questi devono essere importato quasi interamente dagli Stati Uniti.

Oltre al calcolo economico, il problema fondamentale con questo mega progetto è il danno ambientale estremo generato da questa scala di produzione di un combustibile fossile altamente inquinante quando, per la preservazione della vita nel pianeta Terra, è indispensabile una drastica riduzione nelle emissioni di gas serra in termini brevi. Oltre ad esser fatti ampiamente conosciuti, il governo bolivariano, a nome dell’anticapitalismo e del socialismo del XXI Secolo, e nonostante tutti i documenti e le dichiarazioni che ha formulato in difesa del pianeta, nei fatti si sono proposti dei livelli di produzione che possono solo che contribuire a minare le condizioni che rendono possibile la vita.

La corruzione attraversa l’industria. I subappalti con sovrapprezzo – e la raccolta di commissioni – incluse operazioni che potrebbe realizzare l’azienda stessa, divennero una pratica generalizzata. Negli ultimi mesi del 2017, con accuse di corruzione sono stati arrestati 69 manager dell’industria, inclusi l’ex presidente di PDVSA, l’ex-ministro del Petrolio e dell’Energia, e parte della squadra direttiva del CITGO, l’impresa filiale che opera negli Stati Uniti 21/. Queste accuse – riferite a fatti la cui vasta scala era da tempo ampiamente nota nel paese – vennero a galla in seguito a degli scontri violenti all’interno del governo e del PSUV. Sono state accompagnate da denunce simili in altri settori dell’economia in cui sono state fatte appropriazioni indebite alla nazione, come la corruzione nella consegna di valute altamente sovvenzionate, nelle importazioni di alimenti e le forme illecite mediante le quali ha operato il massicio indebitamento del paese. A differenza degli altri paesi del continente, nonostante il peso preponderante della costruzione di infrastrutture che ha avuto la Odebrecht durante gli anni del processo bolivariano, e del fatto che gran parte di questo lavoro è ora paralizzato, non si è aperta nessuna indagine sulle attivita corrotte di suddetta impresa e della sua controparte governativa. 22/

Senza questa monumentale multi-detrazione occorsa in questi anni, sicuramente la situazione economica del paese oggi sarebbe diversa.

L’arco minerario dell’Orinoco

Di fronte al continuo deterioramento delle entrate petrolifere, il governo venezuelano, anziché cercare soluzioni alternative alla logica del reddito principalmente esportatore che tanto danno ha causato al paese, opta chiaramente per un approfondimento dello stesso, ora mediante l’industria mineraria su larga scala. A tal fine, nel febbraio 2016 Maduro ha emanato il Decreto dell’Arco Minerario del Orinoco, mediante il quale sono stati aperti 112 km quadrati, il 12% del territorio nazionale, una superficie equivalente alla superficie totale di Cuba, ai grandi estrattori internazionali. Si tratta di una vasta zona ricca di minerali, tra gli altri oro, coltan, alluminio, diamanti e minerali radioattivi. Il minerale da sfruttare su cui il governo ha posto maggiore enfasi è stato l’oro. Secondo il Ministro del Petrolio e delle Miniere e presidente di PDVSA, Eulogio del Pino, si stima che le riserve auree della zona sarebbero di 7.000 tonnellate, che rappresenterebbero circa 280.000 milioni di dollari 23/.

Il territorio che è stato delimitato come Arco Minerario dell’Orinoco ha ricchezze socio-ambientali ed economiche molto superiori al potenziale valore monetario delle riserve minerarie. Fanno parte di questo territorio ancestrale i popoli indigeni Warao, E’Nepa, Hoti, Pumè, Mapoyo, Karina, Piaroa, Pemòn, Ye’kwana e Sanema, le cui condizioni materiali di riproduzione della vita sarebbero devastate da questo sfruttamento minerario, non solo violando enormemente i diritti costituzionali di questi popoli 24/, ma minacciandoli persino di l’etnocidio. Si tratta di una parte dell’Amazzonia che svolge un ruolo fondamentale nella regolazione dei regimi climatici del pianeta e la cui preservazione è vitale per frenare l’avanzata del cambiamento climatico. Un territorio di straordinaria biodiversità, la fonte principale dell’acqua per il Venezuela ed il territorio in cui si trovano le centrali idroelettriche che garantiscono il 70% dell’elettricità consumata dal paese. Approfondendo la logica estrattivista, è stata data preferenza all’ottenimento di introiti monetari a breve termine, anche se questo implica una devastazione socio-ambientale di carattere irreversibile. Tutto questo grazie a un decreto presidenziale approvato nell’assenza totale di dibattito pubblico, in un paese definito dalla sua costituzione come democratico, partecipativo, protagonista, multietnico e pluriculturale.

Questo decreto costituisce un’aperta violazione dei diritti e delle responsabilità ambientali tassativamente stabilite dalla Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela, dalla legislazione ambientale vigente e dagli accordi internazionali sottoscritti dal paese, come il Convegno della diversità Biologica. Si violano ugualmente la Legge di demarcazione e garanzia dell’habitat e la terra dei popoli indigeni (gennaio 2001) e La legge organica dei popoli e comunità indigene (LOPCI, dicembre 2005).

Queste violazioni comprendono tutte le norme di consultazione previa ed informata che sono saldamente stabilite tanto nella legislazione venezuelana che internazionale (Convenzione OIL 169), nei casi in cui si programmano attività che potrebbero impattare negativamente gli habitat di questi popoli.

Nel progetto dell’Arco Minerario è prevista la partecipazione di “imprese private, statali e miste”. Il decreto contempla un’ampia gamma di incentivi pubblici a queste società minerarie, tra le altre la flessibilità delle normative legali, la semplificazione e la velocizzazione delle procedure amministrative, la non-esigenza di determinati requisiti legali previsti nella legislazione venezuelana, la generazione del “meccanismo di finanziamento preferenziale” ed un regime doganale speciale con preferenze tariffarie e para-tariffarie per le importazioni. Beneficeranno ugualmente di un regime tributario speciale che contempla l’esonero totale o parziale della tassa sul reddito e sull’IVA:

“Articolo 21. Nel contesto della politica economica settoriale, l’Esecutivo Nazionale potrà concedere esenzioni totali o parziali dall’imposta sul reddito e dall’imposta sul valore aggiunto, applicabili esclusivamente alle attività connesse all’attività mineraria, al fine di stimolare l’impulso alla crescita della Zona di Sviluppo Strategico Nazionale dell’Arco Minerario dell’Orinoco.”

“Ugualmente, le imprese miste costituite per lo sviluppo delle attività primarie, previste nel Decreto con il Grado, il Valore e la Forza della Legge Organica che riserva allo Stato l’Attività di Esplorazione e Sfruttamento dell’Oro, così come le Connesse ed Ausiliarie a queste, sui giacimenti ubicati nella Zona di Sviluppo Strategico Nazionale Arco Minerario dell’Orinoco, godranno di questi benefici durante lo sviluppo del progetto”. 25/

Le possibilità di opposizione agli impatti negativi della grande indistria mineraria nella zona dell’Arco Minerario sono proibite dalle normative del decreto. Con il fine di impedire che le attività delle imprese possano essere ostacolate dalla resistenza, viene creata una Zona di Sviluppo Strategico sotto la responsabilità della Forza Armata Nazionale Bolivariana:

“Articolo13. La Forza Armata Nazionale Bolivariana, insieme con il Potere Popolare organizzato e in coordinamento con le autorità del Ministero del Potere Popolare competenti in materia petrolifera, avranno la responsabilità di salvaguardare, proteggere e mantenere la continuità armoniosa delle operazioni e delle attività delle Industrie Strategiche ubicate nella Zona di Sviluppo Strategico Nazionale dell’Arco Minerario dell’Orinoco…”

Il decreto in questione stabilisce espressamente la sospensione dei diritti civili e politici in tutto il territorio dell’Arco Minerario.

“Articolo25. Nessun interesse particolare, sindacale, di associazioni o gruppi, o il suo regolamento, prevalgono sull’interesse generale nel compimento dell’obiettivo contenuto nel presente decreto.”

“I soggetti che eseguiranno o promuoveranno azioni materiali tendenti ad ostacolare le operazioni totali o parziali delle attività produttive della Zona di Sviluppo Strategica create in questo decreto saranno sanzionati conformemente all’ordinamento giuridico applicabile.”

“Gli organismi di sicurezza dello stato compiranno le azioni immediate necessarie per salvaguardare il nomale svolgimento delle attività previste nel Piano della Zona di Sviluppo Strategico Nazionale Arco Minerario dell’Orinoco, nonché l’esecuzione delle disposizioni di questo articolo”. 26/

Sono straordinariamente gravi le conseguenze di questa “Prevalenza dell’interesse generale sull’Interesse particolare”. Si intende per “interessi generali” lo sfruttamento minerario così com’è concepito in questo decreto presidenziale. Ogni altra visione, ogni altro interesse, incluso l’appello alla Costituzione, passa ad essere definito come un “interesse particolare”, e per tanto soggetto agli “organismi di sicurezza dello Stato” che eseguono “le azioni immediate e necessarie per salvaguardare il normale svolgimento delle attività previste” nel decreto.

Ma quali sono essere gli interessi indicati qui come “particolari”? Il decreto è redatto in forma tale da permettere un’ampia interpretazione. Da un lato, segnala espressamente come “particolari” gli interessi sindacali e consociativi. Questo può, senza dubbio, portare alla sospensione, in tutta la zona, dei diritti dei lavoratori contemplati nella Costituzione e nella Legge Organica del Lavoro, i lavoratori e le lavoratrici. Ciò implica che i diritti “sindacali”, e pertanto i diritti “privati” dei giornalisti di informare sullo sviluppo delle attività minerarie siano sospesi? I diritti dei popoli indigeni, secondo questo testo, sono interessi “particolari”?

Come si argomenterà successivamente, a metà 2018 i grandi investimenti transnazionali sperati dal governo non erano ancora arrivati, fondamentalmente a causa l’assenza di sicurezza giuridica per gli stessi. Tuttavia, l’estrazione mineraria illegale di oro e coltan si sta espandendo rapidamente con la partecipazione di decine di migliaia di minatori. Questa vasta estensione del territorio nazionale si è convertita in un territorio a margine dello Stato, al margine della legalità. Gruppi armati, paramilitari, militanti de ELN, dissidenti delle FARC, bande criminali chiamate “sindacati”, controllano differenti settori tra questi territori e fissano i prezzi a cui obbligano i minatori a vendere i minerali estratti. Tutto questo con la complicità dei membri delle forze armate venezuelane. Questa attività mineraria illegale opera con alti livelli di violenza, sono frequenti le morti dei minatori per dispute territoriali, e con gravi impatti socio-ambientali. Per l’estrazione dell’oro si utilizza in maniera massiccia il mercurio, che si trova già in grandi concentrazioni nei corpi nelle madri e nei bambini della zona. Le ragazze indigene vengono rapite dalle proprie comunità per essere costrette alla prostituzione negli campi minerari.

La tendenza autoritaria del governo di Maduro

Nelle elezioni parlamentarie del dicembre 2015 l’opposizione organizzata nel Tavolo di Unità Democratica (MUD) vinse le elezioni con una ampia maggioranza, ottenendo il 56,26% dei voti contro il 40,67% dei partiti di governo 27/. Come risultato di una legge elettorale anticostituzionale scritta per sovrarappresentare la maggioranza quando questa era chavista, l’opposizione ottene un totale di 112 parlamentari con cui raggiunse una maggioraza dei due terzi dell’Assemblea. La previa identificazione della maggioranza dei settori popolari con il chavismo si era incrinata, e l’opposizione ha vinto in molti seggi elettorali di zone popolari che sino a questo momento avevano votato massicciamente per il governo. Con questa maggioranza qualificata, l’opposizione poteva nominare i membri del Tribunale Supremo di Giustizia, del Consiglio Nazionale Elettorale e approvare leggi organiche senza necessità di negoziare con i rappresentanti del governo. Da una situazione di controllo su tutte le istituzioni pubbliche (Potere Esecutivo, Potere Legislativo, Potere Giudiziario, Potere Elettorale, Potere Cittadino, 20 su un totale di 23 governatorati ed una grande maggioraza di municipi del paese), si è passati ad una nuova situazione di dualità di poteri e ad una potenziale crisi costituzionale.

Il governo di Maduro si trova così di fronte ad un serio dilemma. Se riconosce il risultato delle elezioni parlamentari e la nuova correlazione di forze che già non ha più il sostegno della maggioranza della popolazione, passerà ad una situazione nella quale dovrà necessariamente negoziare con le forze di opposizione. Se fosse rimasto fedele alla costituzione e rispettato i risultati elettorali, non avrebbe potuto garantire la propria permanenza nel governo. Ha optato chiaramente per preservare il controllo dello Stato a tutti i costi, nonostante questo abbia significato disconoscere la Costituzione e la volontà della maggioranza degli elettori.

Passo dopo passo il governo sta prendendo misure per rimanere in controllo dello Stato, decisioni che vanno definendo una consistente deriva autoritaria. Il primo passo in questa direzione è avvenuto pochi giorni la perdita delle elezioni parlamentarie da parte del governo del presidente Maduro. In chiara violazione delle norme costituzionali e delle procedure stabilite, a fine dicembre 2015, quando rimanevano pochi giorni di carica alla maggioranza ufficiale in vigore nell’Assemblea Nazionale, si è svolta la nomina di nuovi magistrati nelle diverse Sale del Tribunale Supremo di Giustizia. Non solo questi erano nuovi magistrati senza eccezione incondizionata del governo, ma molti di loro non soddisfacevano nemmeno i requisiti formali stabiliti dalla legge per ricoprire queste posizioni.

Il ruolo che questo TSG avrà nelle nuove condizioni del paese è stato svelato quando, per impedire all’opposizione di utilizzare la sua maggioranza qualificata nell’AN, i nuovi magistrati sono stati presentati decidendo, in risposta ad un’accusa senza prove di aver commesso un crimine elettorale formulato da un settore di governo, di disconoscere i risultati delle elezioni nello Stato dell’Amazzonia e dei deputati eletti che erano già stati proclamati dal CNE. In questa maniera, l’opposizione non aveva più una maggioranza qualificata.

Nei mesi che passarono senza che la questione venisse risolta, senza aver effettuato delle investigazioni per stabilire la veridicità delle denunce in nome delle quali il TSG ha invalidato le elezioni, non si sono date nuove elezioni in uno stato rimasto senza rappresentanza parlamentare; l’AN ha quindi deciso di incorporare i parlamentari interrogati. Il TSG in risposta ha bollato l’AN di insolenza. A partire da questo momento le sue decisioni sono state disconosciute dal resto dei poteri pubblici. Si è creato così un secondo momento critico di rottura dell’ordine costituzionale, determinando quella concentrazione dei poteri che ha permesso al governo di dare ad ogni passo successivo una direzione sempre più autoritaria. Fin dalla dichiarazione di insolenza, i poteri dell’Assemblea Nazionale furono assunti dal Tribunale Supremo di Giustizia e dall’Esecutivo. Un passo in avanti verso la concentrazione autoritaria del potere è stato nel febbraio 2016, quando Maduro ha dichiarato lo stato di emergenza economica mediante il quale si è autoconferito poteri straordinari per poter governare tramite decreto, disconoscendo l’obbligo costituzionale di contare sul sostegno dell’Assemblea Nazionale ed estendendo, a partire da quel momento, questi poteri straordinari molto oltre i limiti temporali tassativamente stabiliti dalla costituzione.

In questa nuova condizione, in Venezuela, indipendentemente dai termini e dalle norme stabilite nella Costituzione e nella Legge Organica dei Processi Elettorali in vigore, le elezioni si sono tenute solo nelle date che il governo ha ritenuto convenienti, con norme e modalità di partecipazione decise dal governo, permettendo la partecipazione solo ai partiti e ai candidati che il governo ha deciso di accettare. Il primo passo in questa direzione è stato quello di impedire arbitrariamente la realizzazione del referendum presidenziale nel 2016, nonostante fossero stati raggiunti, superando gli ostacoli sistematici imposti al CNE, i requisiti stabiliti dalla Costituzione. Il referendum abrogativo era stato rivendicato dal governo di Chavez come una delle conquiste democratiche partecipative più importanti di questo processo. Allo stesso modo, le elezioni dei governatorati di dicembre dello stesso anno furono rinviate incostituzionalmente.

Nel maggio del 2017, assumendo su di sé i poteri che secondo la Costituzione corrispondono al sovrano, questo è il complesso della popolazione, Maduro convoca le elezioni per una nuova Assemblea Nazionale Costituente. Per farlo, è stata disegnata una innovativa e complessa ingegneria elettorale destinata a garantire il trionfo del governo. In questo disegno elettorale si combinano voti territoriali con una straordinaria sovrarappresentazione delle zone meno popolate, con voti settoriali (lavoratori, studenti, pensionati…) che arbitrariamente lasciano fuori approssimativamente cinque milioni di cittadini che non rientrano in nessuno di questi settori.

Tra giugno e luglio 2017 ci sono state massicce mobilitazioni contro questa convocazione in tutto il paese, sopratutto a Caracas. Sono state convocate dai partiti di opposizione, ma sono diventate un’espressione ampia di rifiuto del governo che ha superato di gran lunga i soli settori sociali identificati con l’opposizione. Come risultato della politica repressiva adottata dal governo, così come dell’azione violenta di gruppi di estrema destra, si contano più di 130 morti. Nonostante l’elevato livello di opposizione e sdegno manifestato, il governo ha proseguito col suo progetto di Assemblea Costituente.

L’opposizione si è quindi profondamente frammentata, demoralizzata e ha perso legittimità di fronte ai suoi seguaci.

Data la natura anticostituzionale della convocazione ed il sistema elettorale fraudolento creato per queste elezioni, nessun settore dell’opposizione, di destra o di sinistra, vi ha preso parte. È stata eletta un’Assemblea Nazionale Costituente monocolore i cui 545 membri erano identificati con il governo. Questa assemblea, una volta insediata, si è autoproclamata sovra-costituzionale e plenipotenziaria, cioè il potere assoluto, senza contrappesi, con cui di fatto si è abrogata la Costituzione del 1999, dato che la costituzionalità di ciascuno degli atti promulgati da quest’assemblea può essere messo in discussione.

La maggior parte delle sue decisioni iniziali sono state adottate per acclamazione o per unanimità. Senza dibattito. Anziché affrontare il compito per cui venne eletta, cioè la redazione di un nuovo progetto costituzionale, ha iniziato a prendere decisioni in merito a tutti gli ambiti del potere pubblico, destituendo funzionari, convocando elezioni in condizioni atte ad impedire o rendere molto difficile la partecipazione di chi non appoggia il governo, approvando delle cosiddette “leggi costituzionali” che mancano di un corrispondente quadro costituzionale. È stata approvata una repressiva, Legge contro l’odio, per la convivenza pacifica e la tolleranza, che contempla pene fino a 20 anni di carcere per chi, a giudizio delle autorità, emette messaggi di odio tramite i media o i social network. E ancora, una nuova legge di promozione degli scambi con l’estero al fine di offrire le condizioni e la sicurezza giuridica reclamata dalle corporazioni transnazionali per lo sfruttamento dell’Arco Minerario dell’Orinoco, espressione del sogno del governo di rimpiazzare l’estrattivismo petrolifero con quello minerario. Si è approvata anche, in forma accelerata, sotto sollecitazione del presidente Maduro, una legge di carattere retroattivo mediante la quale si toglie personalità giuridica ai partiti che non hanno partecipato alle elezioni amministrative del 2017. Si impedisce di fatto l’elezione di candidati di sinistra diversi da quelli decisi dalla cupola del PSUV, come è stato nel caso di un candidato con ampio sostegno popolare, militante del PSUV e sostenuto dai partiti alleati del PSUV che, dopo aver soddisfatto tutti i requisiti richiesti, ha vinto le elezioni del Municipio Simon Planas dello Stato di Lara con una ampia maggioranza 28/. Il Consiglio Nazionale Elettorale, sotto istruzione dell’ANC, ha rifiutato di riconoscere questo risultato e ha nominato come sindaco il candidato designato dal PSUV. Un imbroglio simile si era già verificato stato poco prima con le elezioni del governatore dello Stato di Bolivar. Secondo i dati elettorali, ha vinto queste elezioni Andrès Velazquez, il candidato dell’opposizione.

La manipolazione del sistema elettorale per garantire il controllo da parte del governo si è ripetuta nelle elezioni presidenziali tenutesi a maggio 2018. Queste elezioni erano previste, d’accordo con la Costituzione, per il mese di dicembre dello stesso anno e vennero convocate a sorpresa per il mese di maggio. Date le divisioni e la mancanza di una direzione politica chiara ed il fatto che la maggior parte dei partiti di opposizione fosse stata eliminata, così come la mancanza di tempo per i negoziati o lo svolgimento di elezioni primarie per selezionare un candidato unitario, la maggior parte dell’opposizione del più ampio spettro politico non ha partecipato alle elezioni.

Dall’esterno, nel frattempo, in particolare da parte del governo degli Stati Uniti e di Luis Almagro, Segretario Generale dell’OAS e del Gruppo di Lima, è stata esercitata una pressione molto forte sui partiti di opposizione perché si astenessero dalle elezioni, al fine di contribuire alla delegittimazione ulteriore del governo ed accelerarne la caduta. Non hanno presentato nessuna previsione alla popolazione di cosa sarebbe successo una volta che Maduro avesse vinto le elezioni. Per alcuni di questi settori astensionisti, quello di cui si trattava era di chiudere definitivamente la possibilità di una via d’uscita politica interna, elettorale e pacifica alla crisi del paese. Con questo, l’unica opzione a rimanere aperta sarebbe l’intervento esterno, sia per azione diretta che tramite l’accentuazione dell’assedio economico, per approfondire il collasso dell’economia venezuelana in modo che sia la popolazione, e non i suoi governanti, a soffrirne le conseguenze. Per la politica imperialista e per i gruppi della destra interna più radicale l’obiettivo non era, e non è, semplicemente una sconfitta elettorale di Maduro, se con questa si potesse mantenere in vita il tutt’ora significativo appoggio al governo da parte di alcuni settori popolari. Ciò che si è cercato non è solo l’uscita di Maduro, ma anche un appiattimento dell’immaginario di svolta anticapitalista, che tante aspettative generarono tanto dentro quanto fuori dal Venezuela in anni precedenti. Una sconfitta, con molti morti da essere necessaria, in modo che serva da esempio, da lezione, per dimostrare nella forma più cruenta possibile l’impossibilità di qualsiasi alternativa all’ordine capitalista.

L’unico candidato credibile dell’opposizione, Henry Falcòn, del partito Avanzada Progresista, non è riuscito a superare il frazionamento dell’opposizione né la crescente sfiducia della popolazione di fronte ad un’istituzione elettorale ogni volta più dichiaratamente frammentata. Con una astensione storica del 54%, quando i livelli di partecipazione tradizionali nelle elezioni presidenziali supera il 70%, Maduro è stato rieletto, secondo il CNE con 67,7% dei voti validi. L’elevato livello di astensione ha ridotto la leggittimità a questi risultati rispetto alla maggioranza della popolazione.

Crisi umanitaria e corrosione del tessuto solidale ed etico della società

Tutto ciò si traduce in una profonda crisi sociale ed etica della società venezuelana. Si è prodotta in questi anni una chiara inversione di tendenza rispetto delle principali conquiste dei primi anni del processo bolivariano. La maggior parte della popolazione ha condizioni di vita peggiori nell’anno 2018 che nel 1998, quando Chavez vinse per la prima volta le elezioni presidenziali. L’iperinflaizone, la carenza di cibo e di medicinali, la mancanza di denaro contante e l’insicurezza fanno sì che la vita quotidiana sia sempre più difficile per la maggioranza della popolazione. Contrariamente a quanto si poteva sperare, dopo anni di mobilitazione e di processi organizzativi basati sulla solidarietà, le relazioni individualistiche e competitive tendono a predominare nella popolazione. Il bachaqueo, cioè la rivendita speculativa dei prodotti sovvenzionati e del contrabbando dell’estrazione, è diventato un’attività ampiamente generalizzata, parte di una economia parallela di dimensioni sconosciute. Il contrabbando delle estrazioni al confine con la Colombia opera in molteplici scale, dall’uso di piccoli contenitori portatili fino a grandi camion cisterna, con la complicità o la partecipazione diretta di funzionari del PDVSA e membri delle forze armate su entrambi i lati della frontiera.

In assenza di infomrazioni ufficiali aggiornate, la caratterizzazione dello stato attuale del paese in termini sociali ed umanitari deve basarsi necessariamente sulla ricerca svolta da università, centri di studio e ONG 29/.

Dati i livelli di iperinfalzione, nel 2015 l’87% della popolazione venezuelana, misurata in base al livello di reddito, è povera, un incremento del 19% rispetto al 2015. In base al metodo multidimensionale che prende in considerazione il reddito, gli immobili e la disponibilità di servizi, lavoro e protezione sociale, la popolazione caratterizzata come povera passa dal 41,3% del 2015 al 51,1% del 2017 30/.

Forse l’impatto più diretto cheil deterioramento dell’economia ha avuto è stato sui livelli di alimentazione della popolazione. Secondo il Centro di Documentazione e Analisi per i Lavoratori (CENDA), nel mese di giugno 2018, con un salario minimo si può a malapena acquistare l’1,8% del paniere alimentare del gruppo familiare 31/.

Secondo l’inchiesta dell’ENCOVI, l’89,4% del campione afferma di non avere soldi a sufficienza per comprare da mangiare. 87,6% afferma che “negli ultimi tre mesi ha mangiato meno perchè non trova alimenti da comprare” e il 61,2% afferma che negli ultimi tre mesi ha vissuto l’esperienza di andare a letto affamati. Gli studiosi del ENCOVI concludono che l’80% delle famiglia venezuelane vive attualmente un incertezza alimentare.

Il governo ha risposto a questa situzione concentrando il fondamentale della sua politica sociale nella consegna di buoni in contanti alla popolazione ed un massiccio programma di distribuzione di alimenti altamente sovvenzionati, mediante i Comitati Locali di Distribuzione e Produzione (CLAP). Secondo le inchieste dell’ENCOVI, hanno accesso a questo programma alimentare l’85,7% delle famiglie del paese.

Ci sono grandi differenze nella frequenza di ricezione delle borse CLAP, tra l’una volta al mese per il 64% delle famiglie che ricevono questo beneficio nel caso di Caracas, ed il resto del paese in cui più della metà lo riceve senza una periodicità definita 32/. Si tratta fondamentalmente di carboidrati.

Sebbene senza questi due programmi la situaizone alimentare sarebbe molto più grave, questi non sono stati in grado di superare la grave scarsezza alimentare di cui soffre la popolazione. Secondo l’inchiesta sul conseguimento del consumo alimentare dell’Istituto Nazionale di Statistica, tra il primo semestre del 2013 ed il secondo semestre del 2017, si è prodotta nella popolazione venzuelana una riduzione molto marcata nel “consumo apparente procapite giornaliero” di alimenti.

Variazioni nel consumo apparente giornaliero pro capite di alimenti tra il primo semestre del 2013 ed il secondo semestre del 2017. 33/

Secondo questo, non solo c’è stata una riduzione generalizzata nel consumo di alimenti, ma anche un cambiamento nella dieta della popolazione, con riduzioni drastiche nel consumo di proteine. Il consumo di carne, di uova, di latte e dei suoi derivati ha subito una riduzione di oltre il 60%. L’unica voce dove si constata un aumento del consumo (seppur lieve, 5,1%) sono radici e tuberi. Questo si è tradotto in una perdita generalizzata di peso in tutti strati della popolazione, un calo medio che si stima in 8 kili per persona solo durante il 2016. 34/.

La malnutrizione ha una incidenza particolarmente grave nell’infanzia. Negli ultimi anni, Caritas Venezuela ha monitorato la situazione nutrizionale dei bambini sotto i cinque anni in 38 delle parrocchie più povere di sette stati del paese. Secondo l’ultimo rapporto, corrispondente al gennaio-marzo 2018 35/, il 17% dei bambini studiati soffre di vari gradi di malnutrizione moderati o severi, il 27% lieve ed il 34% è a rischio di malnutrizione, hanno già incominciato a deteriorarsi. Solo il 22% non ha deficit nutrizionali. Queste cifre presentano un importante incremento rispetto alle cifre dell’ultimo semestre dell’anno precedente. Il gruppo di età 0-6 mesi è il più colpito: il 35% presenta livelli acuti, moderati o severi di malnutrizione. Nelle stesse parrocchie, il 38% delle donne incinte è gravemente malnutrita ed il 24% soffre di una malnutrizione moderata. Dato l’impatto della malnutrizione nello sviluppo psicomotorio e cognitivo dei bambini, si tratta, senza dubbio, dell’impatto di medio e lungo termine delle conseguenze più gravi dell’attuale crisi venezuelana.

Il sistema sanitario nazionale nel suo complesso è collassato. La scarsità di farmaci è grave. È molto limitato l’accesso a farmaci e alle cure per malattie croniche come l’ipertensione ed il diabete. I centri sanitari non hanno i mezzi per provvedere al personale né alle attrezzature mediche. Muoiono pazienti con malattie renali perchè le sale di dialisi possono riceverli. Muoiono pazienti con trapianti di organo perché mancano le terapie antirigetto. È frequente la mancanza di elettricità e di acqua. Molti servizi ospedalieri hanno smesso di funzionare ed operano in condizioni minime perché i medici si sono dimessi.

Le malattie che erano già state debellate stanno ricomparendo. La malaria, una malattia che era stata circoscritta ad un solo municipio nel paese, oggi si è estesa in praticamente tutto il territorio nazionale. La maggior parte dei casi di malaria segnalati nel 2017 nel continente americano è stata in Venezuela.

Tra la settimana epidemiologica 1 e 42 si ripotano 319.765 casi di malaria, che rappresentano un aumento rispetto ai casi notificati in tutto il 2016, 240.613 casi. 36/. Più della metà dei casi di morbillo riportati in tutto il continente americano nei primi tre mesi del 2018 corrispondono al Venezuela 37/.

Le popolazioni indigene sono quelle più gravemente colpite da questa crisi del sistema sanitario, il popolo yanomami al confine col Brasile è affetta da una seria epidemia di morbillo. Il popolo Warao, nel Delta dell’Orinoco, ha una diffusa epidemia di HIV-AIDS. Il popolo Yukpa, nella Sierra di Perija, è colpito da una malattia sconosciuta di natura letale. La sopravvivenza stessa di questi popoli è a rischio se non si riesce a contenere queste epidemie.

Il deterioramento della copertura del sistema educativo è allarmante a tutti i livelli. Tra il 2015 e il 2017 la popolazione tra i 3 ed i 24 anni scolarizzata è calata dal 78% al 71%. I settori più poveri della popolazione frequentano la scuola con irregolarità, principalmente a causa della mancanza di cibo a casa e per il malfunzionamento del servizio idrico. 40/. Come risultato di riduzioni nei trasporti, insegnanti, professori e studenti smettono di frequentare le scuole. Maestre e maestri riportano casi di studenti che svengono in aula per macanza di un’alimentaizone adeguata. L’università, soprattutto quella pubblica, sta subendo un profondo processo di deterioramento. Praticamente l’intero budget disponibile è devoluto in salari quasi simbolici, senza possibilità alcuna di coprire le spese per le attrezzature e materiali di ricerca o pubblicazioni, o la manutenzione. Tutte le università registrano dimissioni dei professori ed un massiccio abbandono scolastico da parte degli studenti che non possono permettersi gli studi, o per necessità di contribuire al sostentamento familiare, o a causa della sensazione di inutilità di tali studi in un contesto in cui i salari professionali non bastano per alimentarsi. Molti scelgono di lasciare il paese. 41/. Diversi concorsi per nuovi incarichi da professore nelle università sono deserti perchè in queste condizioni la carriera accademica finisce di essere vista come un opzione di vita.

Conseguenza altrettanto grave per la popolazione è l’insicurezza, prodotta tanto dalla malavita quanto dalla repressione poliziesca/militare. Il tasso di omicidi è cresciuto costantemente dal 1995. Secondo diverse fonti, Caracas oggi è la seconda città più violenta del mondo 42/. Le forze di sicurezza dello Stato, lungi dal garantire la protezione della cittadinanza, sono parte del problema 43/. L’esempio più violento è stato quello delle Operazioni di Liberazione del Popolo (OLP), create a metà 2015 con lo scopo di offrire più sicurezza cittadina e controllo della malavita. Hanno operato come apparati repressivi che applicano sistematicamente la pena di morte nelle operazioni di polizia nei quartieri popolari 44/.

Come conseguenza combinata dell’inefficienza, della mancanza di investimenti, di manutenzione e della corruzione, tutti i servizi pubblici del paese si trovano attualmente in un processo di deterioramento prolungato. Le interruzioni del servizio elettrico sono frequenti soprattutto in alcune regioni del paese come lo Stato Zulia 45/. Le comunicazioni telefoniche sono ogni volta più precarie, Internet è sempre più lento. Ci sono settori sia popolari che della classe media a Caracas che passano mesi senza acqua potabile. La spazzatura si accumula. La metropolitana di Caracas, principale mezzo di trasporto della città, è in condizioni sempre peggiori ed ha frequenti ritardi. Il suo uso è sempre più pericoloso. È simile il calo che riguarda il servizio degli uffici di attenzione pubblica e la corrispondente emissione di carte di identità, passaporti e la legalizzazione dei documenti. Spesso, l’unico modo per garantire l’adempimento delle procedure burocratiche è il pagamento di alte commissioni ai funzionari pubblici responsabili. L’illuminazione stradale è sempre più limitata. Le strade e le autostrade del paese sono piene di buche per mancanza di manutenzione. Tende ad insinuarsi nel senso comune l’idea che il pubblico sia necessariamente inefficiente e corrotto. Il trasporto pubblico e privato, tanto urbano quanto interurbano, ha un numero sempre minore di unità in servizio per mancanza di risorse, specialmente gomme e batterie. Nel periodo natalizio del 2017 si sono formate code di tre giorni per comprare i biglietti per viaggiare da Caracas verso le città interne.

Negli ultimi quattro anni c’è stata una forte diaspora di venezuelani e venezuelane in cerca di un futuro migliore all’estero. Anche se, come in tanti altri ambiti, non ci sono cifre ufficiali, diverse fonti stimano un volume di emigrazione tra i due ed i quattro milioni di persone 46/. Il governo colombiano ha annunciato la presenza di più di un milione di venezuelani nel suo territorio 47/. Questa migrazione, iniziata dai settori medi e professionali, tende ora ad ampliarsi a tutte le sfere della società. È stato particolarmente grave l’impatto che questa ha avuto negli ospedali, nelle università e nell’industria, specialmente nella PDVSA, massicciamente abbandonate da larga parte del personale. La portata di questa migrazione è l’espressione più drammatica di una società che si sente in una crisi senza uscita, di una gioventù che cerca nuovi orizzonti perché già non vede possibilità di futuro nel suo paese. Per i familiari che rimangono, questa migrazione ha due volti. Da un lato, il Venezuela si è convertito in un importante ricettore di rimesse ed una porzione crescente della popolazione dipende da queste per sopravvivere. Ma, dall’altro lato, questo sta producendo dolorose lacerazioni familiari.

Si avvicina la fine?

In termini politici, durante il 2017 il governo è riuscito a consolidare il suo controllo su ognuna delle strutture dello Stato, dal potere esecutivo alla grande maggioranza dei municipi e conta un controllo politico che, per il momento, sembra abbastanza solido. L’opposizione di destra e centro destra è rimasta profondamente divisa e le sue basi di appoggio sono demoralizzate. L’opposizione di sinistra, inclusi quelli che sono stati denominati come il “Chavismo critico” e “chavismo democratico”, è costituita da piccoli gruppi senza capacità di incidere nel breve termine sulle sorti del paese.

Combinando abilmente il discorso radicale antimperialista che attribuisce tutti i problemi del paese alla “guerra economica” diretta alle sue bassi più incondizionate con una politica clientelare ampiamente diffusa che combina donazioni, sussidi e minacce, ha ottenuto relativi appoggi elettorali, in qualche modo maggioritari, e la smobilitazione della maggior parte della popolazione che è dedicata al difficile compito di giorno in giorno. Un’alta percentuale della popolazione è divenuta assolutamente dipendente dalla distribuzione dei buoni e delle borse alimentari sovvenzionate che distribuisce il governo per la loro sopravvivenza. Lo scopo principale di molte organizzazioni popolari di base è passato ad essere il coordinamento della distribuzione di beni sovvenzionati.

Nel 2018 ci sono stato spostamenti significativi nelle espressioni di malcontento della popolazione. Data la sconfitta delle grosse mobilitazioni di metà 2017 e la perdita di legittimità dei maggiori partiti dell’opposizione tra i propri sostenitori, la conflittualità e la protesta sociale del 2018 ha avuto un carattere sindacale/sociale, scioperi, blocchi, cortei nelle strade, proteste e mobilitazioni tanto per il salario e le condizioni lavorative, quanto per altre questioni, come la mancanza di acqua, i tagli all’elettricità, la carenza di cibo, la crisi dei trasporti – sia urbani che interurbani – e la questione dell’insicurezza. Secondo l’Osservatorio Venezuelano della Conflittualità Sociale, nel primo semestre dell’anno si registrarono 5315 proteste, una trentina al giorno. Secondo questo osservatorio “la maggioranza delle proteste (84%) è stata caratterizzata dalla richiesta di diritti economici, sociali, culturali e ambientali” 48/.

A metà del 2018, i più importanti conflitti corporativi o sindacali erano quelli dei lavoratori delle aziende pubbliche nazionali di elettricità CORPOELEC, dei professori e dei lavoratori universitari, degli infermieri e delle infermiere. A fine luglio la disoccupazione di queste categorie andava avanti da più di un mese di sciopero, e gli infermieri e le infermiere minacciavano una drastica dimissione collettiva se il governo non avesse soddisfatto le loro richieste. È stato un conflitto paradigmatico che si è convertito in un punto di riferimento nazionale. È riuscito a sintetizzare in una sola lotta le richieste condivise da un’elevata parte della popolazione. Da un lato, la richiesta di un salario degno, in una condizione in cui il reddito di tutta la popolazione salariata è stato polverizzato dall’iperinflazione. Però ugualmente si lotta per il recupero del sistema sanitario che, come si è segnalato sopra, versa in condizioni di grave crisi. Le infermiere e gli infermieri affrontano quotidianamente il dramma dei pazienti che richiedono cure che non possono fornire, a causa della carenza di condizioni fisiche, di attrezzature e farmaci necessari per svolgere il proprio lavoro. Ci sono state anche mobilitazioni dei pazienti in appoggio alla lotta delle infermiere.

In condizioni di crescente de-politicizzazione della popolazione, di sfiducia generalizzata nella politica e nei politici, siano essi governo o opposizione, la conflittualità sociale non si esprime più – come negli anni precedenti – in posizioni polarizzate, a favore o contro il governo, ma in richieste immediate legate alla sopravvivenza. L’immediato futuro del paese dipenderà, in misura rilevante, dal grado in cui queste multiple proteste riusciranno ad articolarsi in un nuovo tipo di movimento al di là dei partiti che fino al 2017 erano stati i principali attori nella scena politica nazionale.

Di fronte alla grave crisi economica, politica, umanitaria ed etica che vive il paese, il governo manca di iniziative e proposte, anzi più comunemente risoponde alle proteste con la repressione. Rifiutando di riconoscere la profondità della crisi e sopratutto le sue cause, essendo incapace di tutta l’autocritica sostanziale circa le sue responsabilità in questa mancanza di proposte mediamente sistematiche e coerenti, il governo ha più e più volte annunciato politiche improvvisate che non vanno mai alla radice dei problemi. La grande soluzione offerta da Maduro nel luglio 2018 è stata l’emissione di una nuova moneta, il Bolivar Sovrano, con cui si prevede di rimuovere cinque zeri dalla moneta nazionale. Al fine di frenare l’inflazione ha annunciato che la proprietà del petrolio del Blocco Ayacucho e della Fascia Petrolifera dell’Orinoco passerà alla Banca Centrale del Venezuela perché serva da sostegno alla nuova moneta e, secondo Maduro, mantenere bassa l’iperinflazione a partire dal 20 agosto, data in cui entrerà in vigore il nuovo conio. Questo annuncio ha generato un dibattito e un rifiuto nazionale. Se quello che si cerca è porre il petrolio a garanzia della nuova moneta, si starebbero ipotecando in forma incostituzionale questi beni, secondo l’articolo 12 della Costituzione:

“I giacimenti di minerali e idrocarburi, indipendentemente dalla loro natura, esistenti sul territorio nazionale, sotto il letto del mare territoriale, nella zona economica esclusiva e sulla piattaforma continentali, appartengono alla Repubblica, sono beni di dominio pubblico e, pertanto, inalienabili e imprescindibili…”

In termini pratici immediati, è prevedibile che questo sostegno petrolifero alla valuta abbia poca incidenza nel controllo dell’iperinflazione. Il petrolio serve da sostegno effettivo alla moneta solo nella misura in cui i possessori di moneta possano avere accesso prevedibile a detto petrolio, come evidentemente non è il caso. Queste riserve hanno un valore effettivo solo se possono essere estratti dal sottosuolo ed il governo manca delle massicce risorse finanziarie necessarie per farlo. Potrebbe darsi che si sia trattando di fare il primo passo verso la privatizzazione di queste riserve, ed anche dell’insieme dell’industria petrolifera?

In queste condizioni, non è chiaro quale sia il progetto politico del governo, oltre un fatto indubitabile: cercare di mantenere il controllo dello Stato a tutti i costi.

Gli strumenti principali su cui conta sono l’appoggio che fino ad ora gli ha garantito la Forza Armata Nazionale Bolivariana ed il potere totale conferitogli da una Assemblea Nazionale Costituente “sopra-costituzionale” e “plenipotenziaria”. La forza armata ha molto da perdere con un cambio di governo. Oltre alle condizioni salariali molto superiori al resto degli impiegati pubblici, un’alta percentuale dei massicci livelli di corruzione di questo governo sono stati effettuati dai membri di alcuni corpi delle forze armate.

Riguardo al futuro dell’Assemblea Nazionale Costituente, il governo ha dato segnali contraddittori. Inizialmente aveva annunciato che sarebbe rimasta in vigore per due anni. Tuttavia, secondo Diosdado Cabello, presidente dell’Assemblea, questa potrebbe estendere il suo mandato ad altri quattro anni 49/. Dato il suo carattere “plenipotenziario” e “sopra-costituzionale”, potrebbe prolungare il suo mandato indefinitamente.

L’elaborazione di un nuovo testo costituzionale sembra avvenire in segreto, al margine anche dei membri di questa Assemblea Costituente. Non esiste, per tanto, informazione pubblica affidabile su quali potrebbero essere i suoi orientamenti fondamentali, su ciò che si cerca con una nuova costituzione che non possa essere raggiunto con la Costituzione del 1999.

Ci sono tuttavia due ipotesi principali, probabilmente complementari a quelli che potrebbero essere gli obbiettivi principali del nuovo testo costituzionale. In primo luogo, cercare opzioni a breve termine prima della grave mancanza di risorse con cui conta lo Stato per rispondere alle crisi che vive il paese. In tutta sicurezza, il governo è cosciente che nelle condizioni attuali il tempo volge al termine. Data l’urgenza di nuove entrate, durante gli ultimi tre anni ha intrapreso misure per attrarre al capitale transnazionale, la più importante delle quali è stata la creazione per decreto presidenziale dell’Arco Minerario dell’Orinoco, la creazione delle zone economiche speciali e l’approvazione da parte dell’Assemblea Nazionale Costituente di una nuova legge di promozione e protezione degli investimenti stranieri 50/. Tuttavia, nonostante le condizioni straordinariamente favorevoli offerte al capitale straniero, tanto in termini di flessibilità normativa e di incentivi fiscali di ogni tipo, sia per la straordinaria ricchezza energetica e mineraria che lo Stato offre alle multinazionali, i volumi di scambio sperati dal governo non sono arrivati. E questo, fondamentalmente, perché implica investimenti su larga scala che sarebbero redditizi solo a medio o lungo termine. Per questo le imprese, oltre alle condizioni favorevoli che offre lo Stato venezuelano, richiedono tanto la stabilità politica quanto quella legale.

Nessuna di queste due cose oggi è garantita nel paese.

Non c’è sicurezza giuridica perché tutti i decreti, le normative e i contratti di questa nuova politica mineraria/energetica sono incostituzionale e inoltre violano delle leggi sugli idrocarburi e la legislazione riferita ai popoli indigeni, all’ambiente e ai rapporti di lavoro. Queste decisioni non sono state sostenute dall’Assemblea Nazionale, l’unico organo legislativo riconosciuto dalla maggioranza dei paesi. Con un cambio di governo, tutte queste misure incostituzionali potrebbero essere invertite. Per questo, per attrarre gli investimenti di cui ha urgente bisogno, il governo cercherà sicuramente di dare un fondamento di legittimità costituzionale a tutte queste politiche neoliberiste. Tuttavia, è molto poco probabile che queste modifiche costituzionali alterino la percezione del paese e siano capaci di generare la fiducia desiderata.

In secondo luogo, per mantenere il controllo dello Stato indefinitamente, l’attuale dirigenza politica del governo PSUV dovrebbe modificare sostanzialmente la struttura politico-legale dello Stato Venezuelano, mettendo da parte o limitando severamente gli “ostacoli” della democrazia rappresentativa liberale. Con un sistema politico basato su elezioni universali, dirette e segrete e con sufficiente legittimazione data dalla partecipazione della maggioranza dei cittadini, il governo non può garantire il suo controllo sull’apparato dello Stato. Per questo, le modalità di organizzazione dello stato e del sistema elettorale si basano su altri principi che, come ai tempi del socialismo reale, in nome dell’approfondimento della democrazia finisce per liquidare ogni possibilità di espressione democratica. Le elezioni di secondo grado o le elezioni basate su organizzazioni e settori sociali potenzialmente controllati dal governo, potrebbero essere incorporate nel nuovo disegno costituzionale. Un passo in questa direzione si è già dato nelle elezioni della Assemblea Nazionale Costituente, dove è stato istituito un regime discriminatorio che divide arbitrariamente la popolazione tra cittadini di prima classe, con diritto a due voti, e cittadini di seconda classe, con diritto ad un solo voto.

In un contesto di divisioni interne e molto malessere di base a causa della situazione del paese, si è svolto a fine luglio 2018 il IV Congresso del PSUV, con 670 delegati. Nella settimane precedenti alla sua realizzazione, diverse voci, incluse quelle degli alti dirigenti, hanno affermato pubblicamente che era giunto il momento di democratizzare il partito per dare più peso alle opinioni della base. In questo congresso il vice-Presidente del partito ha proposto che Nicolas Maduro fosse riconfermato ed eletto come presidente del partito. Ha proposto anche di “concedergli immediatamente tutta l’autorità necessaria affinché il presidente Maduro prendesse tutte le decisioni che riteneva appropriate per nominare sotto la sua direzione nazionale, i gruppi politici e qualsiasi decisione organizzativa necessaria per il rafforzamento del partito e della rivoluzione” 51/. Questo è stato approvato per acclamazione. “Democraticamente” e “volontariamente”, i delegati del congresso del PSUV hanno accettato che tutte le decisioni possano essere prese dal lider maximo. Si ripete così il verticalismo e la totale assenza di democrazia partitica interna, propria dei tempi più oscuri dello stalinismo.

Tutto questo definisce un nuovo momento politico caratterizzato, da un lato, dall’approfondimento della crisi umanitaria, una opposizione partitica frammentata e profondamente debilitata, dalla maggiore o minore ampiezza che possono raggiungere le crescenti proteste sociali nel paese e, dall’altro, dai tentativi di far progredire il progetto autoritario, con contenuti economici neoliberali che, contro previsione, il governo vuole imporre.

* Edgardo Lander è un sociologo venezuelano. Insegna Studi Latino Americani presso la Scuola di Sociologia dell’Università Centrale del Venezuela ed è ricercatore associato del Trasnational Institute. Lavora nella Facoltà d’Economia e Scienze Sociali ed è membro del consiglio editoriale del Venezuelan Journal of Economics and Social Sciences. E’ stato tra gli organizzatori del Social Forum del 2006 a Caracas.

*Fonte articolo: https://vientosur.info/spip.php?article14123

Traduzione a cura di Pierluigi Bello.

Tratto da: www.mps-ti.ch

Note:

1 . Questo testo fa uso gratuito di alcuni lavori precedenti dell’autore, così come alcune dichiarazioni della Piattaforma dei Cittadini in Difesa della Costituzione di cui l’autore fa parte. Sarà pubblicato in: L’eclissi del progressismo. America Latina e la discussione a sinistra, José Correa Leite, Janaina Uemura e Filomena Siqueira, editori, Collettivo 660 e Editora Elefante, San Paolo, 2018. [ISBN 978-85-93115-12-7]

2 . La Casa Bianca, ufficio del segretario stampa. Avviso. Continuazione della emergenza nazionale rispetto al Venezuela, Washington, 13 gennaio 2017. [https://obamawhitehouse.archives.gov/the-press-office/2017/01/13/notice-… -Venezuela]

3 . Ben Jacobs, “Trump minaccia ‘l’opzione militare’ in Venezuela con l’aggravarsi della crisi”, The Guardian, Londra, 12 agosto 2017.

4 . Trasparenza Venezuela, società di proprietà statale in Venezuela, Caracas 2017. [https://transparencia.org.ve/project/empresas-del-estado/]

5 . Coninduistria, radiografia attuale dell’industria venezuelana, Caracas 2017. [www.conindustria.org]

6 . Un’eccezione è la relazione annuale che il governo venezuelano continua a presentare ogni anno alla Securities and Exchange Commission (SEC) degli Stati Uniti. Repubblica Bolivariana del Rapporto annuale del Venezuela su modulo 18-K per gli Stati Uniti Securities and Exchange Commission per l’anno fiscale conclusosi il 31 dicembre 2016. [https://www.sec.gov/Archives/edgar/data/103198/000119312517376486/ d505622dex99d.htm]

7 . Idem.

8 . Idem.

9 . “L’inflazione del Venezuela a colpire 1 milione per cento prevista quest’anno”, CNBC, New York, 27 luglio 2018. [https://www.cnbc.com/2018/07/27/venezuelan-inflation-predicted-to-hit- 1-milione-cento-questo-year.html]

10 . Banca Centrale del Venezuela. Liquidità monetaria. Caracas, luglio 2018. [http://www.bcv.org.ve/estadisticas/liquidez-monetaria]

11 . Rapporto annuale della Repubblica Bolivariana del Venezuela sul modulo 18-K alla Commissione per i titoli e gli scambi degli Stati Uniti per l’esercizio chiuso al 31 dicembre 2016.

12 . Idem.

13 . Banca Centrale del Venezuela, Riserve internazionali. Caracas, luglio 2018. [http://www.bcv.org.ve/estadisticas/reservas-internacionales]

14 . Prodavinci. Venezuela: il debito estero in cifre, Caracas, 2018. [https: //www.http: //especiales.prodavinci.com/deudaexterna/]

15 . Idem.

16 . Nel maggio del 2017 il presidente Maduro ha informato che, nei precedenti 24 mesi, il governo aveva dedicato un totale di 60 miliardi di dollari per il pagamento del debito. Kevin Arteaga González, “Maduro: In 24 mesi abbiamo cancellato 60 miliardi di dollari”, El Carabobeño, Valencia, 19 maggio 2017.

17 . OPEC. Rapporto mensile sul mercato petrolifero Luglio 2018, Vienna, luglio 2018.

[Https://momr.opec.org/pdf-download/index.php]

18 . Mendoza Potellá, op. cit.

19 . Petróleos de Venezuela S.A. e le sue consociate. (PDVSA) del bilancio consolidato, Caracas il 31 dicembre 2016. [http://www.pdvsa.com/images/pdf/estado_financiero/PDVSAestado_financiero…

20 . Prodavinci, op. cit.

21 . “69 persone sono state arrestate per casi di corruzione in PDVSA”, Caracas City, Caracas, 29 dicembre 2017.

22 . A proposito dei contratti di questa azienda con lo Stato venezuelano in questi anni, i supplementi e le opere che non sono state completate Vedi: Trasparenza Venezuela. Rapporto Odebrecht 2018, Caracas. [Https://transparencia.org.ve/odebrecht/informe-2018/]

23 . Agenzia di stampa venezuelana, “Il governo nazionale prevede di certificare nell’anno e mezza riserve dell’arco minerario di Orinoco”, Caracas, 25 febbraio 2016.

24 . Secondo la Costituzione, “Lo Stato riconosce l’esistenza dei popoli indigeni e delle comunità, i loro sociali, politiche ed economiche, le loro culture, costumi, lingue e religioni, così come il loro habitat ei diritti originari sulle terre anticamente e tradizionalmente occupano e che sono necessari per sviluppare e garantire il loro modo di vita. è per l’esecutivo nazionale, con la partecipazione delle popolazioni indigene, per delimitare e garantire il diritto alla proprietà collettiva delle loro terre, che sono inalienabili, inesplicabile e non trasferibile in conformità con le disposizioni di questa Costituzione e della legge. ” (Articolo 119). “L’uso delle risorse naturali nei territori indigeni da parte dello Stato deve essere senza danneggiare l’integrità culturale, sociale ed economico di tali habitat, e allo stesso modo soggetti a informazione preventiva e di consultazione con le rispettive comunità indigene. I vantaggi di questo lo sfruttamento da parte delle popolazioni indigene è soggetto alla Costituzione e alla legge “. (Articolo 120)

25 . 2248 Creazione del Decreto Sviluppo Strategico zona nazionale “Arco Minero del Orinoco. Gazzetta Ufficiale della Repubblica Bolivariana del Venezuela, n 40.855, Caracas Venerdì 26 febbraio 2016

26 . Idem.

27 . Molti analisti concordano indicano che più di un’espressione di sostegno al MUD, molti dei cui candidati non erano conosciuti dagli elettori, il voto è l’espressione plebiscitaria di un crescente rifiuto del governo di Nicolas Maduro.

28 . Vedere: “collettivi e organizzazioni di base sono pronunciate nel caso in Simon Planas” Whack, Caracas 3 gennaio 2018. [www.aporrea.org/poderpopular/n319179.html]

29 . La fonte di informazioni di maggiore copertura nazionale sulla situazione sociale del paese è l’indagine nazionale sulle condizioni di vita della popolazione venezuelana (ENCOVI). Si tratta di un progetto sviluppato dal 2014 da un team multidisciplinare di tre delle più importanti università: Simon Bolivar University (USB), l’Università Centrale del Venezuela (UCV) e Andrés Bello Università Cattolica (UCAB).

30 . ENCOVI, Indagine sulle condizioni di vita in Venezuela, Caracas, febbraio 2018.

31 . Cenda, paniere alimentare nel giugno 2018, Caracas nel luglio 2018. [http://cenda.org.ve/noticia.asp?id=171]

32 . ENCOVI, op. cit.

33 /. Calcoli propri basati su: Istituto Nazionale di Statistica, Indicatori socio-demografici del Venezuela. Periodo 2013-2018. Caracas, 2018. Almeno fino al luglio 2018, questi dati non erano stati resi pubblici dall’INE

34 . ENCOVI, op. cit.

35 . Cáritas Venezuela. Monitoraggio della situazione nutrizionale dei bambini sotto i cinque anni. Caracas. Gennaio-marzo 2018. [http://caritasvenezuela.org/wp-content/uploads/2018/07/6to-Boletin-SAMAN…

36 . Organizzazione Pan American Health, Organizzazione Mondiale della Sanità, Aggiornamento Epidemiologico. Aumento della malaria nelle Americhe. 30 gennaio 2018. [https://www.paho.org/hq/index.php?option=com_docman&task=doc_view&Itemid…

37 . Pan American Health Organization, Organizzazione Mondiale della Sanità, epidemiologici morbillo Aggiornamento 6 aprile 2018. [https://www.paho.org/hq/index.php?option=com_docman&task=doc_view&Itemid…

38 . OPS indaga morti per il morbillo 53 indigeni focolaio in Amazonas, effetto Cocuyo, Caracas, 23 luglio 2018.

39 . Kirk Semple, “In Venezuela, l’aumento dell’AIDS minaccia un’intera popolazione indigena”, New York Times, New York, 7 maggio 2018.

40 . ENCOVI, Indagine sulle condizioni di vita in Venezuela: istruzione. Caracas, febbraio 2018.

41 . Secondo il direttore degli Affari studente presso una delle principali università pubbliche, l’Università delle Ande tra il 2015 e la fine del 2017 c’era un 65% di studenti di abbandono, circa 25 mila studenti. “A 65% maggiore nel 2017 ULA studente diserzione in” Analytical 29 dicembre 2017. [http://www.analitica.com/actualidad/actualidad-nacional/en-65-se-increme… the-2017-desertion-student-in-the-ula /]

42 . “Caracas, la seconda città più violenta del mondo” La Patilla, Caracas, 6 marzo 2018. [https://www.lapatilla.com/2014/01/16/caracas-es-la-segunda-ciudad-mas- violento-del-mondo /]

43 . Il 35% degli omicidi a Caracas sono commessi da uniforme # MonitorDeVíctimas Effetto Cocuyo, Caracas, 27 ottobre 2017. [http://efectococuyo.com/principales/35-de-los-homicidios-que-ocurren- in-caracas-sono-committed-by-uniformed-monitordevictimas /]

44 . Keymer Avila, “Repressione di risposta” Contrappunto, Caracas 20 giugno 2017. [http://contrapunto.com/noticia/la-represion-como-respuesta-142848/]; Keymer Avila, “Liberazione del Popolo Operations (OLP) tra le assenze e gli eccessi del sistema di giustizia penale in Venezuela” Critical penale e potere, no. 12, 2017, Università di Barcellona.

45 . Il governo attribuisce sempre la causa delle frequenti interruzioni del servizio elettrico al sabotaggio delle strutture. Da parte sua, i lavoratori del settore dicono che si tratta di fallimenti di manutenzione. “Il presidente della Fetraelec, Angelo Navas, dice Caracas blackout era dovuto alla mancanza di manutenzione, mentre il presidente Maduro dice che è stato ‘sabotaggio’” Whack, Caracas 1 ° agosto 2018. [www.aporrea.org/actualidad/n329052.html ]

46 . “Consultores 21: 4 milioni di venezuelani sono emigrati negli ultimi anni,” Noticiero Digital.com, Caracas 12 gennaio 2018, [http://www.noticierodigital.com/2018/01/consultores-21-4-millones- Venezuelani-emigrati-ultimi-anni /]

47 . “Al termine del Registro amministrativa dei migranti venezuelani (RAMV), che ha avuto inizio il 6 aprile e si è concluso l’8 giugno, il governo federale ha stabilito che negli ultimi 15 mesi a causa della situazione di crisi nella vicina paese, la Colombia ha ricevuto più di un milione di venezuelani migranti, di cui 442.462 sono irregolari, 376.000 regolare e 250.000 sono rimpatriati colombiane. ” “Circa un milione di venezuelani nel paese e 442.462 sono irregolari” vanguardia.com, il 14 giugno 2018. [http://www.vanguardia.com/colombia/435863-cerca-de-un-millon-de -venezolanos-no-in-the-country-e-442-462 sono-irregolari]

48 . Osservatorio venezuelano del conflitto sociale, il Venezuela in una complessa emergenza umanitaria. Conflitto sociale Primo semestre 2018, Caracas 12 luglio 2018. [https://www.observatoriodeconflictos.org.ve/destacado/conflictividad-soc…

49 . “Cabello: ANC potrebbe estendere la sua validità per altri quattro anni”. El Universal, Caracas, 30 luglio 2018.

50 . Gazzetta Ufficiale n 41.310: legge costituzionale di investimenti esteri Produttive, Finanza digitale, Caracas, 2 gennaio 2018. [http://www.finanzasdigital.com/2018/01/gaceta-oficial-n-41-310-ley -investimento-costituzionale-estero-produttivo /]

51 . “Così è stato il blackout durante il IV Congresso di Psuv questo 30 luglio”, [https://www.youtube.com/watch?v=HGXG_77FOsE]

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