DANILO ZOLO: UNA BIOGRAFIA INTELLETTUALE (II)

Danilo Zolo. Un granello di sabbia sollevato dal vento (Seconda parte)

a cura di Maria Luiza Alencar Feitosa e Giuseppe Tosi

Lo Stato di diritto, i diritti soggettivi e la filosofia della pena

MLAF e GT. Quali sono i punti di divergenza fra il suo realismo politico e il realismo conservatore e, per certi aspetti, reazionario, di Carl Schmitt?

DZ. Il mio realismo politico e il mio pessimismo sono vicini al realismo di Schmitt per quanto riguarda la critica della dottrina della “guerra giusta”, la diffidenza nei confronti del pacifismo moralistico e la previsione che le grandi potenze – anzitutto gli Stati Uniti – avrebbero portato il mondo ad una “guerra civile globale”. E condivido senza riserve il suo anticosmopolitismo e la sua proposta di dare vita a un pluralismo di “grandi spazi” che rispettasse le profonde differenze fra le principali civiltà del pianeta e favorisse il dialogo fra i popoli. Non ho invece mai condiviso il suo ambiguo “cattolicesimo romano”, per quanto realista,  e soprattutto la sua filosofia politica autoritaria, profondamente anticostituzionale e  antidemocratica, opposta ai valori dello Stato di diritto (il Rechtsstaat). Non dimentico che per tre anni, dal 1933 al 1936, Schmitt si è compromesso con il nazismo, che poi lo ha respinto per la sua indipendenza intellettuale e per la sua singolare credenza cattolica.

MLAF e GT. Nell’introduzione al volume collettivo Lo Stato di diritto, pubblicato da Feltrinelli nel 2002, lei ha sostenuto che la teoria liberale si fonda su due presupposti: il “pessimismo potestativo”, e cioè l’idea della pericolosità del potere politico, e l’“ottimismo normativo”, e cioè l’idea che sia possibile contrastare la pericolosità del potere ricorrendo alla  “forza normativa del diritto”. Utilizzando gli stessi termini, si potrebbe sostenere che il  realismo político pressupone un “pessimismo normativo”, dato che il potere del diritto è, per sua natura, ‘decisione’, e cioè  “discrecionalità, parzialità, particolarismo, eccezione”. Il realismo presuppone anche um “pessimismo potestativo”, perché riconosce la necessità e, nello stesso tempo, la pericolosità del potere. Lei potrebbe accettare questa definizione?

DZ. Nella lunga introduzione al volume Lo Stato di diritto – uscito anche in edizioni brasiliana e inglese e ora in corso di stampa presso un editore cinese (20) – ho attribuito alla dottrina liberale dello Stato di diritto un duplice atteggiamento teorico: 1. nonostante il riconoscimento della assoluta necessità di un controllo centralizzato dei comportamenti dei cittadini, in modo da garantire l’ordine politico e la tutela dei diritti soggettivi, la dottrina liberale manifesta una profonda diffidenza nei confronti del potere politico dello Stato in quanto inevitabilmente orientato verso il dispotismo e l’autocrazia; 2. la dottrina liberale dello Stato di diritto si fonda nello stesso tempo sulla convinzione che l’inclinazione del potere politico dello Stato verso l’arbitrio e la prevaricazione possa essere vinta attraverso il diritto e solo attraverso il diritto, secondo un ottimismo normativo che risente fortemente, soprattutto nelle esperienze eurocontinentali del Rechtsstaat, del formalismo giuridico e dello statalismo legislativo di matrice germanica. Rispondo alla vostra domanda un po’ provocatoria dicendo che, in quanto “realista politico”, condivido il pessimismo potestativo liberale pur rifiutando l’idea, anch’essa liberale, dello “Stato minimo” e pur schierandomi a favore della struttura politica di uno “Stato sociale”, capace di bilanciare le gravi discriminazioni sociali che l’economia di mercato assume come suo presupposto e riproduce inesorabilmente. E condivido, soprattutto oggi, nel contesto dei processi di globalizzazione in atto, anche il “pessimismo normativo”, se con questa espressione si intende l’incapacità del potere legislativo di imporre all’esecutivo regole generali che ne limitino il potere. A mio parere oggi siamo di fronte a una grave crisi dello Stato di diritto a causa del tracollo del potere parlamentare (e del principio di legalità) e al crescente prevalere del potere giudiziario e, soprattutto, del potere esecutivo.

MLAF e GT. Fra il libro del 1977, I marxisti e lo Stato (21), e il volume collettivo Lo Stato di diritto, del 2002, sembra che in lei sia intervenuto un netto cambiamento nella direzione di una riabilitazione, anche se critica, dello Stato di diritto, in una versione liberale e particolarmente britannica. Lei ha cercato di definire la dottrina liberale dello Stato di diritto come “un patrimonio di grande rilievo che, oggi, agli inizi del terzo millennio, la tradizione politica europea consegna in lascito alla cultuta politica mondiale”. In questo senso lei oggi si sente un liberale?

DZ. Non mi sono mai definito “liberale” e ritengo di non esserlo, se con questo si intende l’adesione a una dottrina che in nome della libertà individuale e della proprietà privata aderisce alla ideologia capitalistica, esaltando il profitto, discriminando i lavoratori manuali, rifiutando gli interventi dello Stato sociale. Nello stesso tempo sono un fervente sostenitore dei diritti soggettivi (e dei “diritti collettivi”), inclusi i diritti che si sono affermati nel corso delle rivoluzioni borghesi, anzitutto la libertà di pensiero, di parola, di insegnamento, di comunicazione pubblica, senza dimenticare il diritto alla vita.

MLAF e GT. Negli stessi anni, in particolare fra il 1993 e il 2000, lei ha studiato con notevole passione i comportamenti devianti,la filosofia della pena e le istituzioni penitenziarie.  Qual è la funzione della pena nello Stato di diritto?

DZ. Il mio realismo politico mi ha portato a privilegiare l’approccio sociologico e non formalistico al diritto e mi ha spinto ad occuparmi della filosofia della pena, della sociologia della devianza e soprattutto del problema penitenziario (22).  Mi sono  dedicato soprattutto al problema carcerario, a quello della pena di morte e a quello dell’ergastolo.  Il sito web L’altro diritto, fondato e diretto da Emilio Santoro, nasce da questa mia appassionata attenzione alla crudeltà disumana delle pene carcerarie e al suicidio carcerario (23). Ovviamente non accetto per nulla l’idea di uno Stato senza diritto penale e senza sanzioni in qualche misura afflittive, come non pochi filosofi del diritto idealisti e sognatori hanno proposto. Il problema gravissimo è la strage dei più elementari diritti umani che oggi si compie negli istituti penitenziari. Ne parlo con cognizione di causa, perché ho visitato numerosi istituti carcerari in Italia e in altri paesi, incluso il Brasile e l’Afghanistan. E da circa un anno dedico una parte del mio tempo a tenere lezioni ai detenuti della carceri di Firenze e di Prato. La mia tesi è che, ai fini della tutela delle società minimamente complesse, la limitazione della libertà è ormai una sanzione sufficiente contro i comportamenti devianti che siano socialmente pericolosi. E questo si può ottenere soprattutto attraverso misure alternative al carcere che non distruggano l’identità, la personalità e l’integrità fisica dei condannati. Che ne rispettino il diritto alla vita.

MLAF e GT. Lei sostiene che è inaccettabile l’idea di uno Stato senza diritto penale e senza sanzioni. Qual è la differenza fra questa sua posizione e la teoria del “diritto penale minimo”, sostenuta da un autorevole giurista come Luigi Ferrajoli  nel contesto della sua teoria del “garantismo giuridico”?

DZ.  Luigi Ferrajoli è un caro amico. Il nostro dissenso teorico non ha mai intaccato la nostra amicizia e la nostra stima reciproca. La sua teoria del “diritto penale minimo” è suggestiva e ispirata da ottime intenzioni, ma a mio parere dovrebbe essere più rigorosamente argomentata. Che cosa significa esattamente “minimo”? Perché il diritto penale deve essere “minimo”? Sulla base di quali criteri  fissare il massimo e il minimo della pena? La teoria penale minimalista è fra l’altro legata ad una idea formalista e retributivista della sanzione penale come decisione definitiva e intoccabile del magistrato giudicante. Ferrajoli non condivide la tesi – che io invece sostengo – della necessaria variabilità nel tempo della pena inflitta al detenuto, in funzione del suo comportamento, delle sue condizioni psicofisiche, della sua salute, della sua età, della sua situazione familiare, delle sue sofferenze, della sua disperazione. La mia tesi è che oggi il carcere è un disumano luogo di tortura dove tutti i principali diritti delle persone sono violentemente calpestati. Il carcere andrebbe progressivamente sostituito da misure alternative come la detenzione domiciliare, il braccialetto elettronico, i servizi sociali, il lavoro. Come ho già detto, ho visitato molte carceri in diversi paesi dal mondo e purtroppo so bene di che cosa parlo. Temo che la grande maggioranza dei giuristi, compresi i penalisti, non si siano mai  preoccupati di visitare e analizzare le istituzioni carcerarie. E temo che non abbiamo mai affrontato il terribile problema del suicidio carcerario, che è diventato una tragedia sempre più diffusa, non solo in Europa. Temo che anche in Brasile e in altri paesi latino-americani quasi nessuno si sia mai occupato di questo problema. 

La filosofia del diritto e delle relazioni internazionali

MLAF e GT. Negli ultimi anni i problemi relativi al diritto e alle relazioni internazionali sono diventati prevalenti nei suoi interessi. La sua ricerca teorica si concentra sulle conseguenze politiche e sociali della globalizzazione economica. Ci spiega le ragioni di questi suoi nuovi interessi?

DZ. Sì, è vero, nell’ultimo decennio mi sono molto interessato ai problemi internazionali ed ho anche scritto un lungo saggio in tema di globalizzazione, analizzando i vari aspetti del processo (24). Nel 2001 ho anche fondato il centro Jura Gentium. Center for Philosophy of International Law and Global Politics e la omonima rivista elettronica internazionale (25). Sono convinto che oggi gran parte delle decisioni che ci riguardano vengono prese a livello globale, dai grandi potentati economico-finanziari, politici e militari. Per tentare di capire quello che sta avvenendo attorno a noi, nei nostri paesi e nelle nostre città, è indispensabile cercare di capire che cosa avviene nei rapporti internazionali – anzitutto quelli economico-finanziari – e quali sono le potenze che li gestiscono usando, in definitiva, la forza delle armi per sostenere la propria ricchezza. I processi di globalizzazione presentano alcuni aspetti positivi e molti altri gravemente negativi. Non si può negare che l’apertura globale dei mercati e la loro espansione senza limiti territoriali ha avuto l’effetto di aumentare la concorrenza e la produttività, di stimolare la circolazione dei risparmi su scala mondiale, di ridurre la disoccupazione e quindi di incrementare in misura considerevole la ricchezza complessiva prodotta. Nel 2000 il prodotto interno lordo del pianeta è stato di 42.000 miliardi di dollari e cioè sette volte più che nel 1950. Alcuni autori, Joseph Stiglitz fra i più autorevoli, pur non negando gli aspetti positivi della globalizzazione, sostengono che oggi il quadro della distribuzione della ricchezza su scala globale è allarmante sia per i suoi dati attuali sia, e soprattutto, per le tendenze in atto. Agli inizi degli anni sessanta il 20% più ricco della popolazione mondiale disponeva di redditi 30 volte superiore a quelli del 20% più povero. Dopo circa quarant’anni, il 20% più ricco godeva di redditi di circa 66 volte superiori a quelli della fascia più povera della popolazione mondiale. In quarant’anni la distanza fra i paesi più poveri e i paesi più ricchi, calcolata in termini di PIL, si è dunque più che raddoppiata. Come ha sottolineato John Galbraith, nel 1998 il 20% della popolazione mondiale più ricca si accaparrava l’86% dei consumi mondiali, mentre il 20% più povero consumava l’1,3% di tutti i beni e servizi prodotti. Le 200 persone più ricche del mondo disponevano di risorse superiori a quelle dei due miliardi di persone più povere. Oggi la situazione si è ulteriormente aggravata.

MLAF e GT. Prima in Cosmópolis (26) e poi in I signori della pace (27) lei riconosce che ilglobalismo giuridico” è oggi una corrente di pensiero in larga misura egemonica. E riconosce inoltre che numerosi  filosofi,  politici, giuristi, moralisti e teologi aderiscono ad una visione cosmopolitica delle relazioni internazionali. Fra questi lei segnala Hans Kelsen, Norberto Bobbio, Jürgen Habermas, John Rawls, Hans Küng, Luigi Ferrajoli. Nello stesso tempo, però, lei critica aspramente questi autori che a suo parere stanno tentando di trasformare il diritto internazionale in diritto cosmopolitico. Perché lei è contrario alla nozione di “diritto cosmoplolitico”?

DZ. La premessa filosofica generale del “cosmopolitismo giuridico” è la credenza nell’unità etica e razionale del genere umano, oltre che nella qualità morale o “dignità” della persona. Si tratta di un universalismo etico-metafisico che risente fortemente della tradizione monoteistica dell’ebraismo e del cattolicesimo. A questo monismo metafisico ed etico si accompagna la tesi della “razionalità” del processo storico di integrazione universale delle società umane in un’unica società mondiale. Non a caso la dottrina individualistico-liberale dei diritti umani viene oggi presentata alle culture non occidentali come il paradigma della costituzione politica del mondo. E si aggiunge la certezza che l’unificazione culturale e politica del genere umano è un processo necessario e irreversibile, ormai a portata di mano. I critici del “globalismo giuridico” – ed io sono fra questi – rivendicano anzitutto la molteplicità delle tradizioni normative e degli ordinamenti giuridici oggi in vigore a livello planetario. Boaventura de Sousa Santos, ad esempio, ha parlato di interlegality, indicando con questo termine l’esistenza di “reti di legalità” parallele che obbligano a costanti transazioni e trasgressioni e che non sono riconducibili ad alcun unitario paradigma normativo preesistente alle controversie. Oggi non si può trascurare che il monismo giuridico è contraddetto nei fatti. Non solo le minoranze etniche applicano di fatto un loro diritto particolare dissociato dall’ordinamento statale, ma lo stesso diritto positivo degli Stati moltiplica le possibili opzioni concernenti la singola situazione giuridica. Questo fenomeno è stato studiato in alcune aree continentali che hanno lungamente conosciuto la presenza coloniale, in particolare nel mondo latino-americano e in un certo numero di paesi dell’Asia centrale e meridionale. In Argentina, in Brasile, in Messico, in Perù, il diritto statale di derivazione occidentale confligge sia con le rivendicazioni normative dei movimenti politici più radicali, sia con le tradizioni giuridiche delle minoranze aborigene: basti pensare al movimento dei “Sem Terra” in Brasile, a quello zapatista in Messico, alla rivolta degli indios andini in Perù.

MLAF e GT. In opposizione al “ globalismo giuridico” lei si schiera con le tesi di Hedley Bull, secondo il quale un certo grado di anarchia nelle relazioni internazionali è preferibile al monopolio della forza di un’unica superpotenza. Bull pensa ad una anarchia nella quale i principali soggetti del diritto internazionale continuano ad essere gli Stati sovrani. Attraverso accordi regionali o internazionali, gli Stati riescono a risolvere le eventuali controversie mantenendo un potere decentralizzato e diffuso, senza ricorrere al potere centralizzato di istituzioni sovranazionali. Non le sembra una proposta troppo “debole” di fronte agli enormi rischi che l’umanità intera oggi corre e che minacciano la sopravvivenza della stessa specie umana?

DZ. La mia proposta può essere considerata “debole” e forse lo è. Non pretende di essere la soluzione, ma offre un argomento a favore del pluralismo delle fonti del potere politico internazionale. È soltanto un tentativo di replica alle tesi centralistiche dei Western globalists, secondo i quali la pace e la giustizia internazionale si otterrà solo con l’istituzione di un governo mondiale controllato dalle grandi potenze e avente a sua disposizione una polizia internazionale e una giurisdizione penale internazionale. Ovviamente questa polizia globale dovrebbe disporre di un potere di intervento interno agli Stati nazionali tutte le volte in cui la “comunità internazionale” ritenesse che contrasti interni o vere e proprie guerre civili richiedessero l’intervento militare delle grandi potenze. Questa proposta, oltre che, per fortuna, difficilmente realizzabile, è a mio parere la negazione radicale dell’autonomia dei popoli, della pluralità delle civiltà e delle culture, la negazione della complessità del mondo. È una sfida all’intelligenza, oltre che alla libertà e alla dignità dei popoli e delle persone. Sotto le vesti di un moralismo umanitario e cosmopolita – e in nome della universalità dei diritti umani e della insuperabile razionalità del diritto – il cosmopolitismo finisce per schierarsi a favore di strategie egemoni e aggressive come quelle praticate per oltre un ventennio dai presidenti degli Stati Uniti e in particolare da George Bush junior con metodi sanguinari e terroristici. Esso giustifica le “guerre umanitarie” per la difesa dei diritti umani ignorando che la guerra moderna è uno strumento micidiale di violazione del diritto alla vita di migliaia e migliaia di persone innocenti.

MLAF e GT. Lei usa con frequenza l’espressione “neo-imperialismo statunitense”, ma non pensa che il mondo di oggi sia così complesso e multilaterale che una sola potenza, per quanto superiore e potente sul piano economico e militare, non è in grado di  sottoporlo al proprio controllo? La  pretesa degli Stati Uniti di esercitare un “diritto assoluto” in quanto nazione che in questo momento storico, per usare il linguaggio di Hegel, incarna lo “Spirito del mondo”, incontra forti resistenze da parte degli altri popoli, che non riconoscono agli Stati Uniti alcun diritto assoluto. La  difficoltà degli Stati Uniti e dei loro alleati a tenere sotto controllo due paesi poveri e prostrati come l’Iraq e l’Afghanistan è un segnale di debolezza di un eventuale progetto imperiale egemonico, al punto che alcuni analisti, come fra gli altri Immanuel Wallerstein, hanno già parlato di “declino dell’America” e di “crisi finale” dell’egemonia statunitense.

DZ. Non mi permetto di fare previsioni di lungo periodo. Anche se per caso fossi uno storico o un economista di valore non sarei certo in grado di prevedere se e quando gli Stati Uniti tramonteranno e altre potenze – la Cina? – prenderanno il loro posto. È piuttosto banale supporre – come ha fatto Immanuel Wallerstein e hanno fatto altri analisti di ispirazione marxista – che il tramonto prima o poi ci sarà. Mi limito ai fatti, al presente e al passato prossimo e rispetto l’estrema complessità dei fenomeni internazionali oggi in corso. Oggi gli Stati Uniti sono la potenza che dispone di un imponente armamento nucleare, che travalica gli arsenali militari di tutte le altre potenze del mondo e che è in continuo perfezionamento e rafforzamento dei propri mezzi di distruzione di massa. Solo gli Stati Uniti sono titolari di circa settecento basi militari – oltre a un’infinità di istallazioni militari all’estero e di decine di portaerei – che accerchiano letteralmente il mondo intero e impegnano centinaia di migliaia di militari e di civili in operazioni strategiche. Le loro spese militari sono superiori a quelle delle altre 10 maggiori potenze militari del mondo messe assieme. Solo gli Stati Uniti hanno scatenato vittoriosamente nell’ultimo dopoguerra una lunga serie di attacchi militari unilaterali e di vere e proprie guerre di aggressione – Guatemala (1954), Libano (1958), Cuba (1961), Santo Domingo (1965), Grenada (1983), Libia (1986) Panama (1989), Somalia (1992), Haiti (1994), Bosnia Erzegovina (1995), Kosovo (1999), Iraq (1991 e 1993), Afghanistan (2003–2010). La sola sconfitta subita, in Vietnam (1960-75), non ha lasciato tracce. Solo gli Stati Uniti dispongono di un potere assoluto di condizionamento delle istituzioni internazionali, dal Consiglio di Sicurezza al Fondo Monetario internazionale, alla Banca Mondiale e alla Word Trade Organization (WTO). L’Iraq e l’Afghanistan sono tuttora militarmente occupati dagli Stati Uniti e i governi che li reggono sono totalmente alle dipendenze dei loro “governatori” civili o militari. Nel 2004 ho trascorso un mese in Afghanistan, ospite della organizzazione sanitaria Emergency, diretta da Gino Strada, e potrei testimoniare ampiamente la totale subordinazione del governo Karzai alla volontà degli occupanti.

MLAF e GT. Dopo la crisi economico-finanziaria iniziata nel 2008 il quadro delle relazioni internazionali sta cambiando rapidamente. In questo contesto, quale opinione lei si è fatto del fenomeno dell’emergenza di paesi come il Brasile, la Russia, l’India e la Cina (il cosidetto BRIC), e  del fatto che il G-20 ha sostituito il G8? É possibile interpretare questo fenomeno come l’inizio di una redistribuzione del potere e della ricchezza che riduce le distorsioni della globalizzazione e dà  inizio ad  una politica internazionale  multilaterale?

DZ.  Paesi come il Brasile, la Russia, l’India e soprattutto la Cina aspirano sicuramente a liberarsi dall’egemonia politica, economica e militare dei paesi occidentali e soprattutto degli Stati Uniti. Se ci riusciranno e quando riusciranno a farlo è arduo prevedere. Ed è particolarmente difficile  prevedere se l’eventuale  rivincita delle nuove potenze emergenti si realizzerà in forme pacifiche o, come forse è più probabile, attraverso nuove guerre e nuove stragi, come è avvenuto nel corso dei due ultimi decenni. Quello che si può prevedere con certezza è che la crisi economico-finanziaria del 2008 non è in alcun modo interpretabile come l’inizio di un processo di redistribuzione della ricchezza mondiale e di una riduzione delle distorsioni politico-economico-finanziarie provocate dai processi di globalizzazione. È piuttosto il segno della prevaricazione globale delle élites economico-politiche e dei fund managers che gestiscono un capitale equivalente al PIL del mondo, ricavandone guadagni e stipendi faraonici. La speculazione senza limiti dei movimenti dei capitali, l’affannosa ricerca di un immediato plusvalore, l’attività degli “investitori istituzionali” – le grandi banche d’affari, i fondi d’investimento, le compagnie di assicurazione – hanno drammaticamente provato a quali pericoli la deregolazione sta esponendo l’economia mondiale. La crisi finanziaria del 2008 – tuttora in pieno sviluppo – è stata, ed è, una catastrofe sociale ed umana di prima grandezza. In Europa i capi di Stato, le grandi banche, gli speculatori finanziari, gli econometristi al servizio del grande capitale non escludono che la crisi economica possa spezzare gli anelli deboli della catena occidentale e provocare di conseguenza il crollo dell’intero sistema. La situazione è tale che può essere già considerata, in se stessa, l’inizio di un “tramonto globale”: il sistema economico-finanziario, ha scritto autorevolmente Luciano Gallino, sta compromettendo le basi stesse della sussistenza dell’uomo.

MLAF e GT. Lei accetta l’idea che i diritti umani, pur essendo nati in Occidente, possano avere un valore tendenzialmente universale?

DZ. Quanto alla universalità dei diritti umani, personalmente non ho mai negato il grande significato che la dottrina dei diritti soggettivi e dello Stato di diritto ha avuto all’interno della storia politica e giuridica occidentale. Per me è fuori discussione, come ho già accennato,  che questa dottrina è uno dei patrimoni più rilevanti che la tradizione europea del liberalismo e della democrazia ha lasciato al mondo intero. Il problema è un altro: riguarda il rapporto fra l’individualismo estremo – e il formalismo giuridico – che è sotteso a questa dottrina e che non è, e non può essere condiviso dall’ampia gamma di civiltà e di culture i cui valori sono molto lontani da quelli europei. Si pensi, in particolare, ai paesi del sud-est e del nord-est asiatico, di prevalente cultura confuciana, all’Africa sub-sahariana e al mondo islamico. Qui emerge il tema delicatissimo del dialogo fra le grandi civiltà del pianeta: un dialogo che non può che essere l’esatto contrario dal tentativo delle maggiori potenze occidentali di imporre al mondo i valori occidentali in forme coattive: la propaganda attraverso i mezzi di comunicazione di massa, la coazione giudiziaria attraverso i Tribunali penali internazionali ad hoc, le guerre di aggressione mascherate come “guerre umanitarie”. Qui, grandi interessi economico-militari prevalgono sui valori morali falsamente dichiarati.

MLAF e GT. Nel suo libro Chi dice umanità. Guerra, diritto e ordine globale, lei ha fatto una critica serrata del concetto di “guerra umanitaria”, perchè, a suo parere, ripropone il concetto di “guerra giusta”, risalente alla tradizione medievale. Ma lei non ritiene che in alcune circostanze estreme (ad esempio in Ruanda), e cioè nei casi di grave e comprovata violazione dei diritti umani e di crimini contro l’umanità, sia necessario un intervento della comunità internazionale?

DZ. Credo di avere provato in termini molto analitici, nel volume che avete citato e in altri saggi (28), che i cosiddetti “interventi umanitari” decisi dagli Stati Uniti e per loro volontà anche dalla NATO hanno avuto sempre motivazioni strategiche, di carattere politico, militare e, alla fine, economico. Una delle prove incontestabili è che in Kosovo, appena finiti i 78 giorni dei loro bombardamenti “umanitari”, gli Stati Uniti si sono costruiti una imponente base militare – Camp Bondsteel, in prossimità di Urosevać – che oggi ospita 7mila soldati ed è dotata di ogni tipo di armi da guerra, non escluse, molto probabilmente, le testate nucleari. A parte questo dato oggettivo, l’argomento etico e giuridico per me decisivo è che il diritto alla vita è un diritto personalissimo. Nessuno può sacrificare la vita di persone innocenti – ad esempio attraverso bombardamenti a tappeto con le cluster bombs, con l’uso dell’uranio impoverito e del fosforo bianco o con armi quasi-nucleari come i fuel-air explosives , come hanno fatto gli Stati Uniti – dichiarando che in questo modo altre vite umane in pericolo vengono salvate. Nessun calcolo in aggregato è lecito per quanto riguarda la vita delle persone. Per di più, non può essere il vertice di comando di una alleanza militare come la NATO – è il caso anche qui della aggressione alla Repubblica Federale Jugoslava del 1999 – a decidere che l’intervento umanitario è eticamente doveroso e legittimo, anche in violazione del diritto internazionale e con il sacrificio di migliaia di innocenti, fra cui donne, bambini e persone anziane: non ne ha la minima competenza e autorità morale. Infine, è evidente che l’intervento armato, anche in casi gravissimi come il Ruanda, non porta alcun rimedio: non fa che aggravare il conflitto e spargere altro sangue umano. Utili sarebbero soltanto degli interventi preventivi e non di carattere militare e violento. Aggiungo che il termine “comunità internazionale”, oggi largamente usato dai rappresentanti delle grandi potenze occidentali, non ha alcun senso.

MLAeGT. Questa interessante risposta che lei ci ha dato ci permette di farle un’osservazione a proposito del suo realismo politico. Nella sua argomentazione lei si riferisce di fatto alla  nozione di ‘dignità umana’  e di valore assoluto della persona, e critica qualsiasi politica di mera potenza. Nello stesso tempo, però, lei è un critico del ‘moralismo’ e si schiera per una politica realista. Forse è il caso che lei chiarisca meglio che cosa intende per ‘realismo’ e lo distingua da un realismo conservatore e cinico.

DZ. Io non ho mai usato nei miei scritti l’espressione ‘dignità umana’ e non ho neppure mai sostenuto il ‘valore assoluto delle persone’. Sono espressioni moralistiche, metafisiche, teologiche. Il termine ‘dignità’ è del tutto generico e vuoto e d’altra parte si potrebbe genericamente sostenere che moltissime persone sono prive di dignità. Inoltre, la ricerca etologica ha provato che nessun animale superiore è violento e sanguinario quanto il cosiddetto homo sapiens. Ed anche il valore ‘assoluto’ della persona umana  è insostenibile. Se sono certo che la persona armata che mi sta di fronte sta per uccidermi e/o uccidere i miei figli e se sono anche certo che solo uccidendola o ferendola gravemente in anticipo io riesco a salvare la mia vita o quella dei miei figli, il valore della persona che mi sta di fronte non può essere da me concepito come assoluto. Il mio realismo è anti-moralistico. Ritengo che i deboli, i poveri, gli sfruttati e gli oppressi devono combattere – con molta energia, se è indispensabile – contro i potenti, i ricchi, gli sfruttatori, gli oppressori. Nei rapporti politico-sociali all’interno degli Stati e tanto più nei rapporti internazionali nessuno fa regali. Prevalgono il profitto, la guerra, il terrorismo.  La mia concezione dei rapporti economico-politici è tale per cui la tutela e la promozione dei propri diritti non può che essere ‘attivistica’ e ‘conflittualistica’, a cominciare dalla difesa del proprio diritto alla vita, che considero il diritto primario. Il conflitto sociale  è indispensabile, ma questo non comporta che si debba giustificare minimamente la guerra di aggressione e i suoi esiti sanguinari.

MLAF e GT. Più recentemente lei si è occupato del mondo arabo, in particolare dei paesi della sponda meridionale del Mediterraneo. Nel volume Mediterraneo, un dialogo fra le due sponde e nell’imponente volume collettivo L’alternativa mediterranea (29), da lei curato in collaborazione con Franco Cassano e con la partecipazione di numerosi autori arabi, il Mediterraneo è presentato come um mare fra le terre che le divide e nello stesso tempo le unisce: un luogo di dialogo e di incontro. In quale senso?

DZ. Da circa dieci anni ho avviato rapporti significativi con la cultura arabo-islamica del Maghreb e con la Palestina. Ho stretto rapporti con intellettuali arabi e sottoscritto una convenzione universitaria di collaborazione scientifica e didattica con l’Università di Tunisi El Manar, che per molti anni ha dato buoni frutti grazie alla mediazione del Centro Jura Gentium. La mia tesi è che non ci sarà pace nel mondo e in particolare nel Medio Oriente finché l’Europa non riuscirà a liberarsi dai vincoli dell’impero atlantico e a realizzare una propria identità politica e culturale, cessando di essere semplicemente una potenza bancaria e commerciale e riscoprendo le sue millenarie radici mediterranee. Ho collaborato con la rivista Iride, diretta da Giovanni Mari – e recentemente con la sua versione in lingua inglese Iris – con questo spirito: aprire la cultura europea al sud e all’est del Mediterraneo riscoprendo, con una logica in qualche modo ‘veneziana’, sia i tesori culturali dell’Africa, sia quelli dell’Asia e in particolare della Cina, che del resto ho frequentato e mi propongo di frequentare nuovamente. Il primo passo in questa direzione non può che essere l’apertura di un dialogo con la sponda arabo-islamica del Mediterraneo, secondo il progetto – purtroppo per ora inconcludente – del Processo di Barcellona, avviato nel 1995 dai paesi europei e da tutti i paesi delle sponde mediterranee. In secondo luogo ritengo indispensabile una soluzione della tragedia del popolo palestinese, che non può essere più quella dei ‘due Stati’, uno ebraico e uno palestinese. I territori palestinesi illegalmente e spietatamente occupati da Israele sono ormai ridotti ad una discarica umana dominata dalle colonie israeliane. Occorrerebbe ritornare alla prospettiva che Martin Buber aveva delineato sino dagli anni quaranta: uno Stato federale entro il quale ebrei e palestinesi potessero vivere pacificamente, con eguali diritti ed eguali doveri. Ma dopo l’atroce strage di Gaza del gennaio scorso, l’etnocidio del popolo palestinese sembra ormai inarrestabile ed è improbabile che le buone ma vaghe intenzioni dell’attuale presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, siano destinate a produrre effetti minimamente significativi.

MLAF e GT. A proposito di Barack Obama, qual è il suo punto di vista sulla elezione di un presidente stattunitense di pelle scura e come giudica il primo anno della sua attività politica sul terreno dei rapporti internazionali?

DZ. La strategia militare che la superpotenza americana ha concepito negli ultimi decenni e praticato in particolare nel medio Oriente e in Asia centrale è tuttora in atto. È anzi probabile che questa strategia stia raggiungendo il suo culmine in Afghanistan proprio con l’operazione militare Strike of the Sword, decisa con eccezionale tempestività ai primi di luglio del 2009 dal nuovo presidente Barack Obama. Si è trattato della più imponente operazione di invio di truppe avio-trasportate dai tempi del Vietnam. Le nuove truppe, che si sono aggiunte ai circa 9.000 soldati statunitensi inviati poco prima – in totale è previsto il dispiegamento di 30 mila rinforzi da aggiungere ai 130.000 uomini delle forze ISAF-NATO già impegnate nella guerra – sono destinate a fare strage dei Taliban (in realtà dell’etnia Pashtun) nel sudest dell’Afghanistan. La politica estera del nuovo presidente sembra perfettamente coincidere con quella del suo predecessore, George Bush. Sopravvive l’ideologia del monoteismo imperiale. Si pensi che, nonostante gli sia stato attribuito il premo Nobel per la Pace, il presidente Obama si è rifiutato di sottoscrivere il trattato che impegna i 150 Stati aderenti a non produrre, a non vendere e a non usare mine anti-uomo. “Abbiamo deciso che la nostra politica relativa alle mine anti-uomo resti invariata”, ha dichiarato il portavoce del Presidente, Ian Kelly. E Barack Obama è personalmente rresponsabile anche dei gravissimi crimini di guerra costantemente compiuti dalle armate inviate nel sud dell’Afghanistan. I militari impediscono sistematicamente e intenzionalmente, bloccando macchine e ambulanze, che i Pashtun, anche gravemente feriti, vengano soccorsi negli ospedali di Emergency, come Gino Strada ha pubblicamente denunciato più volte, dichiarando il suo radicale pessimismo circa gli esiti della guerra. Nonostante lo stile accattivante del nuovo presidente e l’autentico entusiasmo che la sua apertura al mondo islamico aveva suscitato – il suo discorso tenuto al Cairo nel giugno dello scorso anno aveva infiammato mezzo mondo – resta il fatto che egli continua a dichiararsi convinto che sarà una vittoria militare a restituire la pace al popolo afghano e all’intera area mediorientale, inclusa la Palestina. È legittimo temere che la strada  imboccata dal presidente Obama e dal Segretario di Stato Hillary Clinton sia destinata a portarci verso nuovi, pericolosissimi conflitti, coinvolgendo sia le potenze regionali emergenti nel continente asiatico, sia lo Stato di Israele e i paesi islamici, non esclusi l’Iran e la Siria.

MLAF e GT. Recentemente lei ha scritto un saggio sulle “ragioni” del terrorismo, nel quale afferma che il terrorismo, soprattutto quello islamico, è una risposta, anche se nichilista, all’aggressione e alla invasione di interi paesi da parte delle potenze occidentali  e al tentativo di imporre loro il modo di vita occidentale. Lei giustifica in questi termini il fenomeno del terrorismo?

DZ. Ho scritto recentemente due saggi sul tema del terrorismo (30). La tesi che sostengo nel secondo saggio, assai più approfondito del primo, è che ‘terrorista’ è anzitutto, anche se certo non esclusivamente, chi scatena guerre di aggressione usando armi di distruzione di massa e fa strage in modo inevitabile, e quindi consapevolmente – spesso di proposito –, di migliaia di persone innocenti, terrorizzando e devastando interi paesi. In questo senso il terrorismo contemporaneo, nelle sue modalità principali, si è sviluppato all’ombra delle ‘guerre umanitarie’ volute dagli Stati Uniti e dai loro alleati a partire dalla guerra del Golfo del 1991 e dalle guerre balcaniche in Bosnia-Erzegovina e in Serbia. Per ‘guerra di aggressione’ intendo, in termini molto generali, un attacco militare unilaterale deciso da uno Stato (o da una alleanza fra Stati) contro la sovranità, l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato o di una nazione che aspira legittimamente a diventare Stato. Sulla base di queste premesse sostengo che il crimine di terrorismo ricorre quando le autorità politiche e militari di uno Stato, usando armi di distruzione di massa, si valgono della loro supremazia militare per aggredire un altro Stato o una nazione, e per diffondere il terrore e fare strage di civili e di militari. Naturalmente si può sostenere che sono altrettanto responsabili del crimine di terrorismo i membri di un movimento in lotta per ragioni politiche, religiose o ideologiche che diffondono il terrore e fanno strage di civili e militari attraverso l’uso di strumenti bellici equivalenti, per il loro potenziale distruttivo e omicida, alle armi di distruzione di massa, come è accaduto l’11 settembre 2001. Ma andrebbe aggiunto che i membri di un movimento in lotta per la difesa del proprio paese dall’aggressione terroristica e/o dall’occupazione di uno Stato aggressore non sono dei terroristi. Essi sono responsabili di crimini di guerra o di crimini contro l’umanità se usano strumenti bellici che fanno strage di civili innocenti fra la popolazione che essi considerano nemica, come è accaduto contro i cittadini israeliani, ebrei ed arabi, da parte di kamikaze palestinesi. In questo caso specifico le eventuali sanzioni dovrebbero tener conto, come di una attenuante di rilievo, della loro sostanziale qualità di freedom fighters. E non andrebbe dimenticato, con Yadh Ben Achour, che Le terroriste est en fait un terrorisé.

L’incontro recente con l’America Latina.

MLAF e GT. All’inizio del  secolo XXI, pur senza dimenticare il Medio Oriente e i problemi relativi al mondo islamico, lei ha deciso di dedicare una particolare attenzione all’America Latina. Che cosa ha ricavato da questa esperienza?

DZ. Dopo aver trascorso complessivamente quasi due anni negli Stati Uniti nel corso degli anni ottanta e novanta, ho smesso di  mettervi piede, sia come studioso che come turista e non ho più accettato inviti a prendere parte a convegni e seminari in quel paese. Ho assunto questo atteggiamento dopo che George Bush junior ha vinto le elezioni presidenziali del 2000. In alternativa ho iniziato a frequentare con particolare intensità l’America centrale e meridionale, visitando quasi tutti i suoi paesi e in modo particolare il Brasile. Sono stato Visiting Professor presso l’Università Federale della Paraíba, João Pessoa (Brasile) e ho tenuto corsi di lezioni presso sedi universitarie dell’Argentina, del Brasile, della Colombia e del Messico. La mia impressione – per esprimermi in termini molto generali – è che il destino del mondo passi anche per l’America latina: un paese come il Brasile, in particolare, emerge ormai come una grande potenza che, nonostante le gravi contraddizioni che la lacerano, opera come un deciso avversario del progetto panamericano – il progetto Alca – che gli Stati Uniti hanno tentato di imporre secondo una logica neocoloniale e neo-imperiale. È importante che, in stretta collaborazione con l’Argentina, il Brasile metta a punto una strategia che unifichi i paesi dell’America del Sud per difendere dall’invadenza statunitense l’autonomia economica e politica dell’area del Mercosur e dell’intero subcontinente latino-americano.

MLAF e GT. In questo suo avvicinamento all’America Latina e in particolare al Brasile, quali aspetti della realtà che ha visto e sperimentato hanno maggiormente richiamato la sua attenzione, in particolare dal punto di vista della sociologia del crimine, della marginalità e delle pene carcerarie?

DZ. Non posso che ripetere letteralmente quello che con assoluta sincerità ho detto nella mia prolusione al conferimento della Laurea Honoris Causa che il Rettorato dell’Università Federale della Paraíba mi ha generosamente attribuito nel settembre 2007. Ai miei occhi il Brasile concentra in sé, in modo paradigmatico e drammatico, le grandi antinomie dei processi di integrazione globale oggi in corso a livello planetario. È un paese di rara bellezza e la sua gente esprime giovinezza, vitalità, generosità, intelligenza. Per  questo amo il Brasile. Ma io ho visitato con molta attenzione anche le favelas delle grandi metropoli, sono entrato nelle carceri e nei Commissariati di polizia, ho accertato le condizioni di vita nelle riserve degli indios e nei grandi latifondi, ho assistito a episodi di violenza, ho misurato l’abisso che separa i poverissimi dai poveri, i poveri dai ricchi e i ricchi dai ricchissimi.

MLAF e GT. Lei come interpreta l’attuale processo di integrazione latino-americana e il ruolo svolto dal Brasile? Quali sono le ragioni profonde del suo interesse per il Brasile e specialmente per il Nordest brasiliano?

DZ. Non mi permetto di dare giudizi specifici e puntuali, poiché la mia conoscenza della situazione politico-economica del Brasile e dell’America del sud è tuttora carente. La sola cosa che mi sento di poter dire con convinzione e una certa sicurezza è che il Brasile è una grande potenza sempre più in grado di svolgere un ruolo di primo piano nell’arena politica ed economica internazionale, ormai riscattata, assieme a molti altri paesi latino-americani, dalla minaccia panamericana proveniente dal Nord. Per questo trovo di grandissimo interesse l’idea, lanciata  dal governo brasiliano nell’incontro di Pretoria dell’ottobre 2007, di una alleanza strategica fra paesi come la Cina, l’India, il Sud-Africa e il Brasile contro l’unilateralismo egemonico che oggi domina i processi di globalizzazione. Occorrerebbe insomma riconoscere che solo grazie all’interazione fra le sub-potenze regionali emergenti in America Latina, Africa ed Asia oggi si può contrastare l’egemonia globale degli Stati Uniti e dei loro più stretti alleati e promuovere un’alternativa allo scontro fra il neo-imperialismo statunitense e l’inevitabile replica terroristica. Quanto alla mia attenzione e simpatia per il Brasile e in particolare per il Nordest brasiliano, essa  risente sicuramente di una mia predilezione culturale e politica. Il Nordest in particolare mi ha conquistato perché è un’area del Brasile dove sofferenza e generosità si intrecciano, dove la povertà è diffusa ma è raramente letale, dove la violenza è contenuta, dove il meticciato si è imposto come un valore antropologico. E poi c’è il Sertao – un tempo poverissimo, con una speranza di vita in media di 28 anni – che mi ha affascinato per la sua antica bellezza e per lo splendore dei suoi deserti e della sua vegetazione. E non posso tacere il fascino che ha esercitato su di me Morte e vida severina di João Cabral de Melo Neto: un’opera poetica che vale più di mille trattati di antropologia tropicale.

Il bilancio di una vita: un granello di sabbia?

MLAF e GT. Le persone della sua generazione hanno vissuto le grandi trasformazioni del mondo che hanno caratterizato il secondo dopoguerra. Se guardiamo  retrospettivamente al suo percorso intellettuale e politico, al suo passaggio da un paradigma a un altro, emerge una certa  inquietudine intellettuale lungo l’intera traiettoria. Sembra che i suoi cambiamenti si debbano più a vere e proprie ‘rotture epistemologiche’  che non a delle graduali evoluzioni. Lei è d’accordo con questa nostra impressione?

DZ. Non cesso di ripetere che, nonostante la perentorietà con cui spesso mi esprimo, scrivendo o parlando, sono sicuro di non possedere alcuna verità, alcuna certezza, nulla da offrire agli altri che non sia l’inquietudine, la curiosità, il desiderio di apprendere, lo spirito critico, la passione per la ricerca, il pungolo del dubbio. È con questo spirito che ho attraversato alcuni ‘paradigmi’ e mi sono trovato di fronte alla necessità di compiere delle ‘rotture epistemologiche’. E con questo spirito che ho attraversato il mondo, che ho viaggiato in tutti i continenti, affascinato dal diverso, dal nuovo, dall’’Altro’, trascinato dal vortice della bellezza e della complessità delle cose.

MLAF e GT. Nello stesso tempo non è difficile individuare in questo  percorso alcune continuità ricorrenti nella sua vita intera. Un elemento costante é la sua collocazione a sinistra dello spettro politico, come cattolico ‘disobbediente’, come marxista critico e come liberale radicale. Lei si riconosce in questa immagine?

DZ. Cattolico? Marxista? Liberale? Direi tre volte di no. Riconosco tuttavia di essere sempre stato molto critico delle società in cui mi sono trovato a vivere, insofferente dell’ordine stabilito e, quindi, intellettualmente orgoglioso. La sola cosa di cui sono sicuro, e che mi permetto di affermare con una certa sicurezza, è che non mi sono mai piegato di fronte all’arroganza e all’ottusità del potere, anche di quello accademico, quando è stato necessario. In realtà io sono stato quasi sempre “una voce fuori dal  coro”, una voce che spesso le maggioranze, dentro e fuori l’ambito accademico, hanno giudicato eccessivamente polemica, provocatoria, se non del tutto stonata. Non sono mai stato un benpensante, moderato e indulgente. In questo senso generico si può dire che sono sempre stato ‘di sinistra’. Ma gli amici dicono di me, ironicamente, che ho un’incontenibile predilezione per le posizioni di minoranza, che non sopporto il consenso degli altri, se a consentire con me sono in molti.

MLAF e GT. Un altro elemento di continuità nella sua vita può essere visto nello stretto rapporto fra ricerca scientifica in ambito uiversitario e impegno politico. La  sua biografia intellettuale e le sue scelte personali sono strettamente legate agli eventi politici e sociali dell’epoca e i suoi scritti hanno come obiettivo l’intervento nella realtà nel tentativo di trasformarla.

DZ. È assolutamente vero, come mi sembra che mostri con evidenza anche questa nostra conversazione che oscilla continuamente fra tematiche teoriche molto sofisticate e giudizi politici del tutto espliciti su problemi di attualità. Un vero docente universitario non si sarebbe mai piegato a questa contaminazione….

MLAF e GT. Aggiungiamo che un’altra continuità può essere individuata nel suo  stile di scrittura: sobrio, obiettivo, chiaro, esplicativo, che non cade mai nella pedanteria e nella retorica. D’altra parte noi sappiamo bene che lei tiene molto al tema della ‘anti-retorica’. È vero?

DZ. Ho imparato a scrivere da Bobbio. Ma è anche vero che, sin da ragazzo, ho sempre cercato di farmi capire e di usare un linguaggio non pedante e non banale e nello stesso tempo chiaro e semplice. Ed è il mio realismo politico che mi ha spinto ad essere anti-retorico. Ed anche il fatto che quando parlo in pubblico non dimentico mai che fra le persone che mi ascoltano ci può essere qualcuno che sa come me che cosa sia la sofferenza e la speranza, nelle loro forme estreme.

MLAF e GT. Per concludere, dobbiamo pensare che lei sia un ottimista sul futuro del mondo o, al contrario, un pessimista?

Io non sono un ottimista, come non lo era Bobbio, e non sono in attesa di un mondo migliore, e tuttavia non dimentico la splendida massima che in Il problema della guerra e le vie della pace Bobbio ha evocato: “Qualche volta è accaduto che un granello di sabbia sollevato dal vento abbia fermato una macchina. Anche se ci fosse un miliardesimo di miliardesimo di probabilità che il granello sollevato dal vento vada a finire negli ingranaggi del motore e ne arresti il movimento, la macchina che stiamo costruendo è troppo mostruosa perché non valga la pena di sfidare il destino” (31).

NOTE

(20) L’editore è Shanghai Joint Publishing Company, Shanghai. Il volume, tradotto in cinese sulla base dalla versione inglese (The Rule of Law, Dordrecht, Springer, 2007), uscirà entro il 2010.

(21) Si veda I marxisti e lo Stato, Milano, Il Saggiatore, 1977.

(22) Cfr. “Filosofia della pena e istituzioni penitenziarie”, Iride, 1 (2001), pp. 47-58.

(23) Si veda L’altro diritto. Centro di Documentazione su carcere, devianza e marginalità, <http://www.altrodiritto.unifi.it>.

(24) Si veda Globalizzazione. Una mappa dei problemi, Roma-Bari, Laterza, 2004.

(25) Si veda  < HYPERLINK “http://www.juragentium.unifi.it” http://www.juragentium.unifi.it>.

(26) Si veda Cosmopolis. La prospettiva del governo mondiale, Milano, Feltrinelli, 1995.

(27) Si veda I signori della pace. Una critica del globalismo giuridico, cit., passim.

(28) Si veda in particolare il mio saggio “Humanitarian Militarism”, in S. Besson,  J. Tasioulas (a cura di), Philosophy of International Law, Oxford, Oxford University Press, 2009.

(29) Si veda F. Cassano, D. Zolo (a cura di), L’alternativa mediterranea, Milano, Feltrinelli, 2007.

(30) Cfr. “Le ragioni del terrorismo”, in La giustizia dei vincitori, cit., pp. 127-39; “Introduzione” a Terrorismo umanitario. Dalla guerra del Golfo alla strage di Gaza, Reggio Emilia, Diabasis, 2009.

(31) Cfr. N. Bobbio, Il problema della guerra e le vie della pace, cit., pp. 94-5.

Giuseppe Tosi è Professore associato di filosofia nell’Università Federale della Paraíba (João Pessoa, Brasile) e si è occupato in prevalenza di filosofia medievale, di storia della filosofia della prima età moderna e di filosofia politica. Ha dedicato i suoi scritti più recenti all’evoluzione della dottrina dei diritti dell’uomo, concentrandosi sul pensiero di Bartolomé de Las Casas. Dal 1995 al 1998 ha  frequentato il Dottorato di ricerca presso l’Università di Padova e ha svolto ricerca nel 2005 e nel 2006 presso il Dipartimento di Teoria e Storia del Diritto dell’Università di Firenze. Nel 2007 ha curato per l’editore Laterza il volume De Regia Potestate di Las Casas.

Maria Luiza Alencar Feitosa è Professoressa associata del Centro di scienze giuridiche dell’Università Federale della Paraíba (João Pessoa, Brasile) e docente del Programma di “Pós-Graduação em Direito” della medesima università. Fa parte del Comitato Esecutivo del Consorzio Latinoamericano dei Diritti umani, che comprende Università del Brasile e di molti altri paesi dell’America Latina. Si è occupata di settori speciali del diritto (diritto economico e contrattuale) e di diritti umani, sociali e culturali. Ha approfondito in particolare i temi della globalizzazione, dello sviluppo, della regolazione statale, del rischio. Ha pubblicato diversi testi, fra i quali  Paradigmas inconclusos (Coimbra, 2007).

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