SUL CASO “DICIOTTI”

di Nello Scavo 

Nave Diciotti, c’era un piano per creare lo scontro 

Trasbordi, omissioni, dirottamenti e «ordini» via web. Aperte 3 inchieste. E già mercoledì l’equipaggio aveva presagito «che non sarebbe stata una cosa breve».

C’era un piano per creare un caso internazionale sui migranti. Un progetto per mettere tutti contro tutti. Lo stallo della Diciotti non è un inconveniente dettato dall’emergenza. «Lo abbiamo capito la settimana scorsa, mercoledì sera, quando ci è stato chiesto di andare in supporto di due motovedette – riferiscono fonti dell’equipaggio dall’ammiraglia della Guardia costiera –. Chiaro, a quel punto, che non sarebbe stata una traversata breve e saremmo andati per le lunghe». È in quel preciso momento che il sospetto si materializza sotto forma di ordini via radio. E di omissioni. «Abbiamo ricostruito con il comandante l’origine di questa situazione – racconta Riccardo Magi, leader dei Radicali Italiani salito a bordo della Diciotti -. Da una parte l’indicazione del ministro Toninelli e poco dopo la posizione del Viminale, appresa via web dal comandante ». Via social network, per la precisione.

Una situazione senza precedenti per dei militari abituati a ricevere e impartire ordini inequivocabili. Ed è questo uno dei passaggi su cui dovrà lavorare la procura di Agrigento. Tanto che, non sapendo cosa sarebbe accaduto dopo essere stato dirottato da Lampedusa a Catania, il comandante ha fermato i motori al largo del porto etneo in attesa di conferma da parte dei superiori. «Il comando generale gli ha ordinato di attraccare, ma senza consentire lo sbarco», riferisce Magi.

Mercoledì della scorsa settimana, un’imbarcazione con 190 persone in fuga dalla Libia si trovava in zona Sar (ricerca e soccorso) maltese. Alle 3.40 due unità della Guardia Costiera italiana sono intervenute a 17 miglia nautiche da Lampedusa caricando i migranti. Circa cinque ore dopo, alle 8.20, è intervenuta la nave Diciotti a cui era stato chiesto di trasbordare tutti i 177 naufraghi.

Le due motovedette, come accaduto per anni, avrebbero potuto dirigersi verso Lampedusa in condizioni di sicurezza, invece è arrivato l’ordine di trasferire i migranti sulla nave ammiraglia, in grado di ospitare un cospicuo numero di persone per un lungo periodo di tempo.

Non è l’unica anomalia.

Quando la Diciotti si trovava nei pressi di Lampedusa (sotto la giurisdizione della procura di Agrigento) i magistrati hanno aperto un’inchiesta, ma a questo punto l’unità di soccorso viene dirottata su Catania, oltrepassando porti come Pozzallo e Augusta, su cui hanno competenza le procure di Ragusa e Siracusa, che già in passato hanno bocciato la linea del procuratore catanese Zuccaro.

Qui, però, arriva il colpo di scena.

Luigi Patronaggio, procuratore capo di Agrigento, si reca di persona a Catania e compie un’ispezione a bordo della Diciotti. Il reato di illecito trattenimento e di sequestro di persona – una delle ipotesi su cui Agrigento sta lavorando – possiede infatti la “continuità territoriale”. La competenza investigativa, dunque, rimane radicata alla procura che per prima ha aperto il fascicolo. Una circostanza presagita dal comandante della Diciotti, Massimo Kothmeir, che alla vista di Catania aveva domandato ai suoi superiori: «Che devo fare? Devo entrare in porto o no? Non è che mi mettono i braccialetti d’argento?». Parole espresse, non senza sconcerto, dopo aver letto su un social network che il Viminale non autorizzava lo sbarco nonostante il via libera all’attracco del ministero per le Infrastrutture.

Sono tre le Procure siciliane che indagano. La Dda di Palermo ha aperto un fascicolo in cui si ipotizza l’associazione a delinquere «finalizzata al traffico di migranti » e l’associazione a delinquere «finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina». Nell’indagine, che per legge spetta alla direzione distrettuale essendo prospettati reati di criminalità organizzata, sono confluite le testimonianze dei richiedenti asilo fatti sbarcare subito a Lampedusa per ragioni sanitarie.

La procura di Agrigento, invece, indaga a carico di ignoti per sequestro di persona e arresto illegale, poiché i migranti sono ancora trattenuti “in custodia” da un mezzo militare italiano senza che sia stato chiesto a un giudice l’autorizzazione al prolungamento del loro trattenimento (che normalmente non dovrebbe superare le 48 ore). Oggetto dell’inchiesta è anche risalire nella catena di comando a chi, disponendo l’obbligo di non lasciare la Diciotti, stia illegittimamente limitando la libertà personale dei migranti, molti dei quali (almeno i 130 eritrei) sono quasi certamente beneficiari dei diritti di protezione internazionale. Qualora i magistrati accertassero responsabilità di componenti del Governo il fascicolo dovrebbe passare al tribunale dei ministri che agisce con i poteri che il vecchio codice di procedura penale riconosceva al giudice istruttore. Contrariamente a quanto speravano i sostenitori della linea dura, il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro non se ne è stato a guardare ed ha aperto un fascicolo di ‘atti relativi’: accertamenti preliminari per vedere se siano ipotizzabili reati e che potrebbero poi portare alla apertura di un’inchiesta vera e propria. «Se qualcuno pensa di arrestarmi sbaglia a capire», ha risposto Matteo Salvini, adducendo più che ragioni di diritto, la minaccia della piazza: «C’è la maggior parte del popolo italiano che chiede ordine, regole, rispetto e un’immigrazione sotto controllo».

La quasi totalità dei migranti sulla nave bloccata a Catania avrebbe potuto avere lo status di rifugiato circolando così in tutta Europa

di Nello Scavo

Da anni non si vedeva una nave con la quasi totalità di migranti eritrei: 130 su 150. Una nazionalità, la loro, che di norma non ha bisogno di annunci dai governi Ue per la loro accoglienza. Ricollocarli sarebbe stato quasi automatico. Perciò a irritare molte cancellerie europee non è stato solo il tono minaccioso con cui l’Italia ha sfidato i partner Ue.

Quello della “Diciotti” appare sempre di più, come vanno appurando anche gli investigatori, come un caso montato ad arte, quando avrebbe potuto essere affrontato senza traumi.

Gli eritrei ancora bloccati con gli altri africani a bordo della nave ammiraglia della Guardia Costiera, rappresentano il gruppo che, in Italia e in Europa, registra il più alto tasso di riconoscimento dello status di rifugiato. In alcune commissioni territoriali del nostro Paese si supera addirittura il 90%.

La cooperazione dei Paesi europei nel loro ricollocamento non è mai stata messa in discussione. Difficilmente Berlino, Oslo, Parigi, Stoccolma e perfino Vienna rispediscono a sud delle Alpi i profughi da Asmara che hanno ottenuto il riconoscimento dello status dall’Italia. Fino al settembre scorso il ricollocamento era pressoché istantaneo. Ma a causa delle tensioni interne all’Unione l’automatismo è stato sospeso, non proibito.

È proprio il ministero dell’Interno italiano ad informare attraverso il Dipartimento Immigrazione che «i richiedenti protezione internazionale – si legge sul sito del Viminale – appartenenti a nazionalità (o apolidi residenti) per le quali il tasso di riconoscimento della protezione internazionale è pari o superiore al 75% (sulla base dei dati Eurostat dell’ultimo quadrimestre) possono essere trasferiti in uno Stato Membro».

Fino a settembre scorso era sufficiente sbarcare e nel giro di qualche giorno i profughi avrebbero ottenuto il biglietto di andata verso un’altra destinazione Ue. Successivamente al congelamento del piano di redistribuzione immediata, una volta presentata la domanda e ottenuta la protezione internazionale, il profugo che esprime il desiderio di trasferirsi all’estero viene preso in carico dall’Easo, l’Ufficio europeo di supporto all’asilo che in Italia è particolarmente attivo. «Se c’è una nazionalità che non incontra problemi nell’ottenere protezione e poi nel trasferirsi è proprio quella eritrea», conferma Cristopher Hein, docente di Diritto e Politiche di Immigrazione alla Luiss. «È vero che a causa della cessazione del ricollocamento automatico gli Stati non possono più insistere per ottenere i trasferimenti, ma è altrettanto vero – prosegue Hein – che gli eritrei continuano a beneficiare di un percorso privilegiato proprio perché non vi è dubbio alcuno sul loro status».

Proprio quello che si sarebbe potuto ottenere per i migranti della Diciotti.

Una procedura, però, che non avrebbe avuto l’effetto annuncio con cui il governo sottolinea oramai abitualmente di aver “piegato” l’Europa. Di preferenza gli eritrei si recano in Svizzera (che non appartiene all’Ue ma su questa nazionalità è sempre stata di manica larga), seguita da Germania, Paesi Bassi, Svezia e Norvegia.

Nonostante recentemente sia stata firmata la pace con l’Etiopia, l’Eritrea resta agli ultimi posti nelle classifiche mondiali dei diritti umani. Ad Asmara c’è un presidente in carica da oltre vent’anni (Isaias Afewerki è al potere dal 1993); non esiste stampa libera (l’ultimo giornale non governativo è stato chiuso nel 2001 e i giornalisti imprigionati); è impossibile ottenere visti per lasciare il paese legalmente (divieto assoluto dai 5 ai 50 anni).

La popolazione viene tenuta all’oscuro di quanto accade al di fuori dei confini. Internet, per fare un esempio, è pressoché inesistente: solo l’1% della popolazione ha accesso alla Rete, i cui contenuti vengono “filtrati” dal governo.

Tratto da: www.avvenire.it

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