BRASILE: “VAMOS”, SI, MA FIN DOVE?

di Plinio Arruda Sampaio Junior *

Brasile: un 2018 per sbarrare la strada all’assestamento del golpe?

Dopo la destituzione di Dilma Roussef a fine agosto del 2016, l’anno 2017 in Brasile é stato quello del consolidamento del programma golpista. E se la nave ammiraglia dell’offensiva delle destre, la riforma del sistema pensionistico, ancora non é arrivata in porto, molto numerose sono state le contro-riforme borghesi adottate, come gli attacchi al pre-salario e un’ondata di privatizzazioni.

Non sono quindi bastate le grandi mobilitazioni del primo semestre dello scorso anno – le manifestazioni che paralizzarono il paese il 15 marzo, lo sciopero generale del 28 aprile, uno dei più grandi della storia del paese, oppure l’occupazione a fine maggio della spianata dei ministeri a Brasilia da parte di più di 200’000 persone (1) – a bloccare l’agenda golpista.

Però, il paese ha anche conosciuto lo sviluppo di un processo di elaborazione programmatica partecipativa che ha dato vita alla piattaforma “Vamos”. Risultato della convergenza nella volontà di elaborare un altro progetto per il paese, Vamos ha visto confrontarsi decine di migliaia di senzatetto, di disoccupati, di lavoratori, indigenni, afro-discendenti, minoranze, femministe, intellettuali, dirigenti politici, militanti e non di partiti di sinistra durante 55 incontri avvenuti, nel secondo semestre dello scorso anno in 24 città. Circa 130’000 altre persone hanno poi partecipato ai dibattiti via internet.

Ed é così che, al momento in cui la giustizia dichiara inelegibile l’ex presidente Lula, la piattaforma Vamos si presenta come una proposta per il paese in quest’anno di elezioni presidenziali.

Come spesso accade, però, il sentimento d’urgenza nell’elaborazione di una alternativa politica soffre di impazienza, di quell’impazienza che spinge a ridurre lo spazio di approfondimento – e di dubbio – a profitto di risposte a prima vista sensate.

Nell’articolo che qui traduciamo e pubblichiamo, nonostante un tono sentenzioso e a volte anche pedante, un articolo dell’ex candidato alla presidenza del PSoL, Partito Socialismo e Libertà  (2), Plinio Arruda Sampaio Junior, che pone delle interrogazioni serie ed esigenti. Esigenti perché l’ambizione é nientedimeno che quella di cambiare il mondo… (pg)

Traduzione e note di Paolo Gilardi

Dopo innumerevoli dibattiti e migliaia di interazioni virtuali, la piattaforma Vamos, organizzata dal “Fronte senza paura” (3) sottopone alla critica i risultati preliminari della sua proposta per la costruzione di un programma di sinistra capace di far fronte alla crisi nazionale. E’ un’iniziativa lodevole. Infatti, nell’ambiente claustrofobico nel quale stiamo vivendo, ogni contributo al dibattito pubblico é benvenuto.

Per i/le militanti del PsoL é particolarmente importante conoscere le proposte e le conseguenze pratiche di Vamos soprattutto dopo l’adozione da parte del quarto congresso nazionale e senza un’effettiva discussione fra la base militante, delle basi del programma del partito per le elezioni presidenziali del 2018.

Non aspettandosi soluzioni mandate dal cielo, nella sua presentazione, Vamos annuncia chiaramente la sua intenzione di fare la storia con le proprie mani, un’idea che convoca tutti all’esercizio civico della politica. Senza preoccuparsi di presentare una contestualizzazione del momento storico, il documento presenta i sei assi alla base delle sue proposte per risolvere i problemi del popolo brasiliano: Economia, Potere, Comunicazione e Cultura, Territorio e Ambiente, Educazione, Razzismo contro le popolazioni afro-discendenti, Femminismo e LGTB.

Si tratta di una lista di misure. Invano si cercheranno le relazioni di causa ed effetto tra la diagnosi e le cure proposte, assente é l’analisi specifica dei soggetti collettivi e delle azioni da intraprendere, inesistente il tentativo di stabilire dei legami tra le intenzioni, le azioni e le mediazioni necessarie per stabilire nessi tra particolare e generale. Sommariamente, Vamos dice quel che si deve fare senza perdere tempo per delle considerazioni che riduce al rango di quisquilie.

La storia negata

Il principale problema delle linee direttrici di Vamos é che ignorano la celebre avvertenza di Marx nell’introduzione al “18 Brumaio” secondo la quale gli uomini fanno la propria storia, però non la fanno come vogliono, in modo arbitrario, ma in funzione di condizioni storicamente determinate. Senza la definizione delle basi oggettive e soggettive che determinano la lotta delle classi, il campo di opportunità individuato dal pensiero a portata d’azione diventa indeterminato. Se il senso della storia é ignorato e se le tendenze effettive della lotta permangono indefinite, come vuole la moda post-moderna, tutto é possibile così come tutto é impossibile.

Secondo la concezione astratta e aleatoria della temporalità contenuta nel programma di Vamos, l’umanità avanza come una capra cieca. Non ci sono contraddizioni che condizionino le necessità storiche e che delimitino le possibilità d’agire. L’unica referenza storica concreta menzionata nel programma di Vamos é la rottura di continuità economica e politica rappresentata dall’arrivo di Michel Temer al governo, arrivo golpista che funge da vero e proprio spartiacque tra un periodo di volontarismo alla ricerca dello sviluppo (4) e di lotta per la democrazia e contro le ineguaglianze sociali ed un altro, un periodo di crisi economica, di incremento delle diseguaglianze sociali e di regressione politica. L’utopia del progetto Vamos sta nel fatto di volersi riallacciare ad un passato spurgato dalle sue insufficienze a partire dall’addizionarsi della volontà di individui decisi ad affrontare la crisi a partire da un “consenso negoziato”

L’assenza di una prospettiva di classe impedisce di caratterizzare la lotta fra le classi come una guerra senza tregua tra capitale e lavoro.

L’ignoranza della specificità del Brasile, una formazione storica prigioniera di un capitalismo dipendente, inibisce le capacità di individuare le strutture responsabili della miseria del popolo. L’assenza di interpretazione della natura del capitalismo contemporaneo e del suo impatto sulle regioni periferiche impedisce la percezione della portata delle trasformazioni storiche che condizionano la lotta fra le classi in Brasile, una formazione sociale che sta conoscendo un irreversibile processo di involuzione neocoloniale che combina in un modo inedito ricchezza e povertà, affari e barbarie, sviluppo delle forze produttive e distruzione dell’ambiente.

L’inesistenza di qualsiasi considerazione sulla crisi mondiale, fattore determinante della congiuntura, implica l’esimersi dal capire l’estrema violenza della distruzione creatrice che caratterizza le trasformazioni provocate dalla crisi capitalista. L’assenza di interpretazione delle nuove tendenze in atto nel quadro della divisione internazionale del lavoro e dei loro effetti sull’economia brasiliana impedisce di capire quali siano le forze telluriche che condizionano il processo di regressione coloniale che sta abbassando progressivamente il livello di civiltà con conseguenze durissime per la società brasiliana. L’assenza di una visione delle cause strutturali della crisi terminale dell’industrializzazione, delle difficoltà generate dalla più grave disoccupazione della storia del paese sono ridotte a dei problemi congiunturali provocati dalla messa in atto di una politica economica ortodossa.

La crisi politica é per parte sua ridotta ad un problema di carattere istituzionale provocato dalla presenza del governo. Non c’é una parola  sulle ragioni che spinsero la gioventù a scendere in piazza durante le giornate di giugno del 2013. Non una parola sul disastroso passaggio di Lula e di Dilma a capo del governo federale la cui principale evidenza sta nella disastrosa eredità: una crisi economica senza precedenti e l’affermarsi della Repubblica dei delinquenti. Non c’é nessun posizionamento sulle cause sistemiche del mare di fango che é diventata la politica nazionale. Né la crisi finale della “nuova repubblica”, né le sue conseguenze sono oggetto di riflessione per Vamos.

L’inesistenza di una valutazione delle profonde contraddizioni che determinano la lotta fra le classi impedisce di capire che l’approfondirsi delle contraddizioni tra capitale e lavoro spinge la borghesia ad organizzare la sua dominazione come una contro-rivoluzione permanente. In Brasile, in una società divisa tra ricchi e poveri, l’offensiva reazionaria assume i contorni di una vera e propria guerra civile contro i lavoratori la cui manifestazione più brutale é la criminalizzazione sistematica della lotta politica, il controllo militare che sottopone le periferie al coprifuoco con la sua inevitabile conseguenza, il genocidio indiscriminato della gioventù povera.

Critica negata

Sebbene si rivendichi “di sinistra”, la Piattaforma Vamos non si riallaccia minimamente alle tradizioni del materialismo storico, ne’ alla ricca tradizione del pensiero critico latino-americano. Termini quali sfruttamento, lotta di classe, proletariato, borghesia, apparati ideologici di stato, dominazione, colonialismo, imperialismo, sottosviluppo, dipendenza, segregazione sociale, stato d’eccezione, stato penale sono completamente assenti dai documenti di Vamos, così come estranei a quei documenti sono pure concetti quali riforma o rivoluzione. Non é che non siano menzionati, il che potrebbe risultare da una strategia retorica. Il problema é che queste nozioni fanno parte integrante della filosofia che sta alla base delle proposte politiche senza però che tanti, da Marx a Engels, da Lenin a Trotsky, da Rosa Luxemburg a Gramsci, José Marti, Mariategui, Caio Prado Jr, Florestan Fernandes e a molti altri, non sono stati convocati alla costruzione dell’arsenale teorico di Vamos.

Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Il metodo ed il discorso di Vamos hanno altre ispirazioni. Le proposte economiche sono chiaramente allineate sulle illusioni neo-keynesiane di un capitalismo addomesticato e sulla convinzione neo-schumpeteriana secondo la quale le dinamiche dello sviluppo del capitalismo troverebbero impulsi nella competenza intercapitalistica. In materia di politiche sociali invece Vamos combina i programmi assistenziali promossi dalla Banca mondiale con delle proposte di economia solidale ispirate dal socialismo utopico.

Gli assi concernenti l’oppressione, le questioni istituzionali e l’ambiente si ispirano a principi post-modernisti temperati dal recupero di alcune formule di programmi compensatori dei governi di Lula e Dilma. Modello di sviluppo, innovazione, regolazione dei mercati, sostenibilità, governabilità, élites, diversità, democrazia partecipativa, economia solidale, “bolsa familia” (5), sono tutte nozioni che figurano come una sorta di catalogo delle proposte di Vamos. Ma cosa ci si guadagna a negare le origini dei problemi e a fare nostro il linguaggio dei nostri nemici di classe?

La trasformazione sociale negata

L’assenza di una prospettiva critica non permette proposte che vadano molto al di là del semplice buon senso. L’incapacità di concepire cambiamenti qualitativi iscritti nel movimento storico limita i cambiamenti proposti ai parametri dello statu quo. Rinunciando alla volontà di cambiare lo stato, ci si aspetta che un nuovo stato risulti da un lento processo di evoluzione istituzionale. La politica risulterebbe in tal modo condannata all’orizzonte del cretinismo parlamentare.

La preoccupazione di presentare proposte tangibili, ottenibili nel quadro di rapporti di forza stabiliti implica necessariamente delle soluzioni interne al sistema. E la possibilità che il sistema non possa portare soluzioni ai problemi del popolo, come é il caso, non é nemmeno lontanamente presa in considerazione.

Un orizzonte epurato dalla necessità e dalla possibilità di grandi trasformazioni sociali esclude ovviamente l’alleanza con i partiti politici che si oppongono al sistema. Non sorprende quindi che l’appello all’unità della sinistra non incorpori le avanzate programmatiche realizzate da settori del PsoL ed ignori olimpicamente gli importanti contributi del Partito comunista (PCB) e del Partito socialista unificato dei lavoratori, il PSTU. L’unità proposta é dunque quella delle forze che si situano all’interno del sistema con il PT quale obiettivo principale.

Il programma presentato dal Fronte senza paura sta a anni luce da un piano di lotta che orienti la pratica dei lavoratori alla ricerca di una via d’uscita civilizzata all’impasse di civiltà di cui soffre la società brasiliana. Circoscritto ad un miserevole possibile, il programma é ben lungi dal rispondere ai problemi reali dei lavoratori brasiliani confrontati all’avanzare della barbarie in tutte le dimensioni della vita. Le questioni all’origine delle risposte più virulente dello statu quo rimangono così nella penombra.

Infatti, come conquistare l’autonomia nazionale senza rompere con l’imperialismo? Come migliorare il livello tradizionale di vita dei lavoratori senza creare impieghi ben remunerati alla grande massa di forza lavoro che per il momento rimane precaria? Come superare la povertà senza eliminare la ricchezza? Come combattere le disuguaglianze senza interrogare un modello di accumulazione che copia lo stile di vita dei padroni delle economie centrali? Come fermare lo scempio ambientale senza rimettere in causa l’automobile, l’estrattivismo e l’agro-businness?  Come modificare l’orientamento della politica economica senza ridiscutere del ruolo strategico del debito pubblico come centro nevralgico della politica economica? La lista sarebbe interminabile. Vamos resta in superficie della realtà. A forza di occultare le ragioni strutturali della miseria brasiliana, Vamos si limita a gestire la barbarie.

La conseguenza pratica degli assi politici di Vamos é un disastro. Ridurre le sofferenze del popolo senza affrontarne le cause é la quadratura del cerchio. A forza di negare le contraddizioni come movente della lotta di classe e la critica quale base per la costituzione della classe lavoratrice in soggetto politico, Vamos rinuncia a qualsiasi possibilità di trasformazione dell’ordine economico e sociale. I problemi che rendono infernale la vita dei lavoratori sono considerati come esterni alle strutture della società mentre solo cambiamenti d’ordine istituzionale in materia di politica economica e sociale li potrebbero correggere.

Le proposte

l’economia non si tocca: infatti le proposte in materia economica destinate a ritrovare la crescita e dirigere l’economia verso il mercato interno sono largamente insufficienti per infrangere i limiti istituzionali che sottomettono la politica economica alla logica del grande capitale, internazionale e nazionale. L’intenzione di formulare un “progetto economico” compatibile con la lotta alla povertà si arena di fronte all’assenza di misure capaci di combattere le cause del sottosviluppo e della dipendenza, cioè la segregazione sociale, il controllo esercitato dal capitale internazionale sull’economia brasiliana ed una modernizzazione che scimmiotta gli stili di vita delle economie centrali.

• In termini di rapporti di potere, Vamos ignora la questione centrale, cioè la crisi terminale della Nueva Republica, e la necessità di organizzare la risposta dei lavoratori all’offensiva contro-rivoluzionaria borghese.

• Le proposte in materia di Comunicazione e cultura non interrogano né il colonialismo culturale né i meccanismi perversi di controllo dell’opinione pubblica da parte delle grandi società che controllano i media e l’industria culturale.

• Le proposte di Vamos in merito a territori e ambiente si riducono ad un ricettario di “vecchie nuove ricette” che, perché prive di politiche di lotta contro l’agrobusinness, la speculazione immobiliare e la catastrofe ambientale, bloccano qualsivoglia possibilità di un’effettiva riforma agraria e urbana o di interrompere la distruzione dell’ambiente.

• Le misure in materia di educazione e salute pubblica peccano per l’inesistenza di qualsiasi critica della cronica penuria di mezzi materiali per poter mettere in atto delle misure sociali e porre fine alla segregazione sociale, al colonialismo culturale, all’industria dell’educazione e alla trasformazione della salute pubblica in un immenso mercato.

• Le proposte in difesa della diversità culturale -afro-discendenti, femministe e LGTB- procedono alla negazione del legame, del cordone ombelicale, tra oppressione e sfruttamento.

Le prossime settimane cercheremo di sviluppare ulteriormente ed in modo più dettagliato ognuna delle critiche qui abbozzate.

In una congiutura storica che vede le possibilità di miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori quantomai ridotte se non sono parte integrante di un processo di trasformazioni sociali ad ampio raggio che puntino sino al socialismo, l’illusione delle riforme interne al sistema alimentano la frustrazione ed il distanziarsi dei lavoratori dalla politica.

La paura di svegliare la furia della controrivoluzione -che già sta nelle piazze- partorisce la più vasta e domoralizzante capitolazione ideologica e politica. Di fronte all’assoggettante offensiva del capitale contro il lavoro, Vamos risponde con una versione riscaldata del “migliorismo” lulista.

E ciò che ieri fu tragedia, si ripropone oggi come farsa. Si va di male in peggio.  Ecco perché é più che mai necessario guardare al futuro e organizzare la speranza in una società basata su una vera e sostanziale uguaglianza.

* Economista, docente all’Università di Campinas, militante del Partido Socialismo e Libertade (PsoL), fu tra i membri fondatori del PT

Note

1. Contro le quali il governo Temer inviò l’esercito.

2. Il Partido Socialismo e Liberdade, PsoL é nato nel 2004 dopo l’esclusione dal Partito dei lavoratori, il PT, della  senatrice Heloisa Helena e dei deputati federali João Fontes, João Batista Babá e Luciana Genro, rei di aver votato contro la riforma delle pensioni promossa dal primo governo Lula. Dopo una prima elezione incoraggiante con quasi il 7% dei voti alla presidenziale del 2006, quella del 2010 fu un disastro (meno dell’1%). Attualmente, il partito conta sette deputati federali e membri nelle assemblee legislative di nove stati.

3. Letteralmente, il “Fronte di chi non ha paura” é la convergenza di diversi movimenti sociali impegnati nelle battaglie quotidiane per la terra, per la casa ecc.

4. Cioé quello che é comunemente chiamato, in America Latina, da Kirchner à Lula, “desarrollismo”, una forma di politica volontarista di incentivi statali allo sviluppo di settori economici ed industriali indipendentemente dalla logica del mercato.

5. Bolsa familia, programma instaurato dal primo governo Lula consistente nell’allocazione senza controprestazioni di una somma di due dollari quotidiani a circa 140 milioni di poveri

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