LA CRISI DELLA SINISTRA IN AMERICA LATINA

America latina. Crisi del progressismo e offensiva della destra

di Olmedo Beluche (1)

Si é chiuso l’otto dicembre scorso, a Montevideo, Uruguay, il congresso dell’Associazione latino-americana di sociologia (ALAS) con la celebrazione del cinquantesimo anniversario del Consiglio latino-americano di scienze sociali (CLACSO). L’evento é stato all’altezza di un congresso – organizzato da Ana Rivoir dell’ALAS e da Pablo Gentili, del CLACSO – che, con più di 5000 specialisti venuti da tutto il continente, ha beneficiato di centinaia di relazioni concernenti tutti gli ambiti delle scienze sociali.

Durata più di tre ore, la conferenza finale ha visto personalità quali Juan C. Monedero, di Podemos (Spagna), Alvaro Garcia Lunera (vice-presidente della Bolivia), Estela de Carlotto, presidente delle Nonne della Plaza de Mayo (Argentina), Dilma Roussef (presidente legittima del Brasile) e l’ex-presidente dell’Uruguay, José Mujica, dibattere della cosiddetta “crisi del progressismo latino-americano” e dell’offensiva della destra reazionaria.

L’offensiva reazionaria su tutti i piani come sfondo al dibattito

A far da sfondo al dibattito sono i drammatici fatti in corso proprio in quel momento nella regione, fatti che evidenziano l’assenza di scrupoli morali di una destra pronta a calpestare le leggi e la razionalità democratica più elementare pur di appropriarsi il potere.

A riprova di questa assenza di scrupoli ci sono, da un lato, la frode e la sanguinosa repressione in Honduras per imporre alla presidenza il burattino degli Stati Uniti, il dittatore Juan Orlando Hernandez, e, dall’altro, l’inaudito arresto per “alto tradimento” dell’ex-presidente argentina Christina Kirchner ed un gruppo di suoi sostenitori, rei di aver promosso una legge di normalizzazione delle relazioni diplomatiche con l’Iran adottata a suo tempo dal Parlamento ma mai applicata in quanto oggetto di ricorso da parte di un organo giudiziario.

Altri avvenimenti, meno recenti, gravitavano sopra le teste delle centinaia di persone presenti. Così, il colpo di stato in Brasile contro Dilma Roussef – oratrice durante la conferenza -, la terribile crisi politica ed economica di cui soffre la popolazione venezuelana, la crisi del progetto progressista di Rafael Correa in Ecuador con le liti tra il presidente Lenin Moreno, sostenuto dalla destra, ed il vice-presidente Jorge Glas, leale al “coreismo” ma agli arresti perché accusato, a torto, di corruzione, esigevano con urgenza delle risposte da parte dei relatori, alcuni dei quali erano stati protagonisti di primo piano delle politiche di sinistra nel mondo attuale.

Il nodo del problema: coscienza o scelte politiche?

Le relazioni sono state all’altezza della qualità degli invitati e non hanno deluso un pubblico rimasto fino a tarda ora ad ascoltarle. La combattività della conferenza é stata assicurata in particolar modo dalla forte presenza brasiliana al grido “Fora Temer”.

Tutti gli interventi hanno sottolineato e vantato il ruolo – dalla qualità morale dei movimenti e progetti progressisti alle realizzazioni sociali dei governi – della sinistra (l’insieme degli interventi può essere visionato su Youtube via CLASCO.TV).

Non c’é dubbio però sul fatto che la debolezza delle relazioni si trovi nella spiegazione data della crisi dei governi progressisti che, per i relatori, sarebbe da cercare nella difficoltà di una lotta ideologica, non ancora vinta, per guadagnare la coscienza delle masse e non nelle politiche concrete applicate durante il loro mandato, dai governi di sinistra. In questo senso, l’autocritica di cui s’é tanto parlato é restata assai astratta, poco s’é riferita al concreto.

Il problema starebbe nel fatto che noi, sinistra, non avremmo saputo conquistare definitivamente al progetto progressista i ceti medi la cui coscienza rimane oberata dall’ideologia capitalista neoliberista veicolata dai grandi mezzi di comunicazione di massa. Così, i relatori hanno potuto esimersi dall’abbordare concretamente le misure materiali mai prese dai governi di sinistra per risolvere i principali problemi dei popoli dando inizio ad una reale transizione al socialismo, concetto questo,  peraltro completamente assente dai dibattiti.

Questo modo,  comune a tutti gli oratori – non a caso dirigenti di progetti riformisti -, di porre il problema si basa su un errore metodologico di fondo, cioè su una concezione intellettualistica della formazione della coscienza di classe.

E’ certo possibile che per tutti quei docenti e studenti – cioè la maggioranza delle persone che hanno assistito al congresso dell’ALAS – la presa di coscienza politica risulti dalle letture e dallo studio. Però, per le grandi masse popolari che, all’inizio di questo secolo, si sono sollevate contro i regimi neoliberistici portando al potere tramite le elezioni i cosiddetti governi progressisti, la coscienza si forma in modo pratico, tramite l’azione politica e gli insegnamenti tratti dalle esperienze fatte con governi e partiti.

Mai, nella storia, c’é stata grande trasformazione sociale grazie ad una comprensione filosofica (ideologica) da parte della gente sul come costruire la società ma tramite le esperienze fatte con partiti e leader politici nella capacità dei quali si son riposte tante speranze e che si sostengono fin quando la loro inconsistenza e i loro compromessi risultano evidenti.

Ed é in larga misura proprio quanto sta accadendo: é con il vento in poppa dovuto all’alto corso delle materie prime che i governi progressisti hanno potuto finanziare dei programmi sociali tramite sussidi grazie al prodotto delle tasse senza intaccare minimamente gli interessi dei capitalisti dei vari paesi.

Ma la caduta dei prezzi delle materie prime – e, di conseguenza, degli introiti fiscali – hanno ridotto a zero i margini per il riformismo. E, come ha chiaramente spiegato Dilma a proposito dell’esperienza brasiliana, da quel momento il dilemma é quello di sapere se le finanze pubbliche dovessero servire ad incrementare l’accumulazione capitalista o a versare aiuti ai poveri.

A nostro giudizio, il centro del dibattito si deve spostare sulle misure reali di superamento della logica economica e sociale del capitalismo prese o meno per rispondere realmente alle esigenze dei popoli. I governi che, malgrado i bei discorsi progressisti, sono incapaci di adottare delle misure realmente anticapitaliste per evitare lo scontro con la borghesia sono puniti elettoralmente dalle classi popolari.

Non si tratta solamente di un problema di livelli di coscienza ma di un problema che, per popoli affamati e supersfruttati, é concreto nella misura in cui la posta in gioco é la sopravvivenza. Quindi, anche se c’é sicuramente un problema ideologico, a nostro modo di vedere, il problema centrale che tutto può risolvere risiede nel fatto di adottare o meno reali misure anticapitaliste.

Per questo, il problema non sta nel fatto di mantenere i governi progressisti all’interno delle regole del capitalismo e della cosiddetta democrazia borghese, ma nel fatto di dare inizio a veri processi di socializzazione dei mezzi di produzione, di controllo dell’economia da parte delle classi lavoratrici ecc.

Al contrario, molte delle relazioni presentate all’ALAS-CLACSO hanno rivendicato il rispetto della “democrazia” (non accompagnata dall’aggettivo “borghese”, come esigeva Lenin) e la rinuncia, più o meno velata, indiretta, all’idea di rivoluzione sociale definita come un progetto del passato inerente alla lotta armata.

Dall’utopia neoliberista di Monedero al dualismo antropologico di Mujica

Cercheremo qui di seguito di riassumere gli interventi, tranne quello della Signora Carlotto, specificamente legato alla lotta delle Nonne della Plaza de Mayo.

Per Juan C. Monedero, rappresentante di Podemos, ci troviamo nel quadro di una lotta ideologica contro “l’utopia neoliberale” che capta l’immaginario delle nostre popolazioni facendo loro credere la possibilità di accedere in un certo senso al paradiso tramite i soldi e fa credere a tanti lavoratori di fare oramai parte dei ceti medi. Questa ideologia tende a promuovere la paura (o l’incertezza) rispetto al futuro, la delegazione della cosa pubblica ai politici ed ai partiti e la costruzione intenzionale dell’indifferenza convincendoci che non esistono alternative al mondo così com’é.

Secondo Monedero, un “pensiero emancipatore” deve rispondere a questi tre aspetti tramite una “degna rabbia” (così come la definiscono gli zapatisti dell’EZLN), la partecipazione e l’impegno. Propone quindi quattro assi: il “no” individuale che aiuta a costruire il “mosaico” collettivo della resistenza sociale al sistema, l’esigenza di una riforma dei media che ne permetta il controllo, la separazione dei partiti dagli incarichi istituzionali quando si vincono le elezioni e, quarto asse, saper essere, visto che “le certezze non sono consolidate”, dialettici o “duali”, cioè “partito e/o masse”, “nazionali e/o municipali”, nazionali e/o globali”, “verticali e/o orizzontali”, “razionali e/o emozionali” ecc.

Non ha però incluso nella sua relazione la crisi catalana –in corso al momento della conferenza- né la politica di Podemos al proposito.

Secondo Alvaro Garcia Linera, in America latina, la sinistra ha smesso di essere intellettuale, “di testimonianza” e sacrificata come fu negli anni settanta. Il vice-presidente della Bolivia ha sottolineato i risultati delle politiche sociali dei governi progressisti quali la diminuzione del numero di poveri da 210 milioni nel 2000 a 140 milioni nel 2015, la crescita della classe media e l’aumento del 10-15% della parte della ricchezza sociale alla quale possono oramai accedere i lavoratori e ha evidenziato la collaborazione sovrana degli stati, senza la tutela degli USA, nel quadro de CELAC, UNASUR e ALBA. (2)

Per lui, se “le cose non stanno come cinque anni fa” e se “il momento non é propizio alla sinistra”, non siamo però di fronte alla fine di un “ciclo progressista” in America latina come lo provano le vittorie del Frente Amplio in Cile (3) e in Perù.

E’ stato comunque fra i relatori il più specifico nell’abbozzo di un’autocritica segnalando sette sfide per la sinistra e i suoi governi, e cioè:
1 che quando si governa, é l’economia che comanda “e se l’economia va male, la politica andrà male pure lei”;
2 che é necessario costruire un egemonia in una dialettica tra il nucleo duro dei votanti e le classi medie;
3 che si deve sconfiggere “intellettualmente” l’avversario prima di esigere che paghi i conti (?)
4 che occorre trasformare “weberianamente” le strutture cognitive trasformando i rapporti ai media in modo da vincere moralmente nei cervelli della gente;
5 che non si deve mai sottovalutare l’avversario;
6 che esistono squilibri tra dirigenti carismatici e strutture collettive
7 e che, contro la corruzione, c’é obbligo di “integrità morale”, miglior qualità della sinistra, la cui perdita é ben più grave di qualsiasi sconfitta elettorale.

E’ del colpo di stato nel suo paese che ha parlato Dilma Roussef che ha rivendicato le politiche sociali dei governi del PT. Segnalando che mentre i governi del PSDB applicavano solo alcuni “progetti-piloti” che erano solo una vetrina, ha insistito sul fatto che il governo Lula ed il suo hanno ampliato le politiche sociali toccando 46 milioni di persone grazie al piano “Bolsa familia” (4) e 63 milioni grazie alla riforma sanitaria, gelato il prezzo del gas per i poveri e aumentato numericamente la classe media di una quarantina di milioni di persone.

E’ a partire dal 2014 che incominciò la crisi in Brasile con la caduta dei prezzi delle materie prime – e con i suoi effetti immediati sulle risorse fiscali -, l’inflazione prodotta dalla politica monetaria degli USA e la flessione notevole – tra il 10 ed il 6% – della produzione di beni.

Secondo lei, convinta di non poter vincere elettoralmente contro il PT, l’opposizione di destra ha deciso di fomentare il golpe tramite la “criminalizzazione delle spese sociali” e la misoginia per le quali ha utilizzato il suo controllo sui grandi mezzi di comunicazione nazionali. L’obiettivo del golpe era triplice: indebolire i paesi del cosiddetto gruppo BRIC, imporre un modello economico contrario al “neodesarrollismo”, cioè allo sviluppo dell’industria nazionale, e smantellare lo stato ed in particolar modo le spese sociali (che Temer ha bloccato per i prossimi vent’anni).

In più di un’ora di relazione non s’é lasciata andare a nessuna forma di autocritica del suo governo o del suo partito ne’ ha alluso una sola volta alle riforme neoliberali realizzate dal suo governo e ancor meno dell’alleanza elettorale con il PSDB. Ed ha rivendicato la possibilità di “rapporti decenti” con il mercato (regolato) e l’accettazione della democrazia da lei definita “il lato sicuro della storia”.

Da parte sua, José Mujica non s’é scostato da quanto già detto una settimana prima in un discorso all’università di Panamà dove ha ricevuto il premio ”Honoris causa” e la cui logica argomentativa ruota attorno al fatto che esisterebbe nella storia una dualità che fa della lotta tra l’egoismo individualista e la solidarietà collettiva “l’essenza atropologica dell’essere umano”.

A suo parere, l’attuale lotta tra sinistra e destra altro non sarebbe che attualizzazione di questa eterna lotta che ritma “la condizione umana”. La sinistra sviluppa una lotta ideologica per il bene comune, però questa é una lotta che non sarà mai vinta definitivamente, anche perché, “mai saremo definitivamente vinti visto che mai saremo definitivamente vincitori”.

E con questo, Mujica ha chiuso ogni discorso, letteralmente, come a Montevideo o in senso figurato, come sempre, visto che, dopo aver pontificato come un moderno Sant’Agostino sul fatto che tutto si riduce “all’essenza dell’essere umano” – carne corruttibile/spirito perfetto -, non c’é più lotta di classe che valga, ne’ programma, ne’ partiti…

Resta solo la cristiana rassegnazione o, come postulano certi “rivoluzionari post-moderni”, la “resistenza” perché la rivoluzione socialista é oramai esclusa dal discorso e dagli orizzonti che fondano le speranze dell’azione politica.

Lo stesso, vecchio dibattito: riforma del capitalismo o rivoluzione socialista?

Da tutte le relazioni, ed in particolar modo da quelle di Garcia Linera e di Roussef, appaiono chiaramente due constatazioni.

La prima, positiva, dimostra come quando i governi progressisti hanno ripudiato il mercato (il capitalismo) come unico elemento regolatore adottando alcune politiche sociali, sia stato possibile migliorare in modo notevole la vita di milioni di persone.

Ma, dall’altro lato, il bilancio é negativo sul fatto che questi governi non hanno modificato la natura del sistema capitalista, la sua struttura produttiva e la collocazione nel mercato mondiale, rendendo così limitate e reversibili le conquiste sociali.

La crisi dei governi progressisti risiede nel fatto che essendosi fermati davanti ai limiti fissati dal capitalismo, sono loro oggi le vittime delle proprie contraddizioni di quel sistema: la crisi economica mondiale, il tonfo dei corsi delle materie prime, i pochi proventi fiscali originati da quanti beneficiano di programmi sociali, la stagnazione produttiva ed il conseguente aumento della povertà, della disoccupazione, della delinquenza…

Il caso più drammatico é quello del Venezuela dove l’iperinflazione si misura con numeri a tre cifre e dove mancano i beni di prima necessità per una situazione che potrebbe essere ancora peggiore se non ci fossero gli aiuti sociali dello stato alle famiglie. Malgrado la gravità della situazione, continua a mantenersi un sistema inoperante di importazioni -fondato sul sovenzionamento da parte dei poteri pubblici di ditte private- e non é stato nazionalizzato il settore bancario. In questo modo, si mantiene intatta la capacità economica di quella borghesia nemica del processo bolivariano sufficiente per sabotare e favorire un colpo di stato.

Dopo quindici anni di esperienze di governi progressisti, i paesi dell’America Latina continuano ad essere mono-esportatori di materie prime con delle economie capitalistiche controllate dall’oligarchia. Qui, le classi operaie sono indebolite dal lavoro precario, dai bassi salari, da indici di disoccupazione e di economia informale altissimi; la povertà é importante mentre la qualità dei servizi pubblici é bassissima con conseguenze notevoli sull’educazione e la salute pubblica, senza parlare degli indici di violenza. In fin dei conti, si può ben dire che nei nostri paesi poco é cambiato.

Quanto all’altro oggetto del dibattito di Montevideo, il cosiddetto fattore soggettivo, cioè la coscienza di classe, é solo l’azione politica indipendente della classe lavoratrice in difesa dei propri interessi tramite l’organizzazione sindacale e gli organismi di tipo assembleare (come furono i Cordones industriales nel Cile di Allende) (5) che può permettere di costruirla.

Ma anche in questo ambito, i governi progressisti hanno fatto “harakiri” impedendo lo sviluppo indipendente del dibattito democratico negli organismi di base. Anzi, la capacità d’azione anticapitalista di queste strutture di base é stata fortemente indebolita dall’uso clientelare che é stato loro imposto. Conseguenza? Sono i governi stessi che son stati indeboliti.

Conviene quindi ripensare all’insegnamento di Lenin, dirigente della prima rivoluzione proletaria vittoriosa, la rivoluzione russa, quando, nella situazione durisima dell’inizio degli anni venti, prese una serie di misure favorevoli ai capitalisti russi, la NEP, stabilendo però i limiti che a tali misure doveva fissare il progetto socialista.

Scriveva infatti Lenin che “questa rivoluzione é socialista. L’abolizione della proprietà privata della terra, l’introduzione del controllo operaio, la nazionalizzazione delle banche sono tutte misure che portano al socialismo. Non é ancora il socialismo, ma sono misure che permettono di andare al socialismo a passi di gigante. Noi non promettiamo ai contadini e agli operai un paese d’abbondanza dal giorno all’indomani; però diciamo che la stretta alleanza degli operai e dei contadini poveri, la lotta dura, senza paura, per il potere dei soviet ci conduce al socialismo” (6)

Traduzione dallo spagnolo e note di Paolo Gilardi

Note

(1) Sociologo ed insegnante universitario a Panama. Collabora a Rebellion, Sin permiso e Aporrea

(2) Rispettivamente Comunità degli stati dell’America latina e dei Caraibi, fondata nel 2010, Unione delle nazioni dell’America del Sud, fondata nel 2008 e Alleanza bolivariana per i nostri popoli d’America latina nata, su iniziativa di Hugo Chavez, nel 2006

(3) Ricordiamo che la conférenza di Montevideo s’é tenuta l’8 dicembre, cioé dieci giorni prima della vittoria elettorale del candidato delle destre, il miliardario Sebastian Pinera al secondo turno delle presidenziali in Chile

(4) Il piano Bolsa familia permette il versamento dell’equivalente di due dollari al giorno alle persone povere. Due dollari non sono certo una somma enorme, ma per chi non ha nemmeno quelli… Peccato però che il finanziamento di questa misura sia stato fatto a scapito della parte «non precaria» della classe operaia, quella che ha un lavoro fisso, di cui il governo Lula aveva, già nel 2002, ridotto le pensioni.

(5) Secondo Rafael Noboa, giornalista già responsabile del settore America latina per l’Agence France Presse, il 2017 s’é chiuso con un’inflazione del 2735%, cioè, con un tasso a quattro cifre! (Brecha, 5.1.18)

(6) Durante l’ultima fase dell’esperienza dell’Unidad popular in Chile, i lavoratori industriali, quelli delle miniere di ramo in particolare, costituirono delle strutture di base, di democrazia operaia per difendere i loro propri interessi. Malgrado il ruolo da loro giocato nella mobilitazione contro il primo tentativo di colpo di stato, il governo di Salvador Allende rifiutò l’armamento dei cordones, facilitando la realizzazione dei progetti golpisti di quel comandante dell’esercito nominato da Allende stesso, il «leale» Augusto Pinochet.

(7) Citato da Eric Toussaint nel suo contributo intitolato «Revolucion rusa y sociedad de transicion. Lenin y Trotsky frente a la burocracia y Stalin» pubblicato nel volume «La revolucion rusa 100 años despues», Buenos Aires, 2017

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