DEI NOSTRI FRATELLI FERITI

Pubblichiamo un ampio stralcio di una recensione di Domenico Quirico ad un libro di Joseph Andras che racconta la vicenda di Fernand Iveton, operaio francese d’Algeria, comunista, che venne ghigliottinato l’11 febbraio 1957 ad Algeri per aver appoggiato e collaborato con il FLN.

di Domenico Quirico

La guerra di Algeria: quante cose schiacciate in un unico dramma. 

(…)

Un libro, sodo e terribile, ordina, con prosa implacabile, di ricordare, e non solo ai francesi : ‘’Dei nostri fratelli feriti’’, tradotto da Fazi editore che vinse nel 2016 il Goncourt per l’opera prima. L’autore, un trentenne, Joseph Andras, fragorosamente lo rifiutò perché ‘’competizione e concorrenza sono qualcosa di estraneo alla scrittura’’. E anche questo dato di minuta cronaca letteraria ci riporta all‘epoca in cui scrittori d’oltralpe erano capaci di guizzi ribelli: non solo sulle barricate del Quartiere latino, anche nel comodo empireo delle patrie lettere e dei suoi riti ammuffiti.

E’ uno sconvolgente itinerario nelle viscere di una città: Algeri, con la sua densità umana, dove anche l’ombra sembra radiosa, città bianca, slabbrata, piena di cicatrici, divisa allora tra due mondi, i barocchi palazzi dei francesi, freschi di calce, e la casbah araba, ocra e grigia di miseria, foresta di mattoni e di pietre fatiscenti, irta di un pelame di immondizia.

Noi che viviamo gli aspri tempi del Califfato assassino, delle jihad infernali, dovremmo studiare con attenzione quanto vi accadde a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta del secolo che è alle nostre spalle. E’ dalle pieghe e dai veleni di quella Algeria che è nato, anni novanta,  il primo tentativo dell’islam radicale di conquistare il potere, con il voto e con la violenza. E lì si sperimentarono, erano i paracadutisti di Massu nei vicoli della Casbah,  le tecniche del contro-terrore che hanno aperto nuove e vaste ferite nella coscienza di quello che un tempo era chiamato Occidente. E questa volta l’orrore e le grida sono state assai più sommesse e inutili! Non siamo più generazioni ossessionate dallo scrupolo di ricordare tutto, di trasmettere tutto, dire no alla sabbia che ricopre le parole.

Ma il libro, che è insieme romanzo e storia vera, ripercorre la vicenda tragica di un eroe che scelse di scavalcare la linea di quella divisione, tra arabi e francesi.  Non è infatti un martire algerino della lotta per la propria terra ma un ‘’pied-noir’’ povero:  Fernand Iveton, operaio comunista che fin dall’inizio, collaborava con i ribelli in nome della giustizia e della libertà. Per lui il dolore degli arabi è un insulto all’uomo. Perché la sofferenza altrui ti coinvolge e ti condanna, non ho il diritto di volgerle le spalle.

Gli chiesero di mettere una bomba, risolse da solo il tremendo quesito se sia lecito uccidere per una causa. Per evitare un massacro, mise l’ordigno in un capannone abbandonato della fabbrica in cui lavorava. Lo arrestarono prima ancora che esplodesse. Nonostante non avesse tentato di uccidere e non ci fossero né vittime né danni,  Iveton fu condannato alla ghigliottina e il presidente francese dell’epoca rifiutò la grazia. Dare un esempio! Punire i traditori!  Ministro della giustizia di quel governo, in una delle sue molte vite politiche, era Francois Mitterrand, che poi, da presidente, fece abolire la pena di morte. Poiché crediamo che il rimorso costituisca il passaggio fondamentale tra l’uomo, la sua colpa e la grazia, vogliamo immaginare un rapporto tra quella decisione e la tragedia di molti anni prima.

Storia dunque di un delitto di stato, delle stazioni di un calvario laico attraverso tortura e morte.  Sulla copertina del libro Iveton, capelli neri e arruffati, baffetti, lo sguardo cupo, braccato che hanno tutti i vinti, occhi simili a tombe in cui si rispecchia il nulla, fissa il pavimento, inchiodato alla definitiva violenza che c’è in tutte le foto poliziesche, quando ormai sai che ti tengono e non hai più alcuna possibilità di sfuggire al destino.  Iveton è uno di quegli umiliati e offesi della Storia che si riscattano nella gioia dell’azione, anzi dell’azione clandestina.  

Le stagioni delle Resistenze: ai tiranni, al fanatismo, alla umiliazione. C’era in loro la nobiltà, ovvero la ricerca del sacro nella grandezza, la pietà depurata di ogni secondo fine, il rifiuto di umiliare e di lasciarsi umiliare, l’altruismo in senso assoluto che si trovano soltanto in coloro hanno sposato la causa dei deboli, degli oppressi, dei prigionieri del male e della sciagura. Che vivevano una idea e un ideale più grandi di loro. 

Mi accorgo, con angoscia, che uso il tempo passato.

Tratto da: www.lastampa.it

 Joseph Andras. Dei nostri fratelli feriti 2017

Fazi editore Pagine: 140

Prezzo: € 16,00

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