ATTRAVERSARE I CONFINI

di Domenico Quirico

Un viaggio notturno, bisbigli nel buio, incontri furtivi con sconosciuti appena intravisti mentre scivolano sul furgone, attese pericolose, sempre silenziose: sì, attraversare il confine, quel confine non è un’impresa facile. La morte è là, la puoi toccare. Una spia in un villaggio attraversato nella polvere, una spia dall’aria innocente, una guardia scrupolosa o per cui il denaro del mercante di uomini è sembrato troppo avaro, una pattuglia in ritardo… Il chilometro più lungo del mondo è là, alla frontiera. E’ uguale in mille luoghi, basta scambiare il paesaggio: tra Turchia e Siria, Libano e Siria, Niger e Libia, Tunisia e Libia, Somalia e Kenya e le altre innumerevoli frontiere del Disordine universale. Ho conosciuto uomini e donne che hanno impiegato anni, qualcuno tutta la vita, per percorrere quel chilometro. E qualcuno è morto e morirà prima di aver toccato la meta. Ho atteso e camminato con quegli uomini. Ho scoperto con loro che il Confine è il luogo in cui si aggruma lo Scandalo del nostro tempo, dove possibilità e sogni diventano abisso.

Non ho mai toccato, fisicamente, la solitudine come quando con migranti e guerriglieri mi sono avvicinato a un confine vietato per attraversarlo. Il paesaggio fugge attorno a te, nessuno parla.  Come se volessimo tutti far tacere una voce dentro di noi.  Cosa ci dice quella voce? A chi appartiene? Saint-Exupery ha enumerato i silenzi infiniti del deserto. Potrei raccontarvi i silenzi infiniti dei migranti che scavalcano le frontiere, abbattono i Muri del pensiero e della esperienza. Silenzi pieni di rabbia, calmi, rassegnati, fiduciosi, diffidenti, disperati, umiliati.

I clandestini estraggono dalle tasche, per l’ultima volta, i telefonini, consultano gli indirizzi di coloro che dall’altra parte del confine, forse, li aiuteranno. Macerie di identità, fanno finta di essere ancora qualcuno, si aggrappano con tutte le forze a qualche significato: Vengo dalla città di… vado a…ho amici laggiù…. Il passato prima del confine è ancora tiepido, vivo come sono tutti i ricordi di amore. Ancora un po’ di tempo, qualche metro, il passo oltre un reticolato alzato a malapena, oltre una duna che sembra eguale alle altre e tutto questo non avrà più alcun significato. Non saremo più figliol prodighi perché non avremo più case alle spalle, padri pietosi che ci accolgano. Lì inizierà il vero viaggio, oltre quel confine, al di fuori di noi stessi. Soli.

La guida ordina di non fare rumore.  Ancora dieci minuti. Notte totale. Il tempo si fa più pesante, più denso. Il cuore batte violentemente.  Devi stringere i denti per controllare il respiro. Ancora tre minuti.  Ti chiedi, sempre: c’è ancora la possibilità di tornare indietro? Di dire no?  Troppo tardi. Il deserto le montagne le guardie sono anche alle tue spalle. Già nel momento in cui hai cercato il ‘’passeur’’ era troppo tardi. Già quando hai pagato la guida era troppo tardi. A Gazantiep era troppo tardi, ad Agadez, a Ben Garden era troppo tardi. Ancora un minuto. La guida alza il busto oltre la duna. In lontananza latrati di cani. Siete pronti? Pronti.  Un fruscio dall’ altra parte del reticolato. Una parola sussurrata, incomprensibile per noi.  La guida si tende… La parola viene ripetuta. E’ il segnale. Avanti.

Tratto da: www.origamisettimanale.it

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