TRENT’ANNI DALLA PRIMA INTIFADA

Intervista a Wasim Dahmash*

Intervista raccolta e curata per Rproject da Cinzia Nachira

Rproject. Qual è il tuo giudizio sulla decisione di Donald Trump di riconoscere unilateralmente Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele e quali sono secondo te le ragioni che hanno spinto il presidente statunitense a questo passo, dopo che per venti due anni nessun inquilino della Casa Bianca ha mai firmato quel documento del 1995?

Wasim Dahmash.  Io partirei da questa tua osservazione: il fatto di riconoscere l’annessione di Gerusalemme allo Stato di Israele da parte degli Stati Uniti risale, appunto, al 1995. Esiste un documento del senato, credo, che riconosce Gerusalemme capitale di Israele. I presidenti americani non hanno dato attuazione a questa decisione fino a Trump, perché probabilmente Trump e chi decide la politica statunitense in Medioriente, cioè la lobby pro-israeliana, in accordo con Israele, hanno ritenuto giunto il momento opportuno per farlo. Uno dei motivi è da ricercare negli equilibri interni agli Stati Uniti. Trump aveva promesso in campagna elettorale  di riconoscere l’annessione di Gerusalemme allo Stato ebraico e dando seguito alla sua promessa spera di rafforzare la proprio posizione. Un altro motivo è annesso l’attuale situazione geopolitica in Medio Oriente. C’è stata una lunga guerra iniziata nel 2003 in Iraq e successivamente in Siria, che ha praticamente distrutto, raso al suolo i due Paesi, e ne ha disperso gran parte degli abitanti lacerando profondamente il tessuto sociale sia dell’Iraq sia della Siria. I due Paesi, con il territorio diviso tra diverse componenti confessionali e linguistiche potranno avere  un futuro  di guerre o di guerrette. In ogni caso sarà difficile che rappresentino un motivo di preoccupazione  per Israele. Non è che lo rappresentavano prima, però è un  tratto insito nel colonialismo di insediamento quello di pensare che gli indigeni rappresentano sempre un pericolo, anche quando non lo sono affatto. 

Un altro motivo per ritenere questo il momento adatto per riconoscere l’annessione di Gerusalemme è la nuova alleanza tra Israele e Arabia Saudita (1) e i Paesi che seguono la politica saudita, in funzione anti-iraniana. 

Un aspetto inquietante è che Israele ha sempre bisogno di creare guerre in Medio Oriente e non solo, visto che interviene in situazioni che sono molto distanti geograficamente, come è il caso dei Rohingya (2), in Myanmar, spingendo la dittatura militare a espellere un milione di persone. La classe dirigente israeliana ritiene indispensabile colpire continuamente il mondo islamico, non solo il mondo arabo, ma cercare di colpire le popolazioni musulmane anche al di là dei confini regionali.  Conosciamo tutti l’intervento israeliano nelle faccende irachene, con il tentativo di creare uno staterello-satellite nel Kurdistan iracheno; l’intervento in Sudan, ecc. E perché questa necessità di fomentare sempre scontri e guerre? Oltre al fatto che l’industria degli armamenti ha bisogno di fomentare le guerre e l’industria della sicurezza ha bisogno di diffondere il terrorismo, esistono altri motivi: il primo è già stato accennato. Il tratto fondamentale del colonialismo di insediamento è quello di voler cancellare ciò che c’era prima, in tutti i sensi: cancellarne la storia, la lingua. Cancellare anche le persone, eliminarle.

L’altro motivo è che il programma coloniale israeliano fino ad oggi ha funzionato a metà, ossia: il colonialismo israeliano non è compiuto. Mentre, per esempio, quello americano, che è un altro colonialismo di insediamento, è riuscito ad eliminare la presenza delle popolazioni autoctone, sterminandole. Ha cancellato il loro passato, le loro lingue, la loro civiltà, quindi può dire: si ricomincia. E si ricomincia da me. Questo Israele non lo può ancora dire, ma tenta di farlo. Il bisogno continuo di guerre è il tentativo di eliminare la presenza degli indigeni, ossia, in questo caso, dei palestinesi.   

RP. Questo riguardo a Israele. Ma invece sugli Stati Uniti, quanto pensi abbia pesato la situazione siriana su questa decisione.

W.D. In Siria, ma si dovrebbe parlare di Siria e Iraq insieme, visto che la situazione siriana è nata dall’invasione americana dell’Iraq.

In Siria c’è stata una contestazione popolare del regime e Israele, attraverso gli Stati Uniti e a loro volta questi attraverso l’Arabia Saudita, la Turchia, ecc. sono intervenuti in Siria. L’esempio israeliano, che altri hanno seguito, è quello di creare dei cantoni – non Stati perché la situazione internazionale non lo permette – confessionalizzati che si combattono tra loro. 

Il grande laboratorio l’ha preparato la Francia con l’occupazione della Siria, tra le due guerre mondiali, creando il Libano come Stato cristiano; ritagliando un pezzo di territorio che poteva contenere una maggioranza cristiana che avrebbe dovuto combattere, creando una situazione di guerra ai confini del futuro Stato ebraico che l’Inghilterra stava creando in Palestina. Allo stesso tempo ha ritagliato un altro cantone nel nord della Siria e l’ha regalato alla Turchia che ha fatto una pulizia etnica nella regione di Alessandretta. 

Queste sono le premesse, quindi l’esperimento non è nuovo e ha funzionato in Iraq e in Siria, ma fino ad un certo punto. Con l’invasione americana dell’Iraq si è cominciato immediatamente a creare le condizioni per la divisione del territorio in cantoni confessionali, eliminando le piccole minoranze – perché danno fastidio – cercando di separare la popolazione. Una volta innescato il meccanismo, la divisione avviene in modo quasi automatico. La tecnica è quella degli attentati terroristici, automobili imbottite di esplosivo che scoppiano senza apparente motivo per creare il panico in certe zone e spingere la popolazione a spostarsi cercando rifugio in zone apparentemente più tranquille, è successo a Baghdad, ma era già successo a Beirut e ancor prima a Gerusalemme e a Jaffa, nel 1947-48. Nel caso della Siria la confessionalizzazione del territorio non ha funzionato del tutto, perché malgrado tutto uno Stato siriano continua a esistere. La condizione necessaria per raggiungere l’obiettivo della cantonalizzazione confessionale è la demolizione dello Stato.

Poi c’è un’osservazione marginale, se vuoi, ma che ritengo importante. Una grande potenza come gli Stati Uniti non riesce a vincere le guerre. Le comincia, come in Afghanistan, dove inizialmente sembrava vincere, ma poi non riesce a trarne vantaggi sostanziosi, esclusi i guadagni dell’industria bellica. E una non-vittoria equivale a una sconfitta. E’ in questi termini che gli Stati Uniti hanno perso anche in Iraq e in Siria, perché non sono riusciti a realizzare a pieno il disegno di cui Israele li ha incaricati.   

RP. Quindi tu pensi che Israele condizioni e in qualche modo determini la politica estera statunitense?

W.D. Non la politica estera nel suo complesso, ma riguardo al Medioriente sì. 

RP. Però anche nella storia recente non poche volte in momenti cruciali gli Stati Uniti non sono stati disposti a soddisfare le richieste israeliane. Non sempre le agende di Israele e Stati Uniti hanno coinciso. 

W.D. Ma c’è stato un crescendo dell’influenza israeliana e della lobby pro-israeliana nella politica americana e non solo riguardo al Medioriente, ma anche in campo economico e finanziario. Israele in questo senso è quasi un sub-imperialismo con le caratteristiche dell’imperialismo attuale. Quindi via via accresce la morsa israeliana sulla società americana. Ciò dovrebbe essere un motivo di preoccupazione, soprattutto per gli americani.

RP. Le critiche rivolte a Donald Trump per questa sua decisioni, spesso partono se non sono limitate all’aspetto religioso. Invocando Gerusalemme come città simbolo per le tre religioni monoteistiche. Anche il Vaticano ha chiesto di salvaguardare lo statu quo di Gerusalemme. Ma questo chiedere il mantenimento dello statu quo ignora che la colonizzazione israeliana della città è stata, ed è ,devastante, con lo svuotamento sempre crescente della sua popolazione palestinese è ben poco legata all’aspetto religioso. 

W.D. Gerusalemme è stata teatro di pulizia etnica da parte di Israele soprattutto nel 1948. Gli attentati per ripulire la parte ovest della città iniziarono alla fine del dicembre 1947 e raggiunsero l’apice nell’aprile del 1948. I quartieri a maggioranza palestinese, cristiana e musulmana, quelli occidentali fuori le mura sono stati ripuliti allora con questa guerra contro la popolazione che necessariamente ha creato la confessionalizzazione del territorio. Per cui i palestinesi, che sono musulmani e cristiani, e gli ebrei che vivevano negli stessi quartieri sono stati separati. Per altro c’è stato il fenomeno della “sionistizzazione” degli ebrei che non per forza erano tutti sionisti. 

Al momento dell’occupazione della parte orientale, cioè la città vecchia che è la vera Gerusalemme, quella antica, abitata interamente da palestinesi, è iniziata un altro tipo di pulizia etnica che ha conosciuto momenti terribili. Quattro giorni dopo l’occupazione di Gerusalemme est, nel 1967, interi quartieri sono stati distrutti e gli abitanti cacciati via. Al momento dell’occupazione Gerusalemme est contava 300.000 abitanti, oggi a distanza di cinquant’anni la cifra non è cambiata. Questo cosa significa? Che non c’è stata crescita naturale? No, perché i palestinesi hanno uno dei tassi di natalità più alti al mondo. Israele è riuscito a limitare la crescita della popolazione e ha diviso con il muro alcuni quartieri che sono rimasti fuori, per cui una parte della popolazione di Gerusalemme è già espulsa. Si trova al di là del muro dell’apartheid.

Il riconoscimento americano dell’occupazione israeliana della città è un elemento che può accelerare il processo di eliminazione degli abitanti originari. La creazione di situazione di guerra è indispensabile perché senza la guerra gli israeliani non riescono ad espellere la popolazione. Questo processo va avanti ormai da cento anni e continua in maniera costante e, si può dire, scientifica.

RP. Il ministro dell’educazione del governo israeliano Naftali Bennett, ancora più estremista di Benyamin Netanyahu, ha detto che ora, dopo il riconoscimento statunitense di Gerusalemme capitale di Israele, è giunto il momento di annettersi anche la Cisgiordania. Pensi che coglieranno anche quest’occasione?

W.D. Non credo. L’obiettivo è sempre quello di annettere più territori con meno abitanti possibile. E questo è un altro tratto costante del colonialismo di insediamento. Il messaggio chiaro: tu indigeno qui non devi stare perché questo territorio è mio, con le case, gli alberi, ecc. in modo che io sia libero di distruggere tutto per ricominciare. E poter costruire una nuova realtà e nuova identità. Siccome il meccanismo innescato è questo, è difficile che fissi una frontiera. Non ha confine. Come è successo nel caso degli Stati Uniti, che è l’esempio più macroscopico di colonialismo di insediamento, la sua frontiera si è spostata sempre più a ovest, nonostante accordi con le popolazioni locali e promesse vane di rispettare i territori, poi una volta arrivato all’Atlantico e non c’era più territorio da conquistare si è rivolto a sud, verso il Messico. Non contento di questo, nell’espansione il campo di interesse è diventato il mondo. La stessa cosa fa Israele, quindi oggi la frontiera deve essere il fiume Giordano, ma questa è una frontiera geografica, quella invece politica e strategica è ancora da definire. 

RP. Alcuni dicono che questa decisione di Donald Trump, pur essendo dirompente e cambiando il dato sul terreno, non cambia i confini del ’67. Cosa ne pensi?

W.D. I confini del 1967 non esistono più, perché sono stati modificati sul terreno con l’espulsione degli abitanti da questi territori, con la costruzione del muro. Poi non si tratta di confini del ’67, ma di linee di armistizio tra la Giordania – nel caso della cosiddetta Cisgiordania, che è la Palestina centrale – e Israele. Linee di armistizio tra due Stati: lo Stato giordano e lo Stato israeliano. La Giordania ha rinunciato alla propria sovranità su quel territorio. Esiste una situazione coloniale in cui la popolazione autoctona, che non è stata del tutto eliminata – anche se la maggioranza della popolazione non abita più quel territorio – ma è sottomessa a un regime di apartheid molto feroce. 

RP. Il 9 dicembre è il trentesimo anniversario della Prima Intifada che scoppiò nel 1987. Alla luce della situazione attuale, cosa pensi delle attuali leadership politiche palestinesi e di quelle di allora?

W.D. La rivolta iniziata il 9 dicembre del 1987 non è la prima nella storia palestinese. Ci sono diversi precedenti, ma uno in particolare è importante per la sua enorme portata: è quello della rivolta del 1936-39. Anche in quella occasione era emersa una leadership popolare, autenticamente tale e che non aveva interessi collegabili al dominio coloniale. Nel 1936 ci fu uno sciopero di sei mesi che finì perché la direzione politica che aveva interessi collegabili a quelli dei dominatori che in quel caso erano la Gran Bretagna e il movimento sionista, ha accettato di domare e chiudere quello sciopero e alla fine ci è riuscita. E quello sciopero pacifico si è trasformato in lotta armata, che in poco tempo riuscì a controllare quasi tutto il territorio palestinese, al punto che dovette intervenire un esercito enorme. L’esercito britannico che nel 1939 contava 120.000 soldati, oltre alle formazioni sioniste che erano attive nella repressione al fianco degli occupanti britannici. E nel 1939 la rivolta è stata domata, perché la direzione politica aveva preso per buone le false promesse dei colonialisti e perché è scoppiata la seconda guerra mondiale. Però la lotta armata aveva realizzato qualche obiettivo, come per esempio quello di limitare l’immigrazione sionista e quindi la cessione di terre al movimento sionista, come riuscì a limitare la creazione di basi militari, ecc.

Nel 1987 è scoppiata una rivolta simile perché pacifica esattamente come quella del 1936. I suoi strumenti erano lo sciopero, le manifestazioni, la creazione di  comitati popolari specializzati in vari settori della vita quotidiana: hanno cercato di gestire un sistema educativo, un sistema sanitario e soprattutto avere un’autonomia economica. Anche in questo caso, la direzione politica, la leadership dell’OLP, colta di sorpresa, è riuscita a intervenire tramite una serie di azioni  e di forzature. E come era successo esattamente nel 1936-39 la leadership dell’OLP è riuscita a emarginare la direzione politica nata nella rivolta. Nel 1990 c’è stata la prima guerra del Golfo, e la rivolta, l’intifada, fu chiusa completamente.

Con la Conferenza di Madrid (3)  è iniziato un processo di capitolazione della leadership tradizionale, ossia dell’OLP. Se all’epoca non è stata in grado di gestire la rivolta popolare, ancora meno lo sarà oggi. Ha le mani legate perché quello che è nato dal processo di Oslo è un’autorità collaborazionista che non ha nessun margine di azione, salvo quello di chiacchierare ogni tanto.

RP. Ogni volta che i palestinesi tentano in qualche modo di ribellarsi all’occupazione viene invocata l’Intifada. Ma secondo te quelli che oggi chiamano a una “nuova Intifada”, come Hamas, Jihad Islamico, ecc. sono un’alternativa credibile all’ANP?

W.D. La rivolta del 1987 è stata di portata enorme, ma questo non vuol dire che dopo non ce ne siano state altre, anzi al contrario. L’ultima è molto recente quando Israele ha cercato di mettere le mani sul santuario di Gerusalemme, la cosiddetta Spianata delle Moschee. E di fronte a questa grande sollevazione Netanyahu è stato costretto a ritirare le videocamere che aveva piazzato e gli altri sistemi di controllo. Come è continuo il tentativo di “ebraicizzare” (usiamo questo brutto termine) ogni palmo di territorio, anche la resistenza è continua. Ma essendo una resistenza non violenta non fa notizia.

A partire dal 1987 c’è un elemento nuovo: la formazione e la crescita di forze politiche palestinesi di orientamento religioso. Queste organizzazioni saranno in grado di gestire una sollevazione popolare? Probabilmente potrebbero anche essere in grado di farlo, ma le difficoltà sono enormi. Perché da una parte c’è una leadership tradizionale legata mani e piedi all’occupazione, cioè l’ANP (Autorità Nazionale Palestinese) che è uno strumento in mano all’occupazione. Questa è una cosa che sfugge ai più come alla stragrande maggioranza dei palestinesi, che continua a credere che sia possibile attraverso chissà quali grazie divine creare lo Stato palestinese, tramite il negoziato con il governo israeliano, che è una semplice assurdità. I palestinesi sarebbero anche in grado di gestire una rivolta, ma sono talmente isolati in campo internazionale che non vanno da nessuna parte. Bisogna allargare il campo degli amici e restringere quello dei nemici, non viceversa. È una tecnica molto elementare. Ma se non si fa questo non si può fare politica, non si può andare contro il mondo intero. Sarebbe semplicemente stupido. 

RP. Ma a questo punto le giovani generazioni palestinesi, nate in questi ultimi vent’anni, prive anche dei ricordi di qualcosa di positivo, verso cosa possono orientarsi? Perché quello che sembra purtroppo evidente è che tra le due alternative: il collaborazionismo dell’ANP e Hamas, sembra esserci il vuoto…

W.D. Invece c’è un’alternativa chiara. Nell’ultimo anno c’è stata una forte sollevazione dei giovani a Gerusalemme e a Betlemme. Soprattutto a Gerusalemme nessuno credeva che ci potesse essere perché si pensava che la situazione fosse stata normalizzata. Si credeva che Israele fosse riuscito a “pacificare” la popolazione. Invece così non era, i giovani si sono ribellati a una vita senza prospettive e sotto occupazione. Per uscire dalla palude, i giovani palestinesi dovrebbero creare strutture organizzative alternative sia all’ANP, cioè Fatah, sia a Hamas. 

Il problema della Palestina è che mentre in altre situazioni coloniali la popolazione è riuscita a liberarsi dal colonialismo perché aveva trovato degli alleati – per esempio in Algeria, non tutti i francesi erano favorevoli a massacrare gli algerini – tutto il mondo ricco aveva condannato la popolazione a morte. Quindi i palestinesi sono stati fin dall’inizio del progetto coloniale molto isolati. Bisogna rompere questo isolamento. Il punto è questo.

RP. Ti riferisci a quella piccola parte di società israeliana che si oppone al proprio governo. Anche se la società israeliana negli ultimi anni è scivolata sempre più a destra.

W.D. L’adesione della società israeliana alla politica coloniale c’è sempre stata. Ma anche se si tratta di piccoli gruppi abbastanza marginali, però la collaborazione tra i palestinesi e gli israeliani antisionisti è la chiave per poter scardinare questo sistema di apartheid. Gli israeliani si devono convincere, anche se lentamente, che l’apartheid è anche contro di loro, non solo contro i palestinesi. Cioè i privilegi sono solo apparenti a lungo andare. 

*Wasim Dahmash è un intellettuale palestinese che vive in Italia e ha insegnato lingua e letteratura araba a Roma e a Cagliari. Recentemente, con Alessandra Mecozzi, ha pubblicato il testo: Il lungo cammino della Palestina (1917-2017), Edizioni Q, 2017.

NOTE

1) Il riferimento è all’iniziativa intrapresa dalla casa regnante saudita già dal luglio 2016 con una visita di una delegazione saudita capeggiata dal generale Anwar Eshki in Israele, tenuta nascosta per un certo periodo alla fine questa notizia è stata fatta trapelare. Con questa iniziativa è sembrata evidente la volontà saudita di riprendere ciò che aveva iniziato il presidente egiziano Anwar el Sadat nel 1978, che con la sua visita alla Knesset ruppe l’embargo dei Paesi arabi verso Israele. Più recentemente, al momento delle dimissioni del premier libanese Saad Hariri (annunciate a inizio novembre 2017 dall’Arabia Saudita e poi sospese dopo il suo rientro in Libano) quest’asse saudita-israeliano ha ripreso vigore e ufficialità con dichiarazioni pubbliche da parte di membri del governo israeliano, compreso il primo ministro Benyamin Netanyahu. Questa alleanza è stata rafforzata in funzione anti-iraniana e anti-Hezbollah. 

Cfr.: Le Monde, 26, luglio 2016:  www.internazionale.it/notizie/2016/07/26/arabia-saudita-israele” e anche Camille Eid, in Avvenire, 7 novembre 2017:  www.avvenire.it/mondo/pagine/alleanza-arabia-saudita-israele

2) Il riferimento è al sostegno militare israeliano alla dittatura militare del Myanmar. 

Cfr. Gili Cohen, Haaretz, 24 ottobre 2017:  www.haaretz.com/israel-news/1.818550″

3) Nell’ottobre 1991 fu convocata una conferenza a Madrid nel tentativo di forzare palestinesi e israeliani a colloqui diretti. In quell’occasione gli israeliani posero la condizione l’esclusione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) imponendo che i palestinesi fossero rappresentati dalla delegazione giordana. Quella conferenza pose le basi per i successivi accordi di Oslo che furono firmati da Yasser Arafat e Yitzhak Rabin nel 1993.

Cfr.: Gilbert Achcar, L’Oriente incandescente. Il Medioriente allo specchio marxista, edizioni Shahrazad, Roma, 2010.

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