LOTTA DI CLASSE IN SVIZZERA

di Paolo Gilardi

Bossland, paradiso del padronato, la Svizzera conosce anche lei la lotta di classe, quella però imposta dall’alto. 

E’ un padronato sempre più avido, in un contesto internazionale di esacerbata concorrenza che fa di tutto per potere accrescere i suoi vantaggi competitivi. Ed é in questo senso che dall’inizio degli anni 2000 intensifica gli scossoni dati alla cosiddetta «pace sociale» che regna in questo paese dalla fine degli anni trenta del secolo scorso.

Soppressione delle poche garanzie di cui beneficiano i lavoratori, ricorso massiccio a contingenti limitati nel tempo di manodopera estera sottopagata, precarizzazione importante delle giovani generazioni, tagli delle spese pubbliche, fragilizzazione di un sistema pensionistico già di per sé particolarmente favorevole a banche e compagnie di assicurazione ed ulteriori riduzioni delle tasse per le grandi compagnie sono l’espressione di questa lotta di classe condotta dal padronato.

Disarmata da ottant’anni di «pace del lavoro» – cioé di rinuncia contrattuale da parte dei sindacati allo sciopero come strumento di lotta – e di identificazione del partito socialista ad una presunta “causa nazionale comune”, la classe operaia si trova sprovvista davanti a tanto furore. 

E se, episodicamente, come nel caso di due recenti referendum sulla fiscalità delle grandi imprese e sulla riforma del sistema pensionistico, riesce a sconfiggere le iniziative padronali, é generalmente obbligata a ricostruire esperienze e tradizioni di lotta di cui aveva, da tempo, perso la memoria.

La struttura federalista del paese e le tradizioni culturali delle differenti parti linguistiche rendono oltretutto ancora più complicata la situazione: é nelle regioni nelle quali certe forze di sinistra non social-liberali si sono mantenute a galla dopo la fine dell’URSS che un certo spirito di resistenza e di lotta continuano a covare sotto le ceneri.

E’ il caso del Canton Ginevra dove un’esperienza di ricostruzione di una conflittualità sociale si verifica da alcuni anni in qua, in particolar modo fra i dipendenti pubblici – vittoriosi contro un attacco governativo nel 2015 – ed i lavoratori dei trasporti in comune, protagonisti questi ultimi di uno sciopero vincente nel 2014 e fra i quali, da settimane, tira seriamente aria di lotta. 

Per il momento sono gli statali -impiegati dell’amministrazione, personale ospedaliero, servizi sociali, insegnanti,…- a dare il tono. I tramvieri potrebbero seguire a gennaio…

p.g.

Ginevra: Pubblici dipendenti di nuovo in sciopero.

di Paolo Gilardi

Il 14 dicembre, migliaia di dipendenti pubblici del Canton Ginevra hanno incrociato le braccia prima di scendre in piazza, davanti al palazzo governativo. Già dieci giorni prima, il 4 dicembre, era stata folta la manifestazione indetta dai sindacati e dalle associazioni professionali a chiusura di una prima mezza giornata di sospensione del lavoro. 

Due anni dopo le sette giornate di sciopero che avevano costretto il governo cantonale a capitolare davanti alla mobilitazione del personale, i salariati riannodano il filo delle lotte.

C’é una ragione di più, cantava Battisti

Di ragioni per lottare ve ne sono  più di una. Infatti, nonostante la sconfitta subita nel dicembre di due anni or sono, il governo cantonale non rinuncia e moltiplica gli attacchi. All’ordine del giorno in questa fine anno c’è il preventivo 2018 prima di passare, tra pochi mesi, all’organizzazione della scala dei salari e, dulcis in fundo, alla cassa pensione. 

Il tutto però non può essere capito senza tener conto, per l’appunto, di quella che è una ragione di più. Infatti questi attacchi a tutto campo si situano sullo sfondo di una volontà unanime del governo e delle associazioni padronali di veder entrare  in vigore dal gennaio del 2020 la riforma cantonale dell’imposizione degli utili delle imprese, ribattezzata, come la sua omonima federale, PF17.

Questa riforma, che riprende le grandi linee del progetto che sarà sottoposto alle camere federali, il parlamento federale, la primavera prossima, dovrebbe privare le collettività pubbliche del cantone, secondo i calcoli probabilmente sottovalutati del Dipartimento delle finanze, di circa mezzo miliardo di introiti fiscali … annui. 

Il fatto è che il costo dei regali fatti agli uni – le grandi imprese che beneficerebbero di riduzioni fiscali di più del 42% per l’equivalente di più di 860 milioni di franchi all’anno, secondo le stime del ministro delle finanze – si farà presto sentire. 

Austerity light

Il governo, previdente, scagliona però i tagli sui prossimi quattro anni, piuttosto che imporli in un solo blocco. Teme, certo, la reazione del personale di cui ha potuto misurare due anni or sono la capacità di mobilitazione e di lotta. Ma inserisce pure il preventivo nell’ambito dell’annata elettorale che sta per aprirsi e che vedrà il popolo rendersi alle urne a metà aprile per eleggere il legislativo e l’esecutivo.

È la ragione per la quale il preventivo, adottato poi dal Parlamento, non è una vera e propria stangata. Può essere caratterizzato come un preventivo di austerity light. Infatti, se la proposta governativa prevedeva di ridurre di metà gli scatti salariali, misura poi rifiutata dal legislativo grazie alla pressione dei salariati, pochi son stati i tagli massicci nella spesa pubblica. Di questi si parlerà dopo le elezioni.

Invece, il preventivo resta largamente insufficiente poiché non risponde che in minima misura ai bisogni sociali prioritari. Così, allorché la pianificazione sanitaria cantonale quadriennale ritiene che, tenuto conto dell’invecchiamento della popolazione, si debbano assumere tra 450 e 800 persone supplementari all’anno per garantire le cure ed il mantenimento a domicilio degli anziani, il preventivo votato ne permetterà l’assunzione di una quarantina al massimo.

Dagli ai vecchi e ai bambini!

Le conseguenze non son difficili da immaginare. Già confrontato ad una ingente mole di lavoro -cronometrata! – il personale sarà sempre più sotto pressione. Quanto ai pazienti, ai nonnetti ed alle nonnette sempre più in là con gli anni a cui il sistema attuale permette di invecchiare il più a lungo possibile a casa loro, saranno confrontati gli uni ad un deterioramento delle condizioni di vita, gli altri al ricovero in ospedale con conseguente trasferimento dei costi sull’assicurazione malattia, cioè sul portamonete di tutti.

Quanto agli ulteriori tagli, il governo ha già presentato un piano quadriennale che prevede una riduzione delle spese per il personale di una cinquantina di milioni di franchi annui. Previste e discusse sono pure altre misure quali l’aumento del 5% del tempo di lavoro degli insegnanti delle medie ed il rifiuto di accogliere nelle scuole ginevrine i bambini dei frontalieri attualmente scolarizzati nel cantone per ovvie ragioni di comodità famigliare…

Quindi, se la mobilitazione di dicembre ha permesso di dare scacco alla volontà governativa di bloccare gli scatti salariali, è ben lungi dall’aver imposto l’aumento degli effettivi del personale. 

Ha comunque permesso di rendere pubblica la questione delle carenze di personale e contribuito a rafforzare fra i dipendenti l’idea dell’importanza della lotta.

Spionaggio industriale?

Di fiducia nelle proprie forze, il personale ne avrà bisogno nei prossimi mesi. Infatti, come già detto, se i tagli si concentrano sui preventivi dei prossimi anni, due scadenze ravvicinate lasciano presagire un inverno ed una primavera caldi in quel di Ginevra.

Dopo un simulacro di trattativa durato nel primo caso anni, e, nel secondo, solo pochi mesi, il governo spera ora di passare in forza su altri due temi: la classificazione delle funzioni dei dipendenti pubblici e la riforma della cassa pensione degli statali.

È in  nome di una riforma globale delle classificazioni delle funzioni che, da quasi una decina d’anni, il governo rifiuta di rivalutare le funzioni – ed i salari- di certe categorie di personale. 

Non ci sarebbe niente di più ovvio che rivalutare certe funzioni che corrispondono oramai a criteri che datano addirittura del millennio scorso. Eppure, tranne quando i lavoratori ospedalieri addetti al trasporto pazienti hanno incrociate le braccia, tutte le richieste di riclassificazione sono state sin qui sospese.

Ed è in questa fine d’anno che il Consiglio di Stato ha pubblicato un progetto di rivalutazione delle funzioni stabilito in base alla collaborazione con una ditta privata, specialista in materia.

Il progetto, basato su criteri che il governo rifiuta di rendere pubblici perché “proprietà privata della ditta” con cui collabora, contiene molti aspetti perlomeno … discutibili.

Prima di tutto, la sua applicazione si tradurrebbe sull’insieme di una carriera completa in una perdita dell’1% del salario. Certo che, se l’1% potrebbe essere, individualmente, cosa da poco, il fatto di poter ridurre di tanto una massa salariale dell’ordine di 5 miliardi annui permetterebbe allo stato cospicui risparmi. 

C’è poi da dire che la riforma delle classificazioni riduce la progressione salariale durante i primi dieci anni di carriera. Ora, sapendo che, in media è dopo dodici anni di impiego al servizio dello stato che la gente se ne va, è facile dedurre l’interesse verso una tale misura per lo stato e per chi vuole ridurre la sua contribuzione fiscale a quello che è convenuto chiamare “bene comune”. 

La sua portata sarebbe per lo più aumentata dal fatto che oramai, secondo il progetto, l’esecutivo diverrebbe il nuovo responsabile, tramite regolamento della fissazione della scala dei salari, invece che tramite una legge votata dal parlamento come attualmente.

E, per finire, il nuovo progetto stabilisce più livelli all’interno della stessa funzione. Così, per esempio, ci sarebbero cinque livelli differenti di segretarie amministrative, di infermieri, di insegnanti con cinque … salari differenti. Quanto all’attribuzione del livello, questa sarebbe prerogativa del superiore gerarchico immediato…

È sull’altare della protezione del segreto industriale che il personale dovrebbe essere esposto all’arbitrario dei vari capetti in funzione di criteri di definizione delle funzioni che restano top secret.

Sulle spalle di chi?

C’è infine l’ultimo progetto contro il quale si muovono gli statali ginevrini, quello della riforma della cassa pensione dello stato. 

Obbligata dalla legge federale del 2010 a raggiungere un livello di copertura dell’ordine dell’80% nel 2052, la Caisse de prévoyance de l’Etat de Genève, la CPEG, dispone oggi di un tasso di copertura del 60,5%. 

Partendo da previsioni allarmiste dettate dal tasso tecnico bassissimo deciso dalla privata “Società svizzera degli esperti in casse pensione”, il governo propone una ricapitalizzazione totale a certe condizioni della CPEG, tramite un montaggio finanziario a costo zero.

La prima condizione sarebbe un cambiamento di priorità: attualmente fondata su un piano di previdenza che assicura una rendita corrispondente al 60% del salario assicurato, la CPEG passerebbe ad sistema del primato dei contributi, esponendo gli assicurati agli alti e bassi delle borse. Come lo scrive lo stesso Consiglio di Stato, 82% degli assicurati vedrebbero le loro rendite ridotte.

In più, le stato ridurrebbe del 22% la sua partecipazione al finanziamento della cassa pensione, mentre il contributo dei dipendenti subirebbe un aumento dell’11%.

E, infine, chi ha svolto compiti fisicamente pesanti e riconosciuti come tali, non potrebbe più andarsene in pensione con tre anni d’anticipo senza riduzione della rendita. Così, il governo ginevrino recupererebbe i regali miliardari ai più ricchi sulle spalle di chi ha trasportato pazienti durante più di quarant’anni riducendosi la schiena ad un nodo di … dolori.

Quanta eleganza, signori miei…

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