LA GUERRA CONTRO I POVERI DI DUTERTE

di Alex de Jong

Le Filippine stanno attraversando una doppia crisi le cui dinamiche si rafforzano reciprocamente.

Il Presidente Rodrigo Roa Duterte è responsabile di una cosiddetta “guerra contro le droghe” che sta costando migliaia di vite e sta concentrando sempre più il potere nelle sue mani.

Nel frattempo, nel sud del Paese la violenza fondamentalista islamica ha assunto una nuova dimensione qualitativa. L’attacco alla città di Marawi ha fornito a Duterte l’opportunità di dichiarare la legge marziale, mentre la violenza dell’esercito governativo ha crea nuovi terreni fertili per i gruppi fondamentalisti.

Durante la campagna per le elezioni che lo hanno portato ad essere eletto presidente, Rodrigo Roa Duterte ha promesso di sradicare la criminalità. Ha promesso di essere spietato e ha mantenuto la sua promessa. In un anno della sua presidenza, migliaia di persone sono state uccise nella sua “guerra contro le droghe”. Le vittime di questa guerra vengono uccise “resistendo agli arresti” o da assassini sconosciuti.

I giornalisti locali e gli attivisti per i diritti umani riportano come la polizia giustizia le persone nelle loro case e falsifica le prove. Secondo i rapporti, gli assassini anonimi sono per lo più poliziotti o sono pagati da questi. Il bilancio per i premi in denaro per i poliziotti che hanno “reso un servizio straordinario” ha lievitato.

Nei suoi discorsi, Duterte incoraggia i poliziotti a falsificare le prove e ad uccidere i sospetti, e promette di proteggere i poliziotti da qualsiasi azione penale.

Nessuno sa quante persone siano state uccise. Sulla base di indagini, gli attivisti stimano che il numero di morti potrebbe superare la cifra di 10.000. Le vittime sono quasi sempre povere: conducenti di risciò, venditori ambulanti, spazzini. Economicamente e socialmente emarginati, vengono uccisi con impunità.

Ma Duterte mantiene il sostegno popolare. Deve molto della sua popolarità a una diffusa disillusione verso l’istituzione politica. L’attivista politico e sociologo Walden Bello descrive il sostegno a Duterte come motivato dall’insoddisfazione verso ciò che deriva da quella che egli definisce “la repubblica di EDSA”.

Nel 1986, il dittatore Ferdinand Marcos è stato rovesciato da delle proteste di massa che si concentravano sul viale EDSA, la principale via della capitale Manila. La cosiddetta “Rivoluzione del Potere Popolare” ha prodotto grandi speranze per il ripristino dei diritti democratici, nonché per il progresso sociale e lo sviluppo del paese.

Da allora, ogni amministrazione ha cercato di reclamare il manto del 1986. Sono rimaste tutte le delusioni. Secondo gli standard governativi, oltre un quarto della popolazione di oltre 100 milioni di persone vive in povertà. Le Filippine sono una delle società più disperate della regione; dei recenti tassi di crescita economica hanno beneficiato solo una piccola parte della popolazione.

Trump e Duerte

Il presidente delle Filippine Duterte si presenta come un nazionalista che si oppone in modo particolare alla continua forte influenza dell’ex potere coloniale, gli Stati Uniti. Dopo che Barack Obama ha espresso preoccupazione pro-forma sulle violazioni dei diritti umani nelle Filippine, Duterte lo ha definito “figlio di una puttana”.

Duterte si riferisce alle atrocità statunitensi commesse durante la sua colonizzazione delle Filippine, e sostiene che le truppe statunitensi debbano lasciare il paese. Nel corso della campagna elettorale ha promesso una “politica estera indipendente”. Il punto più alto di questa retorica è arrivato nell’ottobre 2016 quando Duterte ha dichiarato la “separazione dagli Stati Uniti” e l’intenzione di aderire al “flusso ideologico” della Cina e della Russia.

Ma la durezza della retorica di Duterte non è stata abbinata a fatti concreti. Continuano infatti le esercitazioni congiunte statunitensi e filippine, continua la costruzione di strutture per l’uso da parte degli Stati Uniti e Duterte ha espresso il suo ringraziamento per il sostegno statunitense all’esercito filippino nella lotta per la città di Marawi.

E dopo che Donald Trump ha lodato Duterte per il suo “lavoro incredibile sul problema della droga” in una telefonata a maggio, segnalando che il governo americano non avrebbe obiezioni verso le uccisioni, le tirate anti-USA di Duterte si sono ridotte, anche se ha ancora rifiutato un invito alla Casa Bianca.

La posa “nazionalista” di Duterte serve per due motivi. Uno è che sta cercando di riequilibrare la relazione delle Filippine con gli Stati Uniti e sviluppare legami più amichevoli con la Cina. Duterte ha firmato accordi di miliardi di dollari con il governo cinese che saranno enormemente redditizi per i suoi alleati.

In secondo luogo, Duterte usa pretesti nazionalisti per deviare la critica internazionale, accusando i critici di ipocrisia e di ignoranza.

Il peso continuo dell’esercito filippino pro-statunitense, tuttavia, assicura che qualsiasi reale “separazione” rimanga improbabile.

“Una crisi d’egemonia”

Herbert Docena è un attivista socialista che insegna all’Università delle Filippine. Alla domanda sui motivi del sostegno verso Duterte, egli sostiene che “dobbiamo considerare perché la sua retorica abbia trovato delle orecchie ricettive. C’era una grande disillusione verso le istituzioni liberali o semi-liberali. Penso che ciò che abbiamo sperimentato sia davvero una crisi di egemonia della classe dominante, poiché le diverse fazioni della classe dirigente non riescono a superare le loro differenze. Allo stesso tempo, la Sinistra risulta debole “.

In questo contesto, Duterte sembrava offrire un’alternativa: una forte leadership e misure dure per insegnare la “disciplina” alla gente, porre fine al crimine e alla corruzione e sviluppare il paese.

Egli sottolinea continuamente le sue differenze dalla classe politica che precedentemente governava il paese, facendo battute, arrotolandosi le maniche e maledicendo i ricchi come coños out-of-touch [un termine slang che significa “stronzi”]

Duterte trae profitto da un senso di crisi che la sua campagna politica ed il governo hanno contribuito a creare.

Kar Calderon è un attivista a Manila dei Block Marcos, un gruppo che si mobilita contro il crescente autoritarismo del governo: dice Calderon: “Duterte è riuscito a creare un discorso secondo cui la radice di tutti i problemi del paese è la droga: è sempre droga, droga, droga”.

Tin Alvarez, anch’esso attivista del gruppo Block Marcos: “Duterte è stato abile nel modo in cui è riuscito a costruire un problema. Per me, il problema principale delle Filippine è la povertà e l’impoverimento, come le persone vengono impoverite. Ma quando Duterte correva per il potere, ci è stato improvvisamente detto che il problema veramente pressante era la criminalità “.

Duterte si presenta come il leader forte che può salvare il paese. Coloro che si oppongono alla sua crociata sono, suggerisce, a pagamento dei signori della droga.

Anche se Duterte ha un sostegno in varie classi sociali, non avrebbe potuto diventare presidente senza costruire un’alleanze con frazioni della borghesia. Le parti chiave della coalizione che sostengono Duterte sono membri della borghesia che, come lui stesso, provengono dalle province periferiche. Tali frazioni provinciali competono con quelle che hanno il controllo del governo nazionale a Manila per l’accesso al potere e alla ricchezza.

Un altro importante alleato di Duterte è la ricca famiglia di Marcos, che per due decenni ha ricostruito la sua influenza politica.

La coalizione che sostiene Duterte, un outsider relativo all’istituzione politica della capitale prima della sua elezione, non è statica. Mark Batac del Block Marcos: “Nell’ultimo anno, Duterte ha privilegiato il sostegno dei militari. In un primo momento, Duterte ha cercato di ottenere il sostegno di gruppi elettorali spesso scontenti, incluse parti della sinistra.

“Nel suo primo anno in carica, ha capito quali sono le parti critiche rispetto la sua presa del potere e l’esercito è uno di questi. Alcune delle politiche di Duterte, come il suo riavvicinamento con la Cina, si trovano in contrasto con l’esercito che è fondamentalmente pro-USA. Di tutti i presidenti, ha visitato di più i campi militari e ha nominato diversi comandanti militari nel suo governo. Vuole assicurarsi il sostegno dell’esercito “.

Un modo in cui la sua amministrazione conserva la popolarità è l’uso intenso da parte dei suoi sostenitori dei social media, dove attaccano i critici con calunnie e minacce e lodano le vere e quanto le immaginate realizzazioni del governo di Duterte.

Permanentemente in campagna, in giro per il paese, Duterte ha raccolto dei sostenitori zelanti. La forte fede che molti di loro hanno verso Duterte sono simboleggiati dal soprannome che gli hanno dato; Tatay, padre. Dalla sua elezione, la popolarità di Duterte è diminuita, ma rimane forte soprattutto tra gli strati più ricchi.

Ma nonostante la sua retorica populista, Duterte ha continuato le politiche a favore del libero mercato delle precedenti amministrazioni. Dopo un anno in carica ha abbandonato gran parte della sua precedente affermazione di essere “di sinistra”, anche se l’amministrazione continua a presentarsi come un avversario degli “oligarchi”.

Confusione nella sinistra

Inizialmente, le affermazioni di sinistra di Duterte furono credute quando ha nominato una manciata di leader dei nazional-democratici pro-maoisti (Fronte Nazionale Democratico) come membri della sua amministrazione e il movimento è entrato nella sua eterogenea coalizione.

La sinistra filippina è stata confusa da Duterte. Prima di correre per presidente, era una forza locale, il sindaco di Davao City sull’isola meridionale di Mindanao. Per decenni ha coltivato un rapporto reciprocamente vantaggioso con il movimento maoista.

Il Partito Comunista Maoista Filippine (CPP) clandestino e i suoi alleati legali, che insieme formano il Movimento Nazionale-Democratico, rimangono la più importante corrente della sinistra filippina. Il sindaco Duterte e i Maoisti erano in condizioni amichevoli. Duterte ha sostenuto i gruppi democratici legali a Davao City mentre i guerriglieri maoisti si sono astenuti da attacchi che avrebbero imbarazzato il sindaco.

I movimenti legali non hanno individuato Duterte come obiettivo delle proteste e hanno attenuato la loro critica alle sue politiche – incluso l’uso di squadre di morte per uccidere i piccoli criminali, i bambini di strada e i tossicodipendenti a Davao City, una politica che Duterte come presidente ha esteso a livello nazionale.

Durante la campagna elettorale, si è scoperto che Duterte aveva il sostegno di parti del movimento maoista, tra cui figure importanti come il loro ideologo Jose Maria Sison. Duterte ha riaperto i negoziati di pace con il CPP e il partito ha dichiarato che “stava forgiando un’alleanza” con il nuovo presidente.

I Maoisti hanno suggerito che, attraverso i negoziati, Duterte potrebbe essere convinto ad attuare grandi riforme sociali. I nazional-democratici si sono riuniti a sostegno delle “politiche progressive di Duterte” e lo hanno difeso contro le critiche riguardanti gli omicidi extragiudiziali, sostenendo che tali critiche provenivano dai sostenitori dei candidati sconfitti o che fossero parte di una “trama di destabilizzazione” della CIA.

La retorica nazionalista di Duterte sulla “separazione” dall’ex potere coloniale americano era particolarmente popolare tra loro – ma sono rimasti delusi dalla continua cooperazione tra i militari filippini e statunitensi.

La luna di miele tra Duterte e i Maoisti è durata diversi mesi. Ma i negoziati si sono bloccati, poi si sono rotti mentre Duterte insisteva affinché i Maoisti firmassero un cessate il fuoco reciproco. Ma anche dopo che Duterte ha dichiarato “la guerra totale” contro il Nuovo Esercito Popolare maoista (NPA), i membri nazional-democratici del governo non si sono dimessi. Hanno continuato ad assicurare Duterte la loro fedeltà e a difenderlo contro le critiche.

Anche se le sue aspettative verso Duterte sono diminuite, il movimento nazionale-democratico è stato attento a lasciare aperta la possibilità di una nuova svolta nel loro rapporto con il governo. Nel mese di maggio Judy Taguiwalo, segretario nazionale per il welfare sociale, ha affermato che era chiaro che Duterte si era opposto alle uccisioni.

Alcune settimane dopo, la presidenza di Bayan (“Nation”), ombrello delle organizzazioni democratiche nazionali, ha ammesso che i membri nazional-democratici  nell’armadietto di Duterte “aiutano oggettivamente a deodorare il suo regime semplicemente svolgendo i propri lavori competentemente e coerentemente con le loro misure a favore del popolo”.

Solo a metà settembre, i nazional-democratici  hanno lasciato la coalizione governativa, dopo che Taguiwalo e uno dei suoi compagni sono stati esclusi dai loro posti. Una manciata dinazional-democratici  mantengono i posti nelle amministrazioni.

I nazional-democratici  hanno ora organizzato una nuova coalizione, “Movimento contro la tirannia”, che mira a “unire tutte le libertà che amano i filippini contro la tirannia e per i diritti umani”. I nazional-democratici  sono stati critici per il loro opportunismo, ma il movimento è ancora capace di mobilitare numeri significativi.

Marawi e la legge marziale

Nel mese di giugno, un’altra crisi è stata aperta mentre i jihadisti che dichiarano la fedeltà verso lo Stato islamico hanno attaccato la città di Marawi a Mindanao. L’attacco ha fornito a Duterte l’opportunità di dichiarare la legge marziale per l’intera isola.

La costituzione introdotta dopo la caduta di Marcos contiene diverse garanzie che impediscono ad un altro presidente di usare la legge marziale per diventare un dittatore. Tuttavia, l’opposizione a Duterte nelle istituzioni e nel parlamento è così debole che ha avuto poche difficoltà ad introdurre la legge marziale. Anche i combattimenti hanno aumentato la sua popolarità.

Anche se i jihadisti stanno rivendicando fedeltà allo Stato islamico, la recente violenza è un’escalation delle dinamiche locali. Mindanao è l’isola dove vive la maggior parte della minoranza islamica del paese; circa il 20% della popolazione locale si identifica come musulmano. Le parti del Mindanao musulmano sono tra le regioni più povere del Paese.

Il governo nazionale ha sempre marginalizzato il Moro (il nome risale al periodo spagnolo). Decenni fa i Moro sono stati cacciati dalla loro terra a favore dei coloni cristiani a causa di un programma di reinsediamento organizzato dal governo nazionale. Più tardi, il tentativo di Marcos di centralizzare il potere statale ha comportato che le élite locali musulmane che in precedenza rappresentavano e cooperavano con il governo nazionale perdessero il potere.

Nei primi anni Settanta, in Mindanao è scoppiata una guerra. Una nuova generazione, molti dei quali avevano studiato in Egitto e in Libia, furono influenzati dalle idee panislamiche e nazionaliste di quell’epoca, alleate con parti dell’élite insoddisfatta, hanno formato il Moro National Liberation Front (MNLF), un movimento armato che mira alla creazione di una repubblica separata dei Moro.

La guerra ha raggiunto il suo picco a metà degli anni Settanta con oltre 13.000 morti e più di un milione di profughi. Anche se il MNLF e la sua divisione del Fronte islamico di liberazione islamica entrarono in trattative di pace con il governo e rinunciarono al loro obiettivo di separazione, Mindanao è rimasta inquieta. I membri del Fronte non si sono mai disarmati, e gli scontri sparsi continuano.

Gli accordi di pace non hanno risolto le cause della violenza in corso. Mindanao rimane quasi una colonia interna alla “Manila imperiale”, una fonte di prodotti agricoli, minerali e lavoro a basso costo, ma sottosviluppata e sottorappresentata. Membri dell’élite nazionale sono alleati con i signori della guerra locali che consegnano loro voti e mantengono i feudi sotto il proprio controllo.

In questo contesto, i gruppi militanti sono in grado di trovare reclute e sostegno e si formano nuovi gruppi. Questi movimenti non sono omogenei o strettamente organizzati. Le lealtà locali, spesso verso certi clan, sono spesso più importanti per i loro sostenitori che le affiliazioni politiche formali o accordi.

Alcuni gruppi Moro sono poco più di bande criminali, che si arricchiscono tramite rapimenti ed estorsioni, altri sono più politici. Le alleanze e le rivalità sono spesso fluide e i membri delle élite locali formano o sostengono gruppi armati come strumenti nella loro competizione con gli altri.

Riflettendo le influenze internazionali, fin dai primi anni ottanta i militanti del movimenti del Moro sono diventati sempre più influenzati dalle idee fondamentaliste islamiche. I legami con le reti jihadiste regionali sono esistite fin dagli anni ’90. In particolare, il gruppo che ha attaccato Marawi City ha le sue radici nell’esercito privato della ricca famiglia dei Maute.

Joseph Franco, ricercatore della scuola di studi internazionali di S.Raaratnam di Singapore, che ha lavorato con l’esercito filippino, afferma che all’inizio del 2016 i Mautes si presentarono come seguaci dello Stato islamico per “spaventare e costringere” un clan rivale; “che l’uso tattico delle immagini terroristiche ha assunto una propria vita”.

Per una generazione più giovane, i riferimenti al jihadismo salafista (violento fondamentalismo sunnita) non sono solo una pratica tattica. L’esercito filippino sostiene di aver ucciso due figli di Maute durante i combattimenti a Marawi City. A differenza del MILF, il gruppo di Maute ha designato come bersaglio i cristiani uccidendoli e dissacrando le loro chiese cristiane.

Forti di più di 1000 combattenti, il gruppo Maute sta cercando di provocare una guerra religiosa sull’isola. Il loro attacco alla città di Marawi doveva essere riconosciuto a livello nazionale e internazionale. Il suo successo probabilmente ha sorpreso anche il gruppo di Maute.

Nonostante dovessero affrontare migliaia di truppe governative supportate da aerei e artiglieria, a metà settembre il gruppo non era stato ancora completamente cacciato dalla città e aveva ucciso oltre 130 soldati.

Finora, la violenza è rimasta in gran parte limitata a Marawi, ma i Mautes si sono alleati con altri gruppi sciolti che hanno adottato simili tattiche terroristiche e altri attacchi futuri sono probabili. L’esercito governativo è ricorso a tale violenza su vasta scala e alla forza bruta tanto che gran parte della città di Marawi è stata rasa al suolo, creando una popolazione traumatizzata e ostile tra i quali i Mautes o i gruppi simili avranno probabilmente la possibilità per trovare reclute future.

Mirare sulla sinistra

La Sinistra filippina, compresi i nazional-democratici , temono che il paese si stia muovendo verso la dittatura. L’opposizione borghese è debole, e molti dei suoi rappresentanti disertano verso il governo.

Uno dei pochi politici borghesi che si sono opposti fortemente alle violazioni dei diritti umani di Duterte, il senatore Leila de Lima, è stato accusato di collaborare con i signori di droga e imprigionato. La violenza statale e le campagne di calunnie e molestie da parte dei suoi sostenitori rendono l’opposizione difficile e pericolosa. I critici del governo vengono rimossi dai loro posti e intimiditi.

Le uccisioni politiche sono aumentate fortemente negli ultimi mesi. Decine di persone sono state uccise, la maggior parte dei quali appartenenti al movimento nazionale democratico, ma anche gli attivisti di altre correnti come la sezione filippina del Quarta internazionale, il partito dei lavoratori rivoluzionari di Mindanao e il Partido Manggagawa sono diventati degli obiettivi.

Inoltre, la resistenza sociale contro il regime di Duterte si indebolita a causa di divisioni tra la sinistra. Le organizzazioni nazionali-democratiche si rifiutano di collaborare o spesso anche di riconoscere altri gruppi progressisti. Il movimento del lavoro è diviso tra il nazionale-democratico Kilusang Mayo Uno e la coalizione SENTRO.

Il movimento dei diritti umani è ugualmente diviso tra il gruppo democratico nazionale Karapatan e la coalizione iDEFEND. La sinistra larga, che spaziava dai gruppi socialisti alle reti di ONG progressiste nel paese, ha avuto difficoltà ad orientarsi davanti a un presidente che utilizzava una retorica socialista, anti-americana e che ha nominato ben noti esponenti di sinistra nella sua amministrazione.

Herbert Docena parla di una crisi del movimento operaio “Venti, trent’anni fa, almeno il 10 per cento dei lavoratori erano membri dei sindacati, ora è il due per cento. Questo mette molti limiti su ciò che la sinistra può fare.

“Per disperazione e frustrazione, la sinistra ha scelto di partecipare alle istituzioni liberali o di cooperare con alcune fazioni dell’élite. Questo è stato cruciale; nel momento in cui le persone erano afflitte e cercavano un’alternativa, vedevano le due correnti più forti della Sinistra allearsi con il precedente presidente, come ha fatto il partito socialdemocratico Akbayan, o con i Marcos, Duterte o qualche altra fazione dell’élite, come hanno fatto i nazional-democratici .

“È difficile vedere i nazional-democratici condividere una piattaforma con i Marcos e poi si hanno i socialdemocratici che si sono uniti al precedente governo. Ciò rende difficile presentare un’alternativa al di fuori di quelle strutture esistenti. Le forze principali della Sinistra hanno sprecato un’opportunità “.

Secondo CJ Galunan di Block Marcos: “La sinistra non è riuscita a sviluppare una visione a lungo termine e sottovalutato il potenziale esistente. Invece, i successi a breve termine, ad esempio nelle elezioni, sono stati privilegiati, mentre i nazional-democratici continuano a privilegiare la lotta armata nella campagna su tutte le altre forme di lotta “.

Un prima falla nel potere di Duterte si è avuta dopo che il presidente ha mantenuto la sua promessa di dare alla famiglia Marcos il permesso di seppellire il loro patriarca morto nel cimitero degli eroi nazionali. Vi furono proteste spontanee, che spesso hanno coinvolto giovani relativamente nuovi alla politica progressista. Recenti casi di assassinio di adolescenti da parte della polizia hanno alimentato una crescente insoddisfazione. Tuttavia, Duterte continua ad attuare il suo programma autoritario. Il governo punta a riscrivere la costituzione per favorire le dinastie e gli oligarchi politici regionali che servono come alleati cruciali di Duterte e la riabilitazione della dittatura di Marcos.

La sinistra filippina, in tutte le sue varie forme, mantiene il suo peso e le radici sociali. Ma a causa della mancanza di una alternativa convincente questo peso non si traduce in una influenza politica. Dice Galunan: “C’è una nuova sinistra emergente nelle Filippine, all’interno o all’esterno delle correnti esistenti. Dobbiamo distinguerci dalle élite, ma anche esaminare criticamente i fallimenti passati della sinistra “.

La lotta contro l’autoritarismo e per i diritti umani sarà centrale alla formazione di una nuova sinistra. Una tale nuova sinistra avrebbe bisogno di essere radicale come la profondità della disillusione verso la repubblica EDSA  e rimanere indipendente da tutte le fazioni dell’élite filippina. I prossimi anni saranno decisivi e pericolosi.

31 ottobre 2017

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