155: SOSPENSIONE DELLA DEMOCRAZIA

La vicenda catalana non è di facile approccio. La pericolosità  delle scelte del regime, rappresentato dal re e dal governo Rajoy con il sostegno del PSOE, esce dall’ambito della Catalogna e crea un pericoloso precedente antidemocratico che potenzialmente potrebbe ricadere su tutti i lavoratori spagnoli. Mentre la direzione nazionalista catalana sembra avere delle difficoltà nella gestione di quello stesso meccanismo che ha contribuito a mettere in moto. Riteniamo che la pubblicazione di questo articolo di Jaime Pastor, pur discutibile in alcuni punti, possa essere utile nel chiarire le dinamiche in corso senza pregiudizi né approcci superficiali. (La redazione)

Catalogna e Stato Spagnolo: l’articolo 155 e la sospensione della democrazia

di Jaime Pastor *

Dopo la ferma decisione del regime tripartito (Partito popolare, Ciudadanos, Partito socialista operaio spagnolo), con alla testa re Felipe VI, che mira a dare l’interpretazione più dura e, allo stesso tempo, più discutibile dell’articolo 155 della Costituzione (1), entriamo irrimediabilmente nei giorni decisivi, in termini di rapporti di forza, della sfida che da qualche anno è all’ordine del giorno sulla rivendicazione maggioritaria del popolo della Catalogna, ossia il diritto legittimo di decidere del proprio avvenire.

Infatti, con l’intenzione di fare di Mariano Rajoy il presidente della Catalogna, di sciogliere il parlamento catalano per convocare nuove elezioni e di mettere sotto il suo controllo la polizia regionale [Policia de la Generalitat de Catalunya-Mossos d’Esquadra] e i mass media – tra le altre misure – il regime punta a mettere fine all’autonomia catalana. Di più, come scriveva recentemente Javier Perez Royo (1), si tratta di porre fine al nazionalismo catalano come opzione politica legale. Possiamo anche aggiungere: anche ad ogni opposizione al regime tra i cui bersagli c’è il partito Unidos Podemos.

Questo è stato già annunciato dal portavoce del PP, García Albiol [sindaco di Badalona fino al 2015 e presidente del Gruppo popolare nel parlamento catalano] e Pablo Casado [membro del PP e vicesegretario incaricato della comunicazione]. Non hanno dimostrato alcuna prudenza nell’estendere la minaccia di divieto verso le forze politiche repubblicane o semplicemente a includere nel loro programma delle proposte che sono contrarie alla Costituzione. È con questo che dobbiamo confrontarci: un nazionalismo-costituzionalistico spagnolo e militante. Per questa ragione, si rivelerebbe un gravissimo errore considerare questo conflitto come che riguarda solo la Catalogna.

Questa decisione – che sarà senza dubbio approvata, il 27 ottobre, da un Senato con la maggioranza assoluta del PP [il PP detiene 148 seggi su 266] – è stata preceduta dall’arresto “preventivo”, accusati del crimine di “sedizione” [passibile di 15 anni di prigione] di Jordi Sànchez [presidente dell’Assemblea Nazionale Catalana] e di Jordi Cuixartl [presidente dell’associazione Òmnium Cultural], dirigenti di due grandi organizzazioni sociali che hanno organizzato le più grandi mobilitazioni pacifiche per il diritto di decidere che si siano tenute in Catalogna dal 2012.

Poco tempo dopo, il Tribunale costituzionale (TC) ha giudicato illegale la legge per il referendum approvata dal parlamento [catalano], basata come di consueto in questi casi, sugli articoli 1 e 2 della Costituzione (“l’autonomia” – in breve – non coincide con la “sovranità”, il TC dixit). Nei fatti, un’ulteriore dimostrazione che tutte le promesse di riforma costituzionale che non rimettono in discussione direttamente questi articoli non potranno mai aprire la strada ad un vero patto federale tra i popoli. (3)

La risposta da parte della Catalogna non si è fatta attendere: la manifestazione di ieri, 21 ottobre, per la libertà dei due “Jordis” si è trasformata in una denuncia massiccia e indignata della decisione del Consiglio dei ministri di applicare l’articolo 155 della Costituzione e nella riaffermazione della volontà di centinaia di migliaia di persone [450.000 secondo la polizia] di disobbedire a quello che è stato percepito come un vero e proprio stato d’urgenza e uno smantellamento delle loro istituzioni dell’autonomia [di autogoverno]. Riassumendo, si tratta di un colpo inferto alla democrazia, insomma, questo significherebbe tornare al 1977, anche prima dell’instaurazione della Generalitat, che oggi compie quant’anni.

Tuttavia, la cosa più grave è  il completo controllo della situazione da parte del regime, con il sostegno delle grandi forze economiche dell’ IBEX [l’indice della Borsa di Madrid] e dei principali dirigenti della UE, un regime che ha ricevuto il pieno sostegno della nuova direzione del PSOE [Pedro Sánchez]. Sono andate perdute le illusioni generate dalla sconfitta elettorale interna del felipismo [allusione alla sconfitta di Susana Diaz, sostenuta da Felipe Gonzales alle primarie del PSOE, nel maggio 2017] e l’iniziale cambiamento dell’atteggiamento di Pedro Sánchez con il suo timido riconoscimento della pluri-nazionalità di fronte al nazionalismo monocorde ed esclusivo di Rajoy.

Una volta di più, all’interno del PSOE la “(non) ragion di Stato” si è imposta contro la ragione democratica. Non molto tempo fa, la difesa di certi dirigenti catalani si esprimeva in questo modo: siamo favorevoli ad un referendum consultivo. Per fortuna, non c’è stato bisogno di molto tempo perché delle critiche fossero fatte da responsabili del PSC (Partito Socialista di Catalogna) di fronte a una decisione che, certamente, implicherà la decomposizione di questo partito in Catalogna e la sua identificazione, nel resto dello Stato, con il PP, con Ciudadanos il cui carattere ultranazionalistico non ha più bisogno di spacciarsi per liberale e, soprattutto, un’identificazione con ciò che implicherà la sepoltura definitiva di uno Stato autonomo, già agonizzante.

“Cosa ci fai qui?”, ha chiesto Maria del Mar Bonet [una cantante folk catalana, che ha ricevuto molti riconoscimenti] durante la manifestazione di sabato 21 ottobre a Barcellona. Ha ripreso una canzone che ha circa quarant’anni e l’ha intonata per denunciare la repressione poliziesca del giorno del referendum del 1° ottobre a Barcellona. Se, prima, la dittatura franchista si appoggiava alla forza bruta per impedire il progresso della nostra lotta comune per la libertà, oggi, sembra evidente, che molti eredi di questo regime vogliono tornare indietro nel tempo per sospendere la democrazia… Con l’obiettivo di seminare  la disperazione tra i milioni di persone che, in Catalogna, continuano a scommettere sulla disobbedienza civile e istituzionale di fronte a un regime e a uno Stato che già considerano illegittimi.

Sappiamo che in questo confronto i rapporti di forza tra i due blocchi sono molto ineguali. Ma coloro che oggi celebrano la vittoria dello Stato devono sapere che l’assoggettamento della cittadinanza catalana [a questo Stato] si scontrerà con un movimento popolare che ha già dimostrato il 1° ottobre scorso, e anche il 3 ottobre, la sua enorme capacità di resistenza e autorganizzazione. Il governo (govern) e il parlamento (parlament) saranno all’altezza delle esigenze di questo movimento? Sapranno creare un ampio movimento di solidarietà [nelle altre regioni autonome] e di unità con la nostra comune lotta per la libertà, la democrazia e il diritto di decidere?

Non sarà facile rispondere a queste domande, ma come hanno scritto i nostri riferimenti classici, “l’unica cosa certa è nella lotta”. In questa prospettiva o si metterà fine alla crisi dall’alto o si approfondirà la spaccatura che ha aperto il ciclo di proteste più intenso e prolungato che si sia sviluppato dagli ultimi anni del regime di Franco in Catalogna e in tutto lo Stato.

Traduzione di Cinzia Nachira

*Jaime Pastor è professore di Scienze Politiche presso la UNED ed editorialista di Viento Sur. Questo articolo è comparso il 22 ottobre su Viento Sur. La traduzione italiana è dalla versione francese, a cura di A L’Encontre: www.alencontre.org/europe/espagne/etat-espagnol-catalogne-larticle-155-et-la-mise-entre-parentheses-de-la-democratie.html” http://alencontre.org/europe/espagne/etat-espagnol-catalogne-larticle-155-et-la-mise-entre-parentheses-de-la-democratie.html

(1) Xavier Arbós, “El 155 no permite convocar elecciones en Cataluña”, El periódico, 20 octobre 2017.

(2) Javier Pérez Royo, “La castración del nacionalismo catalán”, eldiario.es, 20 octobre 2017

(3) Come ha molto ben argomentato l’ex ministro della Giustizia Francisco Caamaño (“Presentación”, in Daniel Guerra (ed.), El pensamiento territorial de la Segunda República española, Athenaica, Sevilla, 2017.

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