ACCORDO HAMAS ANP: UNA SOLUZIONE?

di Cinzia Nachira

Nei giorni del trentacinquesimo anniversario dei massacri di Sabra e Shatila, i due grandi campi profughi alla periferia di Beirut, in cui tra il 16 e il 18 settembre 1982 circa tremila civili palestinesi furono trucidati dalle milizie falangiste libanesi con la direzione e il sostegno delle truppe israeliane, che all’epoca erano dentro il Libano e a Beirut, una notizia da Gaza, apparentemente inverte la rotta della divisione interna palestinese.

Un comunicato di Hamas, il movimento integralista islamico che governa la Striscia di Gaza dal 2007, annuncia la sua disponibilità ad iniziare dei colloqui per giungere alla riconciliazione con l’Autorità Nazionale Palestinese, al governo in Cisgiordania e diretta da Mahmud Abbas. Molti annunci simili, dall’una e dall’altra parte, sono stati fatti in questi dieci anni, come molti d’altronde sono stati i colloqui tra le due fazioni palestinesi, con diversi patrocini arabi e occidentali, che avevano lo stesso scopo. Quest’ultimo, diversamente dai precedenti, riapre la strada al rientro dell’ANP al governo della Striscia di Gaza.

Questo accordo nasce dalla decisione di Abu Mazen (Mahmud Abbas), nei mesi scorsi, di non pagare a Israele la bolletta energetica della Striscia di Gaza. Questo passo dell’ANP ha reso ancora più drammatiche le condizioni della popolazione civile della Striscia di Gaza, in molte zone l’energia elettrica non arriva che due ore al giorno (anche in alcuni ospedali) aggravando le condizioni di vita. Questa decisione di Abu Mazen è stata dettata dal fatto che nella regione quei regimi che erano stati assediati e combattuti dai loro stessi popoli ora stanno riacquistando il potere (salvo l’eccezione libica, unico Paese in cui la caduta di Muhammar Gheddafi è coincisa con il disfacimento totale del regime, che ora si è riciclato in modi diversi – dalle bande armate ai tre governi che si sono di fatto spartiti il territorio). Perfino Bashar al Assad, la cui uscita di scena sembrava essere una delle condizioni necessarie per porre fine alla guerra civile siriana, dopo l’intervento russo nel 2015 è tornato ad essere accettabile, anzi per alcuni (e non solo per i potenti che lo appoggiano) irrinunciabile. Abu Mazen, “amico fraterno” di tutti i dittatori della regione, non poteva non approfittare di questo “momento aureo” per sconfiggere il suo concorrente Hamas che da sempre rappresenta un problema ben più grave della potenza occupante, Israele, con la quale, al contrario, l’ANP collabora da molti decenni (di fatto dal 1994, anno degli accordi di Oslo).

L’accordo, o meglio, l’annuncio di questo dovrebbe comprendere anche quello di elezioni politiche, ma l’ANP le condiziona ad una presa di controllo totale della Striscia di Gaza, incluse le frontiere. Quindi coloro che oggi brindano alla prossima sconfitta politica di Hamas anche attraverso le elezioni farebbero bene ad attendere, per diversi motivi. Innanzitutto, non è per nulla assicurata la vittoria elettorale dell’ANP, né nella striscia di Gaza, né in Cisgiordania. Anche se ora in molti si affannano a dire che Hamas ha preso il potere a Gaza con le armi nel 2007 (quando l’ANP fu esclusa), nessuno ricorda che l’anno precedente, nel gennaio 2006, Hamas vinse le elezioni politiche, anche al di là delle sue aspettative. Nessun osservatore straniero presente in quell’occasione per controllare il processo elettorale ebbe dubbi sull’effettiva democraticità di quelle elezioni. E questo va sottolineato per amore della verità e non per un’indulgenza particolare verso Hamas, che nella gestione del governo della Striscia di Gaza non è stato certo migliore dell’ANP in Cisgiordania.

Chi certamente non dimenticherà le elezioni del 2006 sarà il popolo palestinese e ciò significa che entrambe le organizzazioni che oggi lo rappresentano potrebbero essere severamente punite, difficile dire a favore di chi. L’assenza di organizzazioni politiche che rappresentino un’alternativa credibile è totale, salvo per gruppi integralisti islamici ancora più estremisti di Hamas.

Chiudere la “questione palestinese”

Dallo scoppio delle rivolte arabe nel 2010-2011 è questo l’obiettivo che in molti si sono posti ed ora sembra giunto il momento propizio. Esattamente perché il popolo palestinese, quello che vive nei Territori Occupati (Striscia di Gaza, Cisgiordania, Gerusalemme Est e Golan Siriano), come quella parte di palestinesi che vivono dispersi nei Paesi arabi e infine, ma non per importanza, la componente che vive all’interno della Linea verde (i palestinesi-israeliani), non ha alcuna sponda politica per poter rivendicare i propri diritti.

L’esplosione delle rivolte arabe ha fatto cadere la grande maschera, araba ed occidentale, che fino a quel momento identificava la “questione palestinese” come quella determinante per l’intera regione. In realtà, ora Israele ed i suoi amici arabi, Giordania, Egitto, Arabia Saudita, Qatar, Emirati, si aspettano – non a torto dal loro punto di vista – che il ruolo di vera potenza nel Vicino Oriente della Russia di Putin riesca ad ottenere ciò che decenni di interventismo europeo e statunitense non hanno ottenuto: la resa incondizionata dei palestinesi.

In questa direzione andavano gli sforzi del ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, in viaggio nel Vicino Oriente pochi giorni prima dell’annuncio sulla riconciliazione inter-palestinese.

Solo gli idioti e gli ingenui irrecuperabili hanno continuato a pensare, dire e scrivere la sciocchezza che le rivolte arabe sono state un male per i palestinesi. Mentre, per chi non ha la memoria corta, queste, purtroppo, sono state l’ennesima occasione persa sull’altare degli interessi di due formazioni politiche, l’ANP e Hamas, che spesso hanno temuto che il popolo palestinese potesse rimettersi sul cammino della prima Intifada del 1987 e interrotto con gli accordi di Oslo. Mentre le rivolte arabe del 2011 hanno dimostrato che i tunisini, gli egiziani, i libici, i siriani, gli yemeniti e i qatarioti scesi in piazza contro i loro governi hanno preso ad esempio proprio l’autorganizzazione dei palestinesi di quell’epoca.

Qualcuno sarà pronto a dire che i tempi sono molto diversi, ora, e questo è certamente vero, anche se non cancella il fatto che il popolo palestinese, per quanto stremato dall’occupazione israeliana e dall’ipocrisia dei due governi che li opprimono in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, ha spesso dimostrato di essere in grado di riprendere in mano le redini del proprio destino. Altrettanto è incancellabile che la prima Intifada ha mostrato che quella era, ed è, l’unica via percorribile. Sostenere questo a pochi mesi dal trentesimo anniversario di quella grande rivolta palestinese non significa cedere al romanticismo, al contrario vuol dire non farsi accecare da un presente ostaggio dei peggiori nemici del popolo palestinese e di tutti i popoli della regione.

In buona sostanza, anche se Fatah e Hamas troveranno le basi per un accordo è assai probabile che queste non coincidano con le necessità e i diritti dei palestinesi. E se Israele per ora, vista la situazione regionale e internazionale, viene tenuto a bada dai suoi alleati e non solo, quindi non scatena una guerra contro Gaza o contro il Libano, ciò non autorizza nessuno a pensare che la soluzione si stia avvicinando grazie a questo. La colonizzazione prosegue costantemente, la repressione anche, la discriminazione verso i palestinesi ha raggiunto livelli mai visti negli ultimi anni.

La “nuova pax” russa nella regione, con quella vecchia statunitense, è il vero nemico, perché consentendo a regimi sanguinari come quello egiziano e quello siriano di consolidare le proprie posizioni, impedirà ai palestinesi anche solo di sperare che qualche loro diritto venga preso in considerazione. Anzi, tutto questo farà sì che i palestinesi restino intrappolati non solo in Palestina, ma anche nei Paesi arabi dei propri nemici. Per questa tanto elementare, quanto ottima ragione pensare che la soluzione al conflitto israeliano-palestinese possa essere isolata dal destino dell’intera regione è un’illusione che renderà i palestinesi più deboli e li esporrà al rischio di violentissime epurazioni etniche, ancora più atroci di quelle già avvenute e di quelle già in atto.

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