VENEZUELA: SUPERARE LE ANALISI MANICHEE

Pubblichiamo di seguito due interviste a due studiosi latinoamericani – Edgardo Lander e Raul Zibechi -che analizzano gli avvenimenti venezuelani senza cadere nelle semplificazioni molto in voga, invece, in una sinistra italiana incapace di schierarsi fuori da logiche geopolitiche, con una forte adesione a soluzioni repressive nei confronti di dinamiche sociali complesse e spesso contraddittorie.  Una sinistra nostalgica e identitaria che trae le sue radici dalla tradizione riformista ed interclassista del nostro paese, la quale ha sempre abbinato progetti politici  e sindacali moderati a pratiche autoritarie nei confronti di ogni movimento sociale che si poneva in opposizione alle politiche di integrazione e di collaborazione con le classi dominanti del paese. Non possiamo quindi meravigliarci delle incapacità diffuse, accompagnate da fraseologie estremiste, di comprendere gli avvenimenti venezuelani: un limite che nasce dalla non volontà di guardare gli avvenimenti con gli “occhi dei barrios”, spesso in nome di un illusorio “socialismo” .

 

Vista la polarizzazione riscontrata oggi in Venezuela, quali sono le responsabilità della presidenza di Maduro e quelle delle opposizioni?

Il non-riconoscimento della Costituzione del 1999 – l’unico insieme di regole con cui è possibile fermare l’escalation di violenza – da parte del governo come da parte di settori di destra, intensifica la polarizzazione e contribuisce a chiudere le porte alla trattativa in un contesto di profonda crisi economica e politica. Anche se tutti oggi parlano di dialogo di pace, ci sono settori estremisti in ambedue gli schieramenti che fanno il possibile per impedire una soluzione negoziata. Per i settori corrotti delle alte sfere di governo la priorità oggi è la tutela dei propri privilegi e fortune.
Per i settori radicali della destra, non basta sconfiggere il chavismo con le elezioni: vogliono una sconfitta politica dell’immaginario popolare del chavismo che schiacci in maniera definitiva ogni illusione di emancipazione, e per far ciò contano su appoggi esterni.
Questi settori estremisti alimentano deliberatamente la violenza e cercano di impedire ogni forma di espressione dell’altro Venezuela, oggi in maggioranza, che non si sente identificato né con il governo né con la Mesa de la Unidad Democrática (Mud).

Con varie personalità progressiste, esponenti di movimenti sociali e del chavismo “critico”, lei è tra i principali promotori della Piattaforma per la difesa della Costituzione che ha condannato come «fraudolenta» la Costituente. Su quali basi?

È un’accusa fondata su alcuni elementi chiave del processo politico venezuelano degli ultimi tre anni. Anzitutto quando il governo perse con grande scarto le elezioni parlamentari del dicembre 2015 e l’opposizione ottenne i 2/3 dell’Assemblea nazionale, ci si è resi conto di non poter contare sull’appoggio elettorale della popolazione per rimanere al potere, né di poter continuare ad agire nella cornice delle norme fissate dalla Costituzione del 1999. Da allora alcune delle misure prese esulano dal quadro costituzionale. Tra le più importanti, la nomina dei nuovi membri del Tribunale supremo di Giustizia da parte dell’Assemblea nazionale dimissionaria, senza rispettare le regole, e senza che i magistrati eletti assolvessero ai requisiti base richiesti dalla legge. Poi la cancellazione del «referendum di revoca presidenziale», dapprima rivendicato come una delle espressioni più importanti della democrazia partecipativa, la sospensione delle elezioni dei governatori che secondo la Costituzione erano obbligatoriamente da tenersi nel dicembre 2016. In terzo luogo la dichiarazione di sospensione delle facoltà e dei poteri dell’Assemblea nazionale da parte del Tribunale Supremo di Giustizia che quindi annullò ogni decisione dell’Assemblea redistribuendone le funzioni costituzionali tra Esecutivo e Tribunale. Il Presidente Maduro ha governato per decreto di stato di emergenza dal febbraio 2016, senza l’approvazione dell’Assemblea nazionale come esigeva la Costituzione e per un periodo di tempo più lungo del termine da essa fissato. Quindi, su questioni fondamentali, dalla fine del 2015 questo governo ha operato totalmente al margine della Costituzione.
Invece sulla convocazione dell’Assemblea Costituente si presentano due problemi relativi alla forma nella quale si realizzò e le basi comiziali definite per la sua elezione. Anche se non è esplicita al riguardo, la Costituzione fissa la differenza tra prendere l’iniziativa della convocazione della Costituente (cosa che può fare il Presidente) e convocare che è un’attribuzione esclusiva del popolo sovrano (art. 347). Si sarebbe dovuto tenere un referendum consultivo, come nel 1999, ma non è stato fatto perché il governo non contava del sostegno elettorale necessario per vincerlo.
Egualmente problematica è stata la definizione delle «basi comiziali» svolta in maniera assolutamente arbitraria ed antidemocratica al fine di trasformare l’attuale minoranza che sostiene il governo in maggioranza schiacciante nell’Assemblea Costituente. Sono state alterate le regole seguite nelle elezioni precedenti, si è creato un regime doppio di rappresentazione, territoriale e settoriale. Nel primo si attribuì una straordinaria rappresentazione ai municipi rurali, meno popolati di quelli urbani nei quali si concentra la maggioranza della popolazione e dove maggiore è l’opposizione al governo. Così facendo è stato violato in maniera esplicita e intenzionale il principio costituzionale della rappresentazione proporzionale. Parimenti problematica è stata la definizione della partecipazione settoriale. Nelle “basi comiziali” venne definito che si sarebbero elette Costituenti settoriali, in rappresentazione di ognuno dei sette settori della popolazione.
Così facendo si esclusero dal voto circa 5 milioni di cittadini, creando una differenziazione tra cittadini di prima classe, che avevano diritto al doppio voto e cittadini di seconda classe che avevano diritto ad un solo voto. Secondo la Costituzione il voto non è obbligatorio. Ciononostante i portavoce del governo, a partire dallo stesso Presidente Maduro, minacciarono gravi conseguenze per chi non avesse partecipato. Si utilizzarono liste di impiegati pubblici e lavoratori delle imprese di stato e dei beneficiari dei programmi sociali per avvisarli che avrebbero perso il loro lavoro o i loro benefici qualora non si fossero recati alle urne.
Per queste elezioni, il Consiglio nazionale elettorale ha smontato i principali meccanismi di controllo che avevano fatto del sistema venezuelano un modello di trasparenza e affidabilità.
In conseguenza del modo incostituzionale con cui è stata convocata l’Assemblea nazionale costituente hanno partecipato come votanti, votati e testimoni solo sostenitori del governo. Così le elezioni del 30 luglio sono diventate nei fatti un’elezione interna al Psuv.
Ai media è stato impedito di informare sul processo elettorale: queste elezioni tutto sono state fuorché pubbliche. Le prime decisioni dell’Assemblea costituente sono state prese all’unanimità o per acclamazione, senza alcun dibattito, deplorevole similitudine con quanto accadeva nei paesi socialisti dell’Europa dell’Est. In secondo luogo, la costituente ha poteri straordinari non contemplati nell’attuale Costituzione, che all’articolo 347 garantisce al popolo il «potere costituzionale originario»; è nell’esercizio di tale potere che il popolo «può convocare un’Assemblea Nazionale Costituente con l’obiettivo di trasformare lo Stato, creare un nuovo ordinamento giuridico e redigere una nuova Costituzione». Fin quando non verrà approvata una nuova Costituzione, quella vecchia è pienamente in vigore. Ma il governo ha dichiarato che la Costituente è plenipotenziaria e sovracostituzionale e che tutti i poteri devono sottomettersi. Un primo passo è stato la destituzione del Procuratore generale della Repubblica Luisa Ortega Dìaz. Si è creato un potere illimitato, parlamentare e giudiziario. Le implicazioni autoritarie di un potere monopartitico con tali attribuzioni, in un paese non solo diviso, ma a maggioranza contro il governo, possono essere esplosive.

Qual è il profilo più dettagliato, oggi, delle opposizioni, di chi oggi scende in piazza e critica Maduro tanto da “sinistra” quanto da “destra”?

Sui media nazionali e internazionali si identifica l’«opposizione» con la destra. Ma per i sondaggi più affidabili, gran parte dei venezuelani oggi rifiuta il governo. È un ampio spettro di popolazione: da piccoli gruppi di sinistra da sempre scettici del processo bolivariano, a una serie di attori, prima chavisti poi disincantati dal governo Maduro (chavismo critico, chavismo democratico, o altri gruppi politici come Marea Socialista). C’è poi un settore ampio della popolazione che si oppone al governo ma che non si identifica con il Mud; poi partiti e organizzazioni articolatai intorno al Mud.
I settori di sinistra che si sono distanziati sempre più da Maduro sono riusciti in modo significativo a formare opinione, aprire il dibattito, formulare posizioni distinte da quelle presentate dalla destra. Però non hanno un’organizzazione significativa, la capacità di competere con governo o con l’opposizione di destra nelle mobilitazioni. Nella misura in cui il governo negli ultimi anni ha precluso ogni opzione elettorale, le mobilitazioni convocate dal Mud si sono convertite nella principale espressione di opposizione. Ma non vanno intese come espressione di appoggio al Mud.

In una sua intervista di qualche mese fa ha detto che «di fronte alla crisi venezuelana la sinistra difetta di critica», e che l’appoggio incondizionato delle sinistre della regione al chavismo ne ha rafforzato le tendenze più negative. Come potrà la sinistra riarticolare un’analisi critica della situazione, promuovendo vie d’uscita all’attuale crisi sociale, politica ed economica nel paese?

È necessario iniziare superando le analisi manichee che rappresentano la realtà in bianco e nero. Il fatto che un governo tenga un discorso anti-imperialista e che sia visto come nemico da parte degli Usa e della destra globale, non lo converte in automatico in un governo di sinistra.
Nel processo politico venezuelano attuale si sta giocando in varia maniera il futuro della sinistra non solo venezuelana e latinoamericana, ma mondiale. Il collasso del blocco socialista ha lasciato gran parte della sinistra globale senza prospettiva; l’affermazione dei cosiddetti governi progressisti in Sudamerica, specialmente il processo bolivariano, li ha convertiti in punti di riferimento e speranze. Si fa senz’altro un danno a queste speranze se si difende come «di sinistra» o «anticapitalisti» governi sempre più autoritari e repressivi, che usano strumentalmente la democrazia e che la mettono da parte quando ciò dà loro fastidio. Governi che concedono accesso alle risorse petrolifere e minerarie a multinazionali a condizioni che non si differenziano da quelle dei governi neoliberisti. È come se molti settori della sinistra mondiale non avessero imparato nulla dallo stalinismo e dall’immenso prezzo della complicità con l’autoritarismo sovietico.
Le soluzioni non possono essere nel contesto di una polarizzazione o di un’analisi politica che definisce il processo venezuelano in modo schematica come quello di un governo «rivoluzionario» che si oppone all’impero. La solidarietà incondizionata e l’applauso acritico oggi vanno intesi come corresponsabili delle tendenze autoritarie. Se la realtà attuale del paese è presentata come alternativa al capitalismo, come può essere considerata un’opzione desiderabile dai popoli del mondo?

Cosa pensa che accadrà ora, uno scenario di guerra civile o di scontro diretto? Come potrebbe riattivarsi il dialogo nazionale proposto dalla vostra Piattaforma?

Ovviamente, la violenza e la repressione come forme di elaborazione delle differenze esistenti oggi in Venezuela, o anche la minaccia di una guerra civile sono le opzioni da evitare a tutti i costi.
Nel discorso e nella pratica delle élite di governo e dell’opposizione si è affermata una concezione della politica come guerra, come ricerca dello scontro, dello sterminio dell’altro. L’unica maniera per impedire l’avanzata di queste tendenze nefaste è la ricerca di una forma di dialogo, anche se nel Venezuela di oggi sembrerebbe un’ingenuità, una possibilità remota. In tal senso, le esperienze dei dialoghi di pace o le commissioni di verità in Sudafrica, Irlanda del Nord, e Colombia. paesi che hanno sofferto molti più anni di violenza, odio e morte ci indicano che esistono altre vie possibili. Oggi, da sinistra in Venezuela esiste una forte preoccupazione e anche un chiaro rifiuto delle minacce di intervento esterno dai governi di Colombia e Stati Uniti, in difesa della sovranità e nella convinzione che i problemi vanno risolti tra venezuelani e venezuelane. Cosa che richiede un minimo di responsabilità da parte di ambedue le parti.

*Fonte: https://ilmanifesto.it/edgardo-lander-solo-la-costituzione-chavista-puo-…

E’ difficile ammettere che siamo impastati con la stessa argilla

Intervista al giornalista e ricercatore Raúl Zibechi di Enric Llopis di “Resumen Latinoamericano”.

 

In libri e articoli ti sei mostrato molto critico con i governi progressisti e di sinistra dell’America Latina. Di fronte all’attacco dell’opposizione venezuelana a con l’appoggio delle élite mondiali, credi che i movimenti popolari debbano decidere da che parte stare in questa congiuntura? 

Prendono posizione ed è necessario che lo facciano perché sono la chiave dei cambiamenti possibili e desiderabili. Senza i movimenti, ovvero la gente comune organizzata per promuovere o impedire i cambiamenti, niente di ciò che è successo in America Latina negli ultimi trenta o quarant’anni sarebbe uguale. La figliata di governi progressisti e di sinistra che sono sorti dal 1999, sono prodotti indiretti di questi movimenti. Indiretti perché non avevano questo obiettivo specifico, non si proponevano di portare questa o quella persona o partito al governo, anche se in molti casi li hanno appoggiati anche prima di salire al governo. Il punto è che non c’è unanimità, né è possibile averla, sulla valutazione di questi governi e tanto meno sull’atteggiamento da avere nei loro confronti. Ci sono movimenti che appoggiano il progressismo e altri che si oppongono, altri ancora che hanno una posizione intermedia e oscillante in base alla congiuntura. Quello che non è corretto è delegittimare i movimenti quando prendono strade non condivise. Bisogna spiegare le ragioni per le quali fanno ciò che fanno, invece di sentenziare che si sono convertiti in agenti dell’impero o cose simili che ricordano il periodo stalinista quando tutti gli oppositori erano accusati di essere agenti del nemico.

Pensi che dovrebbe esserci una terza via?

Il termine “terza via” non mi piace. Ma capisco che ti riferisci a un cammino proprio dei movimenti, che non necessariamente passa per la strategia statale o di partito. Credo che questa dovrebbe essere la strada da esplorare, qualcosa che negli ultimi anni abbiamo chiamato autonomia. Una strada che passa per disegnare strategie proprie che, in determinati momenti, possono stabilire alleanze con alcuni partiti o con lo Stato ma nonostante questo non si subordinano a nessuno. Tuttavia, una strategia di questo tipo non è semplice perché sottintende la costituzione di soggetti collettivi solidi, ben piantati nello scenario politico e, soprattutto, capaci di creare e sostenere una cultura politica propria. Questo è molto raro in tutto il mondo, e in America Latina lo trovo in davvero pochi movimenti, in particolare nello zapatismo e nei Sem Terra in Brasile, anche se hanno scelto percorsi differenti. Una strategia propria si può costruire solo pensando al lungo termine, per non rimanere intrappolati in congiunture politiche o elettorali che possono depotenziare le capacità dei movimenti.

In un recente articolo pubblicato su La Jornada, affermi che la lotta strategica tra Stati Uniti e Cina sta dividendo l’America Latina. Che posizione occupa il Venezuela?

In questo articolo riprendo un’analisi di due economisti latinoamericani che hanno la grande virtù di dare densità materiale ai conflitti nella regione, evitando la ben nota litania ideologica. Il punto di partenza è che c’è una spaccatura tra il sudamerica, che guarda verso la Cina, e l’America centrale ed i Caraibi, che guardano verso gli Stati Uniti. Per raggiungere questa conclusione forniscono dati su commercio estero e indebitamento, e stabiliscono che l’epicentro della frattura è il Venezuela.

In cosa consiste il conflitto che menzioni?

L’asse del conflitto è geopolitico piuttosto che sociale, anche se l’aspetto sociale ha la sua importanza. In tutto il mondo c’è una lotta tra potere decadente e potere emergente, cioè tra gli Stati Uniti e la Cina. In realtà, la geopolitica spiega solo alcune cose ed è una “scienza” di carattere imperiale, sgradevole e antipatica, ma aiuta a posizionarsi se si rifiuta la tentazione di credere che le alternative all’imperialismo Yankee siano i cinesi o i russi. Questicultimi sono poteri che si disputano l’egemonia e non sono forze emancipatrici, come alcuni analisti della sinistra credono. Stanno opprimendo, non liberando. Ciò che sta accadendo, e questo può essere positivo, è che la lotta tra poteri potrebbe – soltanto potrebbe – aprire spazi alle lotte dal basso. Niente di più, niente di meno.

Come diventa concreto questo ragionamento nel caso del Venezuela?

Sulla base di questo scenario, quello che vedo in Venezuela è un paese pieno di ricchezze, idrocarburi e minerali, e una geografia che guarda ai Caraibi dal Sud America. È un paese cerniera tra due subcontinenti, così come la Colombia. Ecco perché sono spazi strategici, dove le linee di attrito tra imperi diventano falle tettoniche in cui emergono i conflitti.
Ciò che è deludente è che, appena terminata la guerra in Colombia, una guerra di sei decenni, si apre la possibilità di una guerra in Venezuela. Credo che si stia configurando una guerra interna piuttosto che un’invasione, anche se i paramilitari sembra stiano operando dalla Colombia. Il Venezuela può diventare la Siria dell’America Latina, cosa che condurrebbe a una destabilizzazione profonda e sistematica dell’intero continente. Una tempesta, in lingua zapatista.

Dopo aver ricordato il suo accompagnamento critico alla rivoluzione Bolivariana, il sociologo Boaventura de Sousa Santos afferma che le conquiste sociali degli ultimi vent’anni “sono innegabili”. Cosa risponderesti?

Dobbiamo specificare cosa si intende per conquiste sociali. Se si tratta di ridurre la povertà e aumentare il consumo, sarei d’accordo. Tuttavia, non le chiamerei in questo modo, perché non stiamo affrontando cambiamenti strutturali, come la riforma agraria o urbana, ma il miglioramento di indicatori congiunturali.
In paesi con governi progressisti e di sinistra ci sono state politiche sociali, dentro i confini delle politiche della Banca mondiale ma più estesi, che attenuavano la situazione dei settori più poveri e li includevano nel consumo. In alcuni paesi sembra ci sia stato un passo in avanti in relazione alla disuguaglianza, ma non in tutti come dimostrato dagli studi in Brasile e Uruguay che analizzano il reddito dell’1% durante i governi del PT e il Fronte Ampio. Lì la disuguaglianza ha continuato a svilupparsi.

Non ci sono stati cambiamenti…

Non ci sono stati cambiamenti strutturali. I venditori ambulanti e quelli dei mercati, i raccoglitori informali di immondizia, quelle povere maggioranze che sono il 60% del nostro continente, hanno ora redditi più alti, ma ancora occupano gli stessi posti nella struttura sociale, culturale e produttiva. Tutto questo è dovuto all’egemonia dell’idea di accumulazione attraverso il saccheggio, che nell’ultimo decennio è peggiorata, che deindustrializza o ostacola l’industrializzazione.
In ogni paese ciò si manifesta in modi diversi. In Brasile c’è stata una svolta nel settore agro-alimentare e una battuta d’arresto nel settore industriale. In Venezuela, si è approfondita la rendita petrolifera. La cosa più grave è che si è diffusa un’ideologia che fa credere che il mondo desiderabile sia basato sugli affari e non sul lavoro. Questo apre la porta alla corruzione, che è legata all’accumulazione attraverso il saccheggio.
Al contrario, credo che ci troviamo in un periodo di transizione molto simile a quello che abbiamo vissuto durante le nostre indipendenze nella prima metà del XIX secolo. Fu una lotta, con la morte, tra una classe dominante peninsulare (i cosiddetti godos) e una classe emergente di creoli. Una classe in declino e una ascendente che aveva bisogno di potere statale per consolidare la sua ricchezza, che era il prodotto dell’appropriazione violenta della terra. Entrambi i settori, e in particolare i creoli, hanno fatto appello al popolo (indiani, neri, meticci e bianchi poveri) per inclinare le scale a proprio favore, ma non appena hanno sconfitto il nemico hanno voltato loro le spalle. L’oppressione sotto le repubbliche è stata ancora più violenta che con le monarchie.

Come valuti la sconfitta elettorale del governo di Cristina Kirchner, in Argentina, e la “caduta” di Dilma Rousseff in Brasile? Comporta un’involuzione o l’apertura di un periodo con nuove opportunità?

Mi sembra che queste siano manifestazioni di ciò che chiamiamo la fine del ciclo. Qualcosa è finito, al di là dei governi di un colore o un altro. Ciò che è giunto alla fine, è stato un tipo di governance tessuta sulla base di elevati prezzi all’esportazione e di una pace sociale lubrificata con aumenti sostenuti di salari e benefici sociali, possibile proprio a causa di questi elevati prezzi di petrolio, gas, minerali e soia.
La fine del ciclo implica il trionfo della destra a breve termine, ma soprattutto un periodo di ingovernabilità in cui nessuno, nemmeno i progressisti, ha il potenziale per governare in pace. Le classi medie sono diventate molto conservatrici e hanno imparato a scendere nelle piazze. I settori popolari si stanno svegliando dalla Siesta progressista e sono pronti a riprendere le strade per difendere ciò che considerano i loro diritti. Nel frattempo, l’economia continua la sua caduta libera in un clima di tumulto politico.

Che scenario si ha della regione al di là dell’analisi a breve termine?

Se guardiamo al medio termine, possiamo vedere che si apre un nuovo periodo per i movimenti, con la possibilità di uscire dalla tutela che hanno rappresentato la sinistra e il progressismo. Ciò può permettere che alcuni movimenti scelgano l’opzione di un progetto tutto loro, anche se ritengo che la maggioranza rimarrà prigioniera della vecchia cultura politica che pone leader carismatici in una posizione centrale e l’accesso allo stato come la chiave dei cambiamenti.
Non sono molto ottimista rispetto al fatto che saremo in grado di guardare oltre i periodi elettorali, anche se alcuni movimenti di donne e giovani, che sono i più attivi al momento, sembrano voler evitare tale prospettiva.

Quali movimenti sociali governati dai principi dell’Assemblea, dell’autonomia e dell’autogestione stai attualmente osservando con maggiore forza nel continente?

I movimenti di natura comunitaria, anche se non ci sono comunità formali. Ho grande fiducia nello zapatismo, ma anche nelle frange del movimento Mapuche, nei movimenti urbani locali a città del Messico e nello stato di Lara (Venezuela), dove ci sono esperienze notevoli che riuniscono decine di migliaia di persone.
In ogni caso, credo che i movimenti indigeni siano ancora i più avanzati, anche se negli ultimi anni hanno acquisito forza i movimenti neri in Brasile e in Colombia, dove i giovani e le donne vivono sotto costante persecuzione da parte di stato e polizia.

Cosa potrebbe imparare, a tuo giudizio, la sinistra occidentale dallo zapatismo?

L’etica. Lo zapatismo è un’immensa scuola di etica. Sono usciti dall’agenda statale-partitica, abbandonando i riflettori mediatici, al prezzo di affondare per mesi nel silenzio e nella mancanza di notizie su quello che fanno. Ma questo ha permesso loro di creare il proprio ordine del giorno, che è uno dei principali tratti della loro autonomia.
A un certo punto si sono chiesti che tipo di militante sarebbe nato dalla possibilità di non prendere il potere statale, o non combattere su oneri, posizioni e retribuzione all’interno del sistema. Il risultato è questa nuova generazione di giovani dalle comunità che lottano con le armi multiple, compresa la musica, la danza, il teatro e la conoscenza scientifica. La chiave a questo punto è la creazione, che simboleggia la creazione di un nuovo mondo.
Tra i sette principi zapatisti c’è “scendere e non salire”, che è una caratteristica fondamentale di una nuova cultura politica che va contro la vecchia cultura della nostra sinistra che cerca vantaggi, anche individuali, all’interno del sistema e dello stato.

Hai proposto una visione diversa sul “narcotraffico”, oltre a quella dei criminali sfrenati che uccidono a destra e a sinistra. Potrebbe essere applicato a paesi come il Messico o il Guatemala. Cos’è?

Sto cercando di rispondere alla domanda su quale sia il ruolo del narcotraffico. Perché se ha successo, se avanza in modo esponenziale nelle nostre società, non può essere solo perché funziona economicamente. È chiaro che soddisfa anche delle funzioni sociali e culturali. La seconda domanda sarebbe: che cosa accadrebbe ai giovani nei settori popolari, che sono i loro principali aderenti e vittime, se i Narco non esistessero?
Osservando le micro realtà nei quartieri del nostro continente, credo che il Narco è oggi il controllo sociale nel settore del non-essere, per utilizzare di concetti che provengono da Fanon. Ricordiamo che Deleuze spiega come le società disciplinari cedettero il passo alle società del controllo, cioè passando dalla chiusura al controllo a cielo aperto. Nella sua analisi il modo principale di controllo è l’indebitamento, che funziona nelle aree del sé (dove l’umanità degli esseri umani è rispettata), ma nelle zone del non-essere (dove la dominazione è esercitata con la violenza) non c’è capacità di diventare indebitati. Là c’è il massacro, i paramilitari, i narcos e i femminicidi diventano modi di controllo dei settori non-integrabili.
Potremmo chiederci cosa accadrebbe se non ci fossero tali modalità di controllo/repressione/genocidio dei giovani e delle giovani. Certamente si ribellerebbero ad un sistema che li condanna all’emarginazione e li lascia senza futuro. Sarebbero nello stesso posto delle generazioni degli anni 60 e 70, combattendo anche a rischio di perdere la vita per porre fine al sistema capitalista.
Credo che dovremmo indagare e lavorare seriamente su questo tema.

Nel maggio 2017, Lenin Moreno ha sostituito Rafael Correa alla presidenza dell’Ecuador, che aveva occupato la presidenza per un decennio. Pensi che ci possa essere qualche tipo di cambiamento?

È già accaduto. Moreno ha preso le distanze da Correa e all’orizzonte si può vedere una crisi che influenzerà il Gabinetto e il partito che tiene il governo, Alianza Pais. Moreno ha uno stile molto diverso da Correa, voglio dire personalmente, il personaggio, perché cerca di concertare con i movimenti e non affrontarli, per questo ha dato alla CONAIE la sede che volevano. Ma tende anche a concertare con le imprese e con la destra, e il suo governo, anche se più tollerante, è così più moderato, in una situazione di crisi economica acuta e di deficit che eredita dal governo precedente.

Cambiando discorso, in paesi come l’Argentina molto si è discusso sulla figura del giornalista “militante” e se è coerente con i principi del rigore, della ricerca della verità e il controllo delle fonti. Ti consideri un giornalista “militante” e ricercatore? Cosa ne pensi di questa polemica e quella che confronta i giornalisti con i comunicatori popolari?

Mi sento militante, giornalista e ricercatore militante. Ma lo faccio sulla base di un fatto basilare: non è un titolo o un luogo che conferisce un senso di superiorità morale o intellettuale, ma una domanda etica, di rigore e di impegno.
Il rigore è legato a dire la verità in ogni momento, anche se è scomodo. Che non significa non sbagliare. Succede sempre di sbagliarsi e dobbiamo avere il coraggio di riconoscerlo.
Per quanto riguarda l’impegno, dal momento che ho vissuto in Perù negli anni 80, durante la guerra di Sendero Luminoso, mi illumina una frase di Emil Cioran: “Bisogna stare dalla parte degli oppressi in ogni circostanza, anche quando sbagliano, senza perdere di vista, nondimeno, che sono fatti dello stesso fango dei loro oppressori”.
È difficile ammettere che siamo impastati con la stessa argilla, ma è il modo per aprirci a un sentimento di compassione, che mette un limite all’intransigenza del rivoluzionario che, molto spesso, crede che coloro che sono disposti a dare la vita per una causa siano esseri speciali, come sosteneva Stalin.

*Fonte articolo: http://www.resumenlatinoamericano.org/2017/08/01/entrevista-al-periodist…
Traduzione ripresa da http://www.yabastaedibese.it/ e rivista da noi

Articoli tratti da: www.communianet.org

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