HANNO INTRODOTTO IL REATO DI SOLIDARIETA’!

ll reato di solidarietà non esiste: i fatti e le norme. In difesa del principio di legalità.

di Fulvio Vassallo Paleologo

Il fermo ed il sequestro del battello appartenente all’organizzazione umanitaria tedesca Jugend Rettet, ed i possibili arresti di coloro che dopo la perquisizione a bordo verranno ritenuti responsabili del reato contestato, l’agevolazione dell’ingresso clandestino, impongono alcune brevi considerazioni a fronte di una campagna di disinformazione che si è riaccesa dopo mesi di attacchi alle ONG, “colpevoli” di salvare troppe vite umane in mare, nella zona SAR libica ( istituita soltanto sulla carta) e di non “collaborare” abbastanza con le autorità di polizia nel “contrasto dell’immigrazione illegale” e nella caccia a trafficanti e scafisti. Accuse precise formulate dalla Procura di Trapani nel corso di una conferenza stampa.

Diranno i fatti quanto questa campagna di aggressione contro le ONG risulti collegata con l’esigenza di sgomberare la cd. zona SAR (Search and Rescue) libica al fine dell’ingresso delle unità militari italiane in acque di un paese terzo ancora privo di un unico governo centrale, e della collaborazione, già avviata con un mezzo della Guardia di Finanza a Tripoli, con la Guardia costiera che risponde al governo Serraj nelle operazione di blocco in mare e di riconduzione a terra ( in Tripolitania) di quanti fuggono dall’inferno dei centri di detenzione in Libia.

Centri dai quali si fugge corrompendo gli agenti di guardia e dove, a seguito del blocco in mare, si viene ricondotti da personale paramilitare, quando non direttamente da agenti della medesima guardia costiera tripolina, sui quali da tempo, come ricorda Amnesy International, sono documentate testimonianze di estorsione e di sequestro di persona, se non di stupro o di omicidio ( come si verifica nei cd. holding center).

Secondo quanto riferito dai mezzi di informazione, la Procura di Trapani, sulla base di un vasto materiale probatorio che non è dato conoscere per intero, salvo alcuni video ed alcune testimonianze di persone presenti a bordo della nave Vos Hesta di Save The Childen ( secondo l’organizzazione si tratterebbe di almeno un agente imbarcato “sotto copertura”), tre o più componenti della nave Juventa, battente bandiera olandese, si sarebbero accordati con alcuni scafisti che scortavano un barcone stracolmo di migranti per imbarcarli a bordo della nave della ONG e trasportarli quindi in Italia.

Ci sarebbero addirittura immagini di una imbarcazione in uso agli scafisti rimorchiata dal gommone di servizio della Juventa. Tutto sarebbe avvenuto in giornate caratterizzate da buone condizioni metereologiche. Giornate nelle quali la Juventa e la Vos Hesta di Save The Children operavano affiancate nelle stesse operazioni di socorso. Evidentemente, in quella occasione almeno,l’allarme non era arrivato a nessuna delle due imbarcazioni che avevano rinvenuto in mare i barconi carichi di migranti a rischio di fare naufragio. E dunque entrambe si trovavano nella stessa area con la stessa missione operativa. Quel giorno la Vos Hesta quante persone ha soccorso, o si sono limitati soltanto a guardare la scena del soccorso operato dalla Juventa?

Non è abbastanza noto a tutti che nelle circostanze dei soccorsi al largo delle coste libiche le imbarcazioni delle ONG e gli stessi mezzi della Guardia costiera vengono “circondati” contemporaneamente da decine di gommoni da soccorrere e da mezzi che appartengono ai trafficanti ? Questa semplice circostanza non configura comunque uno stato di necessità obbligando chi si trova nella stessa area ad immediato intervento di salvataggio ?

Sempre secondo la stessa Procura di Trapani, non vi sarebbero stati gli estremi dello stato di necessità per procedere ad una attività di soccorso che dunque risulterebbe contraria alla legge e fonte di responsabilità penale in quanto ricorrerebbero gli estremi del reato di agevolazione dell’ingresso di immigrati clandestini, secondo quanto previsto dall’art. 12 del Testo Unico sull’immigrazione n.286 del 1998. Norma che va citata nella sua portata letterale, e non con un generico richiamo al titolo del reato o al Testo Unico sull’immigrazione che la comprende, se si vuole restare nell’alveo del principio di legalità affermato dalla Costituzione Repubblicana.

Secondo l’ar. 12 del Testo Unico in materia di immigrazione n.286/98, contenente disposizioni contro l’immigrazione clandestina, “salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, in violazione delle disposizioni del presente testo unico, promuove, dirige, organizza, finanzia o effettua il trasporto di stranieri nel territorio dello Stato ovvero compie altri atti diretti a procurarne illegalmente l’ingresso nel territorio dello Stato, ovvero di altro Stato del quale la persona non è cittadina o non ha titolo di residenza permanente, è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa di 15.000 euro per ogni persona. Inoltre la stessa norma prevede che ” fermo restando quanto previsto dall’articolo 54 del codice penale, non costituiscono reato le attività di soccorso e assistenza umanitaria prestate in Italia nei confronti degli stranieri in condizioni di bisogno comunque presenti nel territorio dello Stato”. In base all’art.54 del Codice penale, “non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sè od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, nè altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo”.

Le accuse formulate adesso dalla Procura di Trapani,  sono venute dopo mesi di attacchi da parte di Frontex, di vasti settori politici e di buona parte dei grandi mezzi di informazione, oltre che dal governo Serraj, concentrati sulle attività di ricerca e soccorso in acque internazionali, ed in stato di necessità anche in acque libiche, delle cd. Organizzazioni non governative. La giustificazione fornita dalla Procura di Trapani sul fatto che non esisterebbero collegamenti con l’iniziativa del ministero dell’interno, che ha imposto un Codice di condotta alle ONG, non sembra accoglibile, sia per evidenti ragioni di calendario, che per ragioni sostanziali che saranno qui individuate.

Non potremo certo affrontare tutte le complesse questioni di giurisdizione e di competenza territoriale che saranno sicuramente sviluppate dagli avvocati della difesa, e che alla fine, se possono incidere sull’esito processuale e sulla validità delle indagini sin qui svolte, non toccano il merito della questione, la trasformazione dell’intervento di salvataggio in mare in una fattispecie penalmente rilevante per effetto di un asserito accordo con non meglio identificati trafficanti o scafisti che si trovavano a bordo di una o più imbarcazioni fotografate e riprese nei pressi del mezzo carico di migranti che veniva soccorso. Sono anni che i soccorsi avvengono con contatti tra imbarcazioni di scafisti che controllano i barconi carichi di migranti e cercano di recuperarne il possesso al termine delle azioni di salvataggio, e pochi mesi fa, in occasioni analoghe si erano contestati all’organizzazione MOAS contatti analoghi a quelli che sarebbero intercorsi in alcune occasioni tra gli operatori presenti a bordo del gommone di servizio della Juventa e presunti fiancheggiatori degli scafisti.

Allora il Procuratore di Catania Zuccaro, che pure aveva contestato questi fatti, non aveva proceduto nei confronti degli operatori della organizzazione maltese MOAS, ai quali si erano contestati contatti diretti con gli scafisti. Adesso quella stessa organizzazione ha firmato il Codice di condotta, mentre la Procura di Catania contesta contatti analoghi a chi quel Codice di condotta, appena venerdì scorso, aveva detto di non volere firmare per la totale assenza di basi legali.

“Nego e smentisco categoricamente che ci siano contatti con i trafficanti in Libia – dichiarava alcuni mesi fa Christina Ramm-Ericson, responsabile del Moas dinanzi al Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’Accordo di Schengen – noi conduciamo le nostre operazioni di ricerca e soccorso sotto lo stretto coordinamento dell’Mrcc, il centro nazionale di coordinamento del soccorso in mare di Roma”. “E’ successo”, ha proseguito la rappresentante dell’organizzazione, “che le operazioni siano avvenute a meno di 12 miglia dalla costa libica: “Si sono verificate queste circostanze, sempre su indicazione del Mrcc. La prassi prevede che riceviamo una telefonata che ci incarica di recarci all’interno di acque territoriali in alcuni casi, a volte ci viene chiesto di avvicinarci e solo dopo individuiamo l’imbarcazione. Quando ci viene richiesto, chiediamo sempre se le autorità del paese, in Libia in questo caso, siano state informate per sapere se il nostro intervento è autorizzato”. Duque in diversi casi l’ingresso in acque libiche era stato autorizzato proprio dal Comando centrale della Guardia costiera italiana.

Anche la organizzazione tedesca Sea Eye, che si è aggiunta all’ultimo all’elenco delle ONG “buone” che hanno aderito al Codice di condotta proposto da Minniti, accettando di abbandonare i migranti alla Guardia costiera libica e di ricevere a bordo la polizia giudiziaria a stabilire quando ricorre o meno una situazione di emergenza, ha operato con le stesse modalità che oggi si contestano all’equipaggio dei gommoni di servizio della Juventa. Anzi era puntualmente la nave con prevalenti funzioni di osservazione che stazionava più spesso all’interno delle acque teritoriali libiche, con la piena consapevolezza di questa sua ubicazione tanto da parte del Comando centrale della Guardia Costiera italiana che delle navi dell’operazione Triton di Frontex. Che non potevano non rilevare i movimenti di imbarcazioni “sospette” anche attorno alla Sea Eye.

Le modalità degli interventi di ricerca e soccorso operati dalle ONG nele acque del mar libico erano già rigidamente codificate prima del tentativo di imposizione di un codice di comportamento da parte del ministero dell’interno. Innanzitutto dal Diritto internazionale del mare ( le tre Convenzioni, UNCLOS, SAR e SOLAS) poi dal Regolamento di Frontex n. 656 del 2014 ed infine dai rigorosi codici di comportamento delle ONG, come MSF, concordati con la Guardia costiera italiana. Adesso si vuole fare ricorso ad un criterio puramente discrezionale affidato alle autorità di polizia, ed all’uso di riprese video che non hanno un significato univoco, per criminalizzare l’intervento umanitario in quanto tale, cominciando ad escludere che questo sia operato in condizioni di stato di necessità. Come se non fossero noti i numeri di quanti hanno perso la vita in quelle traversate, malgrado le condizioni meteo ottimali.

Questo quanto dichiara oggi in un comunicato l’associazione Rainbow4Africa partner dell’organizzazione Jugend Rettet

In relazione alle indagini in corso sull’associazione Jugend Rettet e al sequestro della nave Iuventa in merito ai fatti contestati a settembre 2016 e a giugno 2017.

Rainbow4Africa ha prestato servizio in qualità di partner medico di Jugend Rettet su Iuventa da novembre 2016 a maggio 2017, quando di comune accordo le due associazioni hanno deciso di interrompere la collaborazione. 

Le affermazioni riportate da la Repubblica, intestate al nostro Capo Missione Stefano Spinelli, non corrispondono a verità. Chiediamo, come abbiamo già fatto senza risposta, l’immediata rettifica.

Durante la nostra permanenza nel Mar Mediterraneo il nostro unico scopo è stato quello di salvare vite umane: migliaia di migranti hanno beneficiato delle nostre cure mediche. Forse sarà una posizione ideologica: ma è quello che facciamo e continueremo a fare.

Ci è stata segnalata dalle Autorità la presenza nel mar Mediterraneo di soggetti non meglio specificati, potenzialmente armati, che pattugliano il mare cercando barconi abbandonati da recuperare. L’attività di Frontex e delle altre agenzie investigative dovrebbe essere mirata proprio all’individuazione e arresto di questi attori. Compito di polizia che non può certo essere svolto da delle ONG. 
Le foto riportate da piu’ di un giornale, con l’avvicinamento di una imbarcazione con due uomini al rib della Iuventa, sono simili a quelle che pubblichiamo qua sotto, relative a un intervento a novembre 2016: come potete vedere anche in presenza della Guardia Costiera italiana questi soggetti non identificati si avvicinano alle imbarcazioni per cercare di recuperare i relitti.

Di fatto stiamo assistendo alla creazione per via giurisprudenziale del reato di solidarietà. Al quale non sembra possibile arrivare sulla base di uno scambio di saluti, ammesso che di questo si sia trattato, o per apprezzamenti sul comportamento delle autorità italiane. E’ noto del resto che i trafficanti libici, come la sedicente guardia costiera libica che spesso non è neppure distinguibile dai primi,  a bordo delle loro imbarcazioni sono armati ed hanno sparato sia sui mezzi della Guardia costiera libica che su pescherecci italiani procedendo in diverse occasioni al loro sequestro. Come è successo ancora oggi.

Emerge chiaramente come l’accusa formulata dalla procura di Catania nei confronti di alcuni componenti non ancora identificati della missione di Jugend Rettet nel Mediteraneo centrale si basi sulla esclusione di uno situazione di emergenza al momento dell’avvicinamento al barcone carico di migranti, esattamente l’esclusione di quello stato di emergenza che, secondo il Codice di condotta proposto alle ONG dal ministero dell’interno, può essere valutato con la larga discrezionalità consentita alle forze di polizia, a posteriori, dopo la conclusione dell’attività di soccorso. Come se, in buona sostanza, con i provvedimenti adottati dalla Procura di Trapani si fosse tenuto conto di un criterio di valutazione inserito in un codice di condotta privo di valenza legislativa, che è stato imposto alle ONG come condizione per proseguire le attività di soccorso in acque internazionali, comunque all’interno della cd. zona SAR libica, che adesso si cerca di ripristinare con un intervento militare. In altre occasioni una vaultazione discrezionale della polizia, come nel caso della nave tedesca Cap Anamur nel 2004, aveva portato al sequestro della nave, all’arresto del comandante e del capomissione, tutti poi assolti dopo cinque anni di processo ad Agrigento.

Vogliamo in sostanza rilevare come, al di là della singolare concidenza cronologica, vi sia una completa sovrapposizione tra le valutazioni dei fatti adottate dal ministero dell’interno e quelle della magistratura inquirente nel ritenere largamente censurabile e comunque rimesso alla polizia giudiziaria, che forma la cd. notizia di reato”, la qualificazione di uno stato di emergenza nel corso di un’attività di salvataggio svolta nel corso di un evento SAR. Si vedrà poi, in base ai tabulati esistenti dalle comunicazioni con il Comando centrale del Corpo della Guardia Costiera (IMRCC), quanto e quando questo evento di soccorso sia stato “comunicato” e quindi coordinato dallo stesso Comando centrale di Roma.

Dalle dichiarazioni rese dal Procuratore di Trapani in conferenza stampa, nel pomeriggio di mercoledì 2 agosto, non sembra risultino tabulati telefonici contenenti comunicazioni dirette tra scafisti o trafficanti e componenti dell’equipaggio della Jugend Rettet, nè tanto meno dazioni di danaro o altre utilità da parte di trafficanti o scafisti.  Emerge solo la consueta contestazione dell’utilità indiretta, derivante dalla pubblicità delle attività di salvataggio, già contestata in passato ad altre organizzazioni non aventi scopo di lucro, ed esclusa dalle sentenze finali di assoluzione dei tribunali (nel caso della nave Cap Anamur nel 2004 e più recentemente nel caso dell’associazione italiana “Ospiti in arrivo”).

La procura di Trapani non ha neppure contestato, per quanto risulta, un reato associativo, nè ha ritenuto passibili di responsabilità penali i responsabili tedeschi dell’ONG, affermando che le attività di agevolazione sarebbero riconducibili al comportamento di singoli operatori umanitari a bordo del gommone di servizio della Juventa che, come è prassi consolidata in questo tipo di operazioni, avvicina per primo i mezzi da soccorrere per fornire i salvagenti e tranquillizzare le persone in attesa del successivo espletamento dei soccorsi.

Anche in condizioni di mare calmo infatti, come quelle rappresentate nei video sui quali ha lavorato la procura di Trapani, si sono registrati capovolgimenti improvvisi di imbarcazioni dovuti a tensioni prodottesi a bordo per effetto dell’avvicinamento di mezzi di soccorso, ma anche per l’avvicinamento di mezzi dei trafficanti che non di rado sottraggono i motori o depredano dei loro poveri beni i migranti, prima che sopraggiungano i soccorritori. Dopo la diradazione delle navi militari nella zona SAR a nord delle acque libiche si è registrato un aumento esponenziale di vittime.

Senza soffermarci su numerosi altri aspetti che potranno essere valutati sulla base della documentazione che sarà prodotta dalla procura, anche per tutelare il fondamentale diritto di difesa, ed il principio costituzionale del giusto processo, voremmo qui sottolineare come le accuse sin qui contestate sembrerebbero configurare un vero e proprio “reato di solidarietà” in assenza di una fattispecie penale che lo preveda. E dunque in violazione della riserva di legge prevista in materia penale.

Cosa avrebbero dovuto fare gli operatori umanitari della Juventa quando, avvicinandosi con il loro gommone all’imbarcazione stracolma di migranti si sono trovati in prossimità dell’imbarcazione degli scafisti o dei trafficanti che avevano scortato il mezzo fatto partire dalle coste della Tripolitania ? Eventi di questo tipo si sono verificati solo nei casi di intervento della nave Juventa e del suo gommone di servizio, o non costituiscono forse lo scenario abituale nel quale hanno operato tutte le navi delle ONG coinvolte in questi ultimi anni nelle operazioni di soccorso, per effetto del ritiro dalla zona SAR libica delle missioni militari come Frontex o Mare Sicuro?

Se una volta verificata la presenza di persone che potevano ritenersi scafisti il gommone di servizio della Juventa si fosse allontanato, gli operatori che si trovavano a bordo del mezzo avrebbero commesso si un reato, quello di omissione di soccorso. Avrebbero dovuto forse interrompere le attività di salvataggio, non fornire i salvagente o le istruzioni necessarie ai componenti del barcone da soccorrere e intanto chiedere gentilmente di allontanarsi ai trafficanti, i quali sono sempre armati, al punto che sono anche arrivati ad ingaggiare conflitti a fuoco con la Guardia costiera di Tripoli ? Oppure avendo individuata una imbarcazione che chiaramente apparteneva, ammesso che questa circostanza venga provata, alle organizzazioni di trafficanti, che come è noto non battono bandiera e non hanno segni di riconoscimenti, gli operatori umanitari dovevano allontanarsi e lasciar i migranti al loro destino ? Nessuno ricorda il numero dei migranti annegati in mare nel corso degli ultimi anni, in costante aumento?

Si contesta anche agli stessi operatori umanitari che sarebbero intervenuti senza che prima qualcuno dal barcone soccorso avesse “lanciato un sos”. Ma accanto alla juventa era presente, in almeno una occasione una nave di Save The Children, nessuna accusa per loro ? Chi li aveva allertati? Le accuse rivolte contro gli operatori della Juventa non ancora identificati non sembrano suffragate da un quadro probatorio che consenta di ricostruire una fattispecie penalmente rilevante, in assenza dell’elelemento soggettivo e del passaggio di danaro. Ma le stesse accuse, rilanciate dai grandi media in modo ossessivo, per nascondere altre questioni davvero gravi come il coinvolgimento italiano nel conflitto libico, saranno buone a convincere gli italiani, già investiti dalla valanga di accuse scaricate contro le ONG, perchè colpevoli di salvare troppe vite umane e di introdurre quindi troppi “immigrati clandestini” nel nostro paese. E’ un fatto notorio che la maggior parte degli interventi di soccorso effettuati in questi ultimi mesi avvengono senza chiamare di soccorso, anche quelli operati da unità della Guardia Costiera o da navi militari delle missioni Eunavfor Med e Triton di Frontex. Dobbiamo attenderci per questo altri indagati?

Chi riceve una chiamata di soccorso non è generalmente in grado di accertarne la provenienza e l’attendibilità. Può soltanto verificare, in base alle coordinate fornite, se nel luogo indicato ci siano persone in condizione di pericolo a causa del sovraccarico dei gommoni o piu’ recentemente dei barconi, sui quali sono state caricate. Se i soccorritori, a precindere dalla firma o meno del Codice Minniti, dovessero fare indagini per accertare la provenienza delle chiamate, la loro ubicazione (magari anche l’autorità SAR competente ad intervenire ed a coordinar le attività di salvataggio)  e ancora anche per valutare poi le condizioni di navigabilità dei mezzi carichi di migranti,come voleva Frontex prima che fosse approvato il Regolamento n.656 del 2014 ( che dice l’esatto contrario), cosa sucederebbe?  Si verificherebbero ancora le stesse circostanze e gli stessi ritardi che hanno portato al naufragio dell’11 settembre del 2013, a sud di Malta. Un naufragio sul quale sta indagando la magistratura italiana per accertare le responsabilità delle competenti autorità SAR, dopo che è stata respinta la richiesta di archiviazione della Procura di Agrigento.

Altre contestazioni come l’ostilità dimostrata da singole persone  nei confronti della Guardia costiera italiana, o l’intenzione di non contribuire alla denuncia dei cd. scafisti, rilanciate adesso dalla macchina del fango che deve scerditare a tutti i costi le ONG “ribelli”, che non hanno firmato il codice Minniti, si commentano da sole. Certo è un fatto che negli ultimi mesi l’atteggiamento della guardia costiera italiana nei confronti delle ONG era mutato, probabilmente per un preciso intervento del ministero dell’interno. In diverse occasioni i soccorsi non avevano ricevuto sostegno immediato e la individuazione di porti sempre più lontani come luogo di sbarco ha diradato la presenza delle ONG nell’area nella quale più frequentemente si verificano gli interventi di salvataggio. Con il corollario dei cadaveri rivenuti sul fondo dei gommoni proprio per effetto della permanenza più lunga in mare di un numero elevato di persone su un mezzo privo di spazio vitale.

Infine l’ultima accusa formulata nei confronti degli operatori della Juventa finiti sotto indagine, quella di non avere voluto contribuire alla ricerca degli scafisti, conferma la sovrapposizione dell’indagine giudiziaria con l’adozione del Codice di condotta voluto dal ministro Minniti. Sulla questione forse più spinosa, sollevata all’inizio da Frontex già lo scorso anno, quella della mancata collaborazione delle ONG nelle attività di contrasto dell’immigrazione “illegale”. Una collaborazione che veniva tanto più richiesta, quanto venivano ritirate le navi della missione Triton, addossando sulle ONG il maggior carico delle operazioni di soccorso. Non è smentibile da nessuno che la maggior parte degli interventi di soccorso nell’ultimo anno sono stati operati proprio dalle navi appartenenti alle ONG sotto il coordinamento del Comando centrale della Guardia costiera italiana che, a fronte dell’assenza di una qualsiasi capacità di coordinamento delle autorità libiche, nelle acque internazionali ricadenti nella zona sar libica si è assunto l’onere di coordinare questo tipo di operazioni.

Gli operatori umanitari non hanno obblighi particolari di contribuire ad indagini di polizia, come in modo surrettizio e senza alcuna base legale, si vorrebbe imporre con il Codice Minniti che giunge a prevedere anche la presenza di agenti di polizia giudiziaria armati a bordo delle navi. Possono solo essere chiamati a testimoniare come persone informate dei fatti, e con le garanzie previste dalla legge, su quanto è avvenuto sotto i loro occhi, ma non devono diventare per forza collaboranti di polizia. Come lo diventano spesso i migranti, e ci sono casi documentati, con la promessa di un permesso di soggiorno.

Del resto la figura dello scafista è una figura che negli ultimi anni ha modificato profondamente i suoi connotati , si tratta sempre più spesso di persone fozate ad assumere la guida dell’imbarcazione scelte tra gli altri migranti. Persino la Procura di Catania, come i giudici di altri Tribunali, ha riconosciuto la non punibilità degli “scafisti” per forza. Dovrebbero essere invece punibili gli operatori umanitari che non partecipano alle attività di indagine che non portano poi alla condanna delle persone indagate. Di certo non si tratta di casi isolati, ma di decine e decine di sentenze di assoluzione di presunti scafisti arrestati e poi rimessi in libertà, sempre più spesso anche minori. 

I mezzi di informazione hanno già anticipato da tempo la condanna di chi si ritiene ostile alle politiche migratorie attuate dal governo italiano e sponsorizzate dall’Unuone Europea. Politiche strettamente connesse con un intervento militare in Libia dalle conseguenze imprevedibili. Tocca adesso alla magistratura accertare eventuali responsabilità penali sulla base dei principi di legalità e del giusto processo affermati nella Costituzione. Possiamo soltanto rienere che ad una modesta diminuzione degli sbarchi, derivante soprattutto dalla situazione di guerra interna in Libia non potrà che corrispondere un aumento esponenziale di vittime, adesso non solo a mare, ma anche nei lager libici nei quali le persone resteranno rinchiuse.

Una situazione che dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti, e che si dovrebbe connotare come un evidente “stato di necessità” per tutti i soccorsi operati nelle acque antistanti le coste libiche, rientrino o meno nella controversa competenza della Zona SAR attribuita soltanto sulla carta (finora) alla Guardia costiera di Tripoli. Per adesso i giornali hanno emesso le loro sentenze e l’opinione pubblica potrà infierire liberamente su chi ha soltanto salvato vite umane in mare e sui cittadini solidali che li sostengono. Il capro espiatorio che serviva per giustificare il blocco delle attività delle ONG ribelli è stato trovato. Grazie anche alla denuncia di componenti presenti a bordo di un’altra nave umanitaria, appartenente a quelle organizzazioni non governative “buone” che hanno firmato il codice di condotta imposto dal ministro Minniti, che appunto prevede la presenza della polizia a bordo.

Le iniziative militari in Libia e i respingimenti collettivi delegati alla Guardia costiera libica potranno eseguirsi più liberamente, come voleva l’agenzia Frontex dalla quale era partita la campagna di accuse contro le ONG. Con quali conseguenze?

3 agosto 2017

Tratto da: www.a-dif.org

 

 

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