ECOSOCIALISMO E PIANIFICAZIONE DEMOCRATICA

di Michael Lowy

Se il capitalismo non può essere riformato in modo tale da subordinare il profitto alla sopravvivenza umana, quale alternativa c’è per passare ad una economia pianificata a livello nazionale e globale? Problemi come il cambiamento climatico richiedono una  “mano visibile” che diriga questa  pianificazione  … I nostri leaders capitalisti non possono fare a meno di essi stessi, non hanno altra scelta che prendere decisioni sistematicamente sbagliate, irrazionali e in ultima analisi – data la tecnologia alla quale essi affidano – decisioni suicide globali sull’economia e sull’ambiente. Allora, che altra scelta abbiamo oltre quella di considerare una vera alternativa ecosocialista? Richard Smith (1).

L’ecosocialismo è un tentativo di fornire una radicale alternativa a quello che Marx ha definito il “progresso distruttivo” del capitalismo.(2)  L’ecosocialismo affronta una politica economica fondata sui   criteri non monetari ed extraeconomici delle esigenze sociali e dell’equilibrio ecologico.  Con gli argomenti fondamentali del movimento ecologico e della critica marxista dell’economia politica, questa sintesi dialettica – tentata da un ampio numero di autori, da André Gorz (nei suoi primi scritti) ad Elmar Altvater, James O’Connor, Joel Kovel e John Bellamy Foster – è allo stesso tempo una critica all'”ecologia di mercato”, che non sfida il sistema capitalista e al “socialismo produttivista”, che ignora la questione dei limiti naturali. Secondo O’Connor, l’obiettivo del socialismo ecologico è una nuova società basata sulla razionalità ecologica, sul controllo democratico, sulla uguaglianza sociale e sulla prevalenza del valore d’uso sul valore-scambio (3). Aggiungo che questi obiettivi richiedono:

a) la proprietà collettiva dei mezzi di produzione (“collettivo” qui significa proprietà pubblica, cooperativa o comunitaria);

b) la pianificazione democratica, che consente alla società di definire gli obiettivi di investimento e di produzione;

c) una nuova struttura tecnologica delle forze produttive. In altre parole, una trasformazione rivoluzionaria sociale ed economica.

Per gli ecosocialisti, il problema con le principali correnti dell’ecologia politica, rappresentate dalla maggior parte dei partiti verdi, è che non sembrano prendere in considerazione l’intrinseca contraddizione tra le dinamiche capitalistiche dell’espansione illimitata del capitale e l’accumulazione dei profitti e la conservazione dell’ambiente. Ciò porta ad una critica del produttivismo, spesso rilevante, ma non porta oltre un’economia di mercato ecologicamente riformata. Il risultato è che molti partiti verdi sono diventati l’alibi ecologico dei governi social-liberali di centro-sinistra (5). D’altra parte, il problema con le tendenze dominanti della sinistra nel XX secolo – la socialdemocrazia e il movimento comunista ispirato dai Soviet – è la loro accettazione del modello attuale delle forze produttive.

Mentre i primi si limitarono ad una versione riformata – nella migliore delle ipotesi Keynesiana – del sistema capitalistico, quest’ultimi hanno sviluppato una forma autoritaria di collettivismo o di capitalismo di stato di tipo produttivista. In entrambi i casi, le questioni ambientali sono rimaste fuori dalle proposte, o sono state almeno emarginate.

Marx e Engels stessi non erano ignari delle conseguenze distruttive della modalità capitalistica di produzione sull’ambiente; ci sono diversi passaggi nel Capitale e in altri scritti che indicano questa comprensione. Inoltre, credevano che l’obiettivo del socialismo non fosse quello di produrre sempre più materie prime, ma di dare agli uomini del tempo libero per sviluppare pienamente le loro potenzialità. Da questo punto di vista hanno poco in comune con il “produttivismo”, cioè con l’idea che l’espansione illimitata della produzione sia un obiettivo in sé.. Tuttavia, i passaggi nei loro scritti sull’effetto che il socialismo avrà sullo sviluppo di forze produttive oltre i limiti imposti dal sistema capitalista implica che la trasformazione socialista riguarda solo i rapporti capitalistici di produzione, che sono diventati un ostacolo (“catene” è il termine usato spesso) allo sviluppo libero delle forze produttive esistenti. Il socialismo significherebbe soprattutto l’appropriazione sociale di queste capacità produttive, mettendole al servizio dei lavoratori. Per citare un passaggio dall’Anti-Dühring, un lavoro canonico per molte generazioni di marxisti, nel socialismo «la società prende possesso apertamente e senza ritorno delle forze produttive che sono diventate troppo grandi» per il sistema esistente.(7)

L’esperienza dell’Unione Sovietica illustra i problemi che derivano da una simile appropriazione collettivista dell’apparato produttivo capitalista. Fin dall’inizio dominava la tesi della socializzazione delle forze produttive esistenti. È vero che durante i primi anni successivi la Rivoluzione di Ottobre era in grado di sviluppare una corrente ecologica e alcune limitate misure di protezione ambientale furono prese dalle autorità sovietiche. Ma  con il processo di burocratizzazione stalinista, sono stati imposti con mezzi totalitari, metodi produttivi sia nell’industria che nell’agricoltura , mentre gli ecologi sono stati emarginati o eliminati.

La catastrofe di Chernobyl è stato l’ultimo esempio delle conseguenze disastrose di questa imitazione delle tecnologie produttive occidentali. Un cambiamento nelle forme di proprietà che non è seguito da una gestione democratica e da una riorganizzazione del sistema produttivo può solo portare a un vicolo cieco. Una critica dell’ideologia produttiva del “progresso” e dell’idea di uno sfruttamento “socialista” della natura, appariva già negli scritti di alcuni dissidenti marxisti degli anni Trenta, come Walter Benjamin.

Ma è soprattutto negli ultimi decenni, che l’ecosocialità si è sviluppata come una sfida alla tesi della neutralità delle forze produttive che hanno continuato a dominare nelle principali tendenze della sinistra nel corso del ventesimo secolo.

Gli ecosocialisti dovrebbero ispirarsi alle osservazioni di Marx sulla Comune di Parigi: i lavoratori non possono prendere possesso dell’apparato statale capitalista e metterlo a lavorare al loro servizio. Devono “rompere” e sostituirlo con una forma radicalmente diversa, democratica e non statalistica del potere politico. Lo stesso vale, mutatis mutandis, all’apparato produttivo, che non è “neutrale”, ma porta nella sua struttura l’impronta del suo sviluppo al servizio dell’accumulazione del capitale e e dell’espansione illimitata del mercato. Questo lo mette in contraddizione con le esigenze della protezione ambientale e con la salute della popolazione. Bisogna dunque “rivoluzionarlo” in un processo di trasformazione radicale. Naturalmente, molti risultati scientifici e tecnologici della modernità sono preziosi, ma l’intero sistema produttivo deve essere trasformato e questo può essere fatto solo con metodi ecosociali, cioè attraverso una pianificazione democratica dell’economia che tiene conto della conservazione dell’equilibrio ecologico . Ciò può significare, interrompere certi rami di produzione: ad esempio, le centrali nucleari, alcuni metodi di pesca di massa/industriale (che sono responsabili della prossima estinzione di diverse specie di pesci nei mari), la distruzione delle foreste tropicali, ecc. – l’elenco è molto lungo.

Innanzitutto richiede una rivoluzione nel sistema energetico, con la sostituzione delle fonti attualmente presenti (essenzialmente fossili) responsabili dell’inquinamento e dell’avvelenamento dell’ambiente con fonti rinnovabili di energia: acqua, vento e sole.

La questione dell’energia è decisiva perché l’energia fossile (petrolio, carbone) è responsabile di gran parte dell’inquinamento del pianeta, nonché del disastroso cambiamento climatico. L’energia nucleare è una falsa alternativa, non solo per il pericolo di nuove Chernobyl, ma anche perché nessuno sa cosa fare con le migliaia di tonnellate di residui radioattivi – tossici per centinaia, migliaia e in alcuni casi milioni di anni – e il gigantesco numero di impianti obsoleti contaminati. L’energia solare, che non ha mai suscitato molto interesse nelle società capitalistiche (non essendo “redditizia” o “competitiva”), deve diventare oggetto di ricerca e sviluppo intensive e svolgere un ruolo chiave nella costruzione di un sistema energetico alternativo. Tutto questo deve essere compiuto sotto la condizione necessaria di occupazione piena ed equa. Questa condizione è essenziale, non solo per soddisfare il requisito della giustizia sociale, ma per assicurare il sostegno della classe operaia al processo di trasformazione strutturale delle forze produttive. Questo processo è impossibile senza il controllo pubblico sui mezzi di produzione e sulla pianificazione, cioè le decisioni pubbliche sugli investimenti e sul cambiamento tecnologico, che devono essere tolti dalle banche e dalle imprese capitalistiche al fine di servire il bene comune della società. Ma non è sufficiente mettere queste decisioni nelle mani dei lavoratori.

Nel terzo volume del Capitale, Marx definì il socialismo come una società dove “i produttori associati  organizzano razionalmente il loro scambio (Stoffwechsel) con la natura”. Ma nel primo volume del capitale c’è un approccio più ampio: il socialismo è concepito come «un’associazione di esseri umani liberi (Menschen) che lavora con i mezzi di produzione comuni (gemeinschaftlichen)» .(8)

Questa è una concezione molto più appropriata: l’organizzazione razionale della produzione e del consumo deve essere il lavoro non solo dei “produttori”, ma anche dei consumatori;  dell’intera società, con la sua popolazione produttiva e “non produttiva”, che comprende studenti, giovani, casalinghe (e domestiche), pensionati, ecc. Tutta la società in questo senso potrà scegliere in modo democratico, quali linee produttive devono essere privilegiate e quante risorse devono essere investite nell’istruzione, nella salute o nella cultura (9).

I prezzi dei beni stessi non sarebbero lasciati alle leggi dell’offerta e della domanda, ma determinate, per quanto possibile, secondo le esigenze sociali, politiche e ai criteri ecologici. Inizialmente, ciò potrebbe comportare solo imposte su determinati prodotti e prezzi sovvenzionati per altri, ma idealmente, mentre la transizione al socialismo avanza, sempre più prodotti e servizi saranno distribuiti gratuitamente, secondo la volontà dei cittadini. Lungi dall’essere “dispotica” in sé, la pianificazione democratica è l’esercizio, da parte di un’intera società, della sua libertà di decisione. Questo è ciò che è necessario per la liberazione dalle leggi economiche imprigionate nelle “gabbie di ferro” delle strutture capitalistiche e burocratiche.

La pianificazione democratica combinata con la riduzione del tempo del lavoro sarebbe un passo decisivo dell’umanità verso quello che Marx chiamava “regno della libertà”. Questo è dovuto al fatto che un significativo aumento del tempo libero è in realtà una condizione per la partecipazione delle persone alla discussione e gestione democratica dell’economia e della società. I partigiani del libero mercato affermano il fallimento della pianificazione sovietica come scusa per rifiutare qualsiasi idea di economia pianificata.

Senza entrare nella discussione sui risultati e sulle miserie dell’esperienza sovietica, era ovviamente una forma di dittatura  – si può utilizzare l’espressione di György Markus e dei suoi amici della scuola di Budapest: è stato un sistema non democratico e autoritario che ha dato un monopolio su tutte le decisioni ad una piccola oligarchia dei tecno-burocrati.

Non è stata la programmazione, che ha portato alla dittatura, ma la crescente limitazione della democrazia nello Stato sovietico e, dopo la morte di Lenin, l’istituzione di un potere burocratico totalitario, che ha portato ad un sistema sempre più antidemocratico e ad una gestione autoritaria della pianificazione.

Se il socialismo è definito come il controllo da parte dei lavoratori e della popolazione in generale del processo di produzione, l’Unione Sovietica sotto Stalin e suoi successori è stata un’altra cosa. Il fallimento dell’URSS mostra i limiti e le contraddizioni della pianificazione burocratica, inevitabilmente inefficiente e arbitraria: questo fallimento non può essere utilizzato come un argomento contro la pianificazione democratica.(10)

La concezione socialista della pianificazione non è altro che la radicale democratizzazione dell’economia: se le decisioni politiche non devono essere lasciate ad una piccola elite di governanti, perché non dovrebbe applicarsi lo stesso principio a quelle economiche?

La questione del rapporto specifico tra pianificazione e meccanismi di mercato è certamente difficile: durante le prime fasi di una nuova società, i mercati certamente conserveranno un posto importante, ma con l’avanzare della transizione verso il socialismo, la pianificazione diventerà sempre più predominante, rispetto alle leggi del valore-scambio. (11)

Engels ha insistito affinché una società socialista “dovrà stabilire un piano di produzione tenendo conto dei mezzi di produzione, in particolare della forza lavoro. Sarà in ultima analisi il valore d’uso dei vari oggetti, confrontati tra loro e in relazione alla quantità di lavoro necessaria per la loro produzione, che determineranno il piano “.(12)

Nel capitalismo il valore d’uso è solo un mezzo – spesso un trucco – al servizio del valore di scambio e del profitto (che spiega, a proposito, perché tanti prodotti nella società attuale sono sostanzialmente inutili). In un’economia socialista programmata, il valore d’uso è l’unico criterio per la produzione di beni e servizi, con conseguenze economiche, sociali ed ecologiche di grande portata. Come ha osservato Joel Kovel: “La valorizzazione dei valori d’uso e la corrispondente ristrutturazione delle esigenze diventa ora il regolatore sociale della tecnologia anziché, come sotto il capitale, la conversione del tempo in plus-valore e denaro in eccesso” .(13)

Nel sistema con pianificazione democratica il piano riguarda le principali opzioni economiche, non l’amministrazione di ristoranti locali, panifici, piccoli negozi, imprese artigiane o servizi. È importante sottolineare che la pianificazione non è in contraddizione con l’autogestione dei lavoratori delle loro unità produttive. Mentre la decisione, fatta attraverso il sistema di pianificazione, di trasformare, diciamo, un impianto automatico in un unico bus e tram di produzione sarebbe stato preso dalla società nel suo insieme, l’organizzazione interna e il funzionamento dell’impianto dovrebbero essere gestite democraticamente dai propri lavoratori .

Ci sono state molte discussioni sul carattere “centralizzato” o “decentrato” della pianificazione, ma si potrebbe sostenere che la vera questione sia il controllo democratico del piano a tutti i livelli, locale, regionale, nazionale, continentale – e, spero, internazionale , Poiché le questioni ecologiche come il riscaldamento globale sono planetarie e possono essere affrontate solo su scala globale.

Si potrebbe parlare di pianificazione democratica globale. Anche questo livello, sarebbe piuttosto l’opposto di quello che di solito è descritto come “pianificazione centralizzata”, in quanto le decisioni economiche e sociali non sono prese da nessun ‘centro’, ma democraticamente decise dalle popolazioni interessate. Naturalmente, ci saranno inevitabilmente tensioni e contraddizioni tra istituti autogestiti o amministrazioni democratiche locali e gruppi sociali più ampi.

I meccanismi di negoziazione possono contribuire a risolvere molti conflitti, ma in ultima analisi i gruppi più ampi degli interessati, se sono la maggioranza, hanno il diritto di imporre le loro opinioni. Per dare un esempio: una fabbrica autogestita decide di scaricare i suoi rifiuti tossici in un fiume. Un’intera regione rischia di essere inquinata: quindi, la popolazione della regione,dopo un dibattito democratico, può decidere che la produzione di questa fabbrica debba essere sospesa, fino a trovare una soluzione soddisfacente per il controllo dei suoi rifiuti. Speriamo che in una società ecosociale i lavoratori stessi avranno abbastanza coscienza ecologica per evitare decisioni che sono pericolose per l’ambiente e per la salute della popolazione locale. Ma l’istituzione di mezzi per assicurare che gli interessi sociali più ampi abbiano la parola decisiva, come suggerisce l’esempio sopra, non significa che le questioni relative alla gestione interna non devono essere attribuite a livello della fabbrica, della scuola, del quartiere o dell’ospedale, o di città.

La pianificazione socialista deve basarsi su un dibattito democratico e pluralistico, a tutti i livelli dove le decisioni vengono prese. Organizzate sia sotto forma di partiti, piattaforme o altri movimenti politici gli organismi di pianificazione  sono costituiti da delegati eletti  e lì vengono presentate proposte diverse sottoscritte dalle persone interessate. Cioè, la democrazia rappresentativa deve essere completata – e corretta – dalla democrazia diretta, dove la gente sceglie direttamente – a livello locale, nazionale e, in seguito, a livello globale – tra le principali opzioni.

Il trasporto pubblico dovrebbe essere gratuito? Dovrebbero i proprietari di automobili private pagare imposte speciali per sovvenzionare i trasporti pubblici? Se l’energia solare deve essere  sovvenzionata, in modo che possa competere con l’energia fossile? La settimana lavorativa deve essere ridotta a 30 o 25 ore o meno, anche se ciò significa una riduzione della produzione? La natura democratica della pianificazione non è incompatibile con l’esistenza di esperti: il loro ruolo non è quello di decidere, ma di presentare le proprie opinioni – spesso diverse, se non opposte, al processo democratico di decisioni. Come afferma Ernest Mandel: “I governi, i partiti, i comitati di pianificazione, gli scienziati, i tecnici o chiunque può fare suggerimenti, presentano proposte, cercano di influenzare le persone … Ma sotto un sistema multipartitico, tali proposte non saranno mai unanime: i cittadini potranno scegliere fra alternative coerenti.

E il diritto e il potere di decidere dovrebbero essere nelle mani della maggioranza dei produttori/consumatori/cittadini, non di altri. Questa cosa è paternalistica o dispotica? » (14)

Chi garantisce che la gente farà le giuste scelte ecologiche, anche a prezzo di rinunciare ad alcune delle loro abitudini di consumo? Non esiste una tale “garanzia”, solo la ragionevole aspettativa che la razionalità delle decisioni democratiche prevalga, una volta che il potere del feticismo della merce è rotto. Naturalmente, degli errori saranno commessi dalle scelte popolari, ma chi crede che gli esperti non facciano gli stessi errori ? Non si può immaginare l’istituzione di una nuova società senza che la maggioranza della popolazione abbia raggiunto, attraverso le loro lotte, attraverso la loro crescita culturale e la loro esperienza sociale, un elevato livello di coscienza socialista/ecologica, e ciò rende ragionevole supporre che saranno corretti gli  errori gravi, incluse le decisioni che non sono conformi alle esigenze ambientali.(15)

In ogni caso,  le alternative – il mercato cieco, o una dittatura ecologica di ‘esperti’ – non sono molto più pericolose del processo democratico, con tutto le sue limitazioni?

È vero che la pianificazione richiede l’esistenza di organismi esecutivi/tecnici incaricati di mettere in pratica ciò che è stato deciso, ma non sono necessariamente autoritari se sono sotto il controllo democratico permanente dal basso e includono l’autogestione dei lavoratori del processo dell’amministrazione democratica.

Naturalmente, non si può aspettare che la maggior parte delle persone trascorri tutto il loro tempo libero in riunioni di autogestione o di partecipazione. Come ha sottolineato Ernest Mandel, «l’amministrazione autogestita non comporta la scomparsa della delega, ma unisce il processo decisionale dei cittadini con un controllo più rigoroso dei delegati da parte dei rispettivi elettori» .(16).

L’Economia partecipativa (parecon) di Michael Albert è stata oggetto di qualche dibattito nel movimento per una giustizia globale. Sebbene ci siano gravi carenze nel suo approccio globale, che sembra ignorare l’ecologia e contrappone il «parecon» al «socialismo» riferendosi al modello burocratico/centralizzato sovietico, tuttavia il «parecon» presenta alcune caratteristiche comuni con  il tipo di pianificazione ecosocialista proposto qui: l’opposizione al mercato capitalista e alla pianificazione burocratica, una dipendenza dall’autoorganizzazione dei lavoratori.

Il modello Albert di pianificazione partecipativa si basa su una complessa struttura istituzionale: i partecipanti alla pianificazione partecipativa sono i consigli dei lavoratori e i consigli dei consumatori e i sindacati, e varie Iteration Facilitation Board (IFB).

Concettualmente, la procedura di pianificazione è abbastanza semplice. Un IFB annuncia ciò che noi chiamiamo “prezzi indicativi” per tutti i beni, le risorse, le categorie di lavoro e il capitale. I consigli dei consumatori e le federazioni rispondono con proposte di consumo che prendono i prezzi indicativi dei beni e dei servizi finali come stime del costo sociale per la loro fornitura. I consigli dei lavoratori e i sindacati rispondono con liste di produzione disponibili e i costi necessari per produrli, riprendendo i prezzi indicativi come stime delle prestazioni sociali degli output e dei veri costi di opportunità degli input.

Un IFB calcola quindi la domanda o l’offerta in eccesso per ogni bene e regola il prezzo indicativo del bene in su o in giù, alla luce dell’eccesso di domanda o offerta e in conformità con gli algoritmi socialmente concordati. Utilizzando i nuovi prezzi indicativi, i consumatori e i sindacati dei lavoratori  riesaminano e riescono a presentare le loro proposte … a differenza del rapporto esistente nel capitalismo parecon è un’economia in cui i lavoratori e i consumatori insieme stabiliscono cooperativamente le loro opzioni economiche e ne beneficiano in modo da favorire l’equità, la solidarietà, la diversità e l’autogestione.(17)

Il problema principale di questa concezione – che a proposito non è “abbastanza semplice” ma estremamente elaborata e talvolta abbastanza oscura, è che sembra ridurre la “pianificazione” ad una sorta di negoziazione tra produttori e consumatori sulla questione dei prezzi, degli input e dei risultati, della richiesta e della domanda. Ad esempio, il consiglio dei lavoratori del ramo dell’industria automobilistica si incontrerebbe con il consiglio dei consumatori per discutere i prezzi e adattare l’approvvigionamento alla domanda. Ciò che lascia fuori è proprio ciò che costituisce la principale questione della pianificazione ecosocialista: una riorganizzazione del sistema dei trasporti, riducendo radicalmente l’uso della vettura privata. Dato che l’ecosocialismo richiede che molti settori dell’industria scompaiano – per esempio gli impianti nucleari – e occorrà prevedere degli investimenti massicci nei settori poco o quasi inesistenti (ad es. l’energia solare), come può essere tutto questo affrontato solo tramite “negoziati” tra le unità produttive esistenti e i consigli dei consumatori sugli “input” e sui “prezzi indicativi”? Il modello di Albert rispecchia l’attuale struttura tecnologica e produttiva ed è troppo “economicista” per tener conto degli interessi globali, socio-politici e socioecologici della popolazione – gli interessi degli individui, cittadini e esseri umani, che non possono essere ridotti solo ai loro interessi economici di  produttori e consumatori.

Esso lascia fuori non solo lo Stato come un’istituzione – un’opportunità rispettabile – ma anche la politica come confronto, delle diverse opzioni economiche, sociali, politiche, ecologiche, culturali e civili, a livello locale, nazionale e globale. Questo è molto importante perché il passaggio dal “progresso distruttivo” capitalista al socialismo è un processo storico, una trasformazione rivoluzionaria permanente della società, della cultura e delle mentalità – e la politica nel senso appena definito non può che essere al centro di questo processo. È importante sottolineare che un tale processo non può iniziare senza una trasformazione rivoluzionaria di strutture sociali e politiche e attraverso il sostegno attivo, della grande maggioranza della popolazione, ad un programma ecosociale. Lo sviluppo della coscienza socialista e della consapevolezza ecologica è un processo in cui il fattore decisivo è il popolo con la propria esperienza collettiva di lotta, passando dai confronti locali e parziali al cambiamento radicale della società. Questa transizione potrebbe condurci non solo a un nuovo modo di produzione e ad una società egualitaria e democratica, ma anche a una modalità alternativa di vita, una nuova civiltà ecosocialista, al di là del regno del denaro, al di là delle abitudini alimentari prodotte artificialmente dalla pubblicità e oltre la produzione illimitata di merci inutili e/o dannose per l’ambiente.

Alcuni ecologisti ritengono che l’unica alternativa al produttivismo è fermare la crescita in tutto o sostituirla con una crescita negativa, quella che i francesi chiamano decrescita, e ridurre drasticamente l’eccessivo livello di consumo della popolazione, riducendo della metà delle spese di energia,rinunciando ai condominii, al riscaldamento centrale, alle lavatrici, ecc. Poiché queste e simili misure di austerità draconiana rischiano di essere piuttosto impopolari, alcuni dei sostenitori della decrescita scherzano con l’idea di una sorta di «dittatura ecologica» .(18)

A fronte di tale pessima idea i socialisti “ottimisti” ritengono che il progresso tecnico e l’utilizzo di fonti rinnovabili di energia consentano una crescita illimitata e abbondanza, in modo che ognuno possa ricevere «secondo le sue esigenze».

Mi sembra che entrambe queste scuole condividano una concezione puramente quantitativa di “crescita” – positiva o negativa – e dello sviluppo delle forze produttive.

C’è però una terza posizione , che mi sembra più appropriata: una trasformazione qualitativa dello sviluppo. Ciò significa porre fine alle mostruoso consumo di risorse attuato del capitalismo, basate sulla produzione in larga scala di prodotti inutili e/o dannosi: l’industria è un buon esempio, ma un grande parte dei «beni» prodotti nel capitalismo – con la loro obsolescenza programmata – non hanno altra utilità, che generare profitti per le grandi multinazionali. La questione non è astratta in termini di “consumo eccessivo”, ma il tipo di consumo prevalente, basato sul fatto che si tratta di appropriazione cospicua, di rifiuti massicci, di alienazione mercantile, di accumulazione ossessiva delle merci e di acquisizione compulsiva di pseudo-novità imposte dalla moda. Una nuova società dovrebbe orientare la produzione verso la soddisfazione delle necessità autentiche, a partire da quelle che potrebbero essere descritte come “bibliche” – acqua, cibo, vestiti, alloggi – ma anche i servizi di base: salute, educazione, trasporto e cultura. Ovviamente, i paesi del Sud, dove questi bisogni sono molto lontani dall’essere soddisfatti, avranno bisogno di un livello molto più elevato di “sviluppo” – costruzione di ferrovie, ospedali, sistemi di fognatura e altre infrastrutture – rispetto a quelli industriali avanzati. Ma non c’è ragione per cui questo non possa essere realizzato con un sistema produttivo che sia ecologico e basato su energie rinnovabili. Questi paesi dovranno produrre grandi quantità di cibo per nutrire le loro popolazioni affamate, ma questo può essere realizzato molto meglio – come i movimenti contadini organizzati in tutto il mondo nella rete Via Campesina stanno discutendo da anni – da agricoltura biologica contadina basata su cooperative o fattorie collettive, invece che su metodi distruttivi e anti-sociali delle industrie agroalimentari, basate sull’uso intensivo di pesticidi, prodotti chimici e OGM.

Invece del presente sistema mostruoso del debito e dello sfruttamento imperialista delle risorse del Sud da parte dei paesi industrialisti/capitalisti, ci sarebbe un flusso di aiuti tecnici ed economici da nord a sud, senza bisogno – come alcuni  ecologisti ascetici sembrano credere – per la popolazione in Europa o in Nord America di ridurre il loro tenore di vita in termini assoluti. Invece, solo sbarazzarsi del consumo ossessivo, indotto dal sistema capitalista, di materie inutili che non corrispondono a nessuna esigenza reale, ridefinendo il significato del tenore di vita per connotare un modo di vivere in realtà più ricco, consumando meno. Come si distingue l’autentico bisogno dai bisogni artificiali, falsi e improvvisati? L’industria pubblicitaria, che induce i bisogni tramite manipolazione mentale, ha invaso tutte le sfere della vita umana nelle società capitalistiche moderne: non solo l’alimentazione e l’abbigliamento, ma lo sport, la cultura, la religione e la politica sono modellati secondo le sue regole. Ha invaso le nostre strade, le cassette postali, gli schermi televisivi, i giornali, i paesaggi, in modo permanente, aggressivo e insidioso, e contribuisce decisamente a abitudini che portano a un consumo cospicuo e compulsivo. Inoltre, consuma una quantità astronomica di petrolio, elettricità, tempo di lavoro, carta, prodotti chimici e altre materie prime – tutti pagati dai consumatori – un ramo di “produzione” che non è solo inutile, da un punto di vista umano, ma direttamente in contraddizione con reali bisogni sociali. Mentre la pubblicità è un aspetto indispensabile dell’economia di mercato capitalistica, non avrebbe luogo in una società in transizione al socialismo, dove sarebbe sostituita da informazioni sulle merci e sui servizi forniti dalle associazioni dei consumatori. Il criterio per distinguere un bisogno autentico da un bisogno artificiale è la sua persistenza dopo la soppressione della pubblicità. Naturalmente, per un certo tempo le vecchie abitudini di consumo continuerebbero, e nessuno ha il diritto di dire alla gente quali sono le loro esigenze. Cambiare i modelli di consumo è un processo storico, nonché una sfida educativa.

Alcune merci, come l’auto individuale, sollevano problemi più complessi. Le automobili private sono un fastidio pubblico, uccidendo e annientando centinaia di migliaia di persone ogni anno su scala mondiale, inquinando l’aria nelle grandi città – con conseguenze terribili per la salute dei bambini e delle persone anziane – e contribuendo significativamente al cambiamento climatico. Tuttavia, esse corrispondono a reali esigenze, alle condizioni del capitalismo attuale. Gli esperimenti locali in alcune città europee con amministrazioni ecologiche dimostrano che è possibile – e approvato dalla maggioranza della popolazione – limitare progressivamente il ruolo dell’automobile individuale a favore degli autobus e dei tram. In un processo di transizione all’ecosocialismo, dove i trasporti pubblici – al di sopra o sotto terra – sarebbero estesi e gratuiti e dove i pedoni e i ciclisti avranno percorsi protetti, la vettura privata avrà un ruolo molto minore rispetto alla società borghese, dove è diventata un feticcio, promosso da pubblicità insistente e aggressiva, un simbolo di prestigio, un segno di identità e un obbiettivo della vita personale, sociale e erotica.(19)

Sarà molto più facile, nella transizione verso una nuova società, ridurre drasticamente il trasporto di merci con autocarri – responsabili di terribili incidenti e di alto livello di inquinamento – sostituendolo con il trasporto ferroviario o con quello che i francesi chiamano ferroutage (camion trasportati sui treni da una città all’altra): solo la logica assurda della “competitività” capitalistica spiega la crescita pericolosa del sistema camion. Sì, i pessimisti risponderanno, che gli individui sono spinti da aspirazioni e desideri infiniti, che devono essere controllati, controllati, contenuti e, se necessario, repressi, e ciò potrebbe richiedere alcuni limiti alla democrazia. Ma l’ecosocialismo si basa su una ragionevole aspettativa, già espressa da Marx: la predominanza, in una società senza classi e liberata dall’alienazione capitalista, dell'”essere” sul “avere”, cioè di tempo libero per la realizzazione personale e culturale, sportiva, giocosa, scientifica, erotica, artistica e politica, piuttosto che il desiderio di un infinito possesso di prodotti. L’acquisizione compulsiva è indotta dal feticismo dei beni inerenti al sistema capitalistico, dall’ideologia dominante e dalla pubblicità: nulla dimostra che faccia parte di una “natura umana eterna”.

Come Ernest Mandel ha sottolineato: «L’accumulazione continua di sempre più beni (con una diminuzione della” utilità marginale “) non è affatto una caratteristica universale e persino predominante del comportamento umano. Lo sviluppo di talento e inclinazioni per se stessi; la protezione della salute e della vita; la cura dei bambini; lo sviluppo di ricche relazioni sociali … tutti questi diventano motivi principali una volta soddisfatti i bisogni materiali fondamentali “.

Come abbiamo sottolineato, ciò non significa che non si verifichino conflitti, in particolare durante il processo di transizione, tra le richiesta della protezione ambientale e i bisogni sociali, tra gli imperativi ecologici e la necessità di sviluppare infrastrutture di base, in particolare nei paesi poveri, tra abitudini di consumo popolari e la scarsa disponibilità di risorse. Una società senza classi non è una società senza contraddizioni e conflitti. Questi sono inevitabili: sarà il compito di una pianificazione democratica, in una prospettiva ecosocialista, liberata dagli imperativi del capitale e del profitto, di risolverli, con una discussione pluralista e aperta, che porta al processo decisionale della società stessa.. Tale democrazia di base e partecipativa è l’unico modo, non per evitare errori, ma per consentire la correzione, da parte della collettività sociale, dei propri errori.

È  Utopia? Nel suo senso etimologico – “qualcosa che non esiste da nessuna parte” – certamente si. Ma non sono utopie, cioè visioni di un futuro alternativo,il desiderio di immaginare una società diversa, una caratteristica necessaria di qualsiasi movimento che voglia sfidare l’ordine stabilito? Come ha spiegato Daniel Singer nel suo testamento letterario e politico, “Whose  millennum” ?, in un importante capitolo intitolato “Utopia realistica”, … se il potere ora sembra così solido, nonostante le circostanze, e se il movimento operaio o la sinistra più ampia sono così bloccati , così paralizzati, è dovuto al fallimento nell’offrire un’alternativa radicale … Il principio fondamentale del gioco è che non ci si interroga né sui fondamenti dell’argomento né sulle fondamenta della società. Solo un’alternativa globale, che rompe con queste regole di rassegnazione e di resa, può dare al movimento di emancipazione una vera e propria forza.(21).

L’utopia socialista ed ecologica è solo una possibilità oggettiva, non l’inevitabile risultato delle contraddizioni del capitalismo o delle  “ferree Leggi della Storia “. Non si può prevedere il futuro, ad eccezione dei termini condizionati: ciò che è prevedibile è che, in assenza di una trasformazione ecosocialista, di un cambiamento radicale nel paradigma della civiltà, la logica del capitalismo porterà a drammatiche catastrofi ecologiche, minacciando la salute e la vita di milioni di esseri umani, e forse anche la sopravvivenza della nostra specie. Sognare e lottare per un socialismo verde o, come dicono un comunismo solare, non significa che non si combatte per riforme concrete e urgenti. Senza alcuna illusione su un “capitalismo pulito” si deve cercare di conquistare il tempo e di imporre ai poteri che sono alcuni cambiamenti elementari: il divieto degli HCFC ( idroclorofluorocarburi) che distruggono lo strato di ozono, una moratoria generale sugli organismi geneticamente modificati, una drastica riduzione nelle emissioni di gas a effetto serra, nella rigorosa regolamentazione dell’industria della pesca, nell’uso di pesticidi e sostanze chimiche nella produzione agroindustriale, nella tassazione delle autovetture inquinanti, nello sviluppo di un maggior numero di trasporti pubblici, nella sostituzione progressiva del trasposto da camion a treni . Queste idee, e simili, sono al centro dell’ordine del giorno del movimento di giustizia globale e dei Forum sociali mondiali. Questo è un importante nuovo sviluppo politico che ha consentito, a partire da Seattle nel 1999, la convergenza dei movimenti sociali e ambientali in una lotta comune contro il sistema. Queste urgenti richieste eco-socialiste possono portare ad un processo di radicalizzazione, sempre che tali richieste non si adattino  alle esigenze della “competitività”. Secondo la logica di ciò che i marxisti chiamano «un programma transitorio» ogni piccola vittoria, ogni progresso parziale, porta immediatamente ad una domanda più elevata, ad un obiettivo più radicale. Tali lotte intorno a questioni concrete sono importanti, non solo perché le vittorie parziali sono benvenute in se stesse, ma anche perché contribuiscono ad aumentare la coscienza ecologica e socialista e perché promuovono l’attività e l’autoorganizzazione dal basso: entrambi sarebbero condizioni necessarie e decisive -per una trasformazione radicale, cioè una rivoluzionaria del mondo. Gli esperimenti locali come le aree senz a auto in varie città europee, le cooperative agricole biologiche lanciate dal movimento contadino brasiliano (MST) o il bilancio partecipativo a Porto Alegre e, per alcuni anni, nello stato brasiliano di Rio Grande do Sul (sotto il governatore di PT Olivio Dutra) sono esempi limitati ma interessanti di cambiamenti sociali/ecologici. Permettendo agli assetti locali di decidere le priorità del bilancio, Porto Alegre è stato anche per questo – anche se la sinistra ha perso le elezioni comunali del 2002 – forse il più interessante esempio di “pianificazione da dal basso”, nonostante le sue limitazioni.  Si deve però riconoscere che anche se ci sono state alcune misure progressive adottate da alcuni governi nazionali, nel complesso l’esperienza delle coalizioni LeftCenter o Left/Green in Europa o in America Latina è stata piuttosto deludente, restando saldamente nei limiti di un contesto sociale –  liberale di adattamento alla globalizzazione capitalista. Non ci sarà trasformazione radicale a meno che le forze che hanno un radicale programma socialista ed ecologico non diventino egemoniche, nel senso gramsciano della parola. In un certo senso, il tempo è dalla nostra parte, mentre lavoriamo per il cambiamento, perché la situazione globale dell’ambiente sta diventando sempre peggiore e le minacce si stanno avvicinando sempre di più. Ma d’altra parte il tempo si sta esaurendo, perché in alcuni anni – nessuno può dire quanto – i danni possono essere irreversibili. Non c’è ragione di ottimismo: le élite dominanti del sistema sono incredibilmente potenti e le forze dell’opposizione radicale sono ancora minortarie. Ma sono l’unica speranza per fermare il “progresso distruttivo” del capitalismo. Walter Benjamin definì le rivoluzioni non come le locomotive della storia, ma il momento in cui l’umanità raggiunge i freni di emergenza del treno, prima che cada nell’abisso … .(23)

NOTE

1 Richard Smith, ‘Il motore dell’ecologia’, il capitalismo, la natura e il socialismo, 16 (4), 2005, pag. 35.

2 K. Marx, Das Kapital, volume 1, Berlino: Dietz Verlag, 1960, pp. 529-30. Per una notevole analisi della logica distruttiva del capitale, vedere Joel Kovel, Il Nemico della Natura. La fine del capitalismo o la fine del mondo ?, New York: Libri di Zed, 2002.

3 James O’Connor, Cause naturali. John Bellamy Foster usa il concetto di «rivoluzione ecologica», ma sostiene che «una rivoluzione ecologica globale degna di questo nome può accadere solo come parte di una più ampia società – e  dentro una  rivoluzione socialista. Una tale rivoluzione … richiederebbe, come ha sottilineato  Marx, che i produttori associati regolano razionalmente il rapporto metabolico umano con la natura …

4 Da William Morris, uno dei seguaci più originali ed ecologici di Karl Marx, da Gandhi e da altre figure radicali, rivoluzionarie e materialiste, tra cui Marx stesso, che si estende fino ad Epicuro “. Foster, “Organizzazione della rivoluzione ecologica”, rassegna mensile, 57 (5), 2005, pp. 9-10.

5 Per una critica ecosociale di “ecopolitica effettiva” – economia verde, ecologia profonda, bioregionalismo, ecc. – vedi Kovel, Nemico della natura, capitolo 7

6 Vedi John Bellamy Foster, Ecologia di Marx. Materialismo e Natura, New York: Review mensile, 2000.

7 F. Engels, Anti-Dühring, Parigi: Ed. Sociales, 1950, p. 318.

8 K. Marx, Das Kapital, volume 3, Berlino: Dietz Verlag, 1968, p. 828 e Volume 1, pag. 92. Si possono trovare problemi simili nel marxismo contemporaneo; Per esempio, Ernest Mandel ha sostenuto una “pianificazione democratica-centralista sotto un congresso nazionale dei consigli dei lavoratori costituiti nella sua grande maggioranza da lavoratori reali” (Mandel, “Economia del periodo di transizione”, in E. Mandel, ed., 50 anni Della Rivoluzione Mondiale, New York: Pathfinder Press, 1971, p. 286). Negli scritti successivi, si riferisce piuttosto a “produttori / consumatori”. Stiamo spesso citando gli scritti di Ernest Mandel, perché sono i più articolati da un punto di vista teorico realistico di pianificazione democratica del 2007. Ma si deve dire che fino alla fine degli anni ’80 non includeva la questione ecologica come un aspetto centrale dei suoi argomenti economici.

9 Ernest Mandel definisce la pianificazione nei termini seguenti: «L’economia governata da un piano implica … che le risorse relativamente scarse della società non vengono divise ciecamente (” alle spalle del produttore-consumatore “) dal gioco della legge del valore, ma che sono assegnate consapevolmente secondo priorità stabilite in precedenza. In un’economia di transizione in cui prevale la democrazia socialista, la massa dei lavoratori democratica determina questa scelta di priorità ». Mandel, ‘Economia del periodo di transizione’, p. 282.

10 Dal punto di vista della massa dei lavoratori, i sacrifici imposti dall’arbitrato burocratico non sono né più né meno “accettabili” dei sacrifici imposti dai meccanismi ciechi del mercato. Questi rappresentano solo due forme diverse della stessa alienazione ». Ibid., P. 285.

11 Nel suo straordinario recente libro sul socialismo, l’economista marxista argentino Claudio Katz ha sottolineato che la pianificazione democratica, sotto la supervisione da parte della maggioranza della popolazione, non è identica alla centralizzazione assoluta, alla totale statizzazione, al comunismo di guerra o all’economia di comando. La transizione richiede il primato della pianificazione sul mercato, ma non la soppressione delle variabili di mercato. La combinazione tra entrambi i casi dovrebbe essere adattata a ciascuna situazione e ad ogni paese ». Tuttavia, “l’obiettivo del processo socialista non è quello di mantenere un equilibrio immutato tra il piano e il mercato, ma promuovere una progressiva perdita delle posizioni di mercato”. C. Katz, El porvenir del Socialismo, Buenos Aires: Herramienta / Imago Mundi, 2004, pp. 47-8.

12 Anti-Dühring, p. 349.

13 Kovel, Nemico della natura, p. 215.

14 Mandel, Potere e denaro, Londra: Verso, 1991, p. 209.

15 Mandel osservò: “Non crediamo che la” maggioranza sia sempre nel giusto”… Ognuno fa degli errori. Ciò sarà certamente vero per la maggioranza dei cittadini, della maggioranza dei produttori e della maggioranza dei consumatori. Ma ci sarà una differenza fondamentale tra loro e i loro predecessori. In ogni sistema di potere ineguale … coloro che fanno le decisioni sbagliate in merito all’assegnazione delle risorse sono raramente coloro che pagano le conseguenze dei loro errori … Se esiste una vera democrazia politica, una vera scelta culturale e un’informazione culturale, è difficile credere che la  maggioranza preferisce vedere che i loro boschi muoiono … oi loro ospedali non hanno un personale sufficiente, piuttosto che correggere rapidamente le loro allocazioni sbagliate ». Mandel,”In difesa della pianificazione socialista”, New Left Review, 1/159, 1986, p. 31.

16 Mandel, Potere e soldi, pag. 204.

17 Michael Albert, Economia Partecipativa. Life After Capitalism, Londra: Verso, 2003, p. 154.

18 Per una selezione di testi di “crescita negativa” vedi Majid Rahnema (con Victoria Bawtree), eds., The Post-Development Reader, Highlands atlantiche, NJ: Zed Books, 1997 e Michel Bernard et al., Eds. Il principale teorico francese di “décroissance” è Serge Latouche autore di La planète des naufragés, essai sur l’après dévéloppement, Parigi: La Decouverte, 1991.

19 Ernest Mandel era scettico di rapidi cambiamenti nelle abitudini dei consumatori, come ad esempio la vettura privata: «Se, malgrado ogni ambiente e altri argomenti, [i produttori e i consumatori] volessero mantenere la dominanza del motore privato  per continuare a inquinare le loro città, potrebbero avere ragione. I cambiamenti negli orientamenti del consumatore di lunga data sono generalmente lenti – pochi possono pensare che i lavoratori negli Stati Uniti abbandonino il loro attaccamento all’automobile il giorno dopo una rivoluzione socialista. Mandel, ‘In difesa della pianificazione socialista’, p. 30. Mentre Mandel ha ragione nell’ insistere sul fatto che non si debba imporre cambiamenti nei modelli di consumo, sottolinea seriamente l’impatto che un sistema di trasporti pubblici estensivi e gratuiti avrebbe, anche senza  l’assenso della maggioranza dei cittadini, Come avviene gà oggi, in diverse grandi città europee – per le misure che limitano la circolazione automobilistica.

20 Mandel, Potere e soldi, pag. 206.

21 D. Singer, Whose millennium? Loro o Ours ?, New York: Review Monthly, 1999, pp. 259-60. 22 Vedi S. Baierle, ‘Porto Alegre Thermidor’, nel Socialist register 2003. 23 Walter Benjamin, Gesammelte Schriften, Volume I / 3, Francoforte: Suhrkamp, ​​1980, p. 1232.

22 Vedi S. Baierle, ‘The Porto Alegre Thermidor’, in Socialist Register 2003.

23 Walter Benjamin, Gesammelte Schriften, Volume I/3, Frankfurt: Suhrkamp, 1980, p. 1232.

Tratto da: the Socialist Register 2007

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