ALIENAZIONE VS. NON LAVORO

Ricordare Pierre Naville (1) per parlare di lavoro ed alienazione. Pubblichiamo un ampio stralcio di un articolo di Roberto Massari.

(…)

Non abbiamo qui lo spazio per ricostruire la lunga disamina compiuta da Naville  nei confronti della concezione giovane-hegeliana che a suo tempo venne formulata per l’alienazione, cioè per il più diretto frutto del rapporto di lavoro salariale nella società a dominio capitalistico o burocratico staliniano. Per quanto ci riguarda, non condividiamo la sua posizione eccessivamente severa nei confronti delle prime definizione marxiane dell’alienazione, intesa come prodotto del rapporto di estraniazione del vivente e della sottomissione all’apparato di dominazione burocratico-statale, ancor prima che al capitale. Né ci sembra il caso di riprendere l’annosa questione della maggiore o minore validità dell’insieme di categorie di analisi sviluppate alla luce di quel concetto di alienazione dal “giovane” Marx, quello –per capirci- dei Manoscritti del 1844. Rimandiamo invece al procedimento teorico attraverso il quale Naville recupera quanto di meglio Marx aveva elaborato al riguardo negli anni della sua maturità (quindi anche ne Il Capitale) facendo scaturire l’alienazione direttamente dallo scambio tra forza-lavoro e salario: un concetto di alienazione che Naville estende dal contesto della dominazione capitalistica a quello della dominazione burocratica staliniana.

Il tutto, in un quadro di critica serrata all’itinerario storico di crescente esaltazione ideologica del lavoro da parte degli intellettuali asserviti ai vari carri di propaganda padronale (capitalistica o sovietico-staliniana), e di valorizzazione dell’altrettanto crescente disaffezione operaia nei confronti di quello stesso lavoro. Alla storica esigenza della classe o del ceto dominanti di celebrare in senso giuridico-economico-culturale la “nobiltà” (funzionalità sistemica) del lavoro, Naville contrappone la consapevolezza del lavoratore che si va via via rendendo conto che il tempo di vita reale è solo quello del non-lavoro (e nemmeno nella sua interezza vista l’intrusione crescente del capitale anche in tale ambito, grazie ad alcuni imprevedibili indotti del processo d’industrializzazione nella vita quotidiana).

Il nome di Naville può ascriversi tranquillamente fra gli studiosi marxisti ammiratori delle grandi potenzialità eversive racchiuse nella problematica del non-lavoro, l’unica vera risposta antagonistica che i non-detentori del controllo o della proprietà dei mezzi di produzione possono dare alla realtà storico-sociale dell’alienazione in un sistema fondato sul rapporto di lavoro salariale.

Non a caso l’opera di Lafargue (Il diritto alla pigrizia, 1880) occupa il posto che essa merita nel contesto della ricostruzione storica della disaffezione operaia nei confronti del lavoro (salariato o non). Naville giunge ad affermare che essa fu ispirata direttamente da Marx (Dall’alienazione …, p.496) – una posizione che ci appare assai discutibile. Ma non è un caso nemmeno il fatto che Naville si aggiunga alla lunga lista di marxisti che hanno apprezzato le idee di Charles Fourier sulla necessità che il lavoro abbia un carattere piacevole o sulla validità del sistema sociale falansteriano fondato su una divisione del lavoro armonizzata secondo l’attrazione passionale e redistribuita in serie anche nella ripartizione o nella rotazione delle mansioni (taches).

La crescita storicamente misurabile del tempo di non-lavoro nella vita del salariato, l’atteggiamento di crescente favore verso la generalizzazione del non-lavoro costituiscono per Naville tendenze socialmente positive e in quanto tali inarrestabili. Libero da condizionamenti biologici pseudo-darwiniani, l’atteggiamento di favore crescente per il non-lavoro non si può ridurre tendenzialmente a un attività di livello zero, a una non-attività. Si tratta, invece, di un’attività vera e propria, concreta e storicamente determinata, purché sia intesa come “un’attività che non ha più prezzo” (ibid.).

Si tratta, cioè, di un’attività disalienante, volta alla riconquista del diritto alla liberazione individuale, che deve necessariamente svolgersi all’esterno della schiavitù fondamentale della nostra epoca e che quindi richiede l’abolizione definitiva del rapporto salariale in tutta la sua alienante globalità.

Autogestione …

Il caposaldo irrinunciabile di tale trasformazione del salariato –da oggetto indifeso di un rapporto di scambio alienante, a soggetto consapevole delle proprie potenzialità di trasformazione sociale (individuale e collettiva)- doveva essere la prospettiva politica e sociale dell’autogestione.

A tale riguardo, la riflessione compiuta è un’acquisizione tardiva, grosso modo del periodo successivo ai grandi movimenti del 1968 (ai quali Naville dedicò un’attenzione particolare in primo luogo per la Francia e secondariamente per l’Italia). Egli stesso lo riconosce nel libro, Le temps, la technique, l’autogestion (1980, p.8). Vi sono anche interventi retrospettivi di Naville che rivendicano di aver posto in termini politici già nei primi anni ’60 la questione della democrazia diretta dei produttori sul luogo di lavoro e nella società. Ma si trattava di una problematica diversa dal principio dell’autogestione, almeno per come essa si presentò a partire dal 1970-71 in Francia e soprattutto dopo che si poté cominciare a tirare un bilancio complessivo dell’autogestione in Jugoslavia.

In quegli anni, infatti, tornò a svilupparsi un movimento favorevole all’autogestione come prospettiva politico-sociale generale –e addirittura come materia di rivendicazione sindacale da includere, secondo alcuni, nei contratti nazionali di lavoro- distinta dall’autogestione fa realizzarsi sulla base delle singole comunità di produttori, secondo la vecchia tradizione anarchica, e trasversale rispetto ai vari partiti della sinistra, vecchi e nuovi. Occorre riconoscere che, per un periodo, in quella fase relativamente “innovativa” di ripresa del movimento autogestionario svolsero un ruolo animatore e di prima fila –nonostante le loro molte ambiguità- la Cfdt e il Psu di Michel Rocard, partito del quale Naville all’epoca era membro. Nella Francia di quei primi anni ’70, la parola d’ordine dell’”autogestione” era un po’ sulla bocca di tutti, ma a Naville non andava affatto l’idea di essere confuso con la concezione riformistica e statalistica di tale prospettiva (intellettuali di area Ps, ma sul finire degli anni ’70-primi anni ’80, anche di area Pcf); né con gli utopismi gratuiti della nouvelle gauche postsessantottina o delle organizzazioni anarchiche; ma nemmeno con chi nutriva aspettative verso le posizioni di controllo operaio istituzionalizzato o verso le nazionalizzazioni dietro la veste attraente del discorso autogestionario. Lo sviluppo di un forte settore pubblico o l’ampliamento dell’industria di Stato rilanciata dal gollismo non coincidevano certamente con l’idea che Naville aveva in mente per liberare i lavoratori dalla schiavitù del rapporto salariale, vincere la battaglia contro l’alienazione e costruire la società autogestita dai produttori democraticamente associati.

Lo ribadì con estrema chiarezza nell’intervista che mi concesse ad aprile del 1980 (“La rivoluzione assente” pubblicata in Unità proletaria, n. 3-4/1981, pp. 231-5), nonché ovviamente nel libro sull’autogestione dello stesso anno, già citato, oltre che in altri interventi occasionali.

Nell’intervista con me chiarì attentamente la distinzione tra autogestione e nazionalizzazioni, soffermandosi a dimostrare l’inadeguatezza della vecchia parola d’ordine del “controllo operaio”, a fronte dei mutamenti intervenuti nella struttura tecnica e organizzativa dell’industria moderna (fece gli esempi delle telecomunicazioni, le economie di rete, l’aviazione ecc.) e dei quali non si poteva non tenere conto.

Leggendo i testi principali dedicati da Naville all’autegestione si ricava l’impressione che egli mantenesse un’ambiguità di fondo fra ciò che poteva essere realizzabile nella Francia degli anni ’70 e ’80 (quindi all’interno di un sistema capitalistico, fondato sulla proprietà pubblica e/o privata dei principali mezzi di produzione) e ciò che l’autogestione avrebbe dovuto rappresentare all’interno di una società socialista, avviata ad abolire le categorie di mercato dominanti i rapporti economici, in primo luogo il rapporto di lavoro salariale.

Ma se si lascia da parte per il momento questo nodo irrisolto, benché molto importante, occorre dire che Naville ha fatto spirare una nuova aria sulle vecchie teorie autogestionarie, micro o federative che fossero, ponendo sia il problema di una centralizzazione (dal basso verso l’alto), sia il problema della qualità e dei tempi di circolazione dell’informazione, indispensabili per fare dell’autogestione una prospettiva realistica all’interno di società industriali e fortemente integrate.

Spetta a lui il merito di aver dimostrato che l’integrazione via via crescente delle varie forme di vita sociale in ogni moderno tipo di sistema di rapporti fondati sulla divisione tra proprietari e produttori, non poteva significare che solo lo Stato fosse in grado di assicurare una gestione efficace di settori come la sanità, l’educazione, la cultura, l’organizzazione del tempo libero ecc. Soluzioni autogestionarie realizzatrici,, fondate sulla mobilitazione organizzata delle collettività lavoratrici o comunità umane direttamente coinvolte, avrebbero potuto cominciare a sostituire fin da subito il ruolo invadente, autoritario e burocratico dello stato (capitalistico o sovietico che fosse). La linea di tendenza prevalente doveva essere quella di un’autogestione globale, contrapposta alle idee di frammentazione e microrganizzazione su basi locali.

Naville non ignorava che tutto ciò non avrebbe abolito immediatamente le differenziazione tra i vari livelli della gerarchia sociale. E sapeva che così non si sarebbe posto termine ai conflitti politici e sociali, ma anzi se ne sarebbero creati di nuovi. Sua speranza era che l’autogestione potesse produrre nuove norme di comportamento nella gestione dei conflitti – un’”autogestione” anche in questo senso – affidandosi a forme via via crescenti di democrazia dal basso non solo tra le organizzazioni politiche e sindacali, ma all’interno delle organizzazioni stesse. A suo avviso, tuttavia, occorreva affidarsi in modo particolare a una crescita accelerata e senza precedenti storici dell’informazione. Questa non si sarebbe dovuta calare dall’alto (tecnocraticamente) sui nuovi modi di organizzare i rapporti sociali, ma si sarebbe dovuta integrare con essi.

Contro i monopoli del sapere e della comunicazione da parte dello Stato e delle burocrazie pubbliche. Naville riteneva che la massima libertà d’informazione fosse indispensabile, ma anche che essa fosse incompatibile con l’esercizio del potere di soffocamento in questo settore da parte del capitale privato, così come da parte delle burocrazie del “socialismo di stato”.

… e godimento

L’autogestione si può considerare in campo politico-sociale l’equivalente di ciò che in campo filosofico rappresenta l’attività non alienata, della quale si è parlato alla fine del quarto paragrafo. Se essa si mantiene assolutamente indipendente dai meccanismi sistemici (a dominanza capitalistica o burocratica-staliniana) di asservimento della struttura produttiva e dell’organizzazione del lavoro, ma anzi riesce a superarli in una forma superiore di autorganizzazione del lavoro e del tempo di non-lavoro, potrà considerarsi, secondo Naville, la futura base materiale del godimento (jouissance) generalizzato: quello disponibile per l’intera umanità, indipendentemente dalla collocazione geopolitica delle nazioni o delle singole comunità lavorative. Un godimento per il quale può valere anche il termine tedesco GenuB, per quel tanto di piacere concreto, di usufrutto o piacere consumato, che esso include.

GenuB, ci dice Naville, è il godimento inteso come soddisfazione dei bisogni dell’uomo, totalmente estraneo a logiche di compatibilità economiche, tassi d’interesse o funzionalità tecnocratiche. Un godimento in perenne conflitto per difendere gli spazi del non-lavoro dall’invadenza del mondo dei consumi (monetizzabili e portatori a loro volta di nuova alienazione). I bisogni vanno ovviamente intesi nel senso più ampio del termine e sono storicamente determinabili senza esclusioni preventive: dall’appagamento dei bisogni primari dell’individuo fino alla ricerca di nuove forme d’espressione culturale, passando per tutta la gamma della creatività umana, per la quale Naville aveva sviluppato una sensibilità particolare partecipando fin dagli esordi alla rivolta artistica del surrealismo (si veda tra l’altro, Les temps du surréel, 1977; ma anche Mémoires imparfairtes, 1987).

Naville ci dice, con una bella espressione, che il piacere va inteso “come partecipazione diretta al movimento della natura, vale a dire come libertà”. (“ comme participation direct au mouvement de la nature, c’est-à-dire comme liberté”). Non si tratta di tornare indietro a uno stato di beatitudine naturale, preindustriale e immaginifica, ma di valorizzare lo sviluppo della società, delle sue forze produttive con la ricchezza di nuovi bisogni che di lì scaturiscono.

Nel processo di riappropriazione di se stesso, l’uomo si identificherà con la soddisfazione di vecchi e nuovi bisogni (prodotti dallo stesso sviluppo delle forze produttive) solo nella misura in cui sarà soggetto consapevole di una profonda trasformazione sociale, vale a dire del rivoluzionamento delle forme sociali del lavoro. Con il tempo di lavoro ridotto al minimo indispensabile, con il tempo di non-lavoro recuperato dall’ingerenza venefica dell’alienazione capitalistica e consumistica, non sarà un problema per l’uomo liberato porre termine alla logica monetaria del vecchio scambio produttivo di plusvalore, rovesciando i termini stessi della ripartizione del plusvalore sociale. Godimento, tempo di lavoro non-alienato minimamente necessario e tempo di non lavoro libero dalle ingerenze del consumismo, consentiranno una condizione superiore di esistenza umana, cui gli individui –ricomposti con se stessi e riappropriatisi collettivamente della facoltà di determinare le proprie forme di esistenza- potranno porsi e risolvere anche un obiettivo impensabile nella società della soddisfazione degli stessi bisogni.

Tutti i bisogni si esprimeranno nella sfera della libertà, e il non-lavoro e il lavoro si trasformeranno in pura attività creatrice. La produzione non sarà più il prezzo del consumo: ambedue saranno i poli di uno stesso atto sociale e personale di creazione” (Dall’alienazione …, p.499).

Queste parole si possono considerare il manifesto riassuntivo della prospettiva societaria di Naville, una sorta di sintetico testamento che non va disgiunto dall’impegno pratico-politico, da lui svolto finché le condizioni di salute lo consentirono. Ai critici potenziali od effettivi di quelle scelte teoriche e di quegli impegni politici, Naville rispose più o meno direttamente nella conclusione dell’intervista che mi concesse nel 1980, già citata, affermando con spirito deciso e ancora incredibilmente giovanile:

Questa è l’epoca ed io sono, modestamente, come la mia epoca. E se vi sono persone o movimenti che trovano di meglio, io non chiedo altro che di poter aderire. Nel frattempo cerco, tuttavia, e cerco molto…”.

(dicembre 2008)

L’articolo di Roberto Massari è reperibile nella sua completezza in:
www.stefano-santarelli.blogspot.it/2011/02/pierre-naville-lautogestione-del.html

  1. Pierre Naville (1904-1993)  scrittore e sociologo francese. Aderisce al surrealismo e diviene condirettore, con Benjamin Peret, dei primi tre numeri di “La revolution surrealiste” partecipando attivamente al movimento di André Breton. Fonda nel 1924 il Bureau de recherches surréalistes. Partecipa alla delegazione che visita Trotsky a Mosca nel 1927 riconoscendosi nelle posizioni dell’Opposizione di sinistra. Verrà quindi espulso dal Partito Comunista Francese nel 1928. Protagonista dell’estrema sinistra francese di orientamento trotzkista, malgrado il suo impegno a fianco di Trotsky in esilio, romperà con la sua corrente nel 1939. Nel dopoguerra diviene direttore al Centre national de la recherche scientifique (1947-74). Si impongono nel dibattito sociologico i suoi studi sul lavoro (Traité de sociologie du travail, in collab. con G. Friedmann, 2 voll., 1962; trad. it. 1963) e sulle conseguenze sociali dell’automazione (L’automation et le travail humain, 1961; Vers l’automatisme social?, 1963; trad. it. 1976). Importanti i suoi contributi sull’autogestione e sull’esistenzialismo. Fino alla morte milita in organizzazioni della sinistra socialista francese.

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