MARX E L’ABOLIZIONE DEL LAVORO

di Uri Zilbersheid

Le vicissitudini dell’idea dell’abolizione del lavoro nell’insegnamento di Marx: una idea che può essere rivitalizzata?

“la rivoluzione comunista… sopprime il lavoro”….“i proletari invece, per affermarsi personalmente, devono abolire… il lavoro”….“non si tratta di liberare il lavoro, ma di abolirlo”   Karl Marx                                           

INTRODUZIONE

Una delle più importanti idee di Karl Marx è quella dell’abolizione del lavoro. Nonostante la centralità di tale concetto nei primi scritti marxiani e, in una certa misura, anche negli ultimi, esso non è stato oggetto di molte discussioni nella letteratura marxista. In effetti, numerosi studiosi occidentali del pensiero marxiano hanno riconosciuto il carattere umanistico dell’insegnamento di Marx, identificando il desiderio di superare l’alienazione, all’interno e all’esterno della produzione, come loro motivo fondamentale. Ciononostante, la radicale visione marxiana – l’abolizione dl lavoro – non ha ottenuto il dovuto riconoscimento. Il pensiero marxiano è votato alla liberazione dell’uomo da ogni forma di asservimento, e l’abolizione del lavoro costituisce un aspetto rilevante di questa liberazione.

Naturalmente, il concetto marxiano dell’abolizione del lavoro è stato preso in considerazione da pensatori di primo piano come Herbert Marcuse [1] e Erich Fromm, [2] i quali cercano di integrarlo nel loro insegnamento, sopratutto nella loro prospettiva socialista. È stato anche discusso, in Israele, da Ygal Wagner [3] e Michael Strauss, [4] non esitando nell’attribuirgli grande importanza. Robert Tucker e Robert Steigerwald andrebbero citati tra gli studiosi che si sono occupati del concetto. Tucker sostiene correttamente che la rivoluzione comunista, come paventata da Marx, dovrebbe costituire “un modo di produzione radicalmente nuovo che abolisce e trascende… il ‘lavoro’ stesso nel senso in cui l’umanità lo ha sempre conosciuto”. [5] L’atteggiamento di Steigerwald nei confronti dell’idea marxiana di abolizione del lavoro, d’altra parte, è negativo. Nel suo libro su Herbert Marcuse, egli rimprovera a quest’ultimo l’aver adottato la “più estrema e ‘escatologica’ delle conclusioni di Marx, da lui in seguito ulteriormente esasperata… ‘l’ida dell’abolizione del lavoro’”. [6] Alcuni aspetti di quest’idea sono stati discussi da Benedito Rodiguesde, Moraes Neto e Bruno Gulli nel corso della conferenza “Marxism 2000” (Amherst, massachusetts, 21-24 settembre 2000). [7] Per quanto mi riguarda, basandomi sulla mia interpretazione degli insegnamenti di Marx, appartengo al filone stabilito da Fromm e, in particolare, da Marcuse.

Né i marxisti né gli studiosi più in generale che hanno trattato il concetto di lavoro di Marx possono essere biasimati per non aver tenuto in debito conto l’abolizione del lavoro, dal momento che, come nota Steigerwald, lo stesso Marx sembrerebbe aver abbandonato una simile idea nei suoi ultimi scritti. Un abbandono dalle conseguenze fatali e di lungo termine per la piena realizzazione della libertà umana. Esso suggerisce, infatti, che non solo la produzione non può essere trasformata in un’attività libera, ma anche che le relazioni sociali di sfruttamento non possono essere abolite.

Al cuore della fase culminante della società comunista, come descritta da Marx nei primi scritti, vi è l’abolizione del lavoro. La più nota abolizione della proprietà privata, dello stato e quella meno conosciuta della divisione del lavoro, sono tutte condizionate all’abolizione del lavoro stesso. In seguito sarà ulteriormente chiarito che abolizione del lavoro non è abolizione della produzione, bensì trasformazione del prevalente modo di produzione in uno del tutto nuovo non più definibile come “lavoro”.

Per Marx la trasformazione dell’attività umana, specificamente l’attività produttiva, in una forma nuova e non alienata è essenziale per il cambiamento della società. Se non modifichiamo la nostra attività, ogni sforzo al fine di creare nuovi rapporti socialisti, e dunque senza sfruttamento, è destinato necessariamente a una regressione allo stato precedente. Naturalmente, una tale regressione non significa inevitabilmente, per fare un esempio, un immediato risorgere del capitalismo. Significa che lo sfruttamento può assumere molteplici forme, anche di tipo “socialista”. Il ripristino del capitalismo può, prima o poi, seguire lo sviluppo di forme di sfruttamento “socialiste”, se gli esperimenti socialisti avvengono in un contesto capitalista. Così ogni ritirata rispetto all’idea dell’abolizione del lavoro è un fattore critico, poiché segna l’inevitabile impossibilità di sopprimere i rapporti di sfruttamento. Sebbene Marx non ha mai effettivamente ammesso l’abbandono della convinzione circa la possibilità di abolire i rapporti di sfruttamento, una simile conclusione, come cercherò di dimostrare, è ineluttabile.

Cosa è, in effetti, l’abolizione del lavoro? Come possiamo comprendere la relazione tra essa e l’abolizione dei rapporti di sfruttamento? Quali sono le possibili ragioni alla base dell’accantonamento da parte di Marx di tale idea? È possibile rivitalizzarla, tenendo conto dei nuovi sviluppi nella tecnologia? Questi sono i quesiti che verranno discussi in questo articolo.

L’ABOLIZIONE DEL LAVORO NEGLI SCRITTI DI MARX

L’IDEA DELL’ABOLIZIONE DEL LAVORO

Nell’Ideologia tedesca, scritto congiuntamente da Marx e Engels nel 1845-46, ma la cui parte antropologico-filosofica e prevalentemente composta da Marx, leggiamo:

[…] in tutte le rivoluzioni sinora avvenute non è mai stato toccato il tipo dell’attività, e si è trattato soltanto di un’altra distribuzione di questa attività , di una nuova distribuzione del lavoro ad altre persone, mentre la rivoluzione comunista si rivolge contro il modo dell’attività che si è avuto finora, sopprime il lavoro […] (die Arbeit beseitigt) [8] 

In un passaggio successivo Marx esprime la stessa idea in forma leggermente diversa:

Mentre i servi della gleba fuggitivi, dunque, volevano soltanto sviluppare e fare affermare liberamente le loro condizioni di esistenza già in atto, e quindi in ultima istanza arrivarono soltanto al lavoro libero, i proletari invece, per affermarsi personalmente, devono abolire la loro propria condizione di esistenza quale è stata fino ad oggi, che in pari tempo è la condizione di esistenza di tutta la società fino ad oggi, il lavoro (die Arbeit aufheben). [9]  

In un altro brano della stessa opera si legge:

Il lavoro è libero in tutti i paesi civili; non si tratta di liberare il lavoro, ma di abolirlo. [10] 

Queste citazioni riflettono la natura radicale della prospettiva adottata da Marx: l’abolizione del lavoro realizzata dal comunismo non è la soppressione del lavoro degli schiavi del modo di produzione antico; né consiste nell’abolizione del lavoro forzato del modo di produzione feudale o di quello asiatico; né equivale all’eliminazione del lavoro salariato del modo di produzione capitalistico. L’ultima citazione indica che la nuova forma di attività produttiva comunista non può essere intesa come la più libera forma di lavoro, ossia, come lavoro democraticamente organizzato dai lavoratori. Il comunismo non dovrebbe essere basato sul lavoro, ma piuttosto su di un nuovo modo di attività produttiva, la quale spezzerebbe la continuità della storia umana – abolirebbe la più elementare forma di produzione, il lavoro, che ha prevalso sin dall’inizio della storia umana, divenendo il fondamento, sotto varie forme, di ogni società basata sullo sfruttamento.

Allo scopo di capire meglio il significato di questo nuovo modo di produzione, identificato con “l’abolizione del lavoro”, dobbiamo esaminare la dottrina di Marx in maniera più approfondita.

Seguendo Aristotele, Marx distingue due tipi di attività umana. Ogni attività del primo tipo rappresenta un mezzo per un fine, un’attività che serve come strumento, uno strumento per raggiungere un determinato scopo posto al di fuori di essa. Attività che funge necessariamente da mediatrice tra il soggetto e il suo fine. Marx la denota, nei suoi primi scritti, come “attività intenzionale” (zweckmaflige Tdtigkeit) o “attività determinata dallo scopo” (zweckbestimmte Tdtigkeit). Questo genere di attività è soggetta a criteri di efficienza; vale a dire, il suo obiettivo dovrebbe essere raggiunto nel termine più breve possibile. Una tale attività può essere abbandonata se il fine prefisso è raggiungibile senza di essa. Seguendo Max Horkheimer e Theodor Adorno, nella filosofia moderna si fa riferimento ad essa come “attività strumentale”. Nello svolgimento di attività materiali strumentali, l’uomo usa il proprio corpo, le sue gambe e le sue braccia, così come i suoi processi mentali – l’attenzione e i pensieri che dirigono l’attività – come mezzi o strumenti. Ossia, egli si riduce a uno strumento, compiendo in tal modo un atto di auto-estraneazione. Dunque la produzione strumentale è alienata. Questa forma di auto-alienazione è un fatto primario dell’esistenza umana, come verrà mostrato in seguito.

Il secondo tipo di attività è frutto del desiderio e viene svolta unicamente per se stessa; vale a dire, l’attività stessa è lo scopo di colui che agisce. Non costituisce un mezzo per un fine; non è percepita in quanto strumento, strumento per conseguire un intento al di fuori essa. Essendo lo scopo stesso del soggetto che la compie, tale attività non è sottoposta a criteri di efficienza e può essere effettuata a piacere. Nei primi scritti Marx si riferisce a una simile attività chiamandola “attività libera”, “attività autonoma” (Selbsttiitigkeit, Selbstbetiitigung). Negli scritti più tardi la definisce “fine in se stessa” (Selbstzweck). Potremmo riferirci a tale attività chiamandola “attività non-strumentale”. La realizzazione di questo secondo tipo di attività, nell’ambito della produzione, equivarrebbe all’abolizione del lavoro.

Agli inizi del suo sviluppo intellettuale Marx non distingue tra i termini “produzione” e “lavoro” (Arbeit). Differenziando la produzione strumentale da quella non-strumentale si riferisce alla prima chiamandola “lavoro alienato” (entfremdete Arbeit) o “lavoro esterno”(entiiufierte Arbeit). Tuttavia, a partire dalla meta dei Manoscritti economico filosofici del 1844, ovvero a partire dal manoscritto “Il rapporto della proprietà privata” inizia a usare la parola “lavoro” solo nel caso della produzione strumentale; la produzione in quanto tale cessa di essere identificata col termine lavoro (Arbeit). Sia il “lavoro alienato” della prima fase che il “lavoro” della successiva denotano la produzione strumentale. Questo punto può essere dimostrato meglio con un’analisi del concetto marxiano della proprietà privata. Per Marx la proprietà privata non è un fatto sociale primario, quanto un fenomeno sociale derivato, sviluppatosi da un determinato tipo di attività umana, e cioè l’attività produttiva alienata. Di conseguenza, inizialmente afferma che “il lavoro estraniato è la causa… della proprietà privata.” [11] Dopo aver modificato la terminologia invece, dice, per esempio, che “il lavoro è l’essenza della proprietà privata” [12]  (che la proprietà privata, o lo sfruttamento, è una manifestazione del lavoro; vale a dire, è il lavoro ad aver ampliato gli scopi dei suoi mezzi, trasformando, in tal modo, altri esseri umani nei suoi strumenti viventi). A parte rare occasioni, Marx non si discosta mai dalla nuova terminologia; deviazioni le quali, peraltro, si verificano per ragioni di convenienza linguistica.  In tal modo la parola “lavoro” a preso a significare produzione strumentale in molti dei suoi scritti. In questo contesto a volte ricorre al termine “industria” (Industrie), non nel significato ordinario, ma in un senso filosofico-antropologico. Esso vuole indicare lavoro, produzione strumentale, o lavoro nel suo stadio più sviluppato, attività produttiva strumentale dotata della tecnologia più avanzata. L’abolizione dell’attività strumentale viene definita come “abolizione del lavoro” (nell’Ideologia tedesca e nei Grundrisse), o meno frequentemente, come “abolizione dell’industria” (Abschaffung der Industrie), o ancora, “liberazione dall’industria” (come nel manoscritto A proposito del libro di Friedrich List «Das nationale System der politischen Ökonomie). [13]

Per Marx il modello di tale nuova attività produttiva, non più identificabile col lavoro, è l’attività artistica. Quando si scrive una poesia, si dipinge un quadro o si scolpisce una statua, queste attività vengono svolte come fini a se stesse. Ci si potrebbe chiedere : “Quando si dipinge o si scolpisce, non sono forse simili attività un mezzo per un fine – la poesia, il quadro o la statua?” La risposta sarebbe che l’attività dell’artista non è un mezzo per un fine, bensì un percorso verso uno scopo che ha in sé il proprio fine. In altri termini, l’attività stessa costituisce un obbiettivo o uno scopo non meno dell’oggetto artistico che produce.

Nei Grundrisse affronta la questione in diversi passaggi, passaggi che fanno luce sulla sua concezione. Così, per esempio, discute la natura dell’attività dell’artigiano medievale. Questa era solita conservare la dimensione della creatività che ne riduceva sostanzialmente il carattere strumentale: “Qui il lavoro stesso è ancora per meta artistico, per meta fine a se stesso (Selbstzweck) ecc. Maestria.” [14]  In questo passo Marx  definisce chiaramente l’attività artistica come avente il proprio fin in se stessa, ovvero come attività non-strumentale. La produzione non-strumentale libera, dunque, dovrebbe essere, in tutto e per tutto, di carattere artistico.

Anche il gioco rappresenta un modello per l’attività non-strumentale, tuttavia, contrariamente a ogni tipo di attività artistica materiale (gegenstandlichen), contemplata da Marx, esso non crea niente, non produce risultati materiali. Come tale, il gioco non può servire come paradigma della produzione non strumentale. In più, il gioco è una forma di svago, laddove l’attività artistica comporta, non di rado, un enorme sforzo intellettuale perché una nuova creazione – un dipinto, una statua, un poema, una sinfonia – veda la luce. Marx, pertanto, respinge l’idea di trasformare il lavoro in gioco. In tale contesto, egli elogia Fourier per aver espresso l’idea del “superamento (Aufhebung)… del modo di produzione stesso in una forma superiore” [15] Per quanto il termine tedesco “Aufhebung” significhi sia “abolizione” che “superamento”. Marx qui gioca con le parole, affermando che l’abolizione del lavoro non è l’abolizione della produzione, quanto la soppressione di un modo di produzione, e lavoro, inferiore, a vantaggio della creazione di una più alta forma di produzione, non basata sul lavoro.

Il modello di una forma di produzione superiore e non-strumentale proposto da Fourier non può, dunque, essere accolta: “Il lavoro non può divenire gioco, come vuole Fourier”. [16]  Marx, inoltre, parla di creare nuove condizioni, soggettive e oggettive, “affinché il lavoro sia lavoro attraente, autorealizzazione dell’individuo, il che non significa affatto che esso sia un puro spasso, un puro divertimento, come lo concepisce con estrema ingenuità e frivolezza Fourier. Un lavoro realmente libero, ad esempio il comporre, è al tempo stesso dannatamente serio e comporta uno sforzo intensissimo.” [17]

Ma perché mai dovremmo trasformare il modo di produzione? Perché dovremmo abbandonare i criteri di efficienza, i più tipici e definitivi dell’attività strumentale, a favore di altri criteri, come l’esperienza della produzione artistica e il godimento artistico?

IL RAPPORTO TRA LAVORO E PROPRIETÀ PRIVATA                                                                 

Secondo Marx il lavoro, l’attività produttiva strumentale, è la causa degli ottundenti rapporti di sfruttamento prevalenti nella società umana. Lo sfruttamento (“la proprietà privata” intesa come proprietà esclusiva dei mezzi di produzione), la divisione sociale del lavoro e lo stato non sono fatti sociali primari. Né sono una successiva e volontaria creazione umana, non influenzata dalle modalità basilari dell’attività produttiva. Per Marx esse si sono sviluppate come risultato – o meglio, indiretta, non intesa conseguenza sociale – del lavoro.  [18] Perciò, è possibile abolire tali relazioni sociali se si abolisce la causa – il lavoro. Una simile ragionamento può essere illustrato esplorando l’evoluzione dello sfruttamento è, quindi, della proprietà privata.

In Marx il lavoro – o il “lavoro alienato”, come lo definisce in primo luogo – non è il risultato dello sfruttamento, ma piuttosto un fenomeno assai precoce, presente sin dagli albori della storia umana. Fin dal giorno in cui l’umanità ha iniziato a produrre consciamente, essa ha concepito la propria attività come un mezzo atto a raggiungere un fine, come attività strumentale – attività alienata. Ricorrendo ai termini “lavoro” e “industria” per indicare la produzione strumentale, Marx afferma che “ogni umana attività è stata sinora lavoro, e quindi industria, cioè attività resa estranea a se stessa.” [19]

Nell’articolo “Il lavoro estraniato” (incluso nei Manoscritti economico-filosofici del 1844) Marx usa chiaramente la locuzione “lavoro esterno” (enkitifierte Arbeit) come un altro modo per designare la produzione alienata.

L’analisi di questo concetto [il lavoro esterno] dimostra che nonostante la proprietà privata sembri essere la ragione, la causa, del lavoro esterno, ne costituisce piuttosto la conseguenza… [20]

Una tale affermazione esclude qualsiasi tentativo di spiegare lo sviluppo della produzione alienata e strumentale come risultato della proprietà privata dei mezzi di produzione. La spiegazione, dunque, dovrebbe prendere la produzione alienata, e non lo sfruttamento quale punto di partenza.

Il lavoro, vale a dire la produzione strumentale e alienata, ha quindi due tip i di risultati: quelli desiderati e pianificati e quelli non voluti. I primi sono i prodotti finali che erano l’obiettivo della produzione sin dall’inizio. In quanto obiettivo, un risultato desiderato esiste in primo luogo idealmente, come un’immagine nella mente del produttore immediato, e come tale avvia il processo di produzione. I risultati non intenzionali sono dei processi, con le loro conseguenze, i quali sono provocati indirettamente dal lavoro.

Per indicare i risultati non voluti del lavoro, Marx usa spesso il termine tedesco “naturwiichsig”. Nel suo significato più semplice, al quale lo stesso Marx a volte ricorre, può essere tradotto con “cresciuto naturalmente” o “autenticamente naturale”. Tuttavia, per quanto riguarda il particolare significato marxiano, ossia designare i risultati indiretti del lavoro, dovrebbe essere tradotto con “apparentemente naturale” o “come se fosse naturale”. [21] Così, rapporti sociali come lo sfruttamento, la divisione sociale del lavoro e lo stato (la relazione governamentale), sono risultati “apparentemente naturali” del lavoro. Ciò significa che essi sono visti come fenomeni naturali della società umana, e potrebbero essere percepiti dalla coscienza umana comune come forze sociali naturali, forze che governano la vita umana non meno del clima e della struttura geologica della terra. ciononostante, si tratta di “prodotti” umani, per quanto non volontariamente scelti e creati, e dunque possono, in determinate circostanze, essere aboliti. In tale contesto Marx parla di “società apparentemente naturale” e, in relazione alla divisione sociale del lavoro di “attività che non è divisa volontariamente ma apparentemente in modo naturale”. [22]

Engels getta un po’ più di luce circa questo punto in un articolo largamente dimenticato “Il contributo del lavoro all’evoluzione dell’uomo dalla scimmia”, scritto nel 1876 e pubblicato nel 1895. Fino ad oggi tutti i modi di produzione, scrive, si sono basati sul “raggiungere l’effetto più immediato e utile del lavoro”. [23] Effetto utile che è sia il prodotto finale da consumare o un determinato stadio intermedio, necessario alla produzione del prodotto finale, come un sistema d’irrigazione o un terreno coltivabile. Questo modo di plasmare la produzione può comportare, indirettamente, cambiamenti nella natura e nella società umane di vastissima scala. Engels parla di “impatto imprevisto (Wirkungen)”, gli “effetti naturali remoti (Wirkungen)”, e gli “effetti sociali remoti” del lavoro. [24] Egli discute prima gli effetti indiretti del lavoro sulla natura, come i mutamenti nella struttura fisiologica dei terreni agricoli e i danni ecologici. Successivamente tratta l’impatto indiretto del lavoro sulla società umana, affermando che lo sfruttamento si è sviluppato come effetto indiretto del lavoro sui rapporti sociali:

Nell’attuale modo di produzione [intendendo con ciò il lavoro, e non il modo di produzione capitalistico il quale è la moderna manifestazione del lavoro] consideriamo – in relazione alla natura e alla società – solo gli immediati e tangibili risultati; salvo rimanere sbalorditi che gli effetti più remoti (Nachwirkungen) delle azioni dirette a tal fine si rivelano ben diversi,  se non del tutto opposti… che la proprietà privata basata sul proprio lavoro si sviluppi necessariamente nell’assenza di proprietà per i lavoratori, mentre tutti gli averi si concentrano sempre più nelle mani dei non lavoratori… [25]

In ogni caso, Engels in questo articolo [26] non elabora ulteriormente circa circa le modalità specifiche attraverso le quali lo sfruttamento si è sviluppato come effetto indiretto dl lavoro. Il famoso L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato non è un testo filosofico-antropologico e non può essere di grande aiuto in questa ricerca.

Negli scritti di Marx si possono trovare tre diverse spiegazioni sullo sviluppo storico, e apparentemente naturale, dello sfruttamento. Esse possono essere anche considerate come tre aspetti della stessa spiegazione. La prima e la seconda compaiono, prevalentemente, nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, spesso nello stesso articolo, “Il lavoro estraniato”. A volte tali aspetti si sovrappongono l’un l’altro. La terza appare nell’Ideologia tedesca e in scritti successivi, in particolare nei Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica del 1857-58 meglio noti come Grundrisse (la prima parola del titolo tedesco). Soffermiamoci sulla prima spiegazione.

L’attività strumentale non è soltanto una relazione autonoma – ossia, un’attività nella quale il soggetto usa se stesso, il proprio corpo , la propria anima, come mezzi per un fine – ma è anche una relazione col mondo esterno. In tale attività, l’ambiente, la natura, viene percepita e trattata come un complesso di mezzi, sotto forma di strumenti e materiali utili a raggiungere l’obbiettivo finale – il prodotto desiderato. La natura non è concepita come qualcosa di cui godere nel processo di produzione, come, per esempio, valori d’uso diversificati, dai quali trarre un’esperienza estetica nel contesto di un modo di produzione artistico. in questo contesto Marx parla di “rapporto estraneo con la natura” e di “autoestraniazione dell’uomo da sé e dalla natura”. Inoltre, anche gli altri esseri umani sono parte dell’ambiente, della natura, e dunque l’uomo li vede e li tratta come mezzi per un fine, esattamente come strumenti viventi. In questo modo si sviluppa lo sfruttamento. Esso, nella sua essenza, è l’uso di altri esseri umani quali mezzi utili al raggiungimento di un fine, e tale uso è conseguenza della produzione strumentale – del lavoro.

In base alla seconda spiegazione, il lavoro – “lavoro alienato” come Marx lo definisce inizialmente – o produzione strumentale, è autoestraniazione, e implica autoasservimento. Nel momento in cui l’uomo usa se steso, il proprio corpo, le forze della sua mente, come mezzi, egli si priva di una vita libera e spontanea. In altre parole, non vede, e non sperimenta, la sua attività come una forma di sviluppo ricca e autonoma, come fonte di gioia, bensì come azione utilitaria. Marx esprime tutto ciò affermando che l’uomo quando lavora rivolge la sua “attività vitale”, la sua “vita produttiva”, in un mezzo per la sua “esistenza fisica”. Quanto più il lavoro diviene lungo e intensivo sulla scia della moltiplicazione dei bisogni, tanto più l’autoasservimento si accresce, diventando sempre più duro. Uno degli aspetti di questo fenomeno è costituito dall’assoggettamento dell’uomo alle “leggi” del prodotto, rendendo quest’ultimo il “padrone” del processo di produzione. Una situazione risultante dalla riduzione dell’uomo a mezzo, e contemporaneamente, del conferimento al prodotto dello status di unico fine nell’ambito della produzione. Il fine, come già osservato da Aristotele nell’Etica nicomachea, [27] ha un valore superiore ai mezzi – strumenti e azioni – utili a raggiungerlo. Naturalmente, l’uomo, posto al di fuori della produzione, ne costituisce il fine ultimo. Tuttavia, una volta che identifica un prodotto quale fine della produzione – come scopo cui ambisce un determinato atto di produzione – egli deve, trovandosi nella condizione di un mezzo, adattare se stesso ai “requisiti” di tale prodotto. Nel CapitaleMarx approfondisce questo stato di autoasservimento:

Non che egli effettui soltanto un cambiamento di forma dell’elemento naturale; egli realizza nell’elemento naturale, allo stesso tempo, il proprio scopo (Zweck), da lui ben conosciuto, che determina come legge il modo del suo operare, e al quale deve subordinare la sua volontà. E questa subordinazione non è un atto isolato. Oltre lo sforzo degli organi che lavorano è necessaria , per tutta la durata del lavoro, la volontà conforme allo scopo, che si estrinseca come attenzione: e tanto più è necessaria, quanto meno il lavoro (Arbeit), per il proprio contenuto e per il modo di esecuzione, attrae a sé l’operaio, quindi quanto meno questi gode come giuoco delle proprie forze fisiche e intellettuali. [28] (enfasi aggiunta) 

L’uomo, allora, cerca di sbarazzarsi di questo autoasservimento e lo impone ai suoi simili. Si può sostenere che l’uomo possiede un’intrinseca tendenza a liberarsi dall’attività strumentale, e laddove tale attività appare necessaria (come nella vita economica), a imporre quegli aspetti di essa nei quali “si sente non soddisfatto, ma infelice” [29] ai propri simili. Altri esseri umani possono essere trattati duramente da me, essere esposti a pene e sofferenze. D’altra parte, dialetticamente, il modo in cui io tratto me stesso rende più facile al mio prossimo impadronirsi della mia attività, usarmi e assoggettarmi alle leggi del suo stesso prodotto. In questo modo emerge lo sfruttamento. Marx formula questa concezione, in diversi modi, nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, concezione che può essere intesa sia come descrizione di un vero e proprio sviluppo storico, sia come analisi della logica interna di un rapporto sociale esistente:

Se l’uomo si contrappone a se stesso, l’altro uomo si contrappone a lui. Quello che vale del rapporto dell’uomo col suo lavoro, col prodotto del suo lavoro e con se stesso, vale del rapporto dell’uomo con l’altro uomo, ed altresì col lavoro e con l’oggetto del lavoro dell’altro uomo. [30] (enfasi nell’originale)

Col lavoro estraniato l’uomo costituisce quindi non soltanto il suo rapporto con l’oggetto e con l’atto della produzione come rapporto, con forze estranee ed. ostili; ma costituisce, pure il rapporto in cui altri uomini stanno con la sua produzione e col suo prodotto, e il rapporto in cui egli sta con questi altri uomini. Come l’uomo fa della propria produzione il proprio annientamento, la propria punizione, come pure fa del proprio prodotto una perdita, cioè un prodotto che non gli appartiene, cosi pone in essere la signoria di colui che non produce, sulla produzione e sul prodotto. Come egli rende a sé estranea la propria attività, cosi rende propria all’estraneo l’attività che non gli è propria. [31] 

Come dimostrano queste citazioni, la seconda spiegazione fornita da Marx, a proposito dello sviluppo dello sfruttamento, sottolinea come l’uso dei propri simili come mezzi, come strumenti, nel processo di produzione, sia un risultato del rapporto che l’uomo intrattiene con se stesso in quanto strumento, ovvero, una conseguenza della produzione alienata e strumentale.

Marx afferma, inoltre, con parole che possono valere per entrambe le spiegazioni, che quando un altro uomo vuole utilizzarmi come mezzo per un fine  trova, essendo già io abituato a considerare me stesso un mezzo nella produzione, uno strumento pronto. in altre parole: egli non ha bisogno di trasformare in un mezzo un essere umano la cui attività non è, per sua stessa natura, tale, bensì un fine in sé; egli semplicemente trova dinnanzi a sé uno strumento vivente e se ne impossessa. La forma strumentale, alienata della mia attività ne facilita l’uso da parte di altri esseri umani. [32]

Andrebbe sottolineato, come lo stesso Marx a cura di fare, che liberando se stesso dall’autoasservimento, il quale è un aspetto del lavoro, e imponendo l’asservimento al suo prossimo, l’uomo non si libera dall’alienazione. La sua nuova attività, ossia lo sfruttamento, “l’attività della proprietà privata”, come la definisce Marx, è attività strumentale, un mezzo per il raggiungimento di un fine – il prodotto finale del processo di produzione (come nella sistema schiavistico e nel feudalesimo) o il profitto finanziario (come nel capitalismo). Come tale è un’attività alienata. Alienazione non equivale a sofferenza e perdita della libertà economica.

La classe proprietaria e la classe proletaria presentano la stessa forma di autoestraniazione (Selbstentfremdung). Ma la prima si trova a proprio agio e rafforzata da tale autoestraniazione, essa vede l’alienazione come la sua propria potenza e ha in essa la parvenza di un’esistenza umana. La seconda, invece, si sente annientata nell’alienazione; vi vede la propria impotenza e la realtà di un’esistenza disumana. [33] (enfasi nell’originale)

Ci rivolgeremo ora alla terza spiegazione fornita da Marx a proposito dello sviluppo dello sfruttamento.

Il criterio cardine del lavoro, come di ogni attività strumentale, è l’efficienza. [34] Ciò significa che i prodotti devono essere prodotti o ottenuti nel modo più breve possibile. Con la crescita della comunità e la moltiplicazione dei bisogni, questo criterio può consistere nella produzione del maggior numero di prodotti possibile nel tempo più breve possibile. Sollecitato da questa urgenza, l’uomo è ala ricerca permanente di nuovi mezzi di produzione, sia espandendo quelli esistenti – nuovi suoli, nuovi terreni di caccia e così via- o inventando nuove tecniche e strumenti. Una delle principali misure è la conquista di nuove terre, solitamente da parte di una comunità unita. Marx descrive la guerra in questo contesto come “il grande lavoro comunitario”(grund. ed. ita. p. 455) Come tale è finalizzata all’acquisizione di nuovi mezzi di produzione, nuove terre e via dicendo, oppure a difendere quelli già esistenti. Il modo più efficace per estendere i mezzi di produzione consiste nella conquista delle terre già coltivate dai nativi. Si tratta della conquista di un complesso mezzo di produzione il quale comprende delle “componenti” umane. I conquistatori vedono questi esseri umani come “appendici organiche del suolo”, come “condizioni naturali” al pari di alberi o bestiame, della loro produzione. Il primo tipo di proprietà privata, e dunque di sfruttamento, è la proprietà della terra – la schiavitù e il feudalesimo. Va aggiunto che i singoli sfruttatori considerano se stessi come organi, o parti, della comunità suprema, la tribù, lo stato, e che la proprietà privata individuale, lo sfruttamento individuale, vengono intesi e praticati in quanto mediati e assoggettati alla proprietà comunitaria suprema – la proprietà tribale o statale. Marx definisce questo genere di proprietà, in modo assai inusuale,  come “proprietà privata comunitaria”. Attraverso tale definizione si intende che la comunità agisce come sfruttatore supremo, vale a dire, come sfruttatore di un’altra comunità. [35]

In due dichiarazioni che possono essere intese come sintesi delle tre spiegazioni dell’emergere della proprietà privata, Marx afferma:

[…] nel rapporto dell’operaio con la produzione è incluso tutto intero l’asservimento dell’uomo, e tutti i rapporti di servaggio altro non sono che modificazioni e conseguenze del primo rapporto. [36]  Il lavoro è qui ancora una volta la cosa principale, il potere sopra gli individui, e fin tanto che questo esiste, deve esistere la proprietà privata. [37] (enfasi nell’originale) 

La proprietà privata, o lo sfruttamento, favorisce l’alienazione, ossia la strumentalità. Una delle sue forme, il capitale industriale, spinge quest’ultima al suo culmine. In questo contesto Marx descrive la proprietà privata quale costituente o determinante del lavoro. [38] Tuttavia, in ultima analisi, essa è il risultato del lavoro. E dal momento che la proprietà privata è una manifestazione del lavoro, essa è “il mezzo (mittel) con cui il lavoro si aliena”. [39] (enfasi nell’originale)

IL RAPPORTO TRA ABOLIZIONE DEL LAVORO E ABOLIZIONE DELLA PROPRIETÀ PRIVATA                                                                                                                                                        

Se il lavoro, inteso come produzione strumentale, è la causa della proprietà privata, essa non può essere abolita senza l’abolizione del primo. Detto in altri termini, se un certo modo di attività costituisce la causa di una certa relazione sociale, l’abolizione di quell’attività porterà con sé l’abolizione della relazione sociale. Nel manoscritto “Il lavoro estraniato” per esempio, Marx afferma (servendosi ancora della locuzione “lavoro estraniato” per indicare la produzione strumentale),

il lavoro estraniato è la causa immediata della proprietà privata. Con l’uno deve quindi cadere anche l’altra. [40] 

nel manoscritto A proposito del libro di Friedrich List «Das nationale System der politischen Ökonomie (1846, pubblicato nel 1972, quasi novant’anni dopo la sua morte) Marx sostiene,

Dobbiamo attaccare la proprietà privata non solo in quanto stato di cose materiale [come proprietà di oggetti], ma anche la proprietà intesa come attività, come lavoro, se vogliamo infligergli un colpo mortale… L’abolizione della proprietà privata diverrà una realtà quando la percepiremo come abolizione del “lavoro”, un abolizione diventata naturalmente possibile grazie al lavoro stesso, vale a dire con l’attività materiale della società [ossia, attraverso le conquiste tecnologiche della produzione sociale]. [41] (ultima enfasi aggiunta)

All’interno di una discussione teorica più ampia, Marx dice che la trasformazione della produzione strumentale in produzione non-strumentale comporta l’abolizione delle indirette, e apparentemente naturali, conseguenze sociali del lavoro. Egli sostiene che il comunismo è il primo movimento sociale che abolisce “tutte le apparentemente naturali (naturwuchsigen) premesse” della società umana, dunque, la proprietà privata, la divisione sociale del lavoro e lo stato. Ciò non avviene attraverso modalità puramente politiche o economiche, che potrebbero essere necessarie come precondizione, bensì abolendo la forma più elementare di alienazione. Gli uomini non saranno mai in grado di modellare liberamente le loro relazioni sociali a  meno che non aboliscano la più basilare forma di produzione sinora esistente, il lavoro, la quale porta necessariamente varie forme di dominazione, fintanto che ci atteniamo ad essa.

Soltanto a questo stadio la manifestazione personale coincide, ciò corrisponde allo sviluppo degli individui in individui completi e alla eliminazione di ogni residuo naturale (Naturwiichsigkeit); e vi corrispondono poi la trasformazione del lavoro in manifestazione personale e la trasformazione delle relazioni fin qui condizionate nelle relazioni degli individui in quanto tali. [42] (enfasi aggiunta) 

L’abolizione della proprietà privata è l’abolizione di un “remoto effetto”, apparentemente naturale, del lavoro. La spiegazione specifica può essere la seguente.

Come abbiamo visto, la proprietà privata è un’attività di tipo strumentale, e in quanto tale la sua struttura rassomiglia a quella del lavoro. Tale similarità conduce Marx a definire la proprietà privata come una forma di lavoro, nella quale una persona si serve di una combinazione di oggetti naturali e artificiali e di altre persone, ossia, “oggetti” umani, mezzi per un fine. Questa relazione strumentale con gli altri esseri umani è un risultato indiretto del lavoro. Modificando o abolendo il lavoro, dunque, modifichiamo o aboliamo la proprietà privata. Nel momento in cui gli uomini smettono di produrre strumentalmente essi cessano di relazionarsi all’ambiente naturale e umano come mezzo per un fine, mettendo fine, in tal modo, alle relazioni sociali strumentali. Come abbiamo visto in precedenza, Marx considerava il nuovo modo di produzione – equivalente alla “abolizione del lavoro” – come analogo all’attività artistica. Attività artistica che ha, come egli sottolinea,  il proprio fine in se stessa, un’attività eseguita per se stessa. Quando gli esseri umani producono artisticamente, per così dire, invece che strumentalmente, non sono soggetti a criteri di efficienza. Pertanto, essi non considerano né trattano il loro ambiente, e quindi gli oggetti naturali o gli esseri umani, quali mezzi per u fine. Quando gli oggetti naturali si trasformano in momenti di attività creativa, gli esseri umani possono cooperare in una simile attività. Laddove la mia attività non è una forma di autoasservimento ma di autorealizzazione, quando viene svolta per se stessa, non sono spinto a cercare vie per sbarazzarmi di essa e imporla ai miei simili, anche se richiede un grande sforzo fisico e intellettuale. In altre parole, tramite un’appropriazione dei mezzi di produzione universale, multilaterale (da Marx spesso definita “totale”), non strumentale – un’appropriazione per operare non secondo criteri di efficienza ma secondo quelli dell’esperienza estetica – la proprietà privata cessa di esistere. 

Marx respinge l’idea che il lavoro non possa essere organizzato senza sfruttamento, cioè che la produzione dominata da criteri efficentisti possa essere pianificata in maniera realmente democratica secondo principi di uguaglianza sociale e al di fuori della produzione. Solo la produzione non strumentale può veramente essere organizzata come “economia partecipativa” o come una “economia non di mercato, democraticamente pianificata” (se è lecito ricorrere a dei concetti moderni). Marx si spinge a sostenere che fino a quando i criteri di efficienza domineranno i nostri calcoli, il capitalismo, basato sulla libera concorrenza, sarà più efficiente di qualsiasi altra formazione sociale.

Una dei più grandi equivoci consiste nel parlare di lavoro libero, umano e sociale, di lavoro senza proprietà privata. “Il lavoro” nella sua vera natura (Wesen) non è libero, umano ne tanto meno una forma di attività sociale, è determinato dalla proprietà privata e la crea… Un “organizzazione del lavoro”, pertanto, è una contraddizione. La migliore organizzazione che possa preservare il lavoro è l’organizzazione presente, la libera concorrenza, la dissoluzione di tutte le precedenti organizzazione apparentemente “sociali”. [43] (enfasi nell’originale)

La frase chiave in questo passaggio sostiene “l’organizzazione del lavoro è una contraddizione”. Il che significa, innanzitutto, che ogni tentativo di eliminare lo sfruttamento organizzando il lavoro – quindi la produzione sotto forma di lavoro – in modo egualitario (ovvero, applicando la “razionalità” come segno di giustizia sociale) sarebbe necessariamente destinato a fallire. Significa, inoltre, che la tanto prediletta concezione dell’organizzazione del lavoro presume che quest’ultimo divenga più efficiente (o più razionale in termini di efficienza) rimuovendo la concorrenza economica, ossia l’anarchia del libero mercato, la quale costituisce un fattore altamente inefficiente nell’economia moderna. tuttavia, laddove una simile concezione viene  realizzata, si stabilisce un’economia meno efficiente, poiché l’anarchia del mercato – nonostante le sue crisi cicliche derivanti dalla mancanza di coordinamento tra produzione e consumo – è la più efficiente “organizzazione” del lavoro.

Il lavoro è all’origine dell’egoismo economico. Quando agiamo strumentalmente, come facciamo nella sfera economica nel momento in cui impostiamo la produzione come lavoro, consideriamo e trattiamo i nostri simili sia come mezzi per raggiungere un fine, sia come ostacoli da rimuovere (come “mezzi negativi” se così mi possiamo esprimerci). Vale a dire, agiamo egoisticamente. La proprietà privata, o lo sfruttamento, come si è visto, è una manifestazione del lavoro, ossia, è il lavoro che ha ampliato lo spazio dei propri mezzi. Otteniamo il massimo da qualsiasi attività quando agiamo secondo la sua logica interna. Dunque, otteniamo il massimo dal lavoro, o dalle sue manifestazioni, quando agiamo sulla base dell’egoismo economico. Marx suggerisce che il moderno capitalismo industriale rappresenta la piena realizzazione dell’essenza della proprietà privata, ovvero del lavoro.

La diminuzione dell’interesse del denaro, che Proudhon considera come soppressione del capitale e come tendenza alla socializzazione del capitale, è quindi se mai soltanto un sintomo immediato della completa vittoria del capitale che lavora sulla ricchezza che sperpera, cioè la trasformazione di ogni proprietà privata in capitale industriale – la completa vittoria della proprietà privata sulle sue qualità apparentemente ancora umane e il completo asservimento del proprietario privato all’essenza della proprietà privata, il lavoro. [44] (enfasi aggiunta) 

Se il capitalismo industriale è la piena realizzazione del lavoro, allora il moderno capitalismo industriale è la più efficiente forma di lavoro. Le formazioni socialiste concepite come nuove forme di lavoro saranno, dunque, sempre meno efficienti del moderno capitalismo.

Il socialismo sovietico ha fallito non a causa dell’incapacità di trovare, o inventare, un adeguato sistema di pianificazione, o sofisticati mezzi e tecniche di calcolo (per esempio, la pianificazione computerizzata), ma perché rappresentava un’organizzazione del lavoro. Inevitabilmente si è evoluto verso una nuova forma di sfruttamento, un nuovo tipo di “proprietà privata comunitaria”, una proprietà privata statuale. Il socialismo sovietico può ragionevolmente essere visto come una moderna forma di dispotismo orientale, come un modo di produzione, e sfruttamento, basato sulla negazione della proprietà privata (individuale) dei mezzi di produzione. [45] Nel suo tentativo di organizzare il lavoro su scala nazionale si è dimostrato meno efficiente del modo di produzione capitalistico. In breve, il lavoro, come attività strumentale, è sia egoistico (relazionandosi agli altri esseri umani in quanto mezzi per un fine), che destinato a produrre effetti sociali indiretti e naturali. Come tale, frustrerà sempre ogni tentativo per pianificarlo e organizzarlo sistematicamente su scala sociale.

TECNOLOGIA NON STRUMENTALE                                                                                                     

Uno dei principali aspetti dell’abolizione del lavoro è  l’eliminazione del carattere strumentale della tecnologia. Eliminazione – definita da Marx, in senso antropologico-filosofico, come “abolizione dell’industria” (Abschaffung der Industrie) o “liberazione dall’industria” (Befreiung von der Industrie) – che potrebbe trasformare le macchine e il macchinismo, dal loro ruolo come mezzi e complessi meccanici dell’attività strumentale, in occasione di attività non strumentale e creativa. L’idea di dell’abolizione della tecnologia strumentale si basa su quella della trasformazione della produzione in attività artistica, anche se Marx non approfondisce ulteriormente questo punto. Una produzione modellata in senso artistico non può essere realizzata senza mutare le macchine in un complesso meccanico da utilizzare come componente di un’attività libera. È importante sottolineare che l’idea marxiana dell’abolizione dell’industria non significa abolizione di una produzione tecnologica altamente sviluppata, un ritorno a un primitivo stato di natura, bensì trasformazione della produzione in attività non strumentale tecnologicamente sviluppata.

A un livello molto alto di sviluppo delle forze produttive i criteri di efficienza perderanno ogni significato reale, essendo ogni flusso di prodotti in grado di soddisfare i bisogni umani. Non verranno più costruite macchine col solo obiettivo di raggiungere un fine, ma come occasione di attività creativa, ossia come attività basate su altri criteri, come l’autorealizzazione e la bellezza (soddisfazione estetica per il prodotto creato e l’ambiente). Marx non ha sviluppato l’aspetto tecnologico dell’idea dell’abolizione del lavoro per ragioni che verranno esaminate nei capitoli successivi.

L’ABBANDONO DELL’IDEA DI ABOLIZIONE DEL LAVORO DA PARTE DI MARX

Nella fase tarda del lavoro scientifico di Marx diviene sempre più evidente la tendenza a abbandonare l’idea di abolizione del lavoro. In alcuni casi, per esempio nel Capitale, egli rinuncia completamente a tale concetto, asserendo che la produzione non può essere trasformata in attività autonoma, vale adire, che non può venire liberata dalla sua forma di lavoro, e dunque non può costituire la base della libertà umana. In altri scritti, tuttavia, ricorre ancora all’idea dell’abolizione del lavoro. In effetti, le opere dell’ultimo Marx, spesso presentano una descrizione contraddittoria della società futura, sostenendo, e al contempo sottraendovisi, l’idea dell’abolizione del lavoro. Sembrerebbe che a seguito di nuove “conoscenze”, Marx tenda a accantonare l’idea. Ciononostante, come fosse consapevole delle conseguenze di questa svolta per la prospettiva dell’abolizione dei rapporti di sfruttamento, egli esita di fronte a un completo ritiro da quest’idea.

Nei Grundrisse, scritti ne 1857-58, Marx conserva l’idea dell’abolizione del lavoro. In quest’opera fondamentale, spesso considerata come la prima bozza del Capitale, egli afferma:

In quanto aspirazione incessante alla forma generale della ricchezza, il capitale spinge però il lavoro oltre i limiti del suo bisogno naturale (Naturbediirftigkeit), e in tal modo crea gli elementi materiali per lo sviluppo di una individualità ricca che è universale nella produzione quanto lo è nel suo consumo, di un’individualità il cui lavoro perciò non si presenta nemmeno più come lavoro, ma come pieno dispiegarsi dell’attività stessa, di un’attività nella quale la necessità naturale nella sua forma immediata è scomparsa… [46] (enfasi aggiunta) 

In un altro passaggio Marx parla di una fase superiore dello sviluppo umano, nella quale l’incremento del tempo libero sarà dominato “un’attività più elevata”, o dal “pieno sviluppo dell’individuo”, creando in tal modo un “altro soggetto”, vale a dire, un essere umano che non può fare a meno di modellare la propria attività in maniera non strumentale.

L’uomo rientra nella produzione e vi prende parte come soggetto differente, riplasmandola e effettivamente abolendo “l’astratta antitesi” tra tempo libero e tempo di lavoro. [47] Per Marx, come visto più sopra, l’eliminazione di questa antitesi può essere conseguita rimodellando la produzione come attività artistica.

Un anno dopo questa illuminante discussione nei Grundrisse, Marx sembra aver cambiato bruscamente idea riguardo la possibilità di abolire il lavoro. In Per la critica dell’economia politica, pubblicato nel 1859, Marx sostiene:

Come attività conforme allo scopo (zweckmdflige Tiitigkeit) di adattare l’elemento naturale in una forma o nell’altra, il lavoro condizione naturale dell’esistenza umana, è una condizione del ricambio organico fra uomo e natura. [48] (enfasi aggiunta) 

Qui Marx definisce il lavoro come “attività conforme allo scopo”, attività utile, attività che non ha il proprio fine in se stesa – attività strumentale dunque. La caratterizzazione come lavoro della produzione, ossia, la sua struttura strumentale, che costituisce un fattore primario, non può essere modificata dallo sviluppo storico umano. In altre parole, anche in una società altamente sviluppata dal punto di vista tecnologico, gli esseri umani non sono liberi di scegliere le modalità più basilari della loro attività produttiva. Il comunismo, per quanto non menzionato esplicitamente, non fa eccezione.

Nel Capitale, scritto prevalentemente tra il 1864 e il 1867, la tendenza a abbandonare l’idea dell’abolizione del lavoro si intensifica. Pertanto, nella prima parte del suo capolavoro Marx afferma:

Il processo lavorativo, come l’abbiamo esposto nei suoi movimenti semplici e astratti, è attività finalistica (zweckmaBige Tatigkeit) per la produzione di valori d’uso, appropriazione degli elementi naturali per i bisogni umani, condizione generale del ricambio organico fra uomo e natura , condizione naturale eterna della vita umana; quindi è indipendente da ogni forma di tale vita e, anzi, è comune egualmente a tutte le forme di società della vita umana. [49] 

In un altro passaggio troviamo grosso modo la stessa formulazione. Marx enfatizza il fatto che il lavoro, definito come “attività produttiva finalizzata”, è una “necessità naturale eterna” (ewige Naturnotwendigkeit), vale a dire, “una condizione dell’esistenza, indipendente da ogni forma di società”. [50] Entrambe le formulazioni esprimono la medesima idea: il lavoro come forma di produzione non può essere abolito. Gli esseri umani devono fare i conti con tale caratteristica della produzione, esattamente come devono farli col dominio delle forze naturali: In ogni forma di società, persino nella fase più avanzata del comunismo, l’uomo è costretto a plasmare la propria attività produttiva come lavoro.

La tendenza a abbandonare l’idea di abolizione del lavoro raggiunge il suo picco in un noto passaggio del terzo libro del CapitaleMarx individua due differenti sfere dell’attività umana, il “regno della necessità” e il “regno della libertà”:

Di fatto, il regno della libertà comincia soltanto là dove cessa il lavoro determinato dalla neccessità e dalla finalità esterna (auBere ZweckmaBigkeit); si trova quindi per sua natura oltre la sfera della produzione materiale vera e propria… La libertà in questo campo può consistere soltanto in ciò, che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come da una forza cieca; che essi eseguono il loro compito con il minore possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa. Ma questo rimane sempre un regno della necessità. Al di là di esso comincia lo sviluppo delle capacità umane, che è fine a se stesso (Selbstzweck) , il vero regno della libertà, che tuttavia può fiorire soltanto sulle basi di quel regno della necessità. Condizione fondamentale di tutto ciò è la riduzione dlla giornata lavorativa. [51] (enfasi aggiunta) 

Qui, come nei primi scritti e nei Grundrisse, la più alta forma di libertà consiste nelle attività non strumentali. Nel primo libro del Capitale Marx definisce le molteplici attività fini a se stesse come “il pieno e libero sviluppo di ogni individuo”. [52] Il regno della libertà abbraccia tutte queste attività. Il regno della necessità, viceversa, consiste di inevitabili attività strumentali. Per Marx la più forte e autentica aspirazione umana è quella di essere attivi in modo non strumentale, ossia, di impegnarsi nella creazione artistica e nel gioco. Se – a dispetto di tale aspirazione – agiamo strumentalmente in determinanti campi, ciò è il risultato di circostanze materiali sviluppatesi storicamente o naturalmente, le quali non possono essere adattate all’attività non strumentale. La produzione, come Marx qui tende a ritenere, non può essere separata dal regno della necessità. Cioè, la produzione può essere concepita solo strumentalmente – quindi come lavoro. Anche nel momento in cui l’umanità giunge al punto nel quale la vera e propria scarsità è stata da tempo superata, alcune caratteristiche e qualità della produzione, non specificate nel passaggio citato, non possono cambiare, impedendo in tal modo agli esseri umani di trasformare la produzione in un’attività non strumentale, un’attività libera.

In uno scritto successivo, Critica del programma di Gotha, Marx attenua la tendenza di cui si è detto, lasciando che l’idea di abolizione del lavoro ricompaia. Ricomparsa che affincata a continue espressioni di abbandono, porta a un’inevitabile contraddizione. Lo stesso sviluppo si trova negli scritti di Engels. Sebbene supporti l’accantonamento dell’idea di abolizione del lavoro nel suo importante articolo teorico Dell’autorità”, egli si contraddice nel famoso AntiDühring, cercando di conservare questo vecchio concetto e allo stesso tempo di allontanarsene. Si direbbe che il rinnovato interesse da parte di Engels riguardo a tale idea non sia dovuto all’apporto di nuove conoscenze, bensì di natura nostalgica. Dopo aver discusso brevemente la Critica del programma di Gotha e l’AntiDühring, indagheremo le possibili ragioni dell’abbandono dell’idea di abolizione del lavoro da parte di Marx come di Engels. Nella nostra discussione considereremo alcuni degli argomenti utilizzati da Engels nel suo “Dell’autorità”.

Nella Critica del programma di Gotha, scritto nel 1875, Marx sostiene, innanzitutto, che in una fase più avanzata del comunismo la divisione del lavoro verrebbe abolita. Una simile abolizione – la quale non equivale affatto all’eliminazione delle differenti branche della produzione – può essere un aspetto dell’abolizione del lavoro solo se significa la capacità degli esseri umani di agire non strumentalmente nei diversi settori della produzione. Marx, tuttavia, non chiarisce tale punto. Anzi, in una frase estremamente problematica, afferma che nella fase avanzata della società comunista il lavoro “non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita”. [53]  Come mezzo per un fine il lavoro non può diventare una necessità primaria. Soddisfare un bisogno è essenzialmente un fine in sé. Un’attività che costituisce un mezzo per il raggiungimento di un fine, fondamentalmente, non è né un bisogno, né il suo soddisfacimento. L’attività strumentale può creare le condizioni o gli oggetti per soddisfare una necessità, ma non è in se stessa tale soddisfazione. Un’attività non strumentale della quale tali condizioni e oggetti costituiscano dei momenti essenziali soddisferebbe il bisogno. Così il lavoro crea ciò che è necessario per mangiare e bere, attività non strumentali (e come tali non soggette a criteri di efficienza). Esso può creare anche gli oggetti utili per le attività artistiche – dipingere, suonare – e per il gioco. Dunque, la frase citata è chiaramente contraddittoria, a meno che non la si interpreti come espressione del desiderio di Marx di temperare, pur non abolendolo, il carattere di lavoro della produzione. Inoltre, la fase superiore del comunismo, dovrà essere caratterizzata dal principio: “Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!” [54]  Questa espressione è un altro segno dell’abbandono dell’idea di abolizione del lavoro. Qui la produzione non è definita come soddisfacimento di un bisogno, il bisogno di essere attivi non strumentalmente nell’interscambio con la natura, quanto come una missione sociale, alla cui esecuzione ciascuno dovrebbe contribuire secondo le proprie capacità fisiche e intellettuali. Il più forte dovrebbe lavorare più a lungo e intensamente del più debole; un’altra persone potrebbe assumere un ruolo di gestione, un’altra ancora, potrebbe svolgere un semplice lavoro di fabbrica.

Nell’AntiDühring, pubblicato a dispense tra il 1878-79, Engels definisce il nuovo modo di produzione socialista come emancipazione dell’uomo, nonché come liberazione dell’attività produttiva. La produzione, egli afferma,  “da peso diverrà gioia.” [55] La divisione del lavoro, un aspetto della produzione strumentale, o del lavoro, dovrebbe essere abolita, e l’uomo dovrebbe essere in grado “di sviluppare e di mettere in azione tutte quante le sue capacità sia fisiche che spirituali in tutte le direzioni”. [56] L’emancipazione umana, come qui descritta, equivale all’abolizione del lavoro. Nello stesso passaggio, tuttavia, Engels sostiene che una simile riorganizzazione della produzione dovrebbe garantire che “nessun singolo può scaricare sulle spalle di altri la propria partecipazione al lavoro produttivo, fondamento naturale dell’umana esistenza”. [57] Si tratta di un’evidente contraddizione. Come nel Capitale il lavoro e definito come “fondamento naturale”, ossia, come la sola forma di produzione, la quale non può né essere scelta né abolita dall’umanità. Dunque, poiché il lavoro è un’attività involontaria in ogni società, compreso il socialismo, quest’ultimo sarebbe necessariamente caratterizzato da una giusta distribuzione del lavoro, non dalla sua abolizione.

Entrambi i lavori citati non sono, in alcun modo, una deviazione dalla tendenza individuata all’accantonamento dell’idea di abolizione del lavoro. La loro unicità consiste nel tentativo di temperare questa tendenza, di renderla più accettabile agli occhi degli stessi Marx e Engels.

Negli ultimi scritti di Marx non vi sono espressioni che possano facilmente essere interpretate nel senso di un abbandono della teoria dell’abolizione della proprietà privata. Ciononostante, un tale – completo o parziale – abbandono appare inevitabile, e deriva da quello dell’abolizione del lavoro. Nelle opere di Marx troviamo affermazioni che possono essere interpretate come rinuncia all’abolizione dello stato. Nella Critica del programma di Gotha, uno scritto nel quale Marx contemporaneamente nega e cerca di conservare l’idea dell’abolizione del lavoro, egli discute i cambiamenti cui andrà incontro lo stato nel comunismo. È necessario, sostiene, capire quali funzioni dell’attuale società permarranno nella società comunista tanto da essere definite come “analoghe alle odierne funzioni statali”, e giunge al punto di criticare gli estensori del Programma di Gotha per aver fallito nel trattare del “futuro stato (Staatswesen) della società comunista”. [58] Una seria discussione della teoria marxiana dello stato andrebbe oltre i limiti di questo articolo. Basti dire che lo stato, come la proprietà privata, è un risultato indiretto del lavoro, è ogni rinuncia all’abolizione del lavoro porta necessariamente all’abbandono dell’abolizione dello stato. [59]

Dato che la tendenza a rinunciare all’abolizione del lavoro si sviluppa e diviene dominante nei suoi scritti, Marx  cambia la propria attitudine circa la questione dell’organizzazione del lavoro. Egli sembra credere ora nella possibilità di un’organizzazione socialista del lavoro e sostiene che “i lavoratori devono prendere il potere politico al fine di stabilire la nuova organizzazione del lavoro” [60] (enfasi aggiunta). La nuova organizzazione socialista del lavoro dovrebbe essere democratica nella sua più profonda natura. Nel Capitale, la sua opera principale, nel quale domina l’abbandono dell’abolizione del lavoro, Marx afferma a questo proposito:

Immaginiamoci in fine, per cambiare, un’associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comuni e spendano coscientemente le loro molte forze-lavoro individuali come una sola forza-lavoro sociale…Il prodotto complessivo dell’associazione è prodotto sociale. Una parte serve a sua volta da mezzo di produzione. Rimane sociale. Ma un’altra parte viene consumata come mezzo di sussistenza dai membri dell’associazione. Quindi deve essere distribuita fra di essi. Il genere di tale distribuzione varierà col variare del genere particolare dello stesso organismo sociale di produzione e del corrispondente livello storico di sviluppo dei produttori. Solo per mantenere il parallelo con la produzione delle merci presupponiamo che la partecipazione di ogni produttore ai mezzi di sussistenza sia determinata dal suo tempo di lavoro. Quindi il tempo di lavoro reciterebbe una doppia parte. La sua distribuzione, compiuta socialmente secondo un piano, regola la esatta proporzione delle differenti funzioni lavorative con i differenti bisogni. D’altra parte, il tempo di lavoro serve allo stesso tempo come misura della partecipazione individuale del produttore al lavoro in comune, e quindi anche alla parte del prodotto comune consumabile individualmente. Le relazioni sociali degli uomini coi loro lavori e con i prodotti del lavoro rimangono qui semplici e trasparenti tanto  nella produzione  quanto nella distribuzione. [61] (enfasi aggiunta)  

Il principio alla base della pianificazione socialista del lavoro dovrebbe essere l’efficienza, esattamente come la pianificazione di ogni altra attività strumentale. Tuttavia, la pianificazione socialista della produzione strumentale, pur essendo prevalentemente soggetta a criteri di efficienza, integrerebbe nella produzione elementi non strumentali, vale a dire, elementi di autorealizzazione e soddisfazione. Si suppone che il carattere democratico della pianificazione prevenga l’emergere di una classe dominante, e che costituisca di per sé – anche se Marx non evidenzia questo punto – un elemento non strumentale. Marx si spinge fino a dire che la pianificazione democratica della produzione potrebbe liberare l’umanità dagli apparentemente naturali (naturwuchsigen) risultati sociali del lavoro. Di conseguenza, egli modifica la sua concezione delle apparentemente naturali (naturwiichsigen) relazioni sociali. Le radici di tale mutata concezione possono essere rintracciate negli scritti precedenti, come l’Ideologia tedesca e i Grundrisse, ma trova la sua forma compiuta nel Capitale.

Come si apprende da tale “perfezionata” concezione, la produzione strumentale è stata finora limitata e poco lungimirante; ossia, è stata un’attività privata – sia come attività di gruppi separati che come attività individuale e indipendente – finalizzata a produrre un prodotto specifico e immediato. In quanto tale ha trasformato gli esseri umani in soggetti incapaci di cogliere, nel suo complesso, il sistema socio-economico, e di riprodurlo come tale attraverso un’azione pianificata e cosciente. L’avvento della produzione di merci come modo di produzione universale, e cioè, l’ascesa del capitalismo, costituisce il culmine di questa forma di produzione strumentale scissa miope. Le conseguenze indirette e non intenzionali del lavoro, tanto sulla natura che sulla società, derivano da tale ristrettezza e scarsa lungimiranza, ovvero, da una specifica forma di produzione strumentale, non dalla produzione strumentale in quanto tale. Nel capitalismo, nel quale ogni produzione è divisa in molteplici, indipendenti, non connesse attività motivate dal desiderio di ottenere un profitto finanziario immediato, i mutui rapporti costituenti un intero mercato – non si sviluppano come conseguenza di un atto cosciente e pianificato dei produttori, bensì in modo apparentemente naturale, imponendosi, così, su di essi, come un potere estraneo e immodificabile: “il loro  proprio movimento sociale assume la forma d’un movimento di cose, sotto il cui controllo essi si trovano, invece che averle sotto il proprio controllo”. [62]  Le altre relazioni sociali vengono trasformate in fenomeni socio-economici inclusi, o intrinsecamente connessi, nel mercato, diventando parte della totalità socioeconomica loro imposta come una potenza naturale. Così, la divisione del lavoro – la quale, nella sua forma di differenti attività economiche indipendenti e sconnesse, è la base della produzione di merci – si tramuta in un rapporto economico modellato o determinato dal mercato: “La divisione del lavoro all’interno della società è mediata dalla compra  e vendita dei prodotti di differenti branche del lavoro; la connessione fra i lavori parziali nella manifattura è mediata dalla vendita di differenti forze-lavoro allo stesso capitalista, il quale le impiega come forza lavoro combinata”. [63]  In altre parole, ” la divisione del lavoro è un organismo naturale spontaneo (naturwuchsig) di produzione (produktionsorganismus), le cui fila si sono tessute e continuano a tessersi alle spalle di produttori di merci” [64]  Lo sfruttamento cessa di apparire come tale e viene trasformato in produzione attraverso, e per , il mercato. Essendo soggetto alle leggi del mercato, ossia alla competizione, prende necessariamente la forma di un’attività economica volta alla permanente realizzazione del profitto, tradotta in una sempre crescente somma di valori incorporati in forme economiche differenti, in particolare mezzi di produzione e forza-lavoro. Detto in altri termini, la struttura del mercato costringe il capitalista a assorbire quanto più plus-lavoro, e dunque plusvalore, che può. A tal proposito, Marx parla del capitalista come “capitale personificato”, come di un agente sociale la cui attività di sfruttamento, l’attività del capitale, gli si impone, così come all’intera società, dal potere del mercato, un potere solo all’apparenza naturale. [65]

Il socialismo dovrebbe essere inteso come un’ampia forma di pianificazione di lungo periodo della totalità socio-economica. La pianificazione comune della totalità dovrebbe, innanzitutto, comprendere l’organizzazione, dunque la conservazione e rigenerazione, della natura, in quanto condizione universale di base della produzione; dovrebbe, inoltre, includere la produzione di matterie prime e macchinari (da parte di un dipartimento per la fabbricazione dei mezzi di produzione) in conformità con i requisiti della produzione di beni di consumo (le esigenze di un reparto per la produzione di mezzi di consumo), la dove siano stati qualitativamente definiti e quantitativamente misurati da tutti i membri della società secondo le loro molteplici necessità. In aggiunta a tutto ciò, dovrebbe prevedere l’esatta misurazione sia della quota di ciascuno nella produzione, intesa come attività socialmente organizzata, che della sua parte del prodotto sociale. In tal modo, una piena coordinazione tra i diversi reparti della produzione e tra la produzione e il consumo verrebbe stabilita. Così la totalità socio-economica diverrebbe una creazione cosciente di tutti i membri della società; vale a dire che le relazioni sociali, la società stessa, diventerebbero questa creazione. Marx definisce l’epoca che dovrebbe succedere al capitalismo come “cosciente ricostituzione dell’umana società”. [66] L’umanità, in questa maniera, potrebbe sbarazzarsi del carattere fittiziamente naturale (naturwiichsig)della società: “La figura (Gestalt) del processo vitale sociale, cioè del processo materiale di produzione, si toglie il suo mistico velo di nebbie soltanto quando sta, come prodotto di uomini liberamente uniti in società, sotto il loro controllo cosciente e condotto secondo un piano”. [67]  In breve, non l’abolizione del lavoro, bensì la sua complessiva pianificazione democratica, costituisce la base della liberazione umana.

Le questioni sollevate da questo mutamento nel pensiero di Marx sono della massima importanza: la produzione strumentale, e l’attività strumentale in generale, possono essere regolate democraticamente? La pianificazione democratica e l’adattamento della produzione strumentale possono essere così ampi e profondi da prevenire il formarsi di una gerarchia governamentale? I rapporti di sfruttamento non verrebbero ricreati, in forma indiretta e latente, come risultato del mantenimento della produzione strumentale? L’abbandono da parte di Marx dell’idea di abolizione dello stato suggerisce che la risposta ai primi due quesiti non può essere positiva. Nel Capitale afferma, contraddicendosi, che ogni lavoro socialmente combinato necessariamente da luogo ad una “volontà che comanda” (kommandierender Wille) come fattore coordinante e unificatore. Tale “volontà che comanda”, sostiene ancora, “È un lavoro produttivo che deve essere eseguito in ogni modo di produzione combinato”, [68]  quindi anche nel comunismo. Si potrebbe affermare che tutti i paesi del socialismo reale non si sono sviluppati come società democratiche poiché le loro economie sono state modellate come forme di organizzazione del lavoro – come organizzazione della produzione strumentale. Nelle società, o nelle piccole comunità, basate legalmente sull’abolizione della proprietà privata lo sfruttamento dei produttori diretti può assumere la forma di divari salariali, o di benefici materiali a favore di coloro che detengono posizioni alte in un’economia costituita come organizzazione del lavoro. Una simile forma di sfruttamento era inerente al socialismo sovietico. Il successo del Kibbutz israeliano, fino agli anni Ottanta, è principalmente il risultato dell’ampia integrazione di elementi non strumentali nella produzione. Un aspetto importante della rivoluzione – una rivoluzione regressiva – sperimentata dal Kibbutz negli ultimi quindici anni è la consapevole abolizione della dimensione non strumentale della produzione, e il pieno assoggettamento dell’economia a criteri di efficienza. L’inevitabile conseguenza è stata il sorgere delle classi nel Kibbutz, spesso spiegata come derivante dalla natura umana. Si direbbe che l’acume sociale del giovane Marx sia superiore a quello del Marx maturo.

PERCHÉ MARX HA RINUNCIATO ALL’IDEA DELL’ABOLIZIONE DEL LAVORO?

Quali sono le possibili ragioni della fatidica rinuncia marxiana all’idea dell’abolizione del lavoro? Sembra che la principale ragione sia una certa caratteristica della produzione industriale che potrebbe essere definita “il carattere strumentale della tecnologia”. Un carattere a tal punto innato che Marx, e il suo collaboratore di una vita Engels, si convinsero che rendesse impossibile all’umanità l’abolizione del lavoro in una società moderna, compresa una società comunista.

In lunghi anni di studio del modo di produzione capitalistico, Marx e Engels hanno anche affrontato costantemente la natura della moderna tecnologia produttiva di massa. Nel capitolo tredicesimo del primo libro Capitale, “Macchine e grande industria”, Marx ha esaminato la struttura del moderno macchinario, la natura delle innovazioni tecnologiche, e la funzione del tempo – anzi l’intero carattere della tecnologia. Si direbbe che Marx e Engels abbiano concluso che la moderna tecnologia comporti un carattere strumentale il quale non può sostanzialmente essere cambiato. con “carattere strumentale della tecnologia” intendiamo che il criterio più rilevante nella moderna tecnologia è quello dell’efficienza. I macchinari sono costruiti secondo tale criterio, considerato che servono alla produzione strumentale come mezzi, e come tutti i mezzi sono misurati secondo la loro efficienza. La tecnologia moderna, questa immensa conquista dell’umanità, è scaturita direttamente dalla produzione strumentale. Pertanto, essa è intrinsecamente strumentale e non può non evolvere come tale.

Il carattere strumentale della tecnologia moderna si esprime in svariati modi, e sraà sufficiente descrivere i più importanti, seguendo principalmente il Capitale: [69]

i) Il macchinario dovrebbe produrre il maggior numero possibile di prodotti nel tempo più breve possibile.

ii) I miglioramenti tecnologici hanno un unico obbiettivo: ottimizzare la relazione succitata.

iii) Il macchinario dovrebbe risparmiare tempo. I movimenti, sia della macchina che del lavoratore, i quali non siano strumentali, privi di scopo, inutili, sono proibiti. Il modo di funzionamento delle macchine, nonché dei lavoratori che insieme a esse costituiscono un tutto meccanico, non ammette alcun elemento di creazione artistica o di tipo ludico.

iv) L’ammortamento dovrebbe essere ridotto al minimo, impedendo scrupolosamente qualsiasi attività artistica, o assimilabile al gioca, da parte del lavoratore.

v) Il virtuosismo dovrebbe venire trasferito, per quanto possibile, dal lavoratore al macchinario, rendendolo sempre più strumentale. Come tale, soppianta latri aspetti della tecnologia e si adatta a essi, mentre il virtuosismo umano presenta sempre caratteristiche strumentali.

Nel suo breve articolo “Dell’autorità”, pubblicato nel 1873, Engels completa la discussione di Marx nel Capitale riguardo la natura della moderna tecnologia. La macchina, o il sistema delle macchine, egli afferma, funziona nell’industria moderna come “automata meccanico” che prova i lavoratori della loro autonomia e gli impone un’attività involontaria. “L’automata meccanico di una grande fabbrica è molto più tiranno, come non lo sono mai stati i piccoli capitalisti che impiegano operai”. [70] Nella fabbrica gli esseri umani servono, utilitaristicamente e volutamente, il sistema delle macchine. Engels considera questo sviluppo come l’alto prezzo che l’uomo è costretto a pagare per aver soggiogato la natura. Il superamento delle forze della natura conduce alla perdita del sogno di una attività libera. Si tratta, come egli di fatto si esprime, della vendetta della natura sull’uomo. Tuttavia, sostiene Engels, dobbiamo venire a patti con questa vendetta se non vogliamo regredire a uno stadio assi meno sviluppato.

Come abbiamo avuto modo di vedere, ogni passo verso l’abbandono dell’idea di abolizione del lavoro significa accettare rapporti di sfruttamento e altre forme di relazione non libere. Se vogliamo salvare la libertà è necessario cercare delle modalità per preservare tale idea.

L’IDEA DI ABOLIZIONE DEL LAVORO PUÒ ESSERE PRESERVATA?

Se accettiamo la posizione di Marx, com’è pienamente sviluppata nei suoi primi scritti, e probabilmente conservata, se pur parzialmente, nelle opere della maturità, ossia che la causa principale dello sfruttamento è il lavoro, cioè la produzione strumentale come tale e non solo una sua specifica forma, allora dovremmo dirigere i nostri sforzi verso l’abolizione del lavoro. La rinuncia da parte di Marx all’abolizione del lavoro costituisce, di fatto, un allontanamento dalla sua prospettiva storica. Gli esseri umani, a differenza degli animali, non hanno una modalità fissa di comportamento,  né intrattengono forme fisse di relazioni sociali. La natura umana, dunque, è storica. Gli animali non cambiano le loro modalità di comportamento o le forme delle loro relazioni sociali; queste possono essere modificate esclusivamente dall’evoluzione biologica. Le persone, invece, possono cambiare le modalità della loro attività e i propri rapporti sociali, sia direttamente che indirettamente. Quindi, è difficile comprendere perché la modalità dell’attività produttiva umana non dovrebbe essere parte di tale natura storica. Vale a dire che gli esseri umani dovrebbero essere in grado di cambiare del tutto, o in parte, la loro attività produttiva. È impossibile dire se il lavoro possa essere abolito completamente. Tuttavia, se vogliamo eliminare lo sfruttamento o perlomeno ridurlo sostanzialmente, il concetto di abolizione del lavoro dovrebbe diventare un’idea regolativa. Ciò significa che dovremmo sforzarci di integrare sempre più aspetti di attività non strumentale nella produzione, tenendo fermo l’obbiettivo di abolire completamente l’attività strumentale. Una simile integrazione è fondamentalmente legata a un cambiamento nel carattere della tecnologia. Per usare il linguaggio di Marcuse, dovremmo cercare di giungere a una 2convergenza di arte e tecnica”, [71] ossia, trasformare le macchine, o il sistema delle macchine, in un’occasione di attività non strumentale e artistica.

Marcuse era convinto che l’abbandono da parte di Marx dell’idea di abolizione del lavoro derivasse da un basso livello di sviluppo tecnologico, da egli frainteso come un livello estremamente avanzato. [72] Se questo è il caso, possiamo individuare un qualsiasi sviluppo tecnologico recente sul quale possa basarsi un cambiamento qualitativo della tecnologia stessa? Ritengo che la tecnologia informatica rappresenti uno sviluppo di questo genere. Questa tecnologia, in espansione dagli anni Ottanta, possiede il potenziale per superare, o meglio soppiantare, la tecnologia strumentale incorporata nel nastro trasportatore. Negli ultimi dieci anni, il confine tra tempo libero e tempo di lavoro si è fatto sfocato, e entrambi sono contrassegnati dalla tecnologia informatica. L’attività del tempo libero è divenuta sempre più incentrata sul computer, con la tecnologia informatica orientata in senso non strumentale, vale a dire, coi computer e gli oggetti da essi diretti come componenti tecnologiche dell’attività non strumentale. Come tale, la tecnologia informatica utilizzata nel tempo libero può esercitare una grande influenza, plasmando la sua controparte nella sfera della produzione. Una simile influenza, comunque, non è in alcun modo certa, dal momento che gli interessi economici e politici dominanti potrebbero proibirne il libero flusso.

La tecnologia informatica può, da un lato, essere indirizzata verso l’automazione. In questo modo sarebbe una prosecuzione della modalità finora prevalente di produzione. L’automazione non modificherebbe il nostro rapporto strumentale con l’attività produttiva, lasciando invece intatta la conseguente relazione strumentale coi nostri simili e l’ambiente naturale; perciò potrebbe non portare all’abolizione dello sfruttamento, dell’uso dell’uomo da parte dell’uomo come mezzo per un fine, anche laddove non si trattasse di sfruttamento immediato e diretto nel processo di produzione stesso. [73] Dall’altro lato, la tecnologia informatica potrebbe evolversi verso una nuova direzione, del tipo di quella qui accennata, nella quale le macchine, e il sistema delle macchine, diverrebbero occasione di attività creativa, e dunque artistica, o anche ludica. Se si riuscisse a promuovere una simile nuova direzione, la tecnologia informatica  potrebbe diventare una “tecnologia di liberazione” (una locuzione coniata da Marcuse).

Marcuse che non ha vissuto abbastanza da assistere all’ascesa dell’informatica, credeva che la tecnologia moderna – così come si è sviluppata nella seconda meta del XX secolo – potesse trasformarsi in una nuova tecnologia di tipo non strumentale. Una trasformazione che dovrebbe liberare e sviluppare una caratteristica finora repressa della tecnologia moderna. Come tale, consentirebbe un rilancio dell’idea marxiana dell’abolizione del lavoro, o come egli afferma, l’abolizione della dicotomia, presente nell’ultimo Marx, tra il regno della necessità e quello della libertà. Anche se Marcuse ha sovrastimato le possibilità tecnologiche del suo tempo – gli anni Sessanta e Settanta – vale la pena citarlo in questo contesto:

È lo stesso con la transizione dal capitalismo al socialismo, se il socialismo è inteso nel suo senso più utopistico: vale a dire, tra i tanti, come abolizione del lavoro, la cessazione della lotta per l’esistenza – ovvero, la vita come fine in sé e non più come mezzo per un fine… Questa produttività, finora sconosciuta e senza precedenti, consente di pensare il concetto di tecnologia della liberazione. Qui poso indicare solo brevemente ciò che ho in mente: una stupefacente e effettivamente utopica tendenza come la convergenza di tecnica e arte, la convergenza di lavoro e gioco, la convergenza del regno della necessità e del regno della libertà. [74]

Un’importante conclusione da trarre da questa discussione è che la lotta per abolire lo sfruttamento è, in larga misura, una lotta intorno alla natura della tecnologia applicata alla produzione. I socialisti dovrebbero impegnarsi al fine di avviare lo sviluppo non strumentale della tecnologia usata nella produzione. La loro attività politica dovrebbe mirare, tra l’altro, a rimuovere gli ostacoli al libero fluire dell’influenza tecnologica dalla sfera del tempo libero a quella della produzione. I socialisti, io credo, non dovrebbero dedicare così tanto tempo alla questione della pianificazione. Agendo così, infatti, essi si preoccupano di pianificare il lavoro, anziché pianificare il “non-lavoro”. Occuparsi della pianificazione del lavoro significa occuparsi di una forma passata di produzione, la quale, per altro, non può essere completamente pianificata. Direi che la maggior parte dei metodi e tecniche di pianificazione finora sviluppate dai socialisti rispecchiano gli effetti del lavoro sulla mente umana. I principi e la pratica della pianificazione del non-lavoro possono svilupparsi solo passo dopo passo con lo sviluppo del non-lavoro.

Se falliamo nel concepire il socialismo come abolizione del lavoro e non riusciamo a concentrare i nostri sforzi scientifici e politici nel trasformare la produzione in non-lavoro, allora il capitalismo, essendo la piena realizzazione del lavoro e dunque, necessariamente, il modo di produzione di maggior successo nella sfera del lavoro, diverrebbe realmente l’ultimo stadio della storia, e quindi “la fine della storia”.

NOTE

1. Herbert Marcuse, Soviet Marxism (London: Routledge & Kegan Paul, 1958), p. 138; Herbert Marcuse, “Socialist Humanism?” in Socialist Humanism, ed. Erich Fromm_(New York: Doubleday & Company, Inc., 1965), p. 99; Herbert Marcuse, An Essay on Liberation(Boston: Beacon Press, 1969), pp. 20-22; Herbert Marcuse, “Liberation from the Affluent Society,” in The Dialectics of Liberation, ed. David Cooper (Middlesex: Penguin Books, 1969), p. 184; Herbert Marcuse, Psychoanalyse and Politik (Frankfurt/M.: Europaische Verlagsanstalt, 1968): “Das Ende der Utopia,” p. 70; Herbert Marcuse, Jiirgen Habermas, Silvia Bovenschen e altri, Gesprdche mit Herbert Marcuse (Frankfurt M.: Suhrkamp Verlag,1978), pp. 104-105.

2. Erich Fromm, Marx’s Concept of Man (New York: Frederik Ungar, 1961), pp. 40-43; Erich Fromm, The Sane Society (New York: Fawcett Premier, 1956), pp. 37, 223-225, 234, 302-304.

3. Yigal Wagner, The Bounds of Politics: The Relation of State, Society and Labour in the Teachings of Karl Marx (Hebrew) (Ramat Gan: Masada, 1978), pp. 228 ff.

4. Michael Strauss, The Relationship between the Ontological and Practical Meaning of Determinism (Hebrew) (Haifa: autopubblicato, 1969), pp. 198-204.

5. Robert Tucker, The Marxian Revolutionary Idea (London: George Allen & Unwin LTD, 1970), p. 27.

6. Robert Steigerwald, Herbert Marcuses dritter Weg (Köln: Pahl-Rugenstein Verlag, 1969), p. 235.

7. Bruno Gulli, “On Productive Labor: An Ontological Critique” (paper presentato alla conferenza “Marxism 2000,” University of Massachusetts, Amherst, 21-24 Settembre 2000); Benedito Rodrigues de Moreas Neto, “Marx and the Labor Process at the End of the Century” (paper presentato alla conferenza “Marxism 2000,” University of Massachusetts, Amherst, 21-24 Settembre 2000).

8. Karl Marx e Friedrich Engels, L’ideologia tedesca, Editori riuniti, 1975, p. 29

9. Ibid., pp. 56-57.

10. Ibid., p. 187.

11. Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi, 1968,  p. 84.

12. Ibid., p. 149.

13. Karl Marx e Friedrich Engels, Kritik der biirgerlichen Okonomie (Westberlin: Verlag fiir das Studium der Arbeiterbewegung, 1972), Marx, Ober F. Lists Buch”Das nationale System der politischen Okonomie,” pp. 29-31.

14. Karl Marx, Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica (“Grundrisse”), Einaudi, 1976, p. 478.

15. Ibid., p. 725.

16. Marx, Grundrisse, p. 725.

17. Ibid., p. 610.

18. Cf. Uri Zilbersheid, Jenseits der Arbeit: Der vergessene sozialistische Traum von Marx, Fromm and Marcuse (Frankfurt/M.: Peter Lang Verlag, 1999), pp. 24-30.

19. MEW, Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, p. 120

20. Ibid.

21. Vedi per esempio Marx e Engels, L’ideologia tedescaPer la critica dell’economia politicaIl capitale (libro I)Grundrisse

22. Marx e Engels, L’ideoogia tedesca.

23. MEW, Engels, vol. 20, “Anteil der Arbeit an der Menschwerdung des Affen,” pp. 452- 454.

24. Ibid., pp. 452-453.

25. Ibid., p. 455.

26. Il manoscritto si interrompe immediatamente dopo il passaggio citato. Engels, quale che sia la ragione, non dà seguito a questa importante discussione teorica.

27. Aristotle, The Works of Aristotle, ed. W. D. Ross and J. A. Smith, 12 vols., trad. W. D. Ross, (London: Oxford University Press, 1952-1966), vol. IX, Ethica Nicomachea, p. 1094′.

28. Karl Marx, Il capitale (libro I), Einaudi, 1975, p. 216.

29. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844.

30. Ibid. , p. 80.

31. Ibid. , p. 82.

32. Ibid. 

33. Karl Marx e Friedrich Engels, La sacra famiglia, in Opere scelte, Editori riuniti, 1971, p. 165

34. “Efficiency is desirable in any kind of purposeful activity.” (Erich Fromm, The Revolution of Hope [New York: Harper & Row, Publishers, 1969], p. 35.)

35. Marx e Engels, L’ideologia tedesca, Grundrisse.

36. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, p. 84.

37. Marx e Engels, L’ideologia tedesca, p. 41.

38. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844.

39. Ibid. , p. 83.

40. Ibid. , p. 84.

41. Marx e Engels, Kritik der biirgerlichen Okonomie, Marx, Ober F. Lists Buch”Das nationale System der politischen Okonomie,” p. 25.

42. Marx e Engels, L’ideologia tedesca, p. 65.

43. Marx e Engels, Kritik der biirgerlichen Okonomie, Marx, Ober F. Lists Buch”Das nationale System der politischen Okonomie,” p. 25.

44. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, pp. 140-141.

45. Karl A. Wittfogel, Il dispotismo orientale, Sugarco, 1980.

46. Marx, Grundrisse, p. 278.

47. Ibid. 

48. Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, in Karl Marx, Il capitale (libro I, tomo II), p. 972.

49. Marx, Il capitale (libro I), p. 223.

50. Ibid. 

51. Marx, Il capitale (libro III), pp. 1102-1103.

52. Marx, Il capitale (libro I).

53. Karl Marx, Critica del programma di Gotha, in Opere scelte, p. 962.

54. Ibid. , p. 962.

55. Friedrich Engels, AntiDühringhttp://www.marxistsfr.org/italiano/marx-engels/1878/antiduhring/3-3.htm.

56. Ibid.

57. Ibid.

58. Marx, Critica del programma di Gotha, p. 970.

59. Uri Zilbersheid, “Marx Abkehr von der Theorie fiber die Aufhebung des Staates,” Der Stoat, vol. 29/1 (1990), pp. 87-104.

60. MEW, Marx, vol. 18, “Rede fiber den Haager Kongress” (8 September 1872 in francese e tedesco, pubblicato in La Liberte il 15 Settembre 1872, e in Der Volksstaat del 2 Ottobre 1872), p.160.

61. Marx, Il capitale (libro I), pp. 95-96.

62. Ibid. , p. 91. Si veda in proposito la celebre discussione nel Capitale sotto il titolo “Il carattere di feticcio della merce e il suo arcano”, ibid. , p. 86.

63. Ibid. , p. 434.

64. Ibid. , p. 129.

65. Ibid. ; Karl Marx, Resultate des unmittelbaren Produktionsprozesses (Frankfurt/M.: Verlag Neue Kritik, 1969), p. 17.

66. Marx, Il capitale (libro III), p. 134.

67. Marx, Il capitale (libro I)p. 97.

68. Marx, Il capitale (libro III), p. 529.

69. Marx, Il capitale (libro I).

70. Friedrich Engels, Dell’autoritàhttps://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1872/autorita.htm.

71. Herbert Marcuse, An Essay on Liberation (Boston: Beacon Press, 1969), p. 24; Herbert Marcuse, “Liberation from the Affluent Society,” in The Dialectics of Liberation, ed. David Cooper (Middlesex: Penguin Books, 1969), p. 185; Herbert Marcuse, Psychoanalyse und Politik (Frankfurt/M.: Europaische Verlagsanstalt, 1968), “Das Ende der Utopia,” p. 77.

72. Marcuse, Psychoanalyse und Politik: “Das Ende der Utopia,” p. 69-70; Marcuse, An Essay on Liberation, pp. 20-21.

73. Cf. Fromm, The Sane Society, pp. 250-252; Fromm, The Revolution of Hope, pp. 105-

74. Marcuse, “Liberation from the Affluent Society,” in The Dialectics of Liberation, ed. David Cooper, pp. 184-185.

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Tratto da: www.traduzionimarxiste.wordpress.com

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