GENTILONI-MINNITI BATTONO GENERAZIONE IDENTITARIA

di Fulvio Vassallo Paleologo

Gentiloni e Minniti arrivano in acque libiche prima di Generazione identitaria.

Da alcuni mesi, in piena coincidenza con la campagna di fango che è stata scatenata in Italia contro le ONG “colpevoli” di soccorrere troppe persone a nord della costa libica, è partita l’iniziativa Defend Europe, sostenuta da un nutrito cartello di organizzazioni europee di estrema destra e rappresentata in Italia ed in altri paesi dal movimento “Generazione identitaria”. Come a vol,ere cancellare il costo umano delle stragi in mare e la valenza delle attività di ricerca  e soccorso, si è puntato l’indice contro chi riusciva a salvare vite umane in mare, come se le persone soccorse fossero in numero tanto elevato da stravolgere l’identità europea, come se le ONG agissero per il tornaconto delle stesse organizzazioni e non invece per adempiere un fondamentale obbligo di soccorso che non veniva più garantito dagli stati. Con un costo sempre più elevato in termini di vite umane.

Tra gli obiettivi dichiarati dell’iniziativa Defend Europe il contrasto delle attività di ricerca e soccorso svolte dalle ONG sotto il coordinamento della Guardia costiera italiana, ed accordi diretti da concludere con la Guardia costiera libica ( anche se non è stato mai chiarito di quale dei due governi), al fine di riprendere anche in acque internazionali e riportare a terra in Libia, i migranti che la nave C Star, noleggiata a Gibuti, avrebbe dovuto bloccare in alto mare, in attesa dell’arrivo dei guardiacoste libici. Obiettivi questi che potrebbero costituire gravi violazioni del diritto internazionale del mare e del codice penale dei paesi ai quali appartengono gli organizzatori e gli attivisti imbarcati sulle navi, con la conseguente commissione di numerosi reati, dalla violenza privata al sequestro di persona e nei casi più gravi, ove si verificassero vittime per effetto delle manovre di blocco da parte della nave “nera”, anche omicidio e strage. Imputazioni analoghe che nei medesimi casi si potrebbero contestare a chi, avendo la responsabilità di coordinare gli interventi di soccorso non interviene in tempo per eliminare dalla zona SAR chi si propone premeditatamente di ostacolare coloro che operano all’esclusivo fine di salvare vite umane in mare.

La missione Defend Europe, partita in mar Rosso, da Gibuti, agli inizi di luglio, è andata diversamente da come pensavano gli organizzatori ed è già stata costellata da una serie di episodi oscuri. Doveva fare tappa a Catania il 19 luglio, ma sembra ancora lontana dal porto siciliano. Prima un blocco a Suez, dove la nave è rimasta ferma all’imbocco del canale per giorni, sembra per problemi legati alla lista dell’equipaggio, poi a Famagosta, nella Cipro turca, dove addirittura sarebbe stato contestato ad alcuni componenti dell’equipaggio ed al comandante il reato di agevolazione dell’immigrazione clandestina per avere sbarcato una decina di cittadini tamil, con la risibile dichiarazione che si sarebbe trattato di stagisti che avevano pagato ben 10.000 dollari per un apprendistato a bordo della nave e che dunque avrebbero dovuto fare ritorno nel loro paese. Più del costo di un master in una università europea, insomma. In ogni caso cinque tamil, in realtà alla vigilia di un’espulsione, presentavano domanda di asilo a Famagosta ( Cipro parte turca). Ma per i rappresentanti di Generazione identitaria e per i giornali come Libero ed il Giornale che fanno da grancassa alle loro attività, si sarebbe trattato solo di una ennesima macchinazione delle ONG, rappresentate come una Spectre globale, proprio da chi ha nascosto e continua a nascondere i suoi veri finanziatori, e si comporta commettendo tutte quelle irregolarità che contesta agli operatori umanitari, come navigare con il transponder spento, non dichiarare la lista dell’equipaggio, non comunicare ai sistemi di monitoraggio marittimo la vera destinazione con la preventiva e doverosa segnalazione dei porti di arrivo.

Adesso, probabilmente con le complicità di cui godono le destre neofasciste in tutta europa e nel mondo, solidarietà fatte di appoggi economici e sostegno begli ambienti politici e dei servizi di sicurezza, la C Star è ripartita da Cipro, ed anche se lentamente, naviga alla volta di Catania, dove dovrebbe imbarcare altri componenti dell’organizzazione. E dove probabilmente porterà ancora avanti la sua campagna mediatica di disinformazione e di speculazione sulle paure diffuse contro i migranti che potrebbero addirittura “snaturare” l’identità europea. L’arrivo a Catania non è previsto prima del 3 o 4 agosto, la nave deve percorrere oltre 800 miglia e naviga ad una media di sei nodi. Dopo una breve sosta a Catania, come annunciano da mesi gli organizzatori dela missione Defend Europe, la C Star, con il suo carico di “identitari” , dovrebbe dirigersi verso le acque libiche per ostacolare le attività di ricerca e salvataggio delle ONG e collaborare con la Guardia costiera libica nelle attività di blocco in mare e riconsegna a terra degli uomini, delle donne e dei bambini in fuga dalla Libia. Sul piano legale e politico, come già successo in Spagna ed in Germania le organizzazioni antirazziste daranno il benvenuto che meritano, soprattutto se le istituzioni faranno finta di non vedere e di non sentire. Si dovrebbe infatti controllare rigorosamente chi entra nelle acque territoriali italiane, se il suo ingresso possa preludere alla commissione di reati, e se i componenti dell’equipaggio corrispondano alla lista obbligatoria che deve essere fornita dal comandante, e quali precedenti abbiano. Esattamente quei controlli per i quali la nave è stata fermata a Suez ed a Cipro. E la solerte magistratura catanese, così attiva contro le ONG, se mai la nave attraccherà a Catania, dovrebbe quantomeno verificare finanziatori del progetto Defend Europe ed attrezzature presenti a bordo della nave noleggiata a Gibuti e battente bandiera mongola.

Alle ore 0,30  del 30 luglio la nave C-Star era ancora ad ottocento miglia dalla Sicilia. A 120 miglia da Cipro, ma ancora con un porto cipriota come destinazione. Il quadro politico e militare che troveranno davanti gli appartenenti a Generazione identitaria quando si avvicineranno a Catania e poi alle acque libiche è profondamente diverso da quello che si poteva vedere fino a qualche settimana fa. La loro missione è già fallita in partenza. Non solo per l’opposizione sociale che troveranno in tutta Europa. Il governo italiano è arrivato prima. Li ha preceduti proprio sul loro stesso terreno, la presenza nelle acque libiche e l’attacco alle ONG. Comunque vada a finire la trattativa sul Codice di condotta imposto da Minniti, che costituisce una misura di forte carattere discriminatorio e che poggia sul divieto che si vorrebbe imporre alle ONG di svolgere attività di soccorso in acque libiche. Il divieto non è chiaro se riguardi anche le acque internazionali che ricadono nella zona SAR libica, una zona che da anni non è presidiata dai libici e che, come prescritto dalle Convenzioni internazionali, è soggetta, oltre il limite delle acque territoriali (12 miglia dalla costa), al controllo ed coordinamento degli interventi per il salvataggio da parte del Comando centrale della Guardia costiera italiana, come autorità SAR competente dell’area SAR confinante con quella libica..

Il Codice di Condotta “Minniti” potrebbe costiutuire il colpo definitivo all’autonomia della Guardia costiera nel coordinamento delle attività di ricerca e soccorso, per la presenza di militari armati che si vorrebbe imporre a bordo delle navi umanitarie e per i divieti di polizia che si pongono alle attività SAR condotte dalle navi delle ONG, a differenza delle stesse attività di ricerca e salvataggio quando, in assenza di altri mezzi, sono condotte da navi commerciali sotto il coordinamento del Comando centrale IMRCC italiano.

Le pressioni del governo italiano nei confronti delle ONG, costrette ad accettare un codice di polizia imposto dal ministro Minniti ed oggetto di una trattativa al Viminale costellata da intimidazioni e fake-news, potrebbero produrre un forte ridimensionamento, se non il ritiro totale delle navi umanitarie, quelle che in questi ultimi mesi si sono accollate l’onere di portare a  compimento la maggior parte dei soccorsi, dopo il ritiro dei mezzi militari italiani ed euroipei, incluse le missioni Eunavfor Med e Triton di Frontex. Verrebbe così meno il bersaglio principale della missione Defend Europe che, se dovesse proprio raggiungere le acque antistanti la Libia dovrebbe vedersela con un numero impressionante di navi militari italiane e di altri paesi, già impegnate in un blocco navale teso a favorire gli interventi della Guardia costiera libica ed a riportare a terra i migranti che si imbarcheranno comunque in cerca di una qualsiasi via di fuga dall’inferno libico. Da questo punto di vista rimane semmai da chiedersi quanto tempo ci vorrà prima che l’intervento di unità militari straniere, soprattutto italiane, scateni la guerra aerea e navale in Libia. Chissà in questa eventualità dove si andrà a nascondere la C Star.

Purtroppo è certa soltanto una cosa. Al di là dei proclami delle organizzazioni dell’estrema destra europea e della navetta già utilizzata per il trasporto di contractor in missioni antipirateria, saranno i governi europei, e soprattutto quelli italiano e francese, in perenne concorrenza per motivi commerciali, a decretare la morte per abbandono di centinaia, se non migliaia di persone nelle acque del Mediterraneo centrale. Per non parlare di quelli che resteranno intrappolati per anni nei lager libici, anche senza la attuazione del farneticante piano di Macron sugli Hotspot in Libia.

In mare invece il governo italiano ha preceduto tutti. Gli accordi di collaborazione con i libici ( di Tripoli ma non controllano neppure tutta la Tripolitania),  per il blocco e la deportazione dei migranti diretti sui loro barconi verso l’Italia, li hanno già fatti Gentiloni e Minniti, con una frenetica attività in Libia e di spola tra le capitali europee e gli stati africani (Niger e Mali in testa) che ha cercato anche una legittimazione europea, dopo il menorandum d’intesa già stipulato con Serraj il 3 febbraio di quest’anno a Roma. La missione militare in acque libiche si collega alla campagna di “guerra” contro le ONG, testimoni scomode, almeno quelle che denunciano quanto avviene sotto i loro occhi, temibili in futuro più che in passato. Anche gli attivisti per i diritti umani presenti in Libia sono stati costretti al silenzio, e non si vede che ruolo potranno giocare l’UNHCR e l’OIM che i governi europei invocano per esibire una normalizzazione che non esiste. Intanto si varano soltanto missioni militari.

(ANSA 28 luglio 2017) Cdm vara missione italiana: navi, aerei, 700militari  – 

Sarà affidato ad un ammiraglio a bordo di una Fremm, una delle sofisticate fregate di cui si è da poco dotata la Marina militare, il comando della nuova missione italiana di sostegno alla Libia nel contrasto ai trafficanti di esseri umani. Sarà un dispositivo ‘importante’, composto da quattro o cinque navi, altrettanti aerei, forse un sottomarino, droni e diverse centinaia di militari. Il Consiglio dei ministri varerà il provvedimento con i dettagli dell’operazione, che poi, martedì, sarà sottoposto al Parlamento: a quel punto dovrebbe essere la conferenza dei capogruppo a decidere quale iter verrà seguito e, cioè, se ci sarà il vaglio delle Commissioni oppure dell’Aula. Ancora in queste ore al ministero della Difesa stanno definendo le ultime questioni, alcune delle quali sono particolarmente delicate: le regole d’ingaggio, la catena di comando (a chi risponderanno le navi italiane?), il trattamento dei migranti eventualmente ‘respinti’, le misure a tutela dei nostri militari. Quello che è certo, come hanno confermato fonti di Governo all’ANSA, è che verranno impiegati gli assetti – in tutto o in parte – dell’operazione Mare Sicuro. Si tratta di una missione nazionale avviata nel marzo 2015 con compiti di sorveglianza e sicurezza marittima “in seguito all’aggravarsi della minaccia terroristica”. Mare Sicuro opera in un’area di circa 160.000 chilometri quadrati, nel Mediterraneo centrale e a ridosso delle coste libiche. Vi partecipano attualmente 5 navi, cinque aerei, elicotteri, un paio di sommergibili e circa 700 militari. Si tratta di un dispositivo comandato da una Fregata europea multi missione – attualmente la Fremm Margottini, che però verrà presto rimpiazzata dall’Alpino nell’ambito della normale turnazione – composto da un’altra fregata e alcuni pattugliatori, ma che potrebbe essere integrato con altri assetti particolarmente utili per il contrasto ai trafficanti. Ad esempio alcuni droni, gli aerei senza pilota, oppure la tecnologica nave-spia Elettra, che è in grado di raccogliere informazioni intercettando segnali radar e radio. Della missione libica faranno parte anche uomini del reggimento e team del Comsubin, le forze speciali della Marina. Nel porto di Tripoli, inoltre, è già presente un pattugliatore della Guardia di Finanza che fornisce assistenza e addestramento agli equipaggi delle motovedette che l’Italia ha ceduto alla Guardia costiera libica ed un’altra nave della Marina è alla fonda a Misurata, dove un contingente italiano gestisce e fornisce sicurezza a un ospedale da campo dove vengono curati i combattenti libici feriti negli scontri contro l’Isis.

L’ intensa attività diplomatica con i paesi africani, fino a questo ultimo passo militare, avrebbero avuto, secondo il governo italiano, un riconoscimento formale nel Vertice di Tallin del 5 luglio scorso, con uno stanziamento di fondi a favore dell’Italia, appena 136 milioni di euro, per rafforzare la difesa dei confini libici, una somma da trasferire in parte anche ai libici, ma che appare ben poca cosa rispetto ai sei miliardi di euro versati ad Erdogan per bloccare la rotta del Mediterraneo orientale. Di fatto però l’Italia ha assunto il ruolo di tutor del governo Serraj per cercare di fermare le partenze dalla Libia, e questo ruolo è stato riconosciuto anche a livello europeo, meno l’evidente smagliatura prodotta dall’iniziativa di Macron che ha invitato Serraj ed Haftar a Parigi, proprio alla vigilia di un vertice euroafricano convocato dal governo italiano a Tunisi. Appare sempre più in bilico il ruolo di un leader come Serraj che un giorno chiede l’aiuto delle navi italiane ed il giorno successivo lo nega, preoccupato delle reazioni interne.

Saranno i prossimi mesi a confermare quanto l’iniziativa italiana, tutta incentrata sul blocco delle partenze dalla Libia e sul sostegno alla Guardia costiera che risponde al governo Serraj abbiano destabilizzato la Libia e porodotto vittime innocenti sia a mare, che a terra. Per effetto delle crescenti violenze alle quali sono esposti i migranti intrappolati nel territorio libico, preda di milizie e di bande criminali tra le quali sta dilagando anche la presenza degli estremisti fondamentalisti, sempre più in accordo con le tribù che sono contrarie a qualunque intrusione sul loro territorio da parte degli stati europei. Gli accordi per pacificare la Libia non si prendono soltanto con missioni a Tripoli per bloccare le partenze dei migranti. La solfa che occorre contrastare i trafficanti è ormai diventata una giustificazione scontata per scelte politiche e militari che hanno ben altri obiettivi, anche di carattere economico.

Di certo, e questo lo possiamo affermare già oggi, l’argomentazione usata dal governo Gentiloni per giustificare la collaborazione con la Guardia costiera libica nel deportare i migranti fermati in mare verso le coste ed i centri di detenzione ubicati in tutta la Libia, e cioè che il governo Serraj avrebbe fornito “assicurazioni” sul trattamento dei migranti fermati in mare e ricondotti a terra, riecheggia la stessa argomentazione già utilizzata dal governo italiano nel 2012, nel caso Hirsi, davanti la Corte Europea dei diritti dell’Uomo, per giustificare i respingimenti collettivi verso Tripoli, eseguiti nel 2009 dalla Guardia di Finanza su ordine di Maroni.

Respingimenti che costarono all’Italia una condanna storica , ma oggi Minniti dichiara orgoglioso di avere già negoziato con il libici di avere negoziato il ritorno di una motovedetta della Guardia di Finanza nelle loro acque, non certo per aumentare le capacità di intervento nei soccorsi, ma all’esclusivo fine, date le caratteristiche del mezzo, di intercettare le barche cariche di migranti in fuga dalla Libia e di riconsegnarle o fermarle in attesa dell’arrivo della Guardia Costiera libica. E nella stessa direzione opereranno gli assetti già appartenenti all’operazione Mare Sicuro, che con un decreto dal contenuto ancora sconosciuto, si parla di una grossa nave militare ed altre imbarcazioni più piccole, il governo si appresta a fare salpare per le acque libiche. Insomma, si può davvero dire che Gentiloni e Minniti sono arrivati prima degli estremisti di destra della missione Defend Europe, e che la loro navetta C-Star, se mai riuscirà a raggiungere le acque libiche, si troverà chi ha già fatto lo sporco lavoro che si proponeva Generazione identitaria. Alla quale non resterà forse che l’ennesimo diversivo propagandistico, se non diventerà essa stessa oggetto di azioni di soccorso da parte di uno schieramento militare tanto imponente che la circonderà da tutti i lati. Non per salvare i migranti, ma per respigerli indietro verso l’inferno libico, come denuncia anche Amnesty.

Ultima cosa certa. Sarà una strage, centinaia di persone perderanno la vita umana nelle acque del Mediterraneo centrale, altre moriranno o impazziranno nei lager libici, per effetto di queste politiche scellerate e di queste iniziative aggressive contro le Organizzazioni non governative che in questi ultimi anni sono riuscire a colmare i vuoti lasciati dagli stati ed a salvare il maggior numero delle persone soccorse al largo dela costa libica. Tutte le volte che le attività delle ONG si sono svolte in sinergia con la Guardia costiera italiana il numero delle vittime si è quasi azzerato. Ad ogni azione di disturbo portata avanti contro le ONG, come i divieti di trasbordo, i controlli burocratici e di polizia particolarmente vessatori, l’imposizione di porti di sbarco sempre più lontani, con il rallentamento del rientro nella zona delle missioni operative SAR ( Search and Rescue), il numero delle vittime si è moltiplicato, oltre 2500 già quest’anno.

In loro nome e nell’interesse di tutti coloro che moriranno in mare o resteranno a soffrire nei lager libici che si dovranno tentare tutte le vie possibili per sanzionare sul piano giudiziario comportamenti e fatti concreti in contrasto con le norme internazionali e, ove ricorra la nostra giurisdizione, con il codice penale. Ma occorrerà anche il massimo sforzo a livello politico e della comunicazione di massa per fare conoscere i nomi dei responsabili di queste stragi che si vuole nascondere all’opinione pubblica, e per diffondere una diversa clutura della vita e dell’accoglienza, contro la cultura del’indifferenza e dell’odio etnico che sta dilagando in strati sempre più ampi della popolazione. Quando le azioni degli estremisti di destra e dei governi mostrano tanti target in comune, dai migranti agli operatori solidali, contro i principi affermati nella Costituzione e nelle Convenzioni internazionali, si può davvero dire che siamo prossimi ad una nuova forma di fascismo, nazionale e populista, apparentemente pacifico ma in realtà sempre più violento, come del resto lo erano le esperienze nazi-fasciste del secolo scorso.

Speriamo solo che non ci voglia un’altra guerra, o un conflitto civile, per risvegliare la coscienza delle persone e per riaffermare le ragioni della vita sulla morte. Le vie possibili da percorrere, anche se oggi impopolari, consistono nella pacificazione negoziale dei paesi di transito e  nell’apertura di canali legali di ingresso e nel rafforzamento della coesione sociale, senza altre “guerre tra poveri” che giovano solo a chi combatte i poveri e non la povertà.

30 luglio 2017

Tratto da; www.a-dif.org

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