LA GUERRA DEI SEI GIORNI E CINQUANT’ANNI

di Joseph Halevi

Il 5 di giugno del 1967 il governo di Israele – allora diretto da Levi Eshkol del partito sionista socialdemocratico MAPAI, già fondato da David Ben Gurion e da cui quest’ultimo era uscito alcuni anni prima – lanciò l’improvviso attacco militare all’Egitto, Giordania e Siria, che portò alla conquista della penisola del Sinai, della striscia di Gaza, di Gerusalemme orientale, della Cisgiordania e delle alture del Golan. Secondo quanto appena scritto dal quotidiano  Ha-aretz all’interno del governo vi fu una discussione se si dovesse giustificare l’attacco con una grande menzogna oppure con una piccola e meno impegnativa bugia. Nei primi tempi prevalse la grande menzogna e cioè che Israele aveva risposto a dei movimenti di colonne corazzate egiziane verso il suo territorio. Tale giustificazione durò pochissimo e si passò alla tesi di un’azione preventiva causata dalla concentrazione aggressiva di truppe egiziane nel Sinai e dall’abbandono da parte di Nasser dei caschi blu dell’ONU dallo stretto di Tiiran, laddove il Mar Rosso si divide per formare un budello che arriva al porto israeliano di Elat e a quello giordano di Aqaba. Il contingente delle Nazioni Unite era stato inviato a Sharm El Sheikh – sullo stretto di Tiran appunto – dopo la guerra anglo-franco-israeliana dell’ottobre-novembre 1956 per assicurare la libertà della navigazione marittima in quelle acque dato che Israele si riforniva di petrolio iraniano che veniva scaricato ad Elat. La tesi di una guerra di difesa preventiva durò più a lungo ma alla fine crollò anche quella e oggi nessuno storico dotato di un minimo di serietà ne farebbe uso.

Tuttavia è proprio sulla base della tesi della guerra preventiva che venne costruito il mito di Israele in pericolo mortale. Mito tuttora in auge presso la maggior parte della stampa mondiale. Ovviamente – e comprensibilmente – questa visione delle cose fu pienamente accettata dalla popolazione ebraico-israeliana durante il mese di maggio del 1967 quando Nasser diede l’avvio alla concentrazione militare nel Sinai. Di conseguenza, dopo la fulminea vittoria i soldati che rientravano dal fronte vennero salutati come dei liberatori. L’effetto più significativo della visione di Israele in pericolo mortale si manifestò negli Stati Uniti. Fino alla crisi del maggio 1967 e alla conseguente guerra, l’impatto di Israele sugli ebrei americani era relativamente secondario. È vero che molti inviavano denari alle varie organizzazioni sioniste nonché alle istituzioni israeliane ma, nel complesso, non vi era quella forma di identificazione ossessiva che dal 1967 andrà vieppiù crescendo nelle espressioni degli organismi ufficiali delle comunità ebraiche americane. Sul piano governativo la vittoria del 1967 e la crisi del regime di Nasser trasformeranno Israele in un bene strategico per gli USA soprattutto nel contesto dello scontro riguardo le sfere di influenza tra gli USA e l’Unione Sovietica nell’area mediorientale. Basti pensare che fino alla guerra dei sei giorni le principali forniture d’armi ad Israele provenivano dalla Francia e non dagli Stati Uniti. Pertanto la valutazione storica di quella guerra non può prescindere dalla messa in discussione del suddetto mito che – ancor oggi – costituisce la giustificazione delle annessioni territoriali scaturite dalla vittoria del 1967 mentre il Sinai fu restituito all’Egitto a seguito la guerra dell’ottobre del 1973 che portò alcuni anni dopo agli accordi di Camp David tra Egitto e Israele.

La tesi del pericolo mortale e quindi della necessità di un attacco preventivo venne smontata a cominciare da otto mesi dopo la guerra con la demolizione che continuò durante i Settanta culminando, come vedremo, nel 1982 in una dichiarazione dell’allora maggiore dirigente politico di Israele. Gli autori dello smantellamento del mito furono nella stragrande maggioranza gli stessi generali che avevano formulato ed eseguito i piani della guerra del giugno 1967. Ad iniziare la smitizzazione fu il Capo di Stato Maggiore Itzhak Rabin che il 28 febbraio 1968 in una dichiarazione al quotidiano le monde affermò quanto segue: “Non credo che Nasser volesse la guerra. Le due divisioni che aveva inviato nel Sinai il 14 maggio (del 1967, J.H.) non sarebbero bastate a scatenare un’ offensiva contro Israele. Lui lo sapeva e noi lo sapevamo”. Nel 1972 fu la volta di un altro ex capo di stato maggiore, Haim Bar-Lev, il predecessore di Rabin, che al giornale Maariv del 4 aprile 1972 dichiarò “Alla vigilia della guerra dei sei giorni non siamo mai stati sotto una minaccia di genocidio e non abbiamo mai pensato ad una tale possibilità”. Dello stesso tono furono le dichiarazioni di altri generali come di Ezer Weizmann, capo delle operazioni durante la guerra, di Haim Herzog, capo dei servizi di spionaggio, e soprattutto di Matitiahu Peled capo della logistica militare da cui dipendeva la capacità di coordinare le operazioni. Nel 1972 Peled dichiarò senza peli sulla lingua che la storia della minaccia esistenziale era un bluff creato ad arte. La figura di Peled è essenziale in quanto egli fu il principale fautore della svolta avvenuta tra il primo ed il 2 giugno quando alla riunione del gabinetto di guerra i generali imposero la scelta di attaccare le formazioni egiziane coinvolgendo anche la Siria e la Giordania.

Il figlio di Peled, Miko Peled – oggi residente in California da due decenni e estremamente impegnato contro l’occupazione e nella solidarietà con il popolo Palestinese – sfruttando l’apertura degli archivi del governo israeliano ha pubblicato in ebraico l’intervento di suo padre alla fatidica riunione del Gabinetto nota anche come “la rivolta dei generali”. Miko riporta quanto suo padre Matitiahu disse al primo ministro israeliano Levi Eshkol:  “Noi sappiamo che l’esercito egiziano non è pronto per la guerra… abbisogna ancora di un anno e mezzo per prepararvisi. A mio avviso lui (cioè Nasser, J.H.) conta sull’esitazione del governo israeliano. Agisce sulla base della sicurezza che non oseremo colpirlo… abbiamo il diritto di sapere (dal Governo, J.H.) perché dobbiamo essere costretti a subire quest’umiliazione… forse nell’occasione di questa riunione potremmo ottenere delle spiegazioni” (https://mikopeled.com/category/articles-in-hebrew/, mia traduzione dall’ebraico).  Ne consegue che la guerra del 1967 non fu in alcun modo imposta da uno stato di necessità bensì fu la conseguenza di una trappola in cui era caduto Nasser. A togliere ogni certezza riguardo l’idea che la guerra del 1967 fosse stata imposta senza altre alternative, fu il leader indiscusso della destra nazionalista Menachem Begin in un discorso al Collegio Militare nel 1982 quando era Primo Ministro di Israele. Era il periodo della guerra di Israele al Libano, che causò oltre 15000 morti tra la popolazione civile del paese dei cedri e culminò nel massacro dei campi di profughi palestinesi di Sabra e Shatila che si aggiunse a quello di Tel Zaatar perpetrato sei anni prima dai militari siriani  “fratelli” inviati da Hafez Assad, padre dell’attuale Bashar. Contrariamente a quanto succede da ormai parecchi anni, c’era allora in Israele una forte opposizione all’invasione del Libano ed il massacro di Sabra e Shatila fece traboccare il vaso. La linea della maggioranza dei partecipanti al movimento di opposizione, tra i quali si contavano parecchi soldati e anche ufficiali,  si basava però sulla tesi che, a differenza delle guerre precedenti, l’invasione del Libano non era un’operazione senza alternative, imposta cioè dalla situazione. In questo contesto parlando al Collegio Militare Begin fece delle dichiarazioni estremamente importanti sia perché provenienti dal capo del governo in carica quanto per il fatto che nel 1967 Begin era un membro importante del governo di emergenza di unità nazionale come capo del maggior partito di opposizione. Egli fu quindi presente alla riunione della rivolta dei generali.  Ecco le sue parole:

“Nel giugno del 1967 avevamo la possibilità di scegliere. Le concentrazioni egiziane nel Sinai non provavano che Nasser stesse veramente per attaccarci. Bisogna essere onesti con noi stessi. Fummo noi a decidere di attaccarlo” .

La conclusione ineccepibile riguardo la dinamica che portò alla decisione di lanciare le ostilità il 5 giugno 1967 venne espressa nel 1971 da Mordechai Bentov, membro del governo di unità nazionale nel 1967 e fondatore negli anni ‘20 del Kibbutz ha-artzì, il  maggiore movimento kibbutzista di colonizzazione sionista affiliato al partito sionista socialista MAPAM, oggi defunto. Intervistato il 14 aprile del 1971 dal giornale del partito Al-Hamishmar  Bentov spiegò la scelta di andare in guerra con le parole seguenti: “L’intera  storia del pericolo di venir sterminati è stata inventata in ogni singolo dettaglio ed è stata esagerata per giustificare l’annessione di ulteriori territori arabi”.

Mi sono soffermato sugli aspetti strettamente connessi allo scoppio della guerra perché la visione di un Israele accerchiato sul punto di venire sopraffatto, sebbene non valida sul piano della storiografia accademica, è pane corrente nella cosiddetta grande stampa, a cominciare dal New York Times. Le condizioni che hanno portato a quell’occasione eccezionale di conquistare nuovi territori vanno ricercate in due elementi. Il primo riguarda le provocazioni che Israele, durante la stagione dell’aratura, effettuava ogni anno nei confronti della Siria per conquistare i terreni della zona smilitarizzata e le fonti del fiume Giordano. Sul tema esiste una dichiarazione di Moshè Dayan di epocale importanza che ora tralascio di citare.  Nell’aprile del 1967 tali scontri arrivarono ad un’altissima intensità con una battaglia area che si estese fino sui cieli di Damasco con l’abbattimento di sei aviogetti siriani. La tensione portò all’attivazione dell’accordo militare tra la Siria e l’Egitto. Le mosse di Nasser erano quindi volte a ridurre la pressione sulla Siria e soprattutto – cosa tipica in medioriente – volte a non perdere la faccia nello stesso mondo arabo. Impreparato e roboante nei confronti delle proprie masse, Nasser venne schiacciato e con la sua sconfitta furono cancellati tutti gli aspetti progressisti della rivoluzione nazionalista del 1952. La guerra in realtà non terminò l’11 giugno. Essa riprese il primo luglio del 1967 quando l’Egitto diede l’avvio ad una guerra d’usura durata tre anni cannoneggiando le posizioni israeliane sulla riva orientale del Canale di Suez. Le perdite militari israeliane furono assai più alte di quelle subite durante la guerra dei sei giorni, mentre la reazione dell’aviazione israeliana che effettuava bombardamenti in profondità nel territorio egiziano, causò numerosissime vittime civili. Secondo quanto affermato dal generale Mordechai Gur  nel 1978 al giornale del MAPAM Al Hamishmar, i bombardamenti israeliani causarono un milione e mezzo di rifugiati tra la popolazione egiziana. Nell’estate del 1970 venne raggiunto un accordo di cessate il fuoco e – col passaggio di poteri a Anwar Sadat dopo il la scomparsa di Nasser – il governo del Cairo si mise a preparare assai apertamente la guerra del 1973 (una grossa parte della segretezza stava proprio nell’affermarlo pubblicamente perché avevano capito che i militari israeliani non ci avrebbero creduto).

Il secondo elemento, che è anche il più importante, consiste nel fatto che tutto l’arco politico in Israele – ad eccezione dei comunisti che furono gli unici a denunciare la guerra anche durante il mese di maggio – considerava la formazione dello Stato come incompiuta senza la conquista di Gerusalemme orientale e della Cisgiordania, nonché di Gaza.

5 giugno 2017

Tratto da: www.palermo-grad.com

Potrebbe piacerti anche Altri di autore